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    agitatore elettronico
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    Predefinito Importante: sull'impasse politica dell'antimperialismo

    Un articolo del febbraio scorso, sul giornale "Aginform", coglie molto bene i pericoli della scarsa continuità tra azione di protesta "etica" -sempre rispettabile- e progetto politico.
    Mi sembra che l'intervento sia molto lucido, e dovrebbe esser meditato dai più...

    da www.pasti.org

    Contro la guerra:
    rafforzare politicamente il movimento
    e definire gli obiettivi di lotta


    Crediamo che ci sia una legittima soddisfazione in tutti noi per il fatto che il ripudio della guerra sta diventando un fattore di massa che ha raggiunto settori vasti della popolazione italiana. I soliti sondaggisti danno i fautori della guerra in netta minoranza, al punto che anche l’amerikano Berlusconi si dà da fare per dimostrare, nonostante i precisi impegni presi con Bush, che opera per la pace. Il fatto che ci sia in Italia una grande maggioranza di persone che è sinceramente contro la guerra rappresenta un dato importante su cui far leva per combattere i progetti americani di aggressione. Ma dentro questo dato oggettivo occorre saper individuare i passaggi che siano in grado, allo stesso tempo di rafforzare l’avversione alla guerra e di affrontare lo scontro riportando risultati concreti.
    Partiamo dalla prima questione, il rafforzamento politico del movimento contro la guerra. La questione non è di poco conto, dal momento che i guerrafondai di casa nostra, consapevoli della posta in gioco, lavorano a pieno ritmo per ottenere almeno il risultato di neutralizzare gli oppositori alla guerra, disinnescando i contraccolpi del loro agire criminale. Da questo punto di vista occorre far fronte ad un pensiero pacifista ‘debole’ che aiuta l’avversario a disorientare il movimento di opposizione alla guerra.

    Non si tratta, in questo caso, della posizione ‘ulivista’, quella aberrante secondo cui la guerra con l’ONU sarebbe accettabile, come se questo superasse di botto il discorso della guerra preventiva e dell’art.11 della Costituzione italiana. Ovviamente anche su questo fronte c’è da combattere. L’ipocrisia ‘ulivista’ della guerra perbene patrocinata dall’ONU è di fatto l’accettazione di tutte le motivazioni che stanno alla base della volontà di guerra contro l’Iraq. Se l’ONU decidesse di fare la guerra contro l’Iraq vorrebbe dire semplicemente che si considera questo paese più pericoloso e più aggressivo di altri, mentre sappiamo bene che gli americani e i loro alleati sionisti vogliono la distruzione dell’Iraq per motivi economici, il petrolio, e geopolitici, compresa la possibilità per gli israeliani di completare il genocidio contro i palestinesi.

    Però, il pensiero ‘debole’ a cui ci riferiamo è quello più interno ai veri oppositori alla guerra, quelli che sostengono la pace senza se e senza ma. Il rischio che si corre è che il rifiuto della guerra diventi una questione etica, più che politica, e faccia apparire la posizione dei pacifisti una questione da obiettori di coscienza. Chi ha seguito i dibattiti pubblici, sapientemente orchestrati dai mass media, ha potuto constatare che il motivo centrale con cui i fautori della guerra cercano di far breccia sulle coscienze è che al mondo esistono dittatori che opprimono il loro popolo e che vanno liquidati, possessori di armi di sterminio di massa che vanno disarmati e terroristi che minacciano l’umanità. Se non si lavora per demolire questa ragnatela di luoghi comuni che rendono vischioso il terreno di scontro tra fautori della guerra e sostenitori della pace, non si riuscirà a consolidare ed estendere il movimento e evitarne la neutralizzazione. Già in passato le mistificazioni di ‘sinistra’, in particolare sull’ex Jugoslavia, hanno lasciato il segno e indebolito il movimento, accreditando l’ipotesi che Mhilosevic avesse contribuito a scatenare la guerra nei Balcani, rovesciando completamente il rapporto causa-effetti.

    Nel caso specifico della odierna situazione, la battaglia ‘interpretativa’ sulle ragioni del conflitto ha bisogno di essere accompagnata da tre elementi che devono diventare coscienza di massa.

    Il primo riguarda la questione dei ‘dittatori’. Putroppo esiste, nei paesi occidentali imperialisti la convinzione diffusa che in essi si vive democraticamente, mentra nei paesi aggrediti c’è una repressione diffusa. Quindi la guerra, seppure deprecabile, ottiene il risultato di eliminare una dittatura. Inutile ricordare che il colonialismo, e le guerre coloniali che lo hanno imposto, è stato sempre presentato come uno scontro tra civiltà e barbarie. Oggi non è possibile parlare di barbari, anche se l’Islam viene in qualche modo associato a questo concetto, allora si parla di democrazia. Pensiero debole, in questo caso, significa accettare o subire l’idea che occorre bombardare un paese governato diversamente dalle ‘democrazie’ occidentali. Noi non siamo solo contro la guerra preventiva, bensì siamo contro l’intervento armato contro governi che hanno differenti regimi politici, fermo restando che le popolazioni che li subiscono hanno il diritto legittimo di rovesciarli. La guerra preventiva contro i ‘dittatori’ è puro imperialismo.

    Una seconda questione che rende debole il pensiero pacifista è la mistificazione del pericolo delle armi di distruzione di massa. Chi detiene veramente le armi di distruzione di massa e nel caso degli USA le ha anche usate in Giappone, oggi conduce la campagna contro i pericoli che il genere umano correrebbe ad opera degli stati cosiddetti canaglia. Come fa a reggere una menzogna di questo tipo? Perchè non si parla di chi veramente mantiene il mondo sotto il ricatto atomico e si prepara con lo scudo spaziale? Infine, la questione del terrorismo. Qual’è oggi il modello mondiale su cui si muove l’azione terroristica? Chi sono gli animatori del terrorismo e come lo utilizzano? Bisogna avere il coraggio di affermare che l’unico vero terrorismo che esiste è quello gestito dalla CIA, dai servizi israeliani e da quelli ad essi collegati. Come si è visto, anche la vicenda dell’11 settembre può essere ricondotta, direttamente o indirettamente, a questa mostruosa dinamica. Dunque, essere nel movimento, rafforzarne l’unità significa anche riuscire a sviluppare quei contenuti che possono fornirne le basi del rafforzamento. Altrimenti, come in gran parte avviene oggi, l’avversario può far breccia nelle stesse file di chi rifiuta la guerra.

    Dibattito e chiarezza si impongono anche nella dinamica dello scontro. A questo proposito non ci stancheremo mai di ripetere quello che abbiamo potuto constatare nelle precedenti guerre contro l’Iraq, l’Afghanistan, la Jugoslavia. Il movimento, arrivato ad un certo punto, si avvita su se stesso e rimane come paralizzato dagli eventi. Consapevoli che la sola testimonianza non basta a bloccare gli eventi, coloro che si oppongono alla guerra vengono presi da un senso di frustrazione e spinti a una sorta di fatalismo.

    Anche questo è sintomo di un permanere di debolezza politica che ritarda la consapevolezza del ruolo concreto da svolgere. A questo proposito occorre ricordare che in Italia abbiamo un governo di guerra, che le basi militari vengono utilizzate per la guerra, che i militari italiani sono in guerra in diverse parti del mondo. Su questa concretezza di riferimenti occorre pensare rapidamente alle risposte possibili per unire i contenuti agli obiettivi.

  2. #2
    agitatore elettronico
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    Predefinito Un'intervista recente a D. Losurdo

    Il 'che fare?' dei comunisti contro la guerra
    Intervista a Domenico Losurdo
    Nel tuo articolo su "L’Ernesto", per il centesimo anniversario del Che fare?, richiami l’attenzione su un’importante lezione di Lenin: un progetto autenticamente rivoluzionario presuppone la comprensione e la capacità di utilizzazione di ogni contraddizione e persino di ogni "incrinatura" nel campo nemico. E’ un’indicazione ancora oggi attuale?

    Ancor prima di Lenin, è già Marx a farsi beffe della visione del mondo che vorrebbe contrapporre la "classe operaia" ad un’unica e indifferenziata "massa reazionaria". Sembrerebbe una visione del mondo assai radicale: i suoi sostenitori si atteggiano a rivoluzionari inflessibili che combattono con lo stesso rigore ogni frazione e ogni settore delle classi sfruttatrici. In realtà - fa notare la Critica del programma di Gotha -, questa notte in cui tutte le vacche sono nere consente a Lassalle e ai suoi seguaci di praticare e giustificare patteggiamenti coi settori più reazionari delle classi sfruttatrici, e cioè coi ceti feudali e con l’assolutismo monarchico. Ai giorni nostri Hardt e Negri contrappongono la "moltitudine" ad un Impero planetario unificato. E, di nuovo, la notte in cui tutte le vacche sono nere consente operazioni che più difficilmente potrebbero essere compiute alla luce del giorno. In teoria, la "moltitudine" è chiamata a rovesciare l’"Impero" nel suo complesso; in realtà, il bersaglio principale della polemica di Hardt e Negri sono "gli ultimi sciovinisti della nazionalità", e cioè coloro che si ostinano a difendere la sovranità nazionale contro la pretesa di interventismo universale di Washington. Non a caso, a suo tempo, Hardt ha giustificato la guerra contro la Jugoslavia: "Dobbiamo riconoscere che questa non è un’azione dell’imperialismo americano. E’ in effetti un’operazione internazionale (o, per la verità, sovranazionale). Ed i suoi obiettivi non sono guidati dai limitati interessi nazionali degli Stati Uniti: essa è effettivamente finalizzata a tutelare i diritti umani (o, per la verità, la vita umana)" ("Il manifesto" del 15 maggio 1999). Indipendentemente peraltro da questa o quella presa di posizione, Impero è una chiara apologia degli USA.

    Fra le tante critiche che sono state rivolte a Hardt e Negri, questa è la critica o meglio l’accusa più pesante. E’ realmente giustificata?

    Ai giorni nostri, autorevoli studiosi statunitensi di orientamento liberal descrivono la storia del loro paese come la storia di una Herrenvolk democracy, cioè di una democrazia che vale solo per il "popolo dei signori" (per usare il linguaggio caro poi a Hitler) e che, per un altro verso, non esita a schiavizzare i neri e a cancellare i pellerossa dalla faccia della terra. Hardt e Negri, invece, parlano sempre in tono compunto di una "democrazia americana" che rompe con la visione "trascendente" del potere, propria della tradizione europea. Né l’apologia si ferma qui. Prendiamo una figura centrale della storia dell’imperialismo americano, e cioè Wilson. Nel momento in cui egli inizia la sua carriera politica il Sud, da cui proviene, vede lo scatenarsi delle squadracce del Ku Klux Klan contro i neri: i linciaggi, spesso dopo torture prolungate e feroci, diventano uno spettacolo di massa, che è preannunciato sui giornali locali e al quale assistono anche donne e bambini. Ma il futuro presidente degli USA prende la parola, con un articolo dell’Atlantic Monthly del gennaio 1901, per pronunciare una requisitoria contro le vittime: i neri, anzi i "negri" - come sprezzantemente vengono chiamati - sono "eccitati da una libertà che non comprendono", sono "insolenti e aggressivi, sfaticati e avidi di piaceri"! A questa piattaforma ideologica e politica Wilson rimarrà sempre fedele. Divenuto presidente, mentre intensifica gli interventi militari in America Latina, dopo essersi fatto eleggere promettendo che avrebbe impedito il coinvolgimento del popolo americano nel massacro in atto in Europa, interviene nella prima guerra mondiale in nome della missione democratica universale degli Stati Uniti e stronca con pugno di ferro ogni tentativo di propaganda pacifista. Così esaltata è l’idea di missione e di primato degli USA, che la guerra da essi condotta si configura letteralmente come una "crociata", come una "guerra santa": a questo punto, i dissidenti interni, oltre che traditori, risultano essere degli infedeli o uno strumento di Satana. Ma ora leggiamo Hardt e Negri: a caratterizzare Wilson è "un’ideologia pacifista internazionalista", ben lontana dall’"ideologia imperialista di marca europea"! Da sempre gli ideologi della missione planetaria e unica degli Stati Uniti insistono sul primato morale e politico degli americani, sull’eccezione ovvero sull’"eccezionalismo" rappresentato da un paese, che è l’unica isola di libertà in uno sconfinato oceano di dispotismo: questo è il punto di vista anche di Hardt e Negri.

    Ma, allora, come spiegare il successo del loro libro a sinistra?

    Per la verità, il loro successo è stato in primo luogo consacrato da giornali quali The New York Times e Time. Per quanto riguarda la sinistra, si può fare una riflessione: negli ultimissimi anni, in Italia, i libri che hanno suscitato maggior attenzione e entusiasmo sono Oltre il Novecento (di Marco Revelli) e, ora, Impero. I due libri si completano a vicenda: il primo liquida la storia iniziata con la conquista del potere da parte dei bolscevichi come una storia criminale; il secondo celebra la storia degli Stati Uniti come storia della libertà. Lo dico senza gridare allo scandalo: dopo la sconfitta strategica da essi subita, i comunisti devono percorrere una strada lunga e tortuosa prima di potersi scrollare di dosso la subalternità rispetto all’ideologia dominante. Se trova la sua espressione più compiuta nel libro di Hardt e Negri, la teoria dell’unica "massa reazionaria" fa sentire la sua infausta presenza ben al di là della cerchia dei loro amici e dei loro fedeli. Anche tra le file di coloro che realmente si richiamano al marxismo e al leninismo, la lotta contro l’imperialismo perde la sua efficacia a causa di una diffusa visione che vede moltiplicarsi le potenze imperialiste, messe tutte sullo stesso piano. Si assiste così ad una banalizzazione che confonde la categoria di imperialismo con la categoria di grande potenza.

    Quali distinzioni bisognerebbe operare?

    In primo luogo, è necessario non perdere di vista il ruolo peculiare della Cina, e non solo per il fatto che essa è diretta da un Partito Comunista: chi non è frastornato dal bombardamento multimediale dell’ideologia dominante non dovrebbe avere difficoltà a comprendere che si tratta di un paese impegnato ad uscire definitivamente dal sottosviluppo e a difendere l’indipendenza nazionale e l’integrità territoriale. L’imperialismo americano non ha rinunciato ai suoi progetti di smembramento della Cina. Ma le speranze di poter conseguire tale obiettivo mediante una sovversione dall’interno, che pure sembravano assai prossime alla realizzazione nel 1989, ora sono diventate decisamente più fragili. Ed ecco che gli Stati Uniti intensificano il loro espansionismo militare, cercando di completare l’accerchiamento. Il grande paese asiatico però risponde dando ulteriore impulso al suo sviluppo economico e tecnologico e rafforzando i suoi rapporti, grazie anche a tale sviluppo, coi paesi ad esempio del Sud-Est asiatico, che pure sono chiamati, nel progetto strategico di Washington, a isolare e "contenere" la Cina. Tutto ciò può sembrare banale e prosaico a quanti sono capaci di entusiasmarsi per una lotta di emancipazione, solo quando essa è perdente o condotta in condizioni disperate. Ma a coloro che hanno un minimo di memoria storica non può sfuggire un elemento fondamentale: l’odierna politica dei comunisti cinesi ha alle spalle l’esperienza storica della lotta delle zone rosse per consolidarsi sul piano economico e politico e rompere l’accerchiamento imposto dalla reazione interna e dall’imperialismo giapponese. Ma lasciamo pure da parte la Cina, i paesi che si richiamano al socialismo e il Terzo Mondo nel suo complesso. Dobbiamo considerare come un’unità indifferenziata l’Occidente, il mondo capitalistico in quanto tale?

    La superpotenza americana non può essere messa sullo stesso piano neppure delle altre grandi potenze capitalistiche. Diamo uno sguardo alle modalità con cui oggi si svolge la corsa al riarmo: nel 2003 gli Stati Uniti spenderanno da soli più dei 15-20 paesi inseguitori messi assieme. Incolmabile sembrerebbe essere il vantaggio di cui dispongono gli aspiranti padroni del mondo, i quali, tuttavia, continuano ad accelerare: solo per il settore della Ricerca e dello Sviluppo militare Washington destina risorse finanziarie superiori ai bilanci militari complessivi della Germania e della Gran Bretagna messi assieme. Per quanto riguarda la NATO, la situazione prima dell’ultimo allargamento era la seguente: gli USA spendono per la Difesa quasi il doppio dell’insieme degli altri membri dell’Alleanza. L’odierna situazione internazionale è in primo luogo caratterizzata dall’ambizione di una superpotenza di costruire un impero di dimensioni planetarie. Se tale ambizione incontra il suo principale ostacolo nel rapido sviluppo di un grande paese asiatico per di più diretto da un Partito Comunista, essa suscita diffidenza, preoccupazione e allarme anche nei paesi capitalistici. Ignorare questo dato di fatto significare fuorviare e condurre in un vicolo cieco la mobilitazione e la lotta antimperialista.

    L’Unione Europea è però una risposta rilevante alla sfida americana.

    Certamente. Epperò, si commette un grave errore quando, a partire dal tendenziale mutamento dei rapporti di forza sul piano economico tra Unione Europea e Stati Uniti, si afferma che un processo analogo è all’orizzonte anche sul piano militare. In realtà, è privo di senso un confronto tra due grandezze così eterogenee: l’Unione Europea non è uno Stato! Da che parte si schiererebbe l’Inghilterra nella fantomatica ipotesi di un conflitto tra le due rive dell’Atlantico? E da che parte si schiererebbe l’Italia di Berlusconi? E riuscirebbe a sopravvivere l’odierno, malfermo, asse franco-tedesco all’eventuale ritorno al potere in Germania dei democristiani e in Francia di un partito socialista dai forti legami con Israele? In questo come in altri casi l’economicismo si rivela fuorviante. Ai dati già riportati precedentemente ne aggiungo un altro che desumo da un autorevole storico statunitense (Paul Kennedy): "Tutte le altre Marine del mondo messe insieme non potrebbero minimamente intaccare la supremazia militare americana". E non si dimentichi che lo strapotere navale, sommato al controllo delle aree più ricche di petrolio e di gas naturale, dà agli USA la possibilità di tagliare le vie di rifornimento energetico ai potenziali nemici. Ciò costituisce un motivo di ulteriore debolezza per i paesi europei e, in misura ancora maggiore, per il Giappone. Una conclusione s’impone: gli Stati Uniti sono in grado di stritolare anche i loro "alleati" e, in caso di necessità, non esiteranno a farlo. Ancora una volta, è da questo dato di fondo che i comunisti devono prendere le mosse se vogliono analizzare e contrastare adeguatamente l’imperialismo.

    Sì, torniamo al punto di partenza. In che modo è possibile oggi attualizzare l’insegnamento di Lenin, secondo cui si è rivoluzionari nella misura in cui si è capaci di individuare e utilizzare le contraddizioni e le incrinature esistenti nel campo nemico?

    Oltre che da Lenin (e da Marx), dobbiamo saper imparare dalla storia del movimento comunista nel suo complesso. A suo tempo, esso ha pagato a caro prezzo il ritardo con cui ha imparato a distinguere tra nazifascismo da un lato e normali regimi borghesi dall’altro. Nel suo memorabile rapporto al VII Congresso dell’Internazionale Comunista, Dimitrov definisce il fascismo come "la dittatura terroristica aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario", come "lo sciovinismo e la guerra di conquista più sfrenati". Più sfrenato che mai, lo sciovinismo di Washington ha oggi di mira il mondo intero, come risulta immediatamente non solo sul piano diplomatico-militare (l’invio di truppe e l’installazione di basi militari in tutto il mondo), ma anche sul piano ideologico. Diamo la parola a Clinton: l’America "deve continuare a guidare il mondo"; "la nostra missione è senza tempo". E ora ascoltiamo Bush jr.: "La nostra nazione è eletta da Dio e ha il mandato della storia per essere un modello per il mondo". Nell’analisi di Dimitrov, oltre lo sciovinismo a caratterizzare il fascismo è anche "la dittatura terroristica aperta". Mentre sul piano interno scatenano la caccia all’arabo e all’islamico, gli Stati Uniti, imitando Israele, non esitano a condannare a morte senza processo, ogni individuo sospettato di "terrorismo" e, in realtà, di resistenza al reale terrorismo di Stato statunitense e israeliano. Lo squadrismo nazifascista dei giorni nostri imperversa non coi manganelli, i pugnali e le pistole, ma in modo più micidiale e più vile, lanciando missili da aerei e da elicotteri, senza curarsi troppo delle vittime "collaterali". Soprattutto, gli Stati Uniti si riservano il diritto di colpire col loro mostruoso potenziale militare ogni paese ribelle e di assassinare o "processare" i loro dirigenti politici; non esitano neppure ad agitare la minaccia del primo colpo nucleare. "La dittatura terroristica aperta" ha ormai assunto dimensioni planetarie. Naturalmente, non bisogna dimenticare che la storia non è mai la ripetizione dell’identico; ma se c’è qualcosa che oggi rassomiglia al nazifascismo, questo è l’asse che unisce Bush e Sharon: nel governo e nello schieramento del primo ministro israeliano non mancano coloro che professano un esplicito e odioso razzismo antiarabo e che esigono la deportazione dei palestinesi. E’ questo asse che bisogna in primo luogo isolare e denunciare.

    Ma quale atteggiamento, allora, i comunisti, devono assumere nei confronti dei governi borghesi europei?

    Non c’è dubbio che non possiamo rinunciare alla critica, alla denuncia e alla lotta nei confronti dell’ideologia e del potere dominanti. Ma, ancora una volta, dobbiamo sapere distinguere. Berlusconi e Prodi sono equipollenti? I dirigenti e il popolo palestinese certamente non sottoscriverebbero questa assimilazione. In Germania, abbiamo da un lato Stoiber che punta il dito contro Schroeder, colpevole di non appiattirsi completamente sulla politica di provocazione e di guerra di Washington; dall’altro abbiamo non solo Schroeder, ma, soprattutto l’ex-cancelliere Schmidt che condanna come "unilateralista" e "imperialista" la politica statunitense. Qual è lo schieramento più pericoloso e più succube nei confronti dell’asse imperialista di Bush e Sharon? A suo tempo, al momento dello scoppio della guerra fredda, Stalin ha chiamato i partiti comunisti dell’Europa occidentale a "risollevare" la "bandiera dell’indipendenza nazionale e della sovranità nazionale [...] gettata a mare" dai governanti borghesi. Questi, cioè, venivano soprattutto criticati non già in quanto imperialisti in prima persona ma in quanto succubi dell’imperialismo americano. Ai giorni nostri, appoggiando la guerra contro l’Irak, i governanti europei possono sì sperare di partecipare alla spartizione del ricco bottino petrolifero di quel paese. Per un altro verso, però, rafforzando il controllo militare statunitense sulle risorse energetiche da cui dipende l’economia dell’Europa, finiscono con lo stringere ulteriormente il cappio che Washington ha già predisposto al collo dei suoi "alleati" europei e giapponesi. Di ciò non si preoccupa un personaggio come Berlusconi, la cui massima aspirazione è di diventare un Quisling coccolato e protetto dalla superpotenza americana; ma di ciò chiaramente si preoccupano statisti come Schmidt. Disagio e allarme per la guerra infinita che si profila all’orizzonte esprime anche la Chiesa cattolica, e non solo per ragioni religiose e ideologiche, della cui sincerità, peraltro, non c’è motivo per dubitare. C’è un’ulteriore motivazione. La politica di provocazione e di guerra degli Stati Uniti e di Israele non può non provocare nel Medio Oriente e nel Terzo Mondo una gigantesca contro-ondata islamica e antioccidentale, dalla quale i cattolici rischiano di essere travolti. Si diffonde la coscienza della gravità dell’odierna situazione internazionale: mentre devono preoccuparsi di mantenere una rigorosa autonomia ad ogni livello, i comunisti devono saper costruire un fronte anti-imperialista il più ampio possibile. Se i teorici dell’unica e indifferenziata "massa reazionaria" finiscono inconsapevolmente al rimorchio della superpotenza che oggi incarna il più sfrenato sciovinismo e il più brutale terrorismo di Stato, i comunisti, enunciando con chiarezza e alla luce del sole le distinzioni che s’impongono, devono impegnarsi in primo luogo per smascherare e contrastare il nemico principale.

    Domenico Losurdo

 

 

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