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    Padania libera dai padioti
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    Predefinito Europa unione di piccole patrie alla luce degli ultimi sviluppi

    Interessante ma in un certo senso ingenuo.

    Fini dimentica che il processo di devoluzione di alcuni poteri all'Europa può avvenire solo dopo che sia avvenuto uno svuotamento di poteri a livello centrale.

    Infatti nessuno stato nazionale si suiciderebbe con le proprie mani.

    Ciò potrà avvenire solo con la spinta del popolo e del consenso.






    Buona lettura



    La grande spinta delle "piccole patrie"

    Massimo Fini



    E se l'Europa fosse una unione di "piccole patrie"?

    In un solo anno la Lega Savoiana ha raggiunto un numero di aderenti quadruplo di quelli del partito neogollista della regione, e va così ad affiancassi agli autonomismi bretoni, alsaziani, provenzali. In Corsica la situazione è talmente incandescente che anche in un Paese come la Francia, il più centralista e prefettizio d'Europa, cominciano a levarsi voci autorevoli che prendono in serio esame, per la prima volta, la possibilità di concedere l'indipendenza all'isola.

    In Spagna montano gli indipendentismi catalani e galiziani oltre al più noto irredentismo basco. In Gran Bretagna non ci sono solo gli irlandesi, anche i gallesi invocano l'autonomia, mentre i nazionalisti scozzesi sono arrivati a chiedere proprie forze armate. In Belgio fiamminghi e valloni, che già vivono in uno Stato federale, meditano il distacco definitivo.

    Nel centro Europa la Slovacchia si è da tempo staccata pacificamente dalla Boemia mentre il secessionismo serpeggia in Moldavia e Transilvania. Croazia e Slovenia sono Stati indipendenti dal 1991 mentre la Bosnia, a sua volta staccatasi dalla Jugoslavia, dopo una sanguinosa guerra si è divisa in due: croati e musulmani di qua, serbi di là.

    Soffia, soffia impetuoso il vento delle piccole patrie, mandando in tilt i cultori dell'unità nazionale e gli "statolatri" hegeliani, che bollano il fenomeno come retrogrado, antistorico, antimoderno e antieuropeo. È vero invece il contrario: le tendenze localiste sono state rese possibili o rafforzate dal crollo del Muro di Berlino e dell'URSS, dall'integrazione economica europea e dalla prospettiva di un'Europa unita politicamente e militarmente.

    Lo Stato nazionale, che è la forma di aggregazione giuridica che le comunità umane si son date in Europa negli ultimi due secoli, può essere benissimo che abbia fatto il suo tempo. Nato sostanzialmente per la difesa e l'eliminazione delle barriere doganali, lo Stato nazionale europeo non è così grande da poter assicurare la difesa né così piccolo da poter realmente recepire le esigenze locali (per dirla con una frase cara a Piero Bassetti, presidente della Camera di Commercio di Milano, «se Milano e Lione vogliono interconnettersi potrebbero benissimo farlo senza bisogno di passare per Roma e Parigi»).

    In questa prospettiva le Regioni europee si stanno riposizionando e cercano legami con le realtà loro più affini: l'Europa unita non sarà più un'Europa degli Stati, ma un'Europa delle Regioni, dei popoli e delle "piccole patrie". Una volta assicurata nel Vecchio continente la difesa comune e la libera circolazione di merci, persone, capitali e servizi in un bacino economico sempre meno nazionale e più continentale, non si vede perché mai gli Stati nazionali, spesso disomogenei culturalmente ed economicamente, dovrebbero restare insieme. Dunque, la secessione di quella che l'onorevole Bossi chiama "Padania" potrebbe quindi essere un primo passo verso il futuro e non verso il passato, come molti, scandalizzandosene, gridano.



    Il localismo, fase suprema del "moderno".

    Ma il localismo non è solo un fenomeno economico; è anche un movimento sentimentale, esistenziale, psicologico, ideale, di riscoperta delle radici, di ricerca di identità di fronte alle disumanizzanti tendenze omologanti del globalismo economico mondiale (un unico Stato, un unico Governo, un'unica Polizia, un unico Mercato mondiale e un unico tipo d'uomo: il Grande Consumatore).

    Le due tendenze del localismo - quella economica e quella "idealsentimentale" - sono, almeno apparentemente, in contraddizione.

    Nel suo tipo "idealsentimentale" il localismo è effettivamente antimoderno o almeno postmoderno, se per modernità si intende la società uscita dalla Rivoluzione Industriale cui l'Illuminismo ha dato coerenza teorica. Nel localismo è infatti insita una logica potenzialmente anti-industriale: se, come disse Giorgio Bocca con efficace sintesi, l'essenza del localismo è «il rifiuto del mondo indifferenziato per avere dei punti di riferimento comprensibili in uno spazio limitato», allora esso può esistere solo rifiutando la standardizzazione portata dal mercato mondiale e quindi tornando a forme di autarchia, di protezionismo, di autoproduzione e di autoconsumo che sono incompatibili col globalismo economico industriale. Questo tipo di localismo si coniuga con l'ambientalismo "di destra" che lega i motivi localisti a quelli ecologisti. Sono persuaso che il nostro futuro stia nel ritorno al passato, un ritorno graduale, ragionato e limitato, alla terra.

    La grande dicotomia che occuperà gli anni a venire non è più quella destra-sinistra, ma quella modernisti-antimodernisti, cioè tra coloro che aderiscono all'attuale modello di sviluppo e quelli che stan cercando vie laterali per sfuggire a una catastrofe incombente, oltre che a uno stile di vita che già oggi ci fa star male emotivamente, psicologicamente ed esistenzialmente (l'uomo «non è una bistecca»!).

    Ecco perché la bistrattata, la rozza, l'impresentabile, l'incolta, la retrograda Lega di Bossi sta, senza probabilmente esserne del tutto conscia, in un vento che viene da lontano e che, forse, va lontano.



    Non si ferma la Storia col "Codice Rocco"...

    Contro le dichiarazioni secessioniste dell'onorevole Bossi si è subito levato il coro indignato delle suorine dell'unità nazionale: chi ha invocato l'intervento della magistratura, chi le manette, chi l'ospedale psichiatrico...

    L'unità d'Italia non è un dogma né religioso né laico. In democrazia i princìpi inalienabili sono solo quelli di libertà; l'assetto istituzionale di uno stato è sempre modificabile, fino alle estreme conseguenze, cioè alla sua cancellazione.

    Galante Garrone, su "LA STAMPA" di Domenica, replica addirittura che l'unità d'Italia «è un fatto storico irreversibile». Ma, checché ne dica Galante Garrone, nulla nella Storia è irreversibile: almeno questo dovrebbe avercelo insegnato proprio la Storia, che va avanti per suo conto a dispetto dei nostri schemi mentali e che non può essere ingessata in nessun ipse dixit.

    Posto che l'unità d'Italia è storicamente reversibile, resta da vedere in quali modi, democratici e legali, potrebbe avvenire la secessione del Nord.

    L'art. 5 della Costituzione sancisce che la Repubblica «è una e indivisibile». Ma anche l'art. 5, come ogni altro (ad eccezione dell'art. 139 che afferma l'intangibilità della forma repubblicana) può essere oggetto di revisione costituzionale. Però per modificare un articolo della Costituzione è necessaria la maggioranza assoluta del Parlamento (art. 138 Cost.): il che in pratica è impossibile. Chi vuole infatti la secessione è per definizione una minoranza nella comunità nazionale da cui vuole staccarsi e quindi non avrà mai in Parlamento il quorum necessario. Gli Stati difendono così l'integrità del loro territorio; se ne dovrebbe concludere che non ci possono essere secessioni per vie legali, ma solo violente.

    Proprio per evitare disordini, alcuni anni fa ad Helsinki quasi tutti gli Stati, Italia compresa, hanno sottoscritto una Convenzione internazionale dove si riconosce solennemente «il diritto alla autodeterminazione dei popoli»: un popolo che non si riconosca più in un determinato Stato può legittimamente staccarsene qualora si dimostri, attraverso un plebiscito, che la stragrande maggioranza di quel popolo lo vuole. Per un'operazione del genere si richiede ovviamente una maggioranza non assoluta ma, appunto, plebiscitaria.

    Esiste nel Nord Italia una maggioranza plebiscitaria che vuole la secessione? Impossibile dirlo.

    Galante Garrone pensa che «le parole di Umberto Bossi sono ben al di là dei sentimenti e dei pensieri dei suoi elettori», ma si illude perché chi vota Lega vota Bossi, e l'insofferenza separatista va anche al di là degli elettori leghisti. È ridicolo che Galante Garrone attribuisca alla Lega «il tenebroso disegno di mandare a catafascio l'Italia», perché la Lega rappresenta la parte più ricca del paese e il suo interesse è tutt'altro che lo sfascio. Ai leghisti importa vivere in una comunità più efficiente, ordinata e civile, non assenteista, non ladrona, non violenta, non camorrista, non mafiosa, più equa ed egualitaria. E soprattutto importa di non avere l'impressione di essere presi per i fondelli e di lavorare anche per chi, senza validi motivi, se ne sta a guardare, piagnucoloso e beffardo.



    Quando la storia può smascherare dubbi e retorica.

    È chiaro che la tredicesima legislatura, fin dalle prime battute, sarà caratterizzata dall'alleanza dei due Poli contro la Lega Nord. Non per nulla il Presidente della Camera, Luciano Violante ha minacciato di mandare l'esercito contro i separatisti e il segretario del PDS, Massimo D'Alema, ha teso la mano all'arcinemico Berlusconi. L'unità d'Italia sarà l'usbergo dietro il quale i due Poli nasconderanno la necessità di continuare la politica assistenzialista.

    Infatti una parte determinante del cosiddetto Polo delle Libertà, vale a dire Alleanza Nazionale, ha la sua roccaforte al Sud e nel Sud, allo stato attuale, non si raccolgono consensi se non si promette, e si fa, una politica assistenzialista. Lo diceva, col candore dei semplici, un abitante di Nusco l'altra sera al «Porta a porta» di Bruno Vespa. Richiesto dei motivi per cui Nusco aveva votato in massa Ciriaco De Mita, ha risposto: «Perché quando c'era lui qui arrivavano i soldi».

    Quanto all'Ulivo, il partito che ne è magna pars, ossia il PDS, è il principale responsabile con la Democrazia Cristiana di quel l'assistenzialismo a pioggia, distribuito inegualmente tra Nord e Sud, che ha portato al collasso economico il paese (che ora viene chiamato "cara Patria").

    Il PCI-PDS, inoltre, non solo è coinvolto, come la DC e il PSI, nella criminale spoliazione del bene pubblico emersa con le inchieste di Mani Pulite (più di duecento politici pidiessini sono incriminati in Tangentopoli), ma, nell'ultimo quarto di secolo, si è anche comprato buona parte del consenso distribuendo ai suoi clientes il denaro dei contribuenti, ed è molto difficile che ora riesca a cambiare politica senza perdere segmenti decisivi della sua base elettorale.

    Ecco che cosa si nasconde dietro la retorica dell'unità nazionale.

    Di rincalzo è venuta anche la Chiesa cattolica con gli interventi a raffica dell'Osservatore Romano, dei Vescovi e, alla fine, del Papa. Ed è estremamente significativo che nessuna forza politica, nessun grande giornale, nemmeno quelli che si dichiarano laici e liberali ad ogni piè sospinto, abbiano alzato la voce contro questa inammissibile intromissione della Chiesa negli affari interni dello Stato italiano, che lede, essa sì, l'indipendenza della nazione, la sua autonomia e dignità e i princìpi dello Stato risorgimentale laico e liberale (Cavour: «Libera Chiesa in libero Stato»). Lega o non Lega, la Chiesa non ha alcun titolo per occuparsi di tali questioni: in tal modo si apre una breccia pericolosissima all'indipendenza del nostro paese. Oggi l'anatema è contro la Lega, ma domani potrebbe colpire qualsiasi altro partito politico che non garbi al Vaticano.

    La Chiesa deve occuparsi di cose di religione, non di quelle politiche e meno che mai di assetto istituzionale. Ha addirittura l'obbligo concordatario di astenersene. Se c'è una questione che non c'entra niente con il Magistero della Chiesa - di qualsiasi Chiesa - è proprio quella istituzionale, perché non sta scritto da nessuna parte che uno Stato centralista sia più giusto di uno federalista e che due Stati o tre o venticinque siano peggio di uno.

    È poi grottesco, per non dir di peggio, che a inalberare la bandiera dell'unità d'Italia sia proprio la Chiesa cattolica, che, quando, a suo tempo, c'era davvero bisogno di tale unità, ne fu il più feroce avversario.

    Dopo il ventennio di retorica fascista e il cinquantennio di retorica antifascista, adesso ci tocca subire anni di retorica unitaria e patriottarda? La retorica fascista servì a coprire le nefandezze di una classe politica liberticida e imbelle; quella antifascista a nascondere le rapine della partitocrazia consociativa, quella unitaria a continuare negli usi di sempre.

    Ma i nodi, prima o poi, vengono al pettine e nessuna retorica può sottrarci da questa domanda semplice semplice: può una parte d'Italia continuare a pagare anche per l'altra?

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    Predefinito Re: Europa unione di piccole patrie alla luce degli ultimi sviluppi

    Originally posted by LosVonRom
    Interessante ma in un certo senso ingenuo.

    Fini dimentica che il processo di devoluzione di alcuni poteri all'Europa può avvenire solo dopo che sia avvenuto uno svuotamento di poteri a livello centrale.

    * perfettamente d' accordo, ma ci vuole qualcuno che lo faccia o, almeno, dichiari di volerlo fare e spieghi come.

    Non commento l' articolo, che trovo ottimo, non ingenuo, ma adatto a far capire l' essenza del concetto di "piccole patrie".

    Saluti







    Buona lettura



    La grande spinta delle "piccole patrie"

    Massimo Fini



    E se l'Europa fosse una unione di "piccole patrie"?

    In un solo anno la Lega Savoiana ha raggiunto un numero di aderenti quadruplo di quelli del partito neogollista della regione, e va così ad affiancassi agli autonomismi bretoni, alsaziani, provenzali. In Corsica la situazione è talmente incandescente che anche in un Paese come la Francia, il più centralista e prefettizio d'Europa, cominciano a levarsi voci autorevoli che prendono in serio esame, per la prima volta, la possibilità di concedere l'indipendenza all'isola.

    In Spagna montano gli indipendentismi catalani e galiziani oltre al più noto irredentismo basco. In Gran Bretagna non ci sono solo gli irlandesi, anche i gallesi invocano l'autonomia, mentre i nazionalisti scozzesi sono arrivati a chiedere proprie forze armate. In Belgio fiamminghi e valloni, che già vivono in uno Stato federale, meditano il distacco definitivo.

    Nel centro Europa la Slovacchia si è da tempo staccata pacificamente dalla Boemia mentre il secessionismo serpeggia in Moldavia e Transilvania. Croazia e Slovenia sono Stati indipendenti dal 1991 mentre la Bosnia, a sua volta staccatasi dalla Jugoslavia, dopo una sanguinosa guerra si è divisa in due: croati e musulmani di qua, serbi di là.

    Soffia, soffia impetuoso il vento delle piccole patrie, mandando in tilt i cultori dell'unità nazionale e gli "statolatri" hegeliani, che bollano il fenomeno come retrogrado, antistorico, antimoderno e antieuropeo. È vero invece il contrario: le tendenze localiste sono state rese possibili o rafforzate dal crollo del Muro di Berlino e dell'URSS, dall'integrazione economica europea e dalla prospettiva di un'Europa unita politicamente e militarmente.

    Lo Stato nazionale, che è la forma di aggregazione giuridica che le comunità umane si son date in Europa negli ultimi due secoli, può essere benissimo che abbia fatto il suo tempo. Nato sostanzialmente per la difesa e l'eliminazione delle barriere doganali, lo Stato nazionale europeo non è così grande da poter assicurare la difesa né così piccolo da poter realmente recepire le esigenze locali (per dirla con una frase cara a Piero Bassetti, presidente della Camera di Commercio di Milano, «se Milano e Lione vogliono interconnettersi potrebbero benissimo farlo senza bisogno di passare per Roma e Parigi»).

    In questa prospettiva le Regioni europee si stanno riposizionando e cercano legami con le realtà loro più affini: l'Europa unita non sarà più un'Europa degli Stati, ma un'Europa delle Regioni, dei popoli e delle "piccole patrie". Una volta assicurata nel Vecchio continente la difesa comune e la libera circolazione di merci, persone, capitali e servizi in un bacino economico sempre meno nazionale e più continentale, non si vede perché mai gli Stati nazionali, spesso disomogenei culturalmente ed economicamente, dovrebbero restare insieme. Dunque, la secessione di quella che l'onorevole Bossi chiama "Padania" potrebbe quindi essere un primo passo verso il futuro e non verso il passato, come molti, scandalizzandosene, gridano.



    Il localismo, fase suprema del "moderno".

    Ma il localismo non è solo un fenomeno economico; è anche un movimento sentimentale, esistenziale, psicologico, ideale, di riscoperta delle radici, di ricerca di identità di fronte alle disumanizzanti tendenze omologanti del globalismo economico mondiale (un unico Stato, un unico Governo, un'unica Polizia, un unico Mercato mondiale e un unico tipo d'uomo: il Grande Consumatore).

    Le due tendenze del localismo - quella economica e quella "idealsentimentale" - sono, almeno apparentemente, in contraddizione.

    Nel suo tipo "idealsentimentale" il localismo è effettivamente antimoderno o almeno postmoderno, se per modernità si intende la società uscita dalla Rivoluzione Industriale cui l'Illuminismo ha dato coerenza teorica. Nel localismo è infatti insita una logica potenzialmente anti-industriale: se, come disse Giorgio Bocca con efficace sintesi, l'essenza del localismo è «il rifiuto del mondo indifferenziato per avere dei punti di riferimento comprensibili in uno spazio limitato», allora esso può esistere solo rifiutando la standardizzazione portata dal mercato mondiale e quindi tornando a forme di autarchia, di protezionismo, di autoproduzione e di autoconsumo che sono incompatibili col globalismo economico industriale. Questo tipo di localismo si coniuga con l'ambientalismo "di destra" che lega i motivi localisti a quelli ecologisti. Sono persuaso che il nostro futuro stia nel ritorno al passato, un ritorno graduale, ragionato e limitato, alla terra.

    La grande dicotomia che occuperà gli anni a venire non è più quella destra-sinistra, ma quella modernisti-antimodernisti, cioè tra coloro che aderiscono all'attuale modello di sviluppo e quelli che stan cercando vie laterali per sfuggire a una catastrofe incombente, oltre che a uno stile di vita che già oggi ci fa star male emotivamente, psicologicamente ed esistenzialmente (l'uomo «non è una bistecca»!).

    Ecco perché la bistrattata, la rozza, l'impresentabile, l'incolta, la retrograda Lega di Bossi sta, senza probabilmente esserne del tutto conscia, in un vento che viene da lontano e che, forse, va lontano.



    Non si ferma la Storia col "Codice Rocco"...

    Contro le dichiarazioni secessioniste dell'onorevole Bossi si è subito levato il coro indignato delle suorine dell'unità nazionale: chi ha invocato l'intervento della magistratura, chi le manette, chi l'ospedale psichiatrico...

    L'unità d'Italia non è un dogma né religioso né laico. In democrazia i princìpi inalienabili sono solo quelli di libertà; l'assetto istituzionale di uno stato è sempre modificabile, fino alle estreme conseguenze, cioè alla sua cancellazione.

    Galante Garrone, su "LA STAMPA" di Domenica, replica addirittura che l'unità d'Italia «è un fatto storico irreversibile». Ma, checché ne dica Galante Garrone, nulla nella Storia è irreversibile: almeno questo dovrebbe avercelo insegnato proprio la Storia, che va avanti per suo conto a dispetto dei nostri schemi mentali e che non può essere ingessata in nessun ipse dixit.

    Posto che l'unità d'Italia è storicamente reversibile, resta da vedere in quali modi, democratici e legali, potrebbe avvenire la secessione del Nord.

    L'art. 5 della Costituzione sancisce che la Repubblica «è una e indivisibile». Ma anche l'art. 5, come ogni altro (ad eccezione dell'art. 139 che afferma l'intangibilità della forma repubblicana) può essere oggetto di revisione costituzionale. Però per modificare un articolo della Costituzione è necessaria la maggioranza assoluta del Parlamento (art. 138 Cost.): il che in pratica è impossibile. Chi vuole infatti la secessione è per definizione una minoranza nella comunità nazionale da cui vuole staccarsi e quindi non avrà mai in Parlamento il quorum necessario. Gli Stati difendono così l'integrità del loro territorio; se ne dovrebbe concludere che non ci possono essere secessioni per vie legali, ma solo violente.

    Proprio per evitare disordini, alcuni anni fa ad Helsinki quasi tutti gli Stati, Italia compresa, hanno sottoscritto una Convenzione internazionale dove si riconosce solennemente «il diritto alla autodeterminazione dei popoli»: un popolo che non si riconosca più in un determinato Stato può legittimamente staccarsene qualora si dimostri, attraverso un plebiscito, che la stragrande maggioranza di quel popolo lo vuole. Per un'operazione del genere si richiede ovviamente una maggioranza non assoluta ma, appunto, plebiscitaria.

    Esiste nel Nord Italia una maggioranza plebiscitaria che vuole la secessione? Impossibile dirlo.

    Galante Garrone pensa che «le parole di Umberto Bossi sono ben al di là dei sentimenti e dei pensieri dei suoi elettori», ma si illude perché chi vota Lega vota Bossi, e l'insofferenza separatista va anche al di là degli elettori leghisti. È ridicolo che Galante Garrone attribuisca alla Lega «il tenebroso disegno di mandare a catafascio l'Italia», perché la Lega rappresenta la parte più ricca del paese e il suo interesse è tutt'altro che lo sfascio. Ai leghisti importa vivere in una comunità più efficiente, ordinata e civile, non assenteista, non ladrona, non violenta, non camorrista, non mafiosa, più equa ed egualitaria. E soprattutto importa di non avere l'impressione di essere presi per i fondelli e di lavorare anche per chi, senza validi motivi, se ne sta a guardare, piagnucoloso e beffardo.



    Quando la storia può smascherare dubbi e retorica.

    È chiaro che la tredicesima legislatura, fin dalle prime battute, sarà caratterizzata dall'alleanza dei due Poli contro la Lega Nord. Non per nulla il Presidente della Camera, Luciano Violante ha minacciato di mandare l'esercito contro i separatisti e il segretario del PDS, Massimo D'Alema, ha teso la mano all'arcinemico Berlusconi. L'unità d'Italia sarà l'usbergo dietro il quale i due Poli nasconderanno la necessità di continuare la politica assistenzialista.

    Infatti una parte determinante del cosiddetto Polo delle Libertà, vale a dire Alleanza Nazionale, ha la sua roccaforte al Sud e nel Sud, allo stato attuale, non si raccolgono consensi se non si promette, e si fa, una politica assistenzialista. Lo diceva, col candore dei semplici, un abitante di Nusco l'altra sera al «Porta a porta» di Bruno Vespa. Richiesto dei motivi per cui Nusco aveva votato in massa Ciriaco De Mita, ha risposto: «Perché quando c'era lui qui arrivavano i soldi».

    Quanto all'Ulivo, il partito che ne è magna pars, ossia il PDS, è il principale responsabile con la Democrazia Cristiana di quel l'assistenzialismo a pioggia, distribuito inegualmente tra Nord e Sud, che ha portato al collasso economico il paese (che ora viene chiamato "cara Patria").

    Il PCI-PDS, inoltre, non solo è coinvolto, come la DC e il PSI, nella criminale spoliazione del bene pubblico emersa con le inchieste di Mani Pulite (più di duecento politici pidiessini sono incriminati in Tangentopoli), ma, nell'ultimo quarto di secolo, si è anche comprato buona parte del consenso distribuendo ai suoi clientes il denaro dei contribuenti, ed è molto difficile che ora riesca a cambiare politica senza perdere segmenti decisivi della sua base elettorale.

    Ecco che cosa si nasconde dietro la retorica dell'unità nazionale.

    Di rincalzo è venuta anche la Chiesa cattolica con gli interventi a raffica dell'Osservatore Romano, dei Vescovi e, alla fine, del Papa. Ed è estremamente significativo che nessuna forza politica, nessun grande giornale, nemmeno quelli che si dichiarano laici e liberali ad ogni piè sospinto, abbiano alzato la voce contro questa inammissibile intromissione della Chiesa negli affari interni dello Stato italiano, che lede, essa sì, l'indipendenza della nazione, la sua autonomia e dignità e i princìpi dello Stato risorgimentale laico e liberale (Cavour: «Libera Chiesa in libero Stato»). Lega o non Lega, la Chiesa non ha alcun titolo per occuparsi di tali questioni: in tal modo si apre una breccia pericolosissima all'indipendenza del nostro paese. Oggi l'anatema è contro la Lega, ma domani potrebbe colpire qualsiasi altro partito politico che non garbi al Vaticano.

    La Chiesa deve occuparsi di cose di religione, non di quelle politiche e meno che mai di assetto istituzionale. Ha addirittura l'obbligo concordatario di astenersene. Se c'è una questione che non c'entra niente con il Magistero della Chiesa - di qualsiasi Chiesa - è proprio quella istituzionale, perché non sta scritto da nessuna parte che uno Stato centralista sia più giusto di uno federalista e che due Stati o tre o venticinque siano peggio di uno.

    È poi grottesco, per non dir di peggio, che a inalberare la bandiera dell'unità d'Italia sia proprio la Chiesa cattolica, che, quando, a suo tempo, c'era davvero bisogno di tale unità, ne fu il più feroce avversario.

    Dopo il ventennio di retorica fascista e il cinquantennio di retorica antifascista, adesso ci tocca subire anni di retorica unitaria e patriottarda? La retorica fascista servì a coprire le nefandezze di una classe politica liberticida e imbelle; quella antifascista a nascondere le rapine della partitocrazia consociativa, quella unitaria a continuare negli usi di sempre.

    Ma i nodi, prima o poi, vengono al pettine e nessuna retorica può sottrarci da questa domanda semplice semplice: può una parte d'Italia continuare a pagare anche per l'altra?

 

 

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