Abdel Bari Atwan,al-Quds al-'Arabi (Gerusalemme araba–Gb) 31.03.03
Crescono giorno dopo giorno gli indizi della crisi anglo-americana in Iraq e a Doha; le possibilità che il presidente americano George Bush e che il suo alleato, il primo ministro britannico Tony Blair, rimangano al governo, sono diventate di gran lunga minori rispetto a quelle del loro avversario, il presidente iracheno Saddam Husayn.
Il corso delle operazioni militari, infatti, con l’avvicinamento della guerra al compimento della sua seconda settimana, rivela che l’Iraq si sta gradualmente trasformando in un nuovo Vietnam, forse più cruento del primo, e che l’Iraq è diventato un centro di polarizzazione per migliaia di volontari arabi e musulmani che vi accorrono da diverse parti del mondo per partecipare alla resistenza e all’esecuzione di azioni di martirio contro le forze americane. Questo ci ricorda l’esperienza degli Arabi afgani e il ruolo che essi ebbero nella partecipazione alla cacciata delle forze sovietiche dall’Afganistan.
In due giorni abbiamo assistito a due operazioni di martirio: la prima in Iraq, vicino ad al-Najaf, la seconda in Kuwait, quando un kuwaitiano ha fatto irruzione in un alloggiamento di soldati americani con un autocarro, portando al ferimento di venti militari, di cui alcuni in modo grave. Questa azione suicida è accaduta in modo analogo ad un’altra operazione, compiuta due anni fa dall’eroe Abu `Alba che fece irruzione col suo bus in una delle stazioni di raccolta dei soldati israeliani nella regione di `Ashqalon, nel sud della Palestina, e uccise dieci soldati, ferendone altri venti.
Non capiamo l’errore di valutazione degli Americani riguardo al nazionalismo iracheno, errore che ha spinto molti dei responsabili dei piani dell’attacco a sminuire le possibilità di una resistenza e a prevedere una resa irachena di massa e una danza nelle strade ad accogliere le forze d’assalto. Il nazionalismo americano ha raggiunto il suo culmine in reazione al crollo delle torri gemelle del World Trade Center e abbiamo visto il presidente Bush sfruttare questo nazionalismo per aggredire il mondo intero, dichiarando guerra al terrorismo in Afganistan e in Iraq. Ci stupiamo di questo disconoscimento americano del nazionalismo iracheno e del ridimensionamento della sua questione. Come potrebbero gli Iracheni essere meno nazionalisti quando vedono la capitale del loro paese bersagliata da bombe giganti, e nuvole di fumo far breccia e salire a causa di questi bombardamenti? Così come vedono negli schermi delle tv bambini con le viscere a brandelli e la testa fracassata, a causa di queste bombe.
E ci meravigliamo della discussione che si leva tra i falchi dell’amministrazione americana circa i piani militari seguiti e del loro addossare la responsabilità del fallimento alle operazioni militari. L’errore non sta infatti in questi piani, ma nella mirabile tenacia iraqena nella difesa di Bassora, al-Najaf la Nobilissima, Nasiriyya e al-Faw. Si tratta della tenacia che ha messo sotto sopra gli equilibri, e che ha trasformato i falchi in corvi che si scambiano reciproche accuse e cercano una scusa per giustificare il loro fallimento e l’errore delle loro valutazione della questione.
Il ministro della Difesa americano, Donald Rumsfeld, che si cita come esempio di presunzione e vanagloria, nonché di disprezzo per gli Arabi e i Musulmani, è diventato pallido in volto, dai nervi tesi in conferenza stampa; scaglia rimproveri sugli altri ed evita in modo vergognoso di dare conferme sulla facilità di questa guerra e sulla rapidità della sua soluzione.
Le città non cadono se non quando hanno deciso di consegnarsi e di issare le bandiere bianche; ma quando hanno optato per la resistenza e la tenacia non c’è forza al mondo che le possa conquistare e occupare. Bagdad è fermamente decisa ad addentrarsi nella battaglia della dignità e dell’onore con coraggio inimitabile. Si è ben preparata ad affrontare l’attacco e per questo non cadrà. E da Bagdad si irradierà l’azione del mutamento nella regione e in tutto il mondo.
Quanto al nuovo ordine mondiale che gli Stati Uniti tentarono di costruire dal crollo dell’impero sovietico e dal trionfo nelle prime due guerre del Golfo, ebbene questo ordine è caduto in modo orribile il primo giorno in cui il presidente Bush ha deciso di attaccare l’Iraq senza una risoluzione internazionale, perché le basi di questo ordine si basano sull’avidità e la presunzione, sull’umiliazione e l’impiego di tutto il mondo al servizio del Sionismo mondiale e dei suoi crimini sanguinari nei Territori occupati palestinesi.
L’amministrazione americana, quando tornerà al Consiglio internazionale di sicurezza per rinnovare l’accordo Oil for Food, riconoscerà il fallimento del suo attacco all’Iraq e rivelerà il suo interesse a crearsi uno sbocco che ne salvi la reputazione.
Robin Cook, ex ministro degli Esteri inglese che ha proclamato la sua protesta contro questa guerra, è stato coraggioso e ancor di più lo è stato quando ha chiesto a Blair di ritirare in fretta le truppe britanniche per limitare le perdite prima che queste salissero in quantità analoghe a quanto avvenuto finora. Blair non ascolterà questo consiglio, esattamente come quando il presidente americano Lindon Johnson rifiutò di ascoltare i consigli di chi chiedeva di fermare la guerra in Vietnam al più presto per proteggere le anime dei soldati americani; ma Johnson continuò la guerra e i sanguinosi bombardamenti a tappeto sui villaggi vietnamiti.
I gruppi di martiri iracheni, arabi e musulmani che accorrono a Bagdad spingeranno Bush e Blair a rivedere bene i loro calcoli e faranno loro sentire la morsa del pentimento per gli errori omicidi da essi compiuti nel dare ascolto ai consigli di alcuni mercenari tra i consiglieri, gli oppositori politici e gli informatori iracheni che hanno detto loro che il crollo in Iraq sarà completo col semplice lancio del primo missile su Bagdad.
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