Risultati da 1 a 6 di 6
  1. #1
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    Predefinito 2001-2003. Nel secondo anniversario della scomparsa di Giuseppe Sinopoli...

    Cari Nebbia e Skorpion,

    mi permetto di aprire questo thread poiché ritengo che, per l'atmosfera che lo adorna (e per il talento multiforme del Maestro, improvvisamente scomparso la sera del 20 aprile di due anni fa...), il vostro sia il forum più adeguato per un suo ricordo...

    Spero che ne converrete...

    Saluti.

  2. #2
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    Predefinito

    Dal sito http://www.grandinotizie.it

    Giuseppe Sinopoli

    Direttore d’orchestra e compositore, nato a Venezia il 2 novembre 1946, morto a Berlino il 20 aprile 2001

    All’età di dodici anni comincia ad interessarsi alla musica. Inizia gli studi come organista al Conservatorio di Messina. Studia composizione a Darmastadt con i grandi Gyorgy Ligeti e Karlheinz Stockhausen, a Vienna con Bruno Maderna e all’Accademia Chigiana di Siena con Franco Donatoni. Qui frequenta i corsi di direzione d’orchestra del maestro Franco Ferrara insieme a Riccardo Chailly. Nel 1972 consegue la laurea in Medicina e Chirurgia all’Università di Padova, specializzandosi in psichiatria. Ma la passione per la musica è più forte della medicina. Nel 1975 fonda il Bruno Maderna Ensemble, specializzato nell’esecuzione di musica contemporanea e di musica veneziana del Cinquecento. Nel 1979 al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma conosce e sposa Silvia Cappellini. Nascono due figli.

    Nel 1981 compone la sua opera più famosa Lou Salomé rappresentata per la prima volta alla Bavarian State Opera<7i> di Monaco di Baviera. Nel 1983 succede a Riccardo Muti alla direzione dell’orchestra New Philharmonia di Londra. Nello stesso anno debutta al Coven Garden di Londra con il Manon Lescault di Giacomo Puccini. Dal 1983 al 1987 dirige l’orchestra di Santa Cecilia in Roma. Nella stessa città diviene direttore artistico dell’Opera. Nel 1994 debutta alla Scala di Milano con Elektra di Richard Strauss. E’ il primo italiano a vedersi affidato l'intero ciclo del Ring, a partire dall'estate del 2000 nel tempio di Wagner.

    Nel 1999 riceve la nomina di Cavaliere di Gran Croce dal Presidente Oscar Luigi Scalfaro. Nel 1990 diventa direttore dell’Opera di Berlino e nel 1992 della Staatskapelle di Dresda. Nel 1999 accetta l’incarico di dirigere il Teatro dell’Opera di Roma.

    Colleziona molti oggetti archeologici. Lui stesso ha dichiarato: “Non colleziono oggetti, ma idee. Mi interessano quei periodi di crisi che racchiudono la fine di qualcosa e già contengono quel che verrà”.

    Il 20 aprile 2001 il maestro è colpito da un infarto mentre dirige l'Aida di Verdi alla Deutsche Oper di Berlino. Trasportato in ambulanza alla clinica Vierchow, un reparto cardiaco della Charité, l'enorme e modernissimo ospedale di Berlino Est, si è spento alle 23:15. Attualmente la sua collezione di opere archeologiche è tutelata dal ministero dei Beni Culturali. Una delle tre sale del nuovo Auditorium di Roma sarà dedicata a Sinopoli.


    Riccardo Chailly ha detto di lui: “Il suo concetto musicale aveva un passo europeo”.

    Riccardo Muti ha detto di lui: “Io ho perso un amico, la Scala, l’Italia, il mondo intero hanno perso un grande artista. Morto così, sul podio... Come Mitropoulos nel ’60 alla Scala, durante le prove della Terza di Mahler. Ma lui, Giuseppe, era giovane, troppo giovane. Come uomo e soprattutto come direttore. Avrebbe potuto fare ancora tante cose. Dopo la prova di Bayreuth si erano aperte per lui molte altre porte. Con il suo talento chissà dove sarebbe arrivato. E’ assurdo, assurdo. Eravamo molto amici. Lui alla Scala era un ospite fisso, in cartellone ogni stagione, con l’opera ma anche con concerti. L’Orchestra era sempre felice di suonare con lui. Insieme siamo andati, qualche anno fa, in tournée con la Scala in Giappone. Lui dirigeva "La fanciulla del West". Giorni bellissimi. Lui era una persona molto amabile, colta, spiritosa. Stare con lui era un piacere. Con Sinopoli se n’è andato uno dei direttori più alti, che meglio ci rappresentavano nel mondo. Una perdita incolmabile, per noi e per la musica tutta”.

    Grandinotizie.it/ 26/luglio/2001

  3. #3
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    Dal sito http://www.rodoni.ch/busoni/sinopoli/
    (che contiene molti altri contributi sull'argomento... ne riporto solo due, tra i più significativi...)

    SINOPOLI, LA BACCHETTA SPEZZATA
    di Enzo Siciliano

    Morire sul podio, il braccio contratto da una scarica elettrica così violenta che il cuore nel lanciarla si lacera, è accaduto a Mitropoulos, a Hermann Scherchen, l'altro ieri anche a Sinopoli. Ad alcuni grandi direttori del secolo è successo così - che un'estasi da adrenalina, nel vigore del gesto, si sia tramutata nell'abbaglio della morte. Sinopoli è stato strappato dai «cieli azzurri» di 'Aida', forse proprio nel momento in cui la bellezza della partitura coglie un momento d'altra estasi, nella notte sul Nilo che rappresenta. Diceva Bruno Barilli che in quel momento, Verdi riesce a far rialzare da terra "con un colpo eccentrico valori scaduti e antichissimi" - quegli archi che palpitano ed esitano come fossero onde leggere d'acqua venata dal lume intermittente delle stelle. Che destino singolare, strano, per Giuseppe Sinopoli.
    L'Egitto è stato l'amore della sua intelligenza: studioso e collezionista di preziosi reperti di quella civiltà, l'ho visto scrivere in geroglifico come noi con la penna scriviamo l'abc; in quella disciplina, l'Egittologia, avrebbe guadagnato la laurea proprio domani.

    Che uno scarto cardiaco per lui micidiale l'abbia colto a mezzo del sogno verdiano dell'Egitto è un fatto che trattiene la mente. Sinopoli era un uomo assai vitale: aveva intransigenze difficilmente superabili, era nutrito di forti rigori; il suo territorio di caccia era il romanticismo, quindi il decadentismo; la cultura tedesca era il fondamento della sua cultura; aveva studiato anche le malattie dell'anima. Con la musica investiva questa complessa cultura: nella musica ne stanava il bioritmo.
    L'Egitto era lo sfondo archeologico contro cui tutto il suo sapere e la sua sensibilità prendevano le tinte del profondo e dell'ombra. La vitalità di Sinopoli guardava più all'ombra che alla luce. Mi chiedo se gli sarà stato possibile avvertire, nell'attimo del crampo al cuore che l'ha ucciso, un senso o un controsenso, lo scoccare di un cortocircuito, fra il tremito degli archi nella notte d'amore di Aida e il proprio destino.
    Spero che nello spasmo doloroso un filo della sua natura così caldamente abbandonata alla vita e insieme così sottilmente caustica l'abbia trattenuto ancora fra noi e gli abbia offerto il lampo di un'idea, l'ultima, il brivido di un sorriso, quello estremo. Non starò a fare del sentimentalismo. Morire è atroce. Quando un direttore d'orchestra muore con la musica e nella musica che sta dirigendo, potremmo parlare di un privilegio che non è dato a tutti, se la musica è quel sollevarsi dell'anima oltre il cielo che Wagner sosteneva.
    E Sinopoli è stato un grande direttore wagneriano. Credo però che Sinopoli, se ha avuto l'eccezione di avvertire in sé quel che gli era stato riservato là dove la sorte di ognuno di noi viene tessuta, deve aver provato, stringendoglisi il respiro, l'affanno del più desolato sconcerto. La musica lo stava abbandonando, e lui restava solo con se stesso, solo nel modo più amaro e in un momento che è supremo.
    Ricordo bene quel che diceva su certi suoi progetti futuri: che a mezzo dei cinquant' anni avrebbe affrontato Mozart; e Mozart era per lui la sapiente bellezza del paradiso, roba su cui è possibile ragionare soltanto quando la vita si è fatta un po' spessa sulle nostre spalle. Da giovani, invece, si capisce al volo l'aria umida e frenetica che avvolgeva le sartine milanesi nel vecchio secolo, quell'aria che tanto era piaciuta a Puccini e gli aveva ispirato 'Manon Lescaut'. Che 'Manon Lescaut' superiore a ogni elogio ha saputo dirigere Sinopoli. La meditazione sulla bellezza che è di Mozart gli è stata negata.
    L'ultimo suo sguardo a uno spartito è andato a quelle note di 'Aida' dove Verdi rintraccia lo spirito di trasporti castissimi, ricrea il vago volo e lo scorcio di una passione che si fa, nell'immediata certezza d'un abbraccio, impossibile. Nel cogliere quella impossibilità, nel guidarla con la sua bacchetta che sapeva tratteggiare in modo sicuro la freschezza primigenia dell'esistenza, il cuore gli ha ceduto strozzandosi, diciamo, con le proprie stesse mani, con il proprio stesso vigore. C'era un ansimare felice sulle labbra di Giuseppe Sinopoli, nel brillio dei suoi occhi dietro le lenti. Quella felicità si è spenta. Non sarà facile dimenticarla.

  4. #4
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    Dal sito http://www.rodoni.ch/busoni/sinopoli/

    A Giuseppe Sinopoli
    di Mario Bernardi



    Venerdì 20 aprile 2001 alla Deutsche Oper di Berlino un pubblico colto e affezionato si era riunito per assistere alla messa in scena dell’Aida di Verdi e al contempo per una ‘duplice’ celebrazione: la serata era stata infatti dedicata dallo stesso Sinopoli al regista Goetz Friedrich, pilastro della Deutsche Oper, morto recentemente di cui l’Aida era stato un felice allestimento messo in scena nell’82 e giunto ormai alla recita numero 183. Ma il pubblico era li anche per celebrare il ritorno, dopo dieci anni di assenza, di uno dei direttori d’orchestra più amati e stimati in Germania, l’italiano Giuseppe Sinopoli. Verso le ventidue Sinopoli si è improvvisamente accasciato al suolo colto da un malore, i musicisti lo hanno subito soccorso mentre il pubblico, tra cui era anche la moglie Silvia Capellini, non aveva ancora capito chi si fosse sentito male e attendeva composto forse che il maestro riprendesse la bacchetta. Sinopoli è stato invece trasportato d’urgenza al centro di cardiologia dell’ospedale Virchow, dove poco dopo è spirato.
    Fin qui la cronaca. La storia ci dirà, e lo farà a gran voce, che Sinopoli è morto da eroe antico: esule e in battaglia. Esule perché era da poco più di un anno che il teatro dell’Opera di Roma aveva accettato le dimissioni del maestro, seguite da una penosa polemica che aveva visto il Maestro contestato per le sue dichiarazioni sullo stato in cui versava il teatro Costanzi. Mannino diceva che chi dirigere l’orchestra combatte continuamente con la morte: ma alla Deutsche Oper non ha vinto la morte, ma la musica, cui Sinopoli ha dedicato perfino l’ultimo istante della sua esistenza, proprio come un guerriero morto in battaglia.
    Il nuovo Auditorium di Roma verrà certamente dedicato a Sinopoli e questa credo sia l’ultima offesa che le istituzioni musicali italiane potranno fare al maestro. La città che gli ha negato la direzione del proprio teatro lirico da vivo gli dedica un auditorium quando non può più dirigerlo.
    Sinopoli ha sempre lavorato poco in Italia: come compositore aveva cominciato soprattutto in Francia e in Olanda e nel 1981 a Monaco era andata in scena la sua opera più conosciuta Lou Salomé. Come direttore dopo le prime opere dirette nella seconda metà degli anni settanta a Venezia aveva raccolto enormi successi in Germania e Inghilterra, dall’83 era divenuto il principale direttore dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia a Roma, poi dell’Orchestra Filarmonica di Roma prima di debuttare alla Scala di Milano solo nel 1994 con Elektra di R. Strauss. Dal ’98 era direttore del Maggio Musicale Fiorentino del Comunale di Firenze, nel ’99 era stato nominato Cavaliere di Gran Croce dal presidente Scalfaro e aveva assunto la direzione del Teatro Dell’Opera di Roma. Nell’ultimo anno aveva troncato i rapporti con l’Italia rimanendo legato alla Staatskapelle di Dresda.
    Roma lo aveva dapprima voluto come direttore poi gli aveva negato la possibilità di applicare la sua ‘riforma’ per beghe sindacali: Sinopoli voleva un’orchestra dinamica e produttiva, non un feudo ministeriale. Al momento delle sue dimissioni l’amministrazione dell’Opera rispose che Sinopoli era stato chiamato per fare il direttore d’orchestra, non il manager e che non gli spettava decidere come e quanto dovessero lavorare gli orchestrali, ignorando che la qualità artistica non può prescindere dalle condizioni in cui si lavora.
    L’unica cosa che forse si può affermare di Giuseppe Sinopoli per ricordarlo nella sua unicità è la sua poliedricità rinascimentale, la sua curiosità leonardesca che lo aveva portato da giovane a studiare contemporaneamente al Conservatorio di Venezia e alla Facoltà di Medicina di Padova, dove si era brillantemente laureato in Psichiatria. Recentemente si era avvicinato all’Archeologia, disciplina in cui avrebbe conseguito presto la laurea se la morte non lo avesse chiamato. Egli era una delle ultime testimonianze della completezza dell’intelligenza umana: in un’era di ottuso specialismo era il baluardo dell’eccellenza eclettica. Il miglior omaggio che l’Italia dovrebbe tributargli sarebbe solo quello di far lavorare di più in patria i suoi giovani direttori, molti dei quali sono costretti a lavorare quasi esclusivamente all’estero proprio come il maestro Giuseppe Sinopoli.

  5. #5
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    Caro Tomàs,

    per noi è un onore che tu abbia pensato al nostro Forum per dare risalto all'anniversario della dipartita di questo grande Direttore d'orchestra italiano, la cui prematura scomparsa purtroppo ha privato il nostro paese di un artista di spicco, che nella sua pur breve esistenza, è riuscito ad imporre il suo enorme talento all'attenzione di tutto il mondo ed a lasciarvi una traccia indelebile.
    Onore ai "Grandi" che partecipano a rendere "Grande" il nostro paese nel panorama artistico mondiale.





    GRAZIE MAESTRO, DI ESSERE ESISTITO !!

  6. #6
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    LA TESTIMONIANZA DI SILVIA CAPPELLINI SINOPOLI

    Ci sono molte cose strane in quello che è accaduto. Un mondo intero di presentimenti: da parte mia, da parte di Giuseppe. Parlava spesso della morte, negli ultimi tempi era quasi un'ossessione. Ne era atterrito, e anche per questo era divenuto uno studioso di egittologia. Quella degli egiziani, diceva, era stata la cultura che più aveva approfondito e preso sul serio il tema della morte. Esplorarla, per lui, era un modo di esorcizzare la paura.
    Ho avvertito qualcosa, la sera prima. Ero a Roma a un concerto di Uto Ughi, sarei partita per Berlino il mattino successivo. Ho lasciato il concerto a metà, cosa che non faccio mai. Ero così strana, avevo addosso una tale ansia! Dovevo correre subito a casa a prepararmi per il viaggio, sentivo che era importante. Poi, a Berlino, andando in taxi verso il teatro per Aida, Giuseppe mi stringe la mano e mi chiede: "Ricordi, 22 anni fa, la nostra luna di miele? Cercavamo un posto tranquillo perché dovevo studiare Macbeth, era la mia prima grande occasione di dirigere un'opera all'estero. E adesso, Silvia, eccoci qui, pare un'altra vita, il tempo scorre, le persone ora ci sono ora non ci sono più". Così mi disse, poche ore prima di morire.
    Era un uomo straordinario, non basterebbe una vita a raccontarne il mondo, la vitalità, la cultura. Nessuno immagina, ad esempio, quanto fosse generoso, anche coi soldi. E come capiva le persone, anche le più umili! A tutti dava, comunicava qualcosa. E aveva una tale fame di vita e di progetti! Diceva che 200 anni non gli sarebbero bastati. Mi pare talmente ingiusto che se ne sia andato tanto presto. Ho passato la notte nel suo studio: la sua bacchetta è poggiata sulla partitura di Der Rosenkavalier, che avrebbe dovuto dirigere a Torino, e su un tavolo è aperta la partitura di Turandot, che avrebbe fatto alla Scala. Giuseppe è così presente che la sua morte non mi sembra vera, non la focalizzo. Ho visto la sua mano, prima che chiudessero la bara: le dita stringevano ancora un'invisibile bacchetta. E negli orecchi ho sempre quel tonfo, l'ho sentito bene quand'è caduto sul podio. Un tonfo orribile, che mi martella come un supplizio e mi toglie il sonno.
    Di lui ci sarà ancora molto da parlare. Gli hanno voluto bene in tanti e in tanti gli sono grati, ho sentito una partecipazione molto speciale e intensa ai funerali. Carnini, l'organista, quando il feretro è entrato nella chiesa, ha suonato il Corale di Bach preferito da Giuseppe: Nun kommt der Heiden Heiland (BWV 65). Gli piaceva talmente che l'avevo imparato a memoria e lo suonavo spesso per lui. Carnini non lo sapeva, eppure l'ha scelto ed eseguito. Quella musica mi è arrivata come un regalo di Giuseppe.

    Da La Repubblica del 24.4.2001

 

 

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