Dal sito www.ilnuovo.it
Stelle e strisce per la tv su quel Saddam di bronzo
di Paolo Pagani
* La statua non è più arma d'istruzione di massa
* Cade: prevedibile simbolo di un'epoca chiusa
* Quanta scontata emozione in diretta tv planetaria
* E che astuzia la bandiera Usa messa e poi tolta...
Ma chiamassero l’Aci. Il tentativo di abbattere la statua del rais nel centro di Baghdad ha occupato ore e ore di diretta tv planetaria. Un evento mediatico più emblematico e potente, sull’immaginario del mondo democratico e non, di tre settimane di bombardamenti a tappeto. E comunque, come ha maliziosamente notato Al Jazeera in tempo reale, le masse irachene hanno avuto bisogno dell'aiuto degli americani anche per far cadere il monumento di Saddam, non soltanto il suo regime. Con tanto di beffa clamorosa sul più bello: il raìs si piega, ma non si spezza. Il piedistallo cioè vacilla all'urto di un mega carro-attrezzi alleato, si inclina e cade sì in verticale, ma senza rompersi subito. Ma chiamassero l’Aci, appunto. Ma si attrezzassero meglio per le dirette tv.
Insomma: come ai tempi di Ceausescu in Romania, come per i Lenin di bronzo nell’Urss dell’89, la statua intesa quale arma di istruzione di massa, ovvero corredo pedagogico per educare al culto della personalità, subisce per prima il contrappasso dei tempi. Su di lei si accaniscono appena si può, lei diviene icona dell’ignominia finita. Dell’epoca che si chiude.
Anche se, per l’appunto, non senza una noterella tragicomica: mezzore infinite di tentativo vano, crudele come in tutti i casi di tribunale di strada, d’abbattimento. Fino al marchio, al sigillo del vincitore: il soldato che s’arrampica su quel faccione, un po’ Gino Cervi e un po’ Achille Occhetto, si candida a immagine retorica per eccellenza del conflitto (forse) finito. Un marine sale, srotola la bandiera Usa, la avvolge intorno al crapone del satrapo deposto. Poi però, consapevole di quanto il suo gesto rischi di consegnarsi alla Storia con un sovraccarico di arroganza imperiale eccessiva, riceve l’ordine di non esagerare. E allora, a mo’ di cravattina patriottica, intorno al collo del Saddam di bronzo compare il drappo iracheno. Secondo l’insegnamento di Bush e Blair, infatti: l’Iraq del futuro, del post-raìs, vada agli iracheni.
Il seguito è noto: ressa di folla, che sfoga trent’anni di crimini di massa calpestando e scalciando il bronzo in frantumi. Sul marciapiede della Storia. La statua, la statua. Della guerra questo si ricorderà. Questo e la bandiera americana prima stesa e poi ammainata sul testone. Una resipiscenza del Liberatore Usa, il pugno di ferro ma anche la saggezza politica lungimirante, il falco e la mangusta, il Potere e la Diplomazia. Immagini-culto. Ma adesso, fotone sui giornali a parte, cosa succederà davvero? E lui, l’originale in carne e ossa della statua, dov’è? Qualcuno, prima o poi, ce lo racconterà mai?




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