Nazismo e Salutismo

di Alberto Mingardi

Mica tutti lo sanno, ma la prima grande, maestosa campagna antifumo della storia porta la firma di Adolf Hitler. Lo spiega Robert Proctor in un bel libro tradotto per i tipi di Cortina, in cui avanza una lettura del nazismo come "grande esperimento igienista disegnato allo scopo di realizzare una selettiva utopia sanitaria".Per anni s’è intravisto nell’ideologia la medicina infallibile per curare tutti i mali dell’uomo, e si sono confuse le carte, e quanto ci è costato imparare a non scambiare malattia e dottore. Nel 1934, arringando il Reichstag, Hitler era stato chiaro: "Ho dato l’ordine di bruciare fino alla carne viva le ulcere del nostro avvelenamento interno". Werner Best, il luogotenente di Reinhaurd Heydrich, rincarò la dose spiegando che il compito della polizia era quello di "sradicare tutti i sintomi di malattia e i germi di distruzione che minacciano la salute politica della nazione".Non solo metafore. Le parole del reichgesundheistführer Leonardo Conti lasciano poco spazio all’interpretazione: "nessuno ha il diritto di considerare la salute una materia personale e privata, che può essere accantonata a seconda delle preferenze individuali. La terapia deve essere amministrata negli interessi della razza e della società piuttosto che in quelli dell'individuo malato".

Ora, non ci azzarderemmo nemmeno a tracciare un paragone improbabile, a immaginare Girolamo Sirchia coi baffetti e il braccio teso. Epperò ci resta l’amaro in bocca, la sensazione spiacevole d’esser stati presi in giro. Appena nominato da Berlusconi, Sirchia si affrettò a buttar giù un manifesto della "sua" sanità, e lo declinò orgoglioso in un paio d’interviste. Pugno di ferro con la droga, e guanto di velluto con la nicotina: suonava come un’inversione di tendenza rispetto al suo predecessore Veronesi. Ma gli ultimi exploit del ministro ci hanno ricordato che invertendo l’ordine dei fattori il risultato non cambia.

Mi spiego. Sirchia ha rilanciato, e con imperturbabile violenza, la crociata antifumo lasciata a metà dal governo Amato. E’ una svolta che si è consumata in quel silenzio ovattato con cui si annuncia un golpe bianco. Il provvedimento è entrato in vigore all’albeggiare dell’anno nuovo, in tandem con l’euro, e adesso il ministro propone di estenderlo ai locali privati aperti al pubblico, e all’improvviso i fumatori s’accorgono, mentre soppesano le nuove monetine, di essere diventati dei lebbrosi ipotetici. Paria sospesi fra un presente d’inferno e la tenebrosa attesa della "soluzione finale".

"Braccati dai Nas", ha scritto Gianni Mura su "Repubblica", e un po’ da una cattiva coscienza sapientemente seminata, dalla consapevolezza greve di aver torto, da un mea culpa obbligatorio e definitivo.

Sarà anche vero che ogni sigaretta che ti accendi è un piccolo patto col diavolo, è mendicare un altro mutuo alla banca della vita. Sarà anche vero che fa male, che è un anticipo di agonia, che ogni boccata è truccare le carte al destino.
Ma al diavolo: cosa non lo è? Cosa c’è che non sia uno stare sospesi, barcollando leggeri, uno scivolare lento verso l’oblio? Si chiama vivere, ed è tutto un rischio.

Si dice che ci siano dei rischi diversi da altri. Che alcuni presentano misteriosi "costi sociali", il conto girato alla comunità per le pirlate di un individuo. Ed è quando uno si incaglia su questi argomenti che s’intuisce che il Novecento non è finito, che siamo rimasti gli stessi, che stiamo solo ricamando vestiti nuovi addosso ai nostri maledetti istinti. Dire che i fumatori (pardon, i "malati di nicotina", come li chiama Sirchia in un crescendo politicamente corretto) rappresentano, potenzialmente, un costo sociale, perché alla fine vanno a marcire negli stessi ospedali di chi è vergine alla sigaretta, è un aver già deciso. Un essere sicuri a priori, in partenza, che il mondo si divide in due, e che basta avere i polmoni un po’ più scuri per non varcare le porte dell’Olimpo. I fumatori non sono un "costo" sociale, come non lo sono gli obesi (prossime vittime del ministro), come non lo sono i malati di aids, come non lo sono gli spericolati che si fracassano il cranio, come non lo sono gli omosessuali, e i lussuriosi, e gli automobilisti, e gli psicanalisti junghiani, e i lettori di Topolino. Pagano tutti le tasse, vengono rapinati tutti allo stesso modo. I fumatori, semmai, di più: ci sono fior di imposte indirette appiccicate a un pacchetto di Malboro. Un conto approssimativo lascia intendere che, dal 1 gennaio 2000, i fumatori hanno contribuito per circa 33400 miliardi di lire (traducete voi in euro) al bilancio dello Stato. Il loro letto in corsia se lo sono pagato.
Ma per questo Stato, contrabbandiere e poliziotto, spacciatore e proibizionista assieme, questo Stato che guai agli spot alla nicotina e poi tappezza di pubblicità "Ms" l’aprilia di Macio Melandri, forse non basta. Forse c’è ancora la tentazione di non limitarsi a pigliare gli uomini come sono, questi insopportabili zozzoni, questi egoisti impenitenti. C’è ancora il desiderio nascosto, e nemmeno tanto nascosto, di "bruciare le ulcere della società", di spalancarci un domani virtuoso.
E chissenefrega se basterebbe un briciolo di buon senso, una goccia di libertà, per avere locali per fumatori e locali per "non", e lasciare alla gente il verdetto.

C’è chi sussurra che ormai la legge è fatta, e ci tocca obbedire. No. Le leggi ingiuste non si obbediscono: si combattono. E anche se scavare la trincea costa, se immaginare un gesto di solidarietà paradossale come una spipazzata, un tiro di sigaretta, è forse troppo per uomini senza fantasia, la mia impressione è che "ci tocca". Persino ai non-fumatori professionisti, o fumatori timidi, come chi scrive. Meglio sacrificare i nostri polmoni che la nostra libertà. Ai fumatori incalliti si richiede lo sforzo contrario: coltivare il rispetto, inventarsi un galateo anarchico per sopravvivere a qualsiasi legge.