Bandiere su Saddam
di Furio Colombo
Comincerà la danza degli amici della guerra e avrà gli occhi esagitati di Ignazio La Russa che dice con allegria: «Chi è contro la guerra è servito». Brutta frase di uno che si crede spiritoso e in diritto di dimenticare strage, dolore e morti. Ma loro ci diranno chi ha vinto e chi ha perso, stendendo liste un po’ fanatiche destinate a tradursi, dentro questo Paese, reso secondario dal suo governo risibile, in liste di proscrizione ad uso di radio e televisione. Saranno talmente impegnati ad accalcarsi nelle inquadrature tv gremite di carri armati, da dimenticare che c’è un altro vincitore, se non altro nella battaglia del buon senso. È Marco Pannella. La sua stravagante e utopistica proposta, esiliare Saddam Hussein, era apparsa come un gesto a metà strada fra il desiderio di protagonismo e l’inesperienza. Invece, adesso si vede bene, quella proposta era dettata non solo dall’esperienza delle vicende politiche, ma anche dalla pura e semplice esperienza della vita. L’illustrazione più efficace della proposta di esilio - tenacemente ripetuta e tranquillamente ignorata dalla maggioranza dei media e da tutto il governo italiano - si è vista quando gli inviati delle televisioni del mondo hanno cominciato a ripetere che «qualcosa sta accadendo, non è chiara la ragione, ma nelle ultime ore si è smesso di combattere quasi dovunque».
Dobbiamo ancora sapere parte degli eventi che hanno segnato il giorno 9 aprile, ventunesimo giorno di una guerra che si poteva evitare. Non sappiamo come Saddam Hussein sia uscito di scena. Non sappiamo chi e come abbia stabilito il contatto. Ma sappiamo che si è disattivato di colpo il controllo che, nonostante l’immensa violenza dell’attacco, Saddam Hussein riusciva ancora a tenere con parti o frammenti del suo apparato di difesa. Non sappiamo neppure se questa disattivazione quasi istantanea abbia coinciso o no con la sua morte. Colpisce l’esattezza della intuizione che Pannella si è ostinato a proporre fino all’ultimo: persuadete Saddam Hussein a uscire di scena e nessuno combatterà, non ci saranno sangue, distruzioni, morte e vittime. Perché se la guerra è strumento artificiale (oltre che orrido) imposto dall’invasione, anche il regime di Saddam Hussein è una imposizione violenta. Rimuovendo una causa, si rimuove l’altra.
È vero, restano in piedi tutte le sacrosante ragioni di opporsi alla guerra. Ma è più facile, più umano, più ragionevole discutere dell’intera questione mentre la gente non muore, le case non crollano, le bombe non cadono, le mamme e i bambini non vivono nel terrore e i danzatori di guerra sono privati del loro spettacolo. E diventa ragionevole e necessario discutere del ruolo delle Nazioni Unite per costruire libertà.
Ecco, nel giorno in cui i La Russa, i Ramponi, i Bucciero, tutte persone di squisita sensibilità umana, si scateneranno a reclamare la loro primogenitura di combattimento e a proclamare la loro vittoria non tanto su Saddam Hussein, quanto sui «piagnoni» che la fanno lunga sulla morte dei giornalisti, noi crediamo di poter dire che Pannella aveva indicato un percorso utile. Lungo quel percorso non ci sarebbe stato il bambino Alì a cui la guerra ha portato via le braccia, il papà, la mamma e tutti i fratelli. Pensando a quel bambino diciamo: com’è possibile che tanti non si siano accorti (e forse non abbiano notato neppure oggi) che se «svanisce Saddam Hussein» (parole di Giovanna Botteri, Tg3, ore 19,05 del 9 aprile) finisce la guerra? O meglio: non si fa. Ecco il pensiero tormentoso di oggi: questa guerra si poteva non fare.
Unità del 10/04




Rispondi Citando
[/QUOTE]
