La rivelazione di uno studioso veneto: «La favola è nostra, i fratelli Grimm hanno copiato»
Bella, formosa, bruna. Biancaneve non può che essere italiana. Giuliano Palmieri, archeologo trevigiano, appassionato studioso del folklore locale, sostiene che la favola dei fratelli Grimm sia in realtà una mera trascrizione di alcune tradizioni montanare tutte italiane. La storia, quella vera, sarebbe ambientata nella regione del fiume Cordevole, a nord di Belluno, un'area ricca di miniere di ferro, che fornivano la materia prima ai fabbricanti d'armi veneziani. Secondo Palmieri l'episodio della giovane ragazza e dei sette nani si rifà a un'antica usanza locale. I piccoli omini altro non sarebbero che minatori, uomini di bassa statura adatti a infilarsi in gallerie e cunicoli. Quando le risorse delle miniere cominciavano a esaurirsi, si sceglieva una giovane e bella ragazza tra le nobili della zona (possibilmente vergine) e la si calava nel ventre della Terra perché con la sua purezza e giovinezza ridesse energia e vita a Madre Natura.
Com'è nata questa ipotesi di una Biancaneve nostrana?
È un lavoro che porto avanti da anni, le tradizioni e il folklore della zona dolomitica mi hanno sempre affascinato. Ora però che si è sparsa la voce su questa storia dei fratelli Grimm, sono bombardato di telefonate.
Da chi?
Praticamente da tutti: giornali e tv. Mi hanno chiamato persino da Radio Vaticana. Quelli di Radio Deejay, invece, erano convinti che Biancaneve fosse pugliese: capelli neri, mossi... Insomma, l'idea che sia italiana è piaciuta un po' a tutti.
Ma la storia regge?
Regge, le tradizioni popolari parlano chiaro. Certo, va specificato che Biancaneve è sì italiana, ma appartiene all'ultimo lembo del Tirolo italiano. Insomma, è una coproduzione.
Quindi i fratelli Grimm hanno copiato?
Diciamo che si sono ispirati. Per quel che mi riguarda non ci sono grandi dubbi: tutta la vicenda ha radici sui nostri monti. Basti pensare alla mela, al particolare raccapricciante della regina cattiva, alla pozione avvelenata, fatta con un'erba delle nostre parti, l'aconito mapello, velenosa e mortale, che ancora oggi qui viene chiamata l'erba della vecchia della montagna.




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azz... e che faceva là sotto?
