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Discussione: La lingua italiana

  1. #1
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    Predefinito La lingua italiana

    Leggetevi questo riassuntino sulle origini della lingua italiana e ditemi cosa ne pensate (sempre che vi interessi...)

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    Negli ultimi anni il tema dell’identità italiana è stato affrontato da più versanti, a partire dalle massime cariche istituzionali. Ed è un tema che pone in primo piano, come simbolo identitario più profondo, proprio la condivisione di una lingua comune. Non andrà dimenticato che nell’Italia di oggi – attraversata da spinte disgregatrici in cui tornano a campeggiare i mille municipalismi che si sono stratificati nel corso della sua storia – la lingua, patrimonio attivo ormai di oltre il 90% dei cittadini (in modo esclusivo o in alternanza con il dialetto), è il più importante fattore coesivo di un’appartenenza comune. Altri fattori sono transnazionali (il cristianesimo), minoritari e discussi (la memoria storica, sempre più labilmente presente nel bagaglio culturale medio, e comunque soggetta a valutazioni diverse e talvolta antitetiche) oppure meno profondamente strutturanti, in una parola meno significativi, come la gastronomia (da tempo la pastasciutta è il classico primo piatto da Pordenone a Gela) o il tifo calcistico.

    Una lingua nazionale è, di norma, un antico dialetto parlato in un’area geograficamente ristretta che è riuscito a imporsi su altri dialetti; è – per riprendere un’arguta metafora attribuita a Max Weinreich – un dialetto con un esercito e una marina. Questo è vero anche per l’italiano, ma i modi attraverso i quali il processo è avvenuto sono decisamente atipici.

    Altre grandi lingue europee – il francese, lo spagnolo, l’inglese – si sono modellate sulla lingua della capitale politica e amministrativa: la forza delle armi e del potere ha spinto, o costretto, i vari cittadini di Francia ad accogliere il predominio della lingua di Parigi, sacrificando culture e idiomi prestigiosi come il provenzale, il tramite attraverso il quale la civiltà occidentale ha riscoperto la poesia lirica. In Germania, un paese che raggiunge l’unità politica addirittura più tardi dell’Italia, nel 1871, l’affermazione del tedesco moderno si deve alla riforma di Lutero che, traducendo la Bibbia e favorendone la capillare diffusione presso i fedeli, promosse una particolare varietà linguistica a lingua della società civile. Fuori d’Europa, un altro, e certo più clamoroso, caso di lingua nazionale affermatasi sul fondamento di una forte motivazione religiosa è quello dell’ebraico: mantenutasi nei secoli solo come lingua sacra, esso fu promosso a lingua dell’uso solo alla fine dell’Ottocento, non senza vivaci resistenze all’interno dell’ebraismo. Dopo la seconda guerra mondiale e la tragedia della shoah, riuscì a diventare la lingua ufficiale dello stato d’Israele, restituendo agli ebrei provenienti da diverse parti d’Europa (e poi da altre parti del mondo) il senso di un’appartenenza comunitaria non solo religiosa ma anche prosaica e quotidiana.

    Nulla del genere per l’Italia. La lingua che oggi adoperiamo in ufficio, in autobus, nei negozi, nelle conferenze è il dialetto fiorentino trecentesco, con le inevitabili modificazioni (massime nel lessico, consistenti nella sintassi, minime nella fonetica) che il tempo intercorso gli ha impresso. Ma Firenze non è stato mai un centro politico con ambizioni superregionali; e la religione si è espressa fino ad anni recenti o nel latino liturgico, ovvero nell’italiano più o meno intriso di dialetto che il prete adoperava nei contatti con i fedeli e anche nella predicazione. Firenze è stata la città che ha dato vita a una grande letteratura, presto diffusa ed emulata altrove. L’eccellenza dei grandi scrittori fiorentini è il volano linguistico che ha reso una singola parlata municipale strumento di riconosciuto prestigio sovrallocale. Con ciò non si nega, ma si ridimensiona, la concorrenza di altri fattori, sia linguistici (la maggiore prossimità al latino del fiorentino, più conservativo rispetto ai molti altri dialetti parlati in Italia) sia soprattutto extralinguistici (la vivacità della borghesia medievale toscana e la connessa spinta all’istruzione, la presenza di colonie fiorentine in molti centri dell’Italia del tempo, vere teste di ponte per una successiva penetrazione culturale).

    Accanto alla letteratura in senso proprio, non si possono trascurare altri strumenti di unificazione linguistica, entrambi – converrà precisare – a lungo operanti solo sulla fascia culturalmente più elevata: i dizionari e le grammatiche. Il Vocabolario dell’Accademia della Crusca (1a edizione 1612), è il primo grande vocabolario storico di una lingua europea, come tale preso a modello all’estero: il primo vero e proprio dizionario del tedesco moderno (il Der Teutschen Sprache Stammbaum und Fortwachs oder Teutscher Sprachschatz) apparve nel 1691 ad opera di Kaspar Stieler, membro di una «Società fruttifera» (Fruchtbringende Gesellschaft), ispirata per l’appunto all’Accademia della Crusca fiorentina. Il Vocabolario della Crusca o i vari dizionari che ad esso si richiamarono ebbero una parte essenziale nell’apprendistato linguistico di tanti nostri scrittori i quali, con una pazienza e una costanza che oggi stentiamo a immaginare, li leggevano pagina per pagina, postillandoli e cavandone esempi e frasi idiomatiche. Il più illustre di questi lettori è forse Alessandro Manzoni, il quale confessava ottantenne che, «con lo spogliare e rispogliare» il proprio esemplare del Vocabolario (che per la storia era un’edizione non ufficiale, la cosiddetta Crusca veronese, del 1806-1811), lo avesse «conciato in modo da non lasciarlo vedere».

    Anche le grammatiche sono state a lungo uno strumento elitario: come ricorda Claudio Marazzini, «il nesso con la scuola, che ai nostri occhi di moderni pare indissolubile, risulta assolutamente estraneo alla nascita della grammatica italiana e al suo sviluppo nei secoli XVI e XVII», dal momento che «fino alle riforme del Settecento, veniva impartito l’insegnamento della lingua latina, non dell’italiana». Ciò nonostante, il prestigio della norma grammaticale, promossa dal Bembo nell’opera che segna il definitivo affermarsi del modello fiorentino arcaico, le Prose della volgar lingua (1525), ha fortemente condizionato gli scriventi, contribuendo a perpetuare singoli arcaismi grammaticali e rigide distinzioni tra forme considerate proprie della prosa o del verso.

    Di fronte al potere politico e religioso, attivo linguisticamente oltralpe, l’Italia non ha avuto altre carte da giocare se non il prestigio della letteratura e il potere di grammatici, lessicografi e pedanti di varia specie. In altri termini: a lingue vive, come il francese e il tedesco, praticate nelle varie contingenze quotidiane oltre che affinate come strumenti d’arte, parrebbe contrapporsi un italiano lingua morta, immobilizzata in una teca preziosa, come entità museale sottratta al divenire della storia. Ma le cose sono più complicate.

    Nel passato non è esistita solo una lingua scritta. L’italiano parlato ha avuto corso dal Cinque al Settecento come lingua dei salotti in molte capitali d’Europa, da Londra a Parigi; a Vienna Lorenzo Magalotti, ambasciatore di Toscana, e più tardi Pietro Metastasio, poeta cesareo, non sentirono il bisogno di apprendere il tedesco, bastando loro l’italiano (oltre al francese). Non solo. Come è emerso da alcuni studi recenti, specie tra Cinque e Seicento l’italiano è stato una sorta di lingua internazionale nel Mediterraneo, fungendo da tramite nei rapporti europei, arabi e turchi.

    Quanto al presente, l’immagine vulgata di una lingua dal nobile pedigree, che però è irrimediabilmente tagliata fuori dal mondo globalizzato in chiave anglo-americana, è almeno in parte uno stereotipo. Intanto, secondo una recente indagine, oltre il 3% delle pagine di Internet sono in lingua italiana (mentre i parlanti italiano rappresentano solamente l’1% della popolazione mondiale). Quel che più conta, l’italiano è oggi la quarta o quinta lingua più studiata nel mondo: studiata più del russo o del portoghese (per citare due lingue di matrice europea, di grande tradizione culturale e con masse ben più consistenti di parlanti madrelingua); studiata in paesi che hanno conosciuto un’intensa emigrazione già dal secondo Ottocento e in cui è vivo il desiderio di riscoprire le radici di tanti discendenti da italiani (come l’Argentina), ma anche in aree come la Moldavia, che non hanno mai intrattenuto stretti rapporti con l’Italia. Ancor più significative sono le indagini relative alle motivazioni che spingono uno straniero allo studio dell’italiano: accanto alle dominanti ragioni culturali (com’è giusto che sia), emerge l’interesse per quelle occasioni di lavoro che l’italiano può garantire in non trascurabili aree dell’industria e del turismo.

    C’è anche un altro capitolo, strettamente attuale, che riguarda le sorti della lingua italiana contemporanea. Come altre nazioni dell’Occidente sviluppato, l’Italia – da antico serbatoio di forza lavoro emigrata in Europa, nelle Americhe, in Australia – è diventata negli ultimi anni terra d’immigrazione extra-comunitaria (sia pure in misura nettamente inferiore, per ora, a quel che è avvenuto in altre nazioni come Francia, Germania o Paesi Bassi). In proposito si possono naturalmente avere idee politiche diverse, ma una cosa è certa: si tratta di un evento epocale, legato a fattori demografici ed economici già chiaramente individuati dagli esperti e sarebbe assurdo che le istituzioni politiche e culturali non assumessero o proponessero tutti i provvedimenti utili ad attutire gli urti con la popolazione italiana e a facilitare l’integrazione delle masse immigrate nel nostro Paese. Lo strumento principe per favorire tale integrazione è proprio la lingua. Chi mai penserebbe d’intervenire sulle convinzioni religiose o sulle stesse tradizioni culturali degli immigrati? Ma è ragionevole chiedere loro (e nel loro stesso interesse), oltre all’ovvio rispetto delle leggi del paese ospitante, anche il compiuto apprendimento della sua lingua.

    Di fronte a tante forze contrastanti che agiscono nello scenario linguistico (e non solo linguistico) si può avere la sensazione che una lingua secolare come l’italiano stia disgregandosi. È una sensazione infondata, proprio alla luce di alcune considerazioni sommariamente evocate (la larghissima diffusione di una lingua comune, finalmente affermatasi di là dalla molteplicità dei dialetti; l’attuale richiesta d’italiano nel mondo) e di altre che potremmo ricordare. Ad esempio l’antica diffusione di fenomeni, spesso citati come segni di inarrestabile degrado: si pensi all’espansione dell’indicativo ai danni del congiuntivo o del presente ai danni del futuro (penso che ha ragione e domani parto), tendenze già attestate nei secoli scorsi.

    Ma è una sensazione che, scaturendo da tanti parlanti (come testimoniano tante allarmate lettere ai giornali), va valutata con rispetto e attenzione: non foss’altro perché testimonia di quella che i socio-linguisti chiamano “lealtà linguistica”, cioè di quell’attaccamento alla propria lingua senza il quale il destino di un idioma è irreparabilmente segnato. D’altra parte, non sono soltanto i cittadini qualunque che invocano provvedimenti a difesa della lingua. Sono anche i politici che – dopo decenni di disinteresse – si mostrano sensibili a temi linguistici: dall’inserimento dell’italiano come lingua ufficiale nella Costituzione fino a progetti più circoscritti. Prescindendo per ora dall’effettiva ricaduta sulla realtà politica e sociale delle singole iniziative, ricordiamo una proposta di legge presentata dall’On. Novelli l’11 novembre 1998 («Norme in difesa della lingua italiana»); la nascita dell’associazione «La bella lingua» (giugno 2000) ad opera di parlamentari di diverse forze politiche, da Alleanza Nazionale ai Democratici di Sinistra, con l’intento dichiarato di «avviare anche in Italia un movimento di resistenza attiva contro l’inquinamento della lingua»; la proposta presentata al Senato dal sen. Pastore ed altri il 31 gennaio 2002 per l’istituzione di un Consiglio superiore della lingua italiana.
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  2. #2
    Re del Fondoscala
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    troppo lungo per me

  3. #3
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    idem

  4. #4
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    troppo corto per me

  5. #5
    Re del Fondoscala
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    Originally posted by pcosta
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  6. #6
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    interessante sapere che anche i politici si interessano alla questione della lingua. Comunque, se realmente l'argomento ti interessa, mi permetto di consigliarti due tra i tanti libri che puoi leggere: "Lezioni di grammatica storica italiana" di Serianni, edito dalla Bulzoni; "Fondamenti di dialettologia italiana" di Grassi, Sobrero, Telmon, edito dalla Laterza. Quest'ultimo è particolarmente interessante per approfondire meglio l'aspetto di una lingua che cambia proprio perchè è una lingua viva.

  7. #7
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    ci fai un riassuntino Aug? Dopo i prima due paragrafi ho mollato!
    AZJumbo

  8. #8
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    "Salvaguardare" una lingua per legge è una mostruosità.
    L'istituzione di un consiglio superiore della lingua italiana è l'ultimo atto di questa follia. Si farà, naturalmente.

    Ne abbiamo parlato anche su libertarismo, dove ho postato un articolo fortemente critico.

 

 

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