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  1. #1
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    Predefinito L'Islam e la Democrazia Liberale

    da www.avvenire.it

    " CULTURA E RELIGIONI


    Democrazia, difficile parlare arabo

    Al mea culpa della stampa egiziana rispondono lo scrittore Tawfik,il giornalista Adly e il sociologo Fouad Allam: «C'è uno scontro tra corsa alla modernità e la resistenza dei fondamentalisti»

    Di Chiara Zappa

    «Questa crisi travolgente non è fabbricata dagli Stati Uniti o dall'Occidente, ma nasce dalla stessa nostra situazione interna. La nostra crisi di sistema nasce dall'incapacità di creare un'economia solida ed un sistema politico aperto, dalla mancanza delle libertà fondamentali, e dall'assenza del rispetto dei diritti umani». A parlare è l'autorevole intellettuale egiziano Salheddin Hafez, che in un editoriale sul quotidiano governativo Al-Ahram mette sotto accusa i Paesi arabi, sostenendo che la loro scarsa autorevolezza sulla scena internazionale - anche in occasione dello scoppio del conflitto iracheno - è da imputarsi in primo luogo a delle colpe interne. «Chiaro - scrive Hafez, voce critica per due volte messa a tacere nel corso della sua carriera attraverso licenziamenti per motivi politici - che noi arabi non siamo capaci di fermare la macchina di guerra statunitense e non possiamo neanche sostenerla pubblicamente. Le ragioni sono tante, ma la principale è la debolezz a delle società arabe». E qui l'analisi non risparmia una provocazione: «Come si può far rispettare la nostra politica estera se noi dipendiamo dagli aiuti esteri? Come possiamo far giungere alta la nostra voce se non abbiamo una legittimità popolare?».
    Secondo Younis Tawfik, esule iracheno, autore del saggio L'Iraq di Saddam (Bompiani) «Hafez ha ragione, nessun Paese arabo è democratico fino in fondo: ci sono presidenti della Repubblica che rimangono in carica per venti, trent'anni, e poi il potere si trasmette praticamente per linea ereditaria. Esistono minime valvole di sfogo in presunti parlamenti eletti dal popolo, ma che in realtà si formano seguendo giochi di potere e corruzione. È chiaro che non si può fare un paragone con l'Europa secondo il metro storico occidentale: le nostre società hanno avuto un'evoluzione diversa, caratterizzata da lunghi periodi di decadenza e oggi siamo in forte ritardo rispetto all'Europa». Il problema, per Tawfik, prima anco ra della forma democratica degli Stati, riguarda le dinamiche sociali interne a molti Paesi: «C'è un terremoto che sta sconvolgendo il mondo arabo, causato dallo scontro interno tra la corsa forsennata alla modernità e, dall'altra parte, la forte resistenza opposta dalle correnti fondamentaliste. L'opinione pubblica non è matura, viene strumentalizzata: dalla nascita dello Stato di Israele l'attenzione della gente è sempre stata proiettata all'esterno e tutte le risorse dei Paesi venivano impiegate in armamenti, che in realtà servivano per il controllo interno e la difesa dei confini».
    La mancanza di peso diplomatico dei Paesi arabi a livello internazionale - dimostrata ancora una volta dai recenti, fallimentari, vertici della Lega Araba - dipende anche dal fatto che alle dinamiche politiche si legano quelle economiche. «In primo luogo - spiega Farid Adly, giornalista libico direttore dell'agenzia di stampa AnbaMed - molti Paesi dell'area che mancano di legittimità democr atica reggono politicamente grazie al sostegno americano: Stati come Emirati Arabi, Oman, Arabia Saudita, senza l'appoggio degli Usa probabilmente in questi anni avrebbero dovuto fronteggiare diversi colpi di Stato. Come potrebbero oggi voltare le spalle ai loro sostenitori?». E ci sono esempi ancora più lampanti: «Poco prima di questa guerra Egitto e Giordania hanno ricevuto dagli Stati Uniti, direttamente o indirettamente, aiuti economici che ammontano, rispettivamente, a 2,8 e circa un miliardo di dollari. È chiaro che i loro governi, pur dichiarandosi ufficialmente contrari al conflitto e vicini al popolo iracheno, sono fortemente in difficoltà a far seguire i fatti alle parole».
    Mancanza di legittimità popolare, sviluppo economico monco. Ma per il sociologo algerino Khaled Fouad Allam, editorialista della Stampa e autore del saggio L'Islam globale (Rizzoli) «nella crisi attuale l'Occidente ha le sue responsabilità, in primo luogo la mancanza di una prospettiva politica rivolta all'intero Medio Oriente da parte degli Stati Uniti ma anche dell'Europa. In questi anni l'Unione europea ha rivolto tutta la sua attenzione ai Paesi dell'Est e ha praticamente ignorato quelli del Sud del Mediterraneo, commettendo un grave errore tattico». E oggi si tenta di metterci una toppa con la forza. Nel suo editoriale, Hafez scriveva che «le riforme interne vanno attuate con il consenso della gente prima dell'imposizione con la forza dall'esterno». Ma siamo ancora in tempo? «L'attuabilità delle riforme - spiega Fouad Allam - dipende sempre dalla volontà dei Paesi ad aprirsi al nuovo, ma in Occidente c'è la tendenza a confondere democrazia e stile di vita, che invece è funzionale alle culture locali. In questo delicatissimo momento storico, con un conflitto che sta creando una ferita enorme nella memoria collettiva araba e nella sua stessa rappresentazione dell'Occidente, dimenticare questo rispetto per le culture locali sarebbe un errore imperdonabi le».
    "

    Shalom!!!

  2. #2
    SENATORE di POL
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    da www.giornale.it

    " L’Iraq è stato liberato

    Il regime di Saddam Hussein è di fatto finito. L’Iraq è stato liberato dalle truppe dell’alleanza internazionale guidata da Usa e Gran Bretagna. Per le vie di Bagdad la gente festeggia. Vengono bruciati o fatti a pezzi i ritratti del dittatore. L’immagine più eloquente di quel che sta accadendo è l’abbattimento, in diretta televisiva mondiale, della grande statua dell’ex dittatore iracheno in piazza del Paradiso nel cuore di Bagdad.
    E’ insomma esploso quell'entusiasmo popolare che l'esercito Usa si aspettava fin dall'inizio della missione, ma che ora potrebbero essere prematuri. All'entusiasmo popolare tra l'altro si accompagnano episodi crescenti di saccheggi. Non vi sono più forze di sicurezza in grado di impedirlo ed è quindi incominciata la corsa di chi non possedeva niente ad accaparrarsi tutto il possibile, nei negozi, nei magazzini, negli uffici.
    Dalla Casa Bianca arrivano segnali di soddisfazione, ma anche inviti alla prudenza: Saddam controlla ancora una parte dell'Iraq.
    Il presidente Bush "è felice" per quanto sta avvenendo nelle vie della capitale irachena, fanno sapere funzionari dell'amministrazione, ma ne prende spunto "per ricordare al popolo americano che siamo ancora dentro una missione militare e che vi sono delle vite in gioco".
    Il vicepresidente americano Dick Cheeney dichiara: "Il regime è al collasso, ma la guerra non è finita. C'è ancora molto da fare". Cheney ha puntualizzato che la presa di Bagdad non significa la fine della guerra. "Non posso prevedere con certezza quanto velocemente finirà questo conflitto, avvertirò tutti che c'è ancora molto da fare. Ci attendono altre battaglie e altri pericoli"
    Quanto a Saddam Hussein è mistero sulla sua sorte. A Washington non si sa ancora se sia vivo o morto, tuttavia, commentando la voce di una fuga del raìs verso la Siria, le fonti hanno commentato: "Questo è impossibile".

    9 Apr 2003
    "

    Shalom!!!

  3. #3
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    okkei, la prossima volta toccherà ai ritratti di george w...

    Sharon !!!

 

 

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