Falce e spinello militanti al macello.
L’antiproibizionismo è una battaglia che appartiene alla sinistra rivoluzionaria e libertaria?
Molti compagni dei centri sociali e della cosiddetta area della disobbedienza non hanno dubbi sulla questione delle droghe leggere, sostengono che la lotta per la legalizzazione della marijuana rientra nella lotta quotidiana per il cambiamento radicale del sistema politico. In poche parole, l’antiproibizionismo è un aspetto della lotta libertaria contro l’oppressione conservatrice dello stato borghese colpevole di utilizzare il mercato nero (delegando la gestione alla mafia) piuttosto che il commercio legalizzato.
Negli ultimi 40 anni, dall’esplosione della contestazione sessantottina fino ad oggi, l’antiproibizionismo ha occupato sempre più spazio nelle lotte delle organizzazioni rivoluzionarie, fino a diventare un vero e proprio marchio identificativo per chi si riconosce nell’area antagonista. Atteggiamenti pseudo-libertari hanno invaso i movimenti studenteschi e proletari degli anni 60-70. Droghe leggere e pesanti hanno attratto un numero sempre più alto di giovani, distruggendo una intera generazione di rivoluzionari, deviando la lotta antisistema con il consumo di stupefacenti. Un consumo che ancora oggi viene spacciato come rivoluzionario, controcorrente, rispetto al bigottismo della sinistra e della destra parlamentare.
Se già in passato l’antiproibizionismo e tutto ciò che ne concerne, ha provocato una forte emorragia nella contestazione studentesca e operaia, perché continuare a sostenere la liberalizzazione delle droghe leggere? A chi giova tutto ciò? Perché creare nuove mode per identificare chi non si piega alle volontà e alla repressione culturale della borghesia? La rivoluzione con i pearcing e le canne non accadrà mai. Non sarà certo la piantina di Marija o i capelli colorati a spezzare le catene dell’oppressione dell’uomo sull’uomo.
Assimilare nuovi costumi, atteggiamenti di ignota provenienza (spacciati come proletari) non ha prodotto nulla di buono, anzi, ha intaccato i contenuti politici dei movimenti sorti al di fuori dei palazzi del potere e ha distrutto molte vite.
Ciò che oggi residui dell’operaismo e dell’autonomia operaia vanno sbandierando nei centri sociali e nel nuovo movimento no-global, è la stessa malattia che ha decretato la fine di quel ciclo di lotte e di nuove esperienze proletarie che ha caratterizzato gli anni 60/70. Tralasciando le divergenze dal punto di vista ideologico con la scuola di Francoforte ieri e i new-global di oggi, ciò che rimane di questo filo rosso che lega i frequentatori gli odierni centri sociali e i famosi circoli del proletariato giovanile, non è altro che la solita immagine distolta da atteggiamenti pseudo-libertari che nulla hanno a che fare con la militanza, e che impediscono ancora oggi la formazione di un processo rivoluzionario in Italia e nel resto del mondo.
…..continua




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