ALLARME
Dopo l'Iraq tocca alla Siria?
Le truppe Usa occupano Qaim, alla frontiera siriana Rumsfeld ogni giorno
accusa Damasco e Israele soffia sul fuoco
MICHELE GIORGIO Il manifesto
GERUSALEMME «Dopo l'Iraq la guerra continua», scriveva ieri sul Jerusalem Post Uri Dan,
storica «penna» dell'estrema destra israeliana, perché, a suo avviso, le
organizzazioni estremiste arabe non tarderanno a riorganizzarsi per colpire
gli Stati Uniti e i loro alleati, anche nel mondo arabo. Dan, non casualmente,
dedica metà della sua lunga analisi a quelli che definisce gli «errori»
commessi dal «giovane» presidente siriano Bashar Assad rispetto al padre,
Hafez Assad, più accorto, più scaltro in politica internazionale. Bashar
avrebbe scelto la strada «scellerata» del sostegno all'Iraq, non negli ultimi
giorni, ma negli ultimi mesi. Avrebbe fornito armi all'Iraq e raggiunto
accordi con i generali di Saddam Hussein. I fatti riferiti da Dan naturalmente
vanno registrati con cautela. Ciò che più importa è l'accanimento contro
la Siria mostrato da questo giornalista israeliano che vanta ottime relazione
con la destra americana più fanatica che oggi controlla la politica Usa.
Dopo l'Iraq i cacciabombardieri Usa sulla Siria? L'ipotesi per ora è remota,
ma un attacco contro Damasco non può essere escluso. Secondo gli analisti
statunitensi intervistati sul «dopo Saddam» dalle tv americane, Damasco
è più pericolosa dell'Iran che pure rientra nell'«asse del male» (Iraq,
Iran, Corea del Nord) di George Bush. L'Iran, pensano nell'Amministrazione
Usa, vive al suo interno un conflitto vero tra conservatori e progressisti
con sviluppi anche per gli interessi Usa nel Golfo. Israele preme per un'azione
decisa di Washington contro il nemico iraniano ma Bush, almeno per ora,
non indirizzerà le truppe Usa verso Teheran per continuare la nuova «guerra
preventiva». La Siria, dicono gli americani, è più monolitica, soprattutto
è decisa ad opporsi al controllo Usa sulla regione. Israele, il principale
alleato di Washington in Medio Oriente, peraltro vedrebbe con favore gli
F-16 bombardare Damasco - che non rinuncia alla sovranità sulle Alture del
Golan sancita dalle risoluzioni internazionali e che invece rimangono occupate
da ben 36 anni da truppe e colonie israeliane - e non manca di far sentire
le sue pressioni. Nelle ultime settimane gli Usa hanno ripetutamente messo
sotto accusa la Siria. Prima il Segretario alla difesa Donald Rumsfeld e
poi il vice presidente Dick Cheney hanno messo in guardia Damasco fino ad
accusarla di aver offerto protezione ai membri del regime iracheno in fuga
da Baghdad. «E' giunta l'ora di abbattere gli altri maestri del terrore»,
ha scritto Michael Ledeen, del centro di studi di Washington, American Enterprise
Institute, in un articolo-dichiarazione di guerra intitolato «Ora tocca
a Siria e a Iran». Ledeen preme per colpire subito Teheran, convinto che
la Siria non potrebbe resistere da sola contro quella che definisce la «rivoluzione
democratica» che ha già «sconvolto Kabul e Baghdad». Non sembra perciò un
caso che le forze armate americane stiano prendendo il controllo di Qaim,
cittadina strategicamente importante nell'Iraq occidentale al confine con
la Siria. Il generale Victor Renuart del Centcom ha detto che in quella
zona combattono ancora unità della Guardia repubblicana speciale, forze
paramilitari e soldati dell'esercito regolare. In realtà gli Usa vogliono
prendere il controllo di una zona da dove, provenienti dalla Siria, continuano
ad entrare volontari dei paesi arabi per combattere le forze d'occupazione.
Il prossimo passo americano, quello che tutti si attendono, è la richiesta,
perentoria, della chiusura nella capitale siriana degli uffici delle organizzazioni
cosiddette «terroristiche» nonché il disarmo in Libano di Hezbollah che
tiene sotto pressione la frontiera settentrionale di Israele. Damasco si
è fatta più cauta per non fornire pretesti per nuove accuse, ma, allo stesso
tempo, ha esortato la comunità internazionale a compiere tutti gli sforzi
per porre fine all'occupazione anglo-americana dell'Iraq e mettere gli iracheni
in condizione di scegliere il loro futuro politico. «La Siria - ha detto
un portavoce ufficiale - ribadisce il proprio impegno più totale per garantire
l'unità e l'integrità territoriale dell'Iraq». Incerta la posizione di Londra.
Ieri il ministro degli esteri Straw ha auspicato che Siria e Iran «contribuiscano
a costruire un futuro migliore per l'Iraq» cercando di allentare la tensione.
Ma il vero interrogativo è quello che ha posto Johann Hari sul pagine dell'Independent
: cosa farà Blair se i falchi della destra Usa punteranno con decisione
l'indice contro Damasco?


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