Questa è una discussione su paganesimo, identità europea ed islam che ho trovata in una messageboard musulmana. La risposta è di un italiano converto che dimostra una certa conoscenza del tradizionalismo e tematiche attigue.
Re: Né Islam, né USA, Europa nazione
Posted by Zulfiqar on 7/4/2002, 8:05 pm , in reply to "Né Islam, né USA, Europa nazione"
Allorché si dice “Islam” il primo pensiero dell’uomo occidentale corre a comunità umane e a zone geografiche completamente estranee agli orizzonti europei: quando non si identifica il mondo islamico con l’area linguistica araba, lo si intende comunque come una realtà indissolubilmente legata al cosiddetto “Terzo mondo”, per cui l’occidentale, anche se fornito di un discreto grado d’istruzione, pensa generalmente all’Islam come a una religione tipica di popolazioni asiatiche ed africane e niente di più (purtroppo il ‘terrorismo intellettuale’ di certa storiografia moderna ha prodotto i suoi frutti…). Niente di più falso.
L’essenza autentica dell’Islam è fondata sulla sottomissione al Dio Unico, e non su qualsivoglia contingenza spaziale, o temporale, o umana. L’Islam è incomparabilmente vicino all’uomo, poiché è din-al-fitrah, la religione innata nell’uomo. La vicinanza dell’Islam riguarda infatti l’intimo dell’uomo, della sua natura propria, della sua essenza, una vicinanza che possiamo quindi definire assoluta. Sappiamo però che ciò che contraddistingue l’uomo moderno, occidentale in particolare, è proprio la sua lontananza dalla propria essenza, dal suo sé.
D’altronde l’universalità stessa dell’Islam è simboleggiata dalla composizione etnica del gruppo umano formatosi intorno a Muhammad (S) all’inizio della sua missione profetica. Infatti accanto agli arabi, che costituivano ovviamente la maggior parte dei Compagni del Profeta (S), c’erano esponenti delle altre grandi famiglie dell’umanità: c’era un africano, l’etiope Bilal, c’erano rappresentanti del mondo indoeuropeo come Salman al-Farsi (il persiano) o come Suhayb detto “ar-Rumi”, ossia “il Romano”, che era evidentemente originario dell’Impero Romano d’Oriente. La composizione etnica della comunità musulmana ai giorni nostri riconferma visibilmente il valore universale dell’Islam: gli arabi costituiscono solo una piccola parte dell’intera Ummah Islamica, di cui fanno parte anche popolazioni indoeuropee che nel corso dei secoli hanno abbracciato l’Islam (persiani, greci, afgani, indiani, caucasici, goti, slavi, illiri, ecc.).
La sua possibilità di coinvolgere una così grande vastità di tipi razziali e quindi una vasta molteplicità di tipi psicologici e di esperienze culturali gli deriva dalla sua peculiare caratteristica di prima e contemporaneamente ultima religione dell’umanità. L’Islam si presenta infatti come un adattamento della Tradizione Primordiale, che Muhammad (S) è venuto a riproporre e a riconfermare nei tempi storici, in una forma adeguata alle condizioni della presente fase dell’umanità – una forma tale da poter essere adottata da tutto quanto il genere umano.
E’ importante quindi avere ben chiaro che l’Islam non inizia con Muhammad (S), la cui venuta è stata preannunciata dai testi sacri di molte forme tradizionali, ma con Adamo (as), primo profeta e primo seguace di quella dottrina dell’Unità Divina (tawhid) che costituisce l’essenza dell’insegnamento islamico.
Dice Iddio (Gloria a Lui) nel Suo Nobile Libro: “Wa li kulli ummatin rasul” (Per ogni comunità c’è stato un Messaggero”) (X, 47). E il Profeta Muhammad (S) disse che gli inviati celesti vissuti prima di lui furono centoquarantaquattromila. Ciò significa che i popoli europei, nella fase della storia umana anteriore alla rivelazione coranica, non furono certi esclusi dalla dispensazione della verità e che Iddio Altissimo (Gloria a Lui) suscitò in mezzo ai nostri antenati una serie di guide da Lui ispirate (1).
D’altronde non sarebbe difficile trovare le tracce dell’antico “Tawhid” europeo nelle pagine di molti maestri greci e latini, nei miti dei Celti, dei Germani, dei Daci, degli Slavi e, in generale, presso tutte le tradizioni che risalgono alle civiltà dell’Europa precristiana (2)
Se gli europei si rendessero conto di ciò, scoprirebbero che l’Islam custodisce oggi, in una forma integra e pura e adeguata all’ultima fase della storia umana, l’essenza di quegli elementi di verità che in un lontano passato appartennero all’Europa stessa. Il patrimonio più prezioso che l’Europa abbia posseduto, cioè l’insegnamento divino trasmesso ai popoli europei attraverso i Profeti che precedettero Muhammad (S) è stato salvaguardato, nella sua essenza, dalla rivelazione più recente, quella cranica.
E se agli europei di oggi i principi dell’Islam sembrano estranei o addirittura inaccessibili, ciò non è dovuto ad una presunta incomparabilità dell’Islam con l’autentica anima europea o al suo essere “semitica” (3); la causa di ciò, invece, sta nella decadenza e nella degradazione dell’Europa, la quale si è allontanata dalla sua natura originaria e dalla sua essenza più profonda.
E’ soprattutto per questo che molti europei tendono a vedere nell’Islam una religione destinata esclusivamente a popolazioni asiatiche ed africane. Ciò avviene anche perché molto spesso si dimentica che nel corso del Medio Evo (ma anche dopo) la cultura europea si è nutrita alle fonti dell’Islam (pensiamo anche ai rapporti fra i Fedeli d’Amore ed il tassawuf o fra la Cavalleria cristiana e la futuah); ci si dimentica, ad esempio, che la lingua letteraria dell’Italia nacque alla corte di un imperatore, Federico II di Svevia, che secondo taluni studiosi era musulmano; ci si dimentica che il poema di Dante contiene una considerevole quantità di elementi di origine islamica (4); non sempre ci si ricorda che il territorio dell’Islam (dar al Islam) si estese anche in Europa, dal momento che inglobò la Spagna, la parte meridionale della Francia, la Sicilia; e sia pure in maniera temporanea la Sardegna, la Corsica, la città di Bari, e più tardi, con gli Ottomani, arrivò fin sotto le mura di Vienna; o che l’Islam, da quattro o cinque secoli a questa parte, in Europa non è rappresentato da immigrati extraeuropei arrivati di recente, ma da comunità autoctone di lingua bosniaca, macedone, bulgara, albanese, neogreca.
L’europeo che abbraccia l’Islam, dunque, non cessa affatto di essere europeo. Diventando musulmano, egli non diventa né arabo, né turco, né persiano, né altro. Diventando musulmano, l’europeo ridiventa se stesso, recupera la sua identità originaria, perché l’Islam è la sintesi finale e perfetta in cui si compiono e si compongono armonicamente le migliori potenzialità espresse dai popoli europei nel corso della loro esistenza.
Oggi l’Europa ha più che mai bisogno dell’Islam.
Invasa cinquant’anni fa dagli eserciti americani, sottoposta fino ad oggi alla volontà politica d’oltre Atlantico, economicamente dominata dalla grande usura internazionale, costretta ad assimilare i costumi più volgari che siano mai apparsi sulla faccia della terra, incapace di reagire ad ogni moda culturale che provenga dagli Stati Uniti, l’Europa rischia di scomparire come realtà a sé stante, per annegare in quella melma che viene chiamata “civiltà occidentale” e che minaccia l’esistenza di tutti i popoli e di tutte le culture del nostro pianeta.
Si, il tentativo di livellare le culture mediante l’imposizione di un unico modello, quello occidentale, è una minaccia mortale che riguarda tutti i popoli; ed è al tempo stesso una ribellione contro il piano divino. Dice infatti Dio nel Sacro Corano. “O uomini, vi abbiamo creato da un maschio e da una femmina e abbiamo fatto di voi popoli e tribù affinché vi conosceste a vicenda. Presso Dio, il più nobile di voi è colui che più Lo teme. In verità Dio è Sapiente, ben informato” (XLIX, 13). “E fan parte sei Suoi segni, la creazione dei cieli e della terra, la varietà dei vostri idiomi e dei vostri colori. In ciò vi sono segni per coloro che sanno” (XXX, 22).
Sono appunto questi Segni divini, questa varietà di linguaggi e di colori, di tribù e di popoli, questa ricchezza dell’ordine naturale voluto da Dio ad essere minacciati da un progetto che mira ad imporre a tutto il genere umano un unico modello di vita: quello occidentale, garantito dall’egemonia politico-militare americana funzionale al dominio economico della finanza usurocratica.
Europa ed Islam hanno dunque, in comune, il nemico principale. Se gli europei acquisissero la lucida consapevolezza di questo fatto, comincerebbero a guardare l’Islam con occhi diversi. E forse comincerebbero a prendere in considerazione questa ipotesi: che se vuole salvare la propria specificità, se vuole recuperare la propria autonomia, l’Europa deve cercare ispirazione e guida nella parola divina, così come essa si trova custodita in quel Libro di Dio nel quale tra l’altro leggiamo: “In verità Allah non modifica la realtà di un popolo fintanto che esso non muta nel suo intimo” (XIII, II).
E’ a questa rivoluzione interiore che noi chiamiamo gli europei.
Wa ala awla wa la ghowwata illa billah al al-yol-azim
NOTE
(1) Fu così che si poté scorgere in Platone – Sayyduna Iflitun “Imam dei filosofi” – un profeta elargito al mondo greco dalla Misericordia divina, si vide in Plotino uno “shaykh” che aveva insegnato l’unicità divina all’èlite contemporanea o si nominò “wazir” onorario di Alessandria Aristotele; fu così che si identificò Ermete Trismegisto col profeta Idris (il biblico Enoch), Zoroastro con Sayyiduna Ibrahima (il biblico Abraham), il “Dhu ‘l-Qarnayn” coranico (Possessore di due corna) con Alessandro il Macedone senza dimenticare tutti i profeti della tradizione ebraico-cristiana come Mosè, Noè, Gesù e Maria (la pace sia su tutti loro).
(2) Portiamo qui di seguito due brevi esempi: “Il Dio invece è, se necessita dirlo: ed è non nel tempo, in nessun modo, bensì con l’eternità: immota, atemporale, immutabile; di Lui non c’è prima né dopo, né futuro, né passato, né vecchiaia, né giovinezza; anzi, essendo Uno, riempie il ‘sempre’ nel suo ‘adesso’, che è uno; e solo è ciò che realmente è in Lui: ciò che non è nato, non sarà, non cominciò, non cesserà di essere. Bisogna dunque rivolgersi a Lui e salutarlo, quando Lo si adora, in questo modo: “Tu sei”; oppure, per Zeus, dicendo, come alcuni fra gli antichi: “Sei Uno”. Infatti il divino non è pluralità, come ciascuno di noi, che è fatto di diecimila discorsi passioni; cumulo multiforme, orgoglioso miscuglio. L’Essere invece, è necessariamente Uno, così come Uno è necessariamente Essere (…). Quindi sta bene al Dio il primo dei Suoi nomi, nonché il secondo e il terzo. E’ “Apollo”, infatti, perché esclude la pluralità e nega il molteplice; e “Ièios” in quanto Uno ed Unico…” (Plutarco, Sulla E di Delfi, All’insegna del Veltro).
“Zeus, chiunque mai sia, se con questo nome gli è gradito esser chiamato, con questo lo invoco; non ho nulla da mettergli a paragone, ponendo bene tutto ciò che esiste, tranne Zeus, se il vano peso dell’angoscia bisogna realmente gettare via” (Strofe II della parodo, vv. 160-166 Orestea di Eschilo). Il concetto come possiamo notare è questo: “Zeus…non ho nulla da metterGli a confronto, tranne Zeus”. Un concetto questo che può benissimo essere commentato con le stesse parole con cui Titus Burkhardt illustra il significato della shahada: “Secondo questa ‘testimonianza’ Dio è distinto da tutto, e nulla può esserGli a confronto, poiché fra realtà reciprocamente paragonabili vi è comunanza di natura o parità di condizione, mentre la Divinità trascende l’una e l’altra. Ora, l’incomparabilità perfetta esige che nulla possa essere confrontato con l’incomparabile, sotto nessun rapporto; e ciò equivale ad affermare che nessuna cosa esiste di fronte alla Realtà divina, di modo che ogni cosa si annulla in Essa: “Allah era e nulla con Lui; ed Egli è adesso quale Egli era (Hadih qudsi)” (Introduzione alle dottrine esoteriche dell’Islam, Mediterranee).
(3) Antonio Mediano definiva la visione islamica del mondo, una visione essenzialmente “aria” (Islam ed Europa, All’insegna del Veltro), a cui faceva da supporto lo stesso Guenon che sottolineava il carattere “solare” della tradizione islamica evidenziando le analogie per esempio fra il termine arabo con cui ci si riferisce alla vita ed ai detti del Profeta Muhammad (S) (l’Uomo Universale o anche figura “avatarica”), cioè “sunna”, con il nome con cui l’antica lingua dei popoli germanici designava il sole (cfr. ted. “sonne”, ing. “sun”).
(4) Cfr. il voluminoso lavoro “Dante e l’Islam” dell’orientalista spagnolo Palacios.
considerazioni aggiuntive
Posted by Zulfiqar on 7/4/2002, 8 : 56 pm , in reply to "Re: Né Islam, né USA, Europa nazione"
Il nazionalismo, arabo o islamico (?) ha poco o nulla di tradizionale, è anzi stato uno dei mezzi con cui le forze della contro-tradizione hanno prima attaccato l'Europa tradizionale (cosa ne rimanga oggi ce lo chiediamo sinceramente), passando poi al mondo islamico in cui, insieme ad esportare ideologie antitradizionali ed estranee come il marxismo ed il nazionalismo, hanno 'lavorato' per produrre quei movimenti 'islamici' chiamati modernisti o riformatori che tanti danni hanno fatto e purtroppo continuano a fare.
Come già ha un fratello ha replicato, dal punto di vista islamico, "non vi è costrizione nella religione" (Al-Quran). In effetti che valore può avere una fede che non provenga dal cuore e dall'intelletto, ma dall'oppressione o dalla violenza?
RIguardo l'"universalismo", l'errore che si fa è quello di confondere dei piani e progetti di appiattimento o livellamento verso il basso (come quello marxista o del 'nuovo ordine mondiale'), con un'unità del genere umano che va ricercata e perseguita si, ma verso l'alto, verso la Fonte Unica da cui tutto proviene.
E' stato giustamente scritto che "la manifesta aspirazione a fare dell'ordine di valori di cui si è portatori il centro di gravità di un processo di unificazione mondiale, è stata sempre caratteristica costante di ogni forma tradizionale, di ogni religione e, più ampiamente, di ogni movimento di Idee ispirato ai valori della tradizione. E' la 'ordinato ad unum', l'universalità; cioè il progetto di integrazione dei popoli nel quadro di un ordine gerarchico a contenuto etico-spirituale, modellato sui valori dell'Essere e culminante nella dimensione metafisica o Unità Principale. Ciò avviene all'interno di differenziate e organiche forme tradizionali conformi alle vocazioni spirituali e alle conformazioni etiche delle diverse comunità umane.
Il mondialismo, invece, è la 'scimmia' dell'universalità; è la contraffazione antitradizionale delle idealità universali che hanno omogeneamente permeato le costruzioni politiche ed hanno ispirato le vicende storiche delle Civiltà tradizionali. L'universalità è un sistema di gerarchi ontologiche che configurano un ordine piramidale 'ascendente' lungo un asse 'cosmico' verticale, mentre il mondialismo, al contrario, è la materializzazione e la decomposizione internazionalistica in senso 'orizzontale' dell'idea-forma universalistica. E' la 'reductio ad unum', un processo dissolutivo 'discendente', il cui tratto distintivo è il riduzionismo, cioè la degradazione dell'umanità ad una poltiglia indifferenziata, secondo i perversi ritmi scanditi da condizionanti e alienanti dinamiche massificatorie. Punto d'arrivo è la serie degli individui-robot che ripetono demenzialmente uno stesso tipo dalle bestiali caratteristiche di tesaurizzatore, trafficante e consumatore di cose materiali."
Per quanto riguarda i tradizionalisti, citeremo solo alcuni fra questi, quelli più conosciuti, che hanno compreso come la via tradizionale di questo tempo risieda nell'Islam, poichè è la qualità che ci interessa più della quantità: Ivan Aguelii, Leon Champrenaud, Renè Guenon, Frithjof Schuon, Martin Lings, Titus Burkhardt, Pierre Pensoye, Michel Valsan, Charles Andrè Gillis, Louis Caudron, Vasile Lovinescu....(sono forse questi ad aver aperto le porte della Cittadella?)
Abbiamo già risposto nei precedenti due interventi riguardo la conversione "alla religione al Dio del deserto", vogliamo invece soffermarci sulla frase in cui dici "Lo stesso Guenon una volta convertitosi all'Islam andò ad abitare al Cairo", quasi a voler dimostrare che la "Via va vissuta là dove ha preso origine..." come se l'Islam avesse avuto origine in Egitto o in Arabia Saudita, e non, invece, in quella sfera non umana in cui hanno la loro radice tutte le tradizioni conententi un nucleo di verità!
Inoltre, a parte il fatto che come me altri milioni e milioni di europei vivono e praticano l'Islam nella 'propria' terra, ricordiamo che Renè Guenon entrò nell'Islam nel 1912, cioè 18 anni prima della sua partenza verso l'Egitto, diciotto anni nel corso dei quali pubblicò, rimanendo in Europa, una decina di opere che risvegliarono nel nostro secolo l'interesse per le dottrine tradizionali, l'Islam in primis, e durante i quali fu, cosa da pochi conosciuta, molto attivo anche all'interno della comunità islamica francese, adoperandosi attivamente ad esempio per la costruzione della moschea di Parigi.
Quanto al meticciato e simila, ricordiamo che ad esempio in Spagna l'Islam trovò aderenti all'interno dell'aristocrazia visigota e nel contadinato autoctono ibero-romano, e in questo secolo, oltre ai tradizionalisti che sopra abbiamo citato, fra le migliaia di europei che hanno abbracciato l'Islam ne ricordiamo in particolare due che certamente non hanno "perso coscienza delle proprie origini e di quelle dei propri avi": intendiamo parlare di L.F. Clauss e di J. von Leers, esponenti di primo piano degli studi razziali, delle ricerche riguardo la preistoria e la protostoria indoeuropea, della filogia germanica.
Un ultimo appunto sulla 'via Romana degli Dei': la 'tradizione' è la "trasmissione" (da 'tradere', trasmettere) di una somma organica di elementi dottrinali e rituali aventi origine non umana; e trasmissione significa passaggio ininterrotto da maestro a discepolo, da una generazione a quella successiva, sicchè non si può parlare di tradizione a proposito di riti e di insegnamenti che da secoli non vengono più trasmessi attraverso una catena continua. Nè si può parlare di "tradizione" applicando tale termine a un complesso di "valori" o di "ideali", ovvero a un insieme frammentario e insicuro di simboli e riti ricostruibile per via archeologica o libresca, col rischio, nel primo caso, di rimanere nell'astrazione e nell'estetismo, e nel secondo di venire a contatto con lo psichismo infero cui fanno da supporto i residui delle tradizioni da cui lo spirito si è ritirato.
Con amicizia, zulfiqar


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