Grazie alla dabbenaggine della "maggioranza degli italiani"; oggi, qualsiasi farabutto si sente legittimato a candidarsi a statista.
Se n'è andato dall'Iraq quando aveva appena tredici anni. Ora che ne ha cinquantasette è tornato al seguito delle truppe anglo-americane con la fermissima intenzione di giocare un ruolo determinante nel futuro del Paese. Da Nassirya,dove si trova il suo quartier generale, Ahmed Chalabi tiene comizi, rilascia interviste, soffia nell'orecchio dei giornalisti notizie («Alì il Chimico è ferito ma vivo», «Saddam si trova con uno dei suoi figli in una cittadina 40 chilometri a nord-est di Bagdad») lasciando intendere di saperne molto di più della Cia, un'arciconfraternita che a Washington l'ha sempre guardato con sospetto.
I suoi amici, nella capitale statunitense, sono quelli che in questi giorni esultano per aver fatto la guerra e per averla vinta a modo loro: Donald Rumsfeld, il segretario alla Difesa, il suo vice Paul Wolfowitz e tutti gli altri della destra neoconservatrice. Grazie a loro, un C 130 ha sbarcato in Kuwait Ahmed Chalabi e 700 uomini all'incirca, lasciando che si proclamassero il primo nucleo delle future Forze Armate irachene e scortandoli nel centro del Paese, appunto a Nassirya, quando la situazione laggiù era definitivamente sotto controllo. E proprio in questa cittadina strapazzata dai combattimenti l'inviato speciale della Casa Bianca Zalmay Khalilzad convocherà nei prossimi giorni una riunione, alla quale Chalabi si prepara facendo proseliti e dichiarando che gli Stati Uniti dovranno restare almeno due anni in Iraq e che accanto a un governatore militare americano ci dovrà essere un governatore iracheno, ovviamente lui.
Ahmed appartiene ad una delle più importanti famiglie sciite di Baghdad, suo padre e suo nonno erano ministri del re hascemita Feisal II°, e quando il sovrano fu deposto nel 1958 da un colpo di Stato che avrebbe spianato la via alla dittatura militare di Saddam, tutti i Chalabi dovettero andarsene, trasferendosi a Beirut, come usava in quegli anni. Il giovane Ahmed fece il liceo americano nella capitale libanese con egregio profitto, poi fu spedito negli Usa, all'Università di Chicago e in seguito all'Mit, dove conseguì una laurea in matematica. Platone diceva di non aver mai conosciuto un matematico che sapesse ragionare. Ahmed ragionò invece molto bene e invece di perdersi nella scienza dei numeri, si servì delle sue conoscenze per diventare un banchiere fra i più noti in tutto il Medio Oriente. La sede della sua «Petra Bank» era ad Amman, in Giordania, e combinò tanti di quegli imbrogli da andare sotto processo per violazione delle leggi bancarie, reato per il quale fu condannato a 22 anni di carcere. Ma lui, ovviamente, era latitante...
Riparò a Londra,dove andò ad abitare nel quartiere «in» di Knightsbridge e dove installò il suo ufficio proprio di fronte alle vetrine di Harrod's, il grande magazzino di proprietà di un altro arabo, Mohamed Al Fayed. Si parlò di amicizia e forse di alleanza fra i due arabi, ma entrambi smentirono quelle voci. Il suo momento arrivò all'inizio degli anni '90,dopo la prima guerra del Golfo. Da quel momento in poi Chalabi trascurò i suoi affari (che comunque continuarono a fiorire) per dedicarsi anima e corpo alla patria perduta. Volò oltreoceano, dove già non gli mancavano le amicizie, e fondò l'INC, Iraqui national congress, un partito che aveva l'ambizione di rappresentare gli sciiti del Sud. I sunniti dissenzienti del Centro, e gli inevitabili curdi del Nord. Era il 1992 e già l'anno successivo il presidente Bill Clinton stanziò per l'INC dieci milioni di dollari, somma che ripetè nel '98 malgrado gli esuli iracheni nel mondo non avessero dato grandi prove: il partito di Chalabi si era spezzato in decine di rivoli, e inoltre si era accertato che gli esuli non avevano grandi legami con la madrepatria e che nessuno di loro, fatta eccezione per i curdi che però marciavano su una traiettoria a sè stante, godeva di alcun prestigio o di alcun credito in Iraq. Poco importa. Clinton al futuro dell'Iraq ci pensava poco, e si limitava a versare quella taglia...
Intanto per quella fatale e misteriosa attrazione che lega fra loro gli uomini d'affari», Chalabi diventò amico della nuova destra, alla quale vendette almeno due piani di insurrezione abortiti (uno nel sangue) per rovesciare Saddam. Quando nel '98 il Congresso americano votò l'Iraq Liberation Act, uno stanziamento di quasi cento milioni di dollari per l'opposizione irachena, molti tentarono di evitare che tutto quel flusso di danari finisse in tasca di Chalabi. Gli avversari più inossidabili furono gli uomini della Cia, che erano ben consapevoli di quanto poco servisse il capo dell'INC alla causa della liberazione irachena. La ruggine aumentò quando alla fine del 2001 non riuscì a dare conto di qualche milione di dollari, ma intanto al governo c'erano andati i repubblicani. E alle ansie di rivincita di Bush e compagni, Chalabi diede forza e visione, sostenendo che una guerra contro Saddam si sarebbe conclusa in un giorno, massimo una settimana, perché le popolazioni irachene sarebbero insorte all'unisono alla prima bomba. A quel punto i suoi antipatizzanti passarono all'attacco.
Colin Powell lo definì «un rivoluzionario che vive a Knightsbridge e che porta al polso un Rolex d'oro massiccio». Per discreta iniziativa della Cia su alcuni giornali americani comparve una sua foto, con la scritta: «Comprereste una guerra da quest'uomo?». Ora resta da chiedersi chi sarà tanto avventuroso da comprare da lui pace e democrazia, un pacchetto che lui offre «all included».




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