L'entusiasmo per i progressi berluschini trasuda dalle parole degli economisti.
Se tutto va bene nel 2005 torneremo ai livelli del 2000, quando c'erani i komunisti, l'ultimo anno felice della nostra storia.
Martedì 15 Aprile 2003, 10:15
Stefano M.Masullo: le previsioni di scenario per il 2003
Di Stefano M. Masullo
L'anno 2002 è stato uno dei peggiori della storia italiana dal secondo dopo guerra. Anche per i consumi privati. Si è trattato di una vera e propria stagnazione; il +0,4% attualmente stimato per il 2002 vuol dire zero e basta. Da 18 anni a questa parte è il terzo peggior anno: dopo il 1992 allorché lo Stato stava per dichiarare bancarotta e la Lira si svalutò drammaticamente e il 1993 dominato dalla recessione. A ciò si aggiunga che nel 2003 si è entrati in una condizione assai peggiore rispetto a dodici mesi prima. Lo conferma la curva di sentiment dei 14-79enni rilevata da un apposito sondaggio mensile realizzato tramite 2000 interviste face to face, in cui si concorda con le espressioni “a me e ai miei cari le cose nei prossimi 12 mesi andranno meglio” o “come adesso e cioè bene”.
La somma degli ottimisti autoriferiti a breve e dei cosiddetti “stabili positivi”, in genere oscillanti attorno al 63%, era cresciuta prima dell'estate 2000 al 68% grazie alla vittoria di Silvio Berlusconi, che aveva promesso meno tasse per tutti, maggiori pensioni agli anziani, meno vincoli alle attività economiche e crescita media annua del 3%. Poi, come ovunque nel mondo occidentale, tale somma era crollata dopo l'11 settembre 2001, ma, solo tre mesi dopo (e quindi prima di Natale) e a differenza di quasi tutti gli altri popoli, in Italia era tornata al livello pre-attentati alle Torri Gemelle. Inoltre, dall'inizio del 2002 si era segnalato un ulteriore incremento sino al 71% legato alla rapida vittoria americana in Afghanistan, al non dilagare del terrorismo nei Paesi avanzati, all'apprezzato avvio dell'Euro e alle speranze di una rapida ripresa.
Tuttavia, un anno fa le cose hanno iniziato a peggiorare mese dopo mese, con un lievissimo recupero solo a dicembre. Ma quali e quante sono state le ragioni principali di tale caduta in depressione della maggioranza della popolazione, che in 10 mesi ha coinvolto 7,4 milioni di adulti su un totale di 12,3 milioni? Sono sette, a sentire gli interessati.
1) In presenza di una sostanziale stabilità dei redditi familiari lordi, quelli netti sono calati per la crescita sia dei mutui (per il maggior ricorso al credito al consumo e specialmente per l'incremento degli acquisti e delle ristrutturazioni -finalmente favorite- di abitazioni), sia dell'imposizione fiscale e parafiscale (nel 2002 immutata è stata quella nazionale e cresciuta quella periferica). Dunque, una fetta rilevante della popolazione si è sentita impoverita e, in più, un quarto degli adulti (che però “vale” più della metà dei consumi a valore) ha subito un altro salasso di ricchezza finanziaria a seguito dell'ulteriore calo delle Borse. Oltre l'80% dei 14-79enni, poi, lamenta dal marzo-aprile scorsi una perdita di potere d'acquisto conseguente alla crescita percepita dei prezzi, molto al di sopra da quella registrata dall'ISTAT.
2) La delusione per il mancato avvio e realizzazione delle promesse elettorali, specie quelle sulla diminuzione delle promesse elettorali, sulla diminuzione della pressione fiscale e sull'incremento delle pensioni. Tale sensazione di “tradimento” risulta meno forte presso gli elettori d'opposizione.
3) Almeno sino alla fine del 2002, l'ansia per la nuova guerra imminente più acuta di quella registrata nell'autunno 2001.
4) Viene poi la tensione legata allo scontro politico sociale: le ore di sciopero quintuplicate in poco più di un anno, le grandi manifestazioni che hanno rafforzato l'immagine di un Paese diviso, la reciproca delegittimazione dell'avversario che allontana l'obiettivo di un bipolarismo “normale”.
5) Quindi alcune crisi specifiche, ma di elevata pregnanza simbolica: da quella della FIAT (Milano: FIA.MI - notizie - bacheca) a quella del calcio.
6) Inoltre la percezione sempre più diffusa della fragilità della nostra classe dirigente politica ed economica, sempre meno guida riconosciuta dei processi di cambiamento e sviluppo.
7) E, infine, il senso di ulteriore perdita di qualità della vita, legata in primo luogo al micidiale mix d'incertezza e di deprimente assenza di tempo, che rende stressante l'every day life.
Come andranno le cose nel 2003? Si cercherà di rispondere sulla base dello scenario più probabile tra quelli elaborati a dicembre da ASTRA per conto di un pool di grandi e medie imprese operanti in Italia. La prima indicazione è che non vi sarà alcuna ripresa significativa, anche nell'ipotesi di una rapida conclusione della crisi irachena. I primi due quadrimestri vedranno la prosecuzione della semistagnazione attuale, poi, da settembre qualcosa si rimetterà in moto, ma senza che l'iniziale ricovery riesca a farci raggiungere nemmeno un 1,5 di incremento dei consumi privati interni.
L'avvicinamento verso un 2004 tutt'altro che brillante sarà molto cauto, tanto che solo nel 2005 si tornerà ai livelli di attività economica e di spese delle famiglie (al netto dell'inflazione) del 2000. Come a dire che una metà di un decennio sarà stata persa un po' come avvenne nella prima metà degli anni 80. Tale previsione si fonda sull'ipotesi che la ripresa proveniente dagli USA sia poco potente e comunque ritardata, e risulti smorzata dalle inefficienze vischiose della Vecchia Europa (ed essendo i settori trainanti quelli a elevata tecnologia, si possono ben comprendere le difficoltà che l'Italia dovrà comunque affrontare). Né a livello nazionale si godrà di particolari privilegi, anche perché nel 2003 le famiglie perderanno, con la fiscalità decentrata e con le uscite da condoni, qualcosa in più di quello che guadagneranno per il ridisegno delle aliquote.
Lo “scenario più probabile” del dicembre 2002 lascia intravedere un modesto recupero del sentiment. Con due aggiunte cruciali. La prima ha a che fare con l'estendersi della “cultura della saturazione” presso una fetta importante dei cittadini/consumatori/utenti di servizi: una cultura che non ha carattere congiunturale e che pare insensibile al ciclo economico, tutta basata sulla sensazione di tante persone e famiglie di “non aver più bisogno di niente”.
I motivi? La certezza di non avere più spazio dove mettere le cose negli armadi, in cucina, in soffitta, nel box, nei cassetti, e soprattutto la sensazione di non aver abbastanza tempo per godersi beni e servizi, situazioni e persone. Il che, legato al bisogno di assaporare la vita e non d'ingurgitarla senza piacere, sta portando il 32% degli adulti (che però “pesa” per il 55% sul totale dei consumi), a non voler ottenere né “di più e di più” né, come a partire dagli anni 50 o 60 e ancora oggi per i poveri, “di più e meglio”, ma, per la prima volta nella storia italiana, a volere “meno e meglio”.
La seconda è legata al coesistere di due tendenze contrapposte nella società italiana, ridisegnata a clessidra dalla crisi del 1992-1994 e mai più cambiata da allora: una tendenza -questa sì legata alla stagnazione o alla recessione percepita- a “scendere” sia negli acquisti sia nel livello di prezzo dei prodotti (trend che vale per il 62% degli adulti, ma solo per il 48% dei consumi) e quella opposta a contenere le spese, ma spesso -anche nel food and beverage- senza rinunciare a piccoli e relativamente costosi piaceri della vita, magari tagliando altri acquisti di beni e servizi banali, ma non gratificanti (per esempio, preferendo le varianti e a volte le marche medie o meno care).




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