Aspetti illiberali e rischi per la libertà in questa Europa Unita

Di Giovanni Nicodemo

Uno dei più importanti fenomeni mondiali dell’ultimo decennio del novecento è sicuramente quello della costruzione dell’unione europea in tutte le sue caratteristiche istituzionali e socio-economiche. Il disegno di Europa unita nasce, come rileva Sergio Romano, nell’immediato dopoguerra “con la constatazione che tutti avevano di fatto perduto la guerra, anche quelli che sedevano al tavolo dei vincitori che uscivano dal conflitto profondamente ridimensionati e consci del fatto che non avrebbero potuto più avere un prestigio ed un’autorità nel mondo corrispondente a quella di cui avevano goduto nelle generazioni precedenti”, e anche con il sincero intento di evitare altre guerre tra europei e di creare uno spazio di libertà e fratellanza tra i popoli. E, oggi, molta enfasi viene data un po’ da tutti e quasi ovunque al ruolo dell’unione europea come garante dei valori liberal-democratici. Tuttavia, la stessa unione ha dimostrato nei fatti di non rispettare proprio questi valori di libertà, di discussione critica e di confronto aperto e serrato. Basta comparare il momento della nascita dell’Europa con quello vissuto dagli Stati Uniti durante la stesura dell’atto costitutivo per accorgersi delle enormi differenze di atteggiamento e di metodo che emergono nei rispettivi momenti. Infatti la genesi dell’atto costitutivo americano fu accompagnata da un dibattito molto vivace e schietto. Chi conosce la Federalist Papers sa quanto fossero divergenti le visioni di Hamilton, di Madison, di Jay e di Jefferson che, comunque, contrapponevano pubblicamente i loro differenti progetti, la loro diversa visione di come concepire l’unione. In Europa, al contrario, si sta tendendo a vivere la fase costituzionale evitando ogni possibile discussione. Chi si “concede” la libertà di esprimere opinioni che non corrispondono completamente al dettato delle direttive dell’unione, viene giudicato come un eretico, come si usa dire un “euroscettico”, e ciò è irragionevole e dannoso. L’Europa, in altre parole, è nata e si sta sviluppando, con decisioni calate dall’alto sulle teste degli individui, decisioni queste che ripresentano ancora una volta gli oppressivi dettami pianificatori e statalisti del welfare state. La burocrazia ha aumentato oltre modo il proprio potere regolando il mercato comune. Nessuna difficoltà, infatti, ha incontrato l’unione nell’occuparsi di quote latte, pesce e olio, di impianti elettrici e di sicurezza sui luoghi di lavoro, di sistemi antincendio e di ingredienti del cioccolato, di garanzie dell’acquirente multiproprietario ed etichette ecoenergetiche da applicare su tutti gli elettrodomestici, di smaltimento dei rifiuti e persino di dimensioni dei preservativi, il tutto all’insegna del minuzioso e ridicolo intervento regolatore e della più rigida omologazione coatta.
Allo stesso tempo si è trascurata completamente la partecipazione degli individui. Che parte hanno oggi le popolazioni dei paesi dell’unione? Quanto meno secondaria, se non del tutto irrilevante, tant’è che i referendum sono vissuti quasi come un sacrilegio, e in questo clima certamente non può svilupparsi un pubblico dibattito come sarebbe auspicabile. Quanto, poi, questa politica dell’unione non rispetti i diritti individuali è sotto i nostri occhi. E’ sufficiente porre attenzione alla situazione disastrosa in cui da decenni si trovano la siderurgia e l’agricoltura (i due settori più sovvenzionati e regolamentati della politica comunitaria) per comprendere come è nefasto alla libertà e al progresso questo interventismo di organismi lontani, irrispettosi del diritto delle comunità ad autogovernarsi, ed incapaci di accettare una logica economica davvero liberale.
L’unione europea, nel modo in cui si sviluppa, dà vita, dunque, ad un sistema estremamente centralizzato in campo economico ed istituzionale che non porta ad altro che alla creazione di un superstato regolatore e controllore della vita dei suoi cittadini, una prospettiva molto pericolosa per la libertà individuale. Il superstato amplifica enormemente la natura autoritaria già insita nel concetto di stato-nazione, dal quale prende le mosse. L’unificazione europea, infatti, postula la necessità di armonizzare i diversi sistemi nazionali.Il termine “armonizzare”, usato per mascherare, attraverso la sua carica emotiva, il suo stesso fine ultimo coercitivo, è un verbo tipicamente social-comunista: significa sopprimere, ingrigire, uccidere, cancellare ogni diversità ed accentrare ogni potere. E’ interessante notare, in questo contesto, anche la manipolazione orwelliana del linguaggio al fine di conquistare il consenso popolare. Come nota Roberto Caporale “non è un caso, infatti, che sia stato adottato il termine “armonizzazione” invece di “standardizzazione”, “omogeneizzazione”, “omologazione”, “normalizzazione”: tutti termini senz’altro maggiormente descrittivi ma privi di una carica positiva ed emotivamente suggestiva (…) “Armonizzazione” tende a venire utilizzato come un concetto impostore (nel senso dato a tale espressione da Herbert Spencer) che, dietro la proposta di un obiettivo che di per sé rappresenta una delle massime aspirazioni del genere umano, cela la decisione da parte di politici ed euroburocrati ad eliminare le differenze, cioè ad uniformare. E l’uniformità ricercata è probabilmente sullo standard più elevato, sulla fiscalità maggiore, sui regolamenti più minuziosi (…)”
Il progetto di una Europa unita, armonizzata e sempre più sottoposta alla tirannia della pianificazione e della centralizzazione risponde alle speranze e agli interessi dei soli ceto politici e burocratici del continente. Come ha notato Luigi Florio, infatti, “c’è nelle istituzioni comunitarie un costante aumento della burocrazia. Pensate che gli euroburocrati erano solo 9000 nel 1967, 15.000 nel 1977, 22.000 nel 1987, 30.000 nel 1997, e che a questo aumento corrisponde spesso un peggioramento della qualità dei servizi. Vi è una costante dilatazione della spesa. Si stanno attualmente costruendo nuove sedi del Parlamento europeo sia a Strasburgo che a Bruxelles (…) Un debito enorme che sta pregiudicando il normale funzionamento del Parlamento, dove si parlano 11 lingue ufficiali, ma, ad esempio, si è ora costretti a risparmiare sugli interpreti.”
L’unione ha i tratti di una costruzione voluta dagli stati e decisa da loro nella quale gli individui non hanno voce in capitolo alcuna. Il fatto è che, attraverso gli organismi comunitari, i governi europei legiferano da Bruxelles in maniera smisurata dribblando i controlli di qualsiasi Parlamento. Quello che non possono fare a casa propria (dove ogni decreto legge necessita del vaglio parlamentare) i governi lo stanno facendo a livello comunitario.
La stessa moneta unica serve a rafforzare il carattere pervasivo del superstato europeo. In questo senso, il venir meno della concorrenza tra valute ostacola ancora di più il decentramento e la liberaldemocratica localizzazione dei poteri, e avvantaggia un sempre più smisurato potere dell’autorità centrale europea. Inoltre, man mano che ci si avvicina ad un unico superstato europeo scompaiono molte delle possibilità di opporsi a un governo. Dovunque si vada si trovano le stesse strutture fiscali e di regolamentazione, ed è svuotato, così, anche il concetto di libera migrazione, poiché viene meno la tanto importante concorrenza fra governi ed istituzioni. Con estrema precisione Hans H.Hoppe nota che “meno concorrenti ci sono e più ne vengono allontanati, e più costoso diventa passare da un paese all’altro (…) Nella misura in cui ci avviciniamo al limite di un unico governo tutte le possibilità di votare con i piedi contro uno stato spariscono. Ovunque andiamo troviamo applicato lo stesso sistema di imposte e regolamentazioni. Una volta che lo stato si è sbarazzato del problema dell’emigrazione, i vincoli all’estensione del suo potere sono rimossi. E’ ciò che spiega l’evoluzione del ventesimo secolo.”
E inoltre Hoppe ci fa notare come l’Europa nel corso della storia ha seguito la via statalista della cancellazione di ogni indipendenza e di ogni fruttuosa diversità fondata su uno dei più terribili concetti che il diritto abbia mai forgiato, la sovranità, in nome della quale Napoleone ad esempio mandava i suoi fanti alla carica contro l’artiglieria e i tiranni rossi e neri hanno sterminato milioni di inermi uomini per il solo fatto di non essere perfettamente figli dello stato.
“All’inizio di questo millennio- scrive Hoppe- l’Europa era formata da migliaia di entità territoriali indipendenti. Oggi, ce ne sono solo una o due dozzine. Ci sono state certamente tendenze alla decentralizzazione. C’è stata la progressiva disintegrazione dell’Impero Ottomano fra il sedicesimo secolo e la prima guerra mondiale, con l’istituzione della Turchia moderna (…) Eppure, la tendenza preponderante andava in senso opposto. Per esempio, durante la seconda metà del diciassettesimo secolo, la Germania era composta di 234 contee, 51 città libere e circa 1.500 feudi indipendenti. All’inizio del diciannovesimo secolo il numero delle istituzioni indipendenti era crollato a meno di 50 e nel 1871 l’unificazione era raggiunta. Lo scenario è lo stesso anche in Italia. Anche i piccoli stati hanno una loro storia di espansione e centralizzazione. La Svizzera è nata nel 1291 quale confederazione di tre cantoni-stato indipendenti. Dal 1848 è un solo stato federale, con circa due dozzine di cantoni ad esso subordinati.”
E’, dunque, per tutti questi motivi, fondata la preoccupazione di Vladimir Bukovskij che questo processo di unificazione europea possa condurre a una sorta di unione delle repubbliche socialiste europee, a una unione, cioè, repressiva, intollerante, impicciona, guidata da politici e burocrati del tutto privi di controlli e alternative, nemica del pluralismo e della libertà istituzionale. Dunque, l’Europa è ad un bivio: o continuare verso la via centralizzatrice-socialista della schiavitù; o cominciare a ragionare avendo la forza di ammettere e porre rimedio a tutti gli errori compiuti fino ad oggi, recuperando lo spirito dei padri costituenti di una Europa liberale degli individui e dei popoli, organizzata in paesi, cantoni e regioni distinte, in città indipendenti, e fatta di piccoli governi liberali economicamente integrati dalla libertà degli scambi e una moneta-merce internazionale come l’oro; una Europa, insomma, segnata dalla fratellanza, dalla crescita economica e da una prosperità senza precedenti.