NES n.1, anno 14
L'inutile esercizio della "arafattologia"
(e qualche brutta notizia sul fronte dell'informazione)
Gennaio 2002
- Arafat non vuole fermare il terrorismo oppure non puo' fermarlo? O forse non vuole proprio perche' non puo'?
- Ha fatto arrestare decine di terroristi.
- No, ha fatto solo volare un po' di stracci mettendo in galera qualche pesce piccolo. Anzi, avrebbe addirittura offerto centinaia di dollari ai suoi attivisti perche' se ne stessero un mesetto in galera a far la parte dei terroristi arrestati.
- Pero' ha fatto mettere agli arresti domiciliari il leader di Hamas Ahmed Yassin.
- Agli arresti domiciliari un vecchio tetraplegico costretto a letto fin da bambino? Pochi giorni dopo, fonti palestinesi denunciavano infuriate che razzi israeliani avevano "attentato alla vita di Yassin" sfiorando una moschea dove stava pregando: era agli arresti domiciliari dentro la moschea?
- Pero' ha detto di smetterla con gli attentati, e l'ha detto alla tv e in arabo, cosa che non aveva mai fatto prima.
- Sciocchezze, non ha condannato niente, in realta' ha solo detto: per adesso non sparate perche' non ci conviene, poi domani vedremo...
- Ma ha fatto chiudere alcune sedi dei fondamentalisti, quelli delle bombe umane in mezzo alla gente.
- Appunto: ecco un'altra cosa che non aveva ancora fatto, nemmeno dopo gli attentati alla discoteca di Tel Aviv e alla pizzeria di Gerusalemme: alla faccia del famoso "sforzo al 100% contro il terrorismo" che da sempre sostiene di fare. Dunque e' ufficiale che finora aveva mentito. Se ci sono volute formidabili pressioni israeliane e internazionali perche' si decidesse ad applicare l'abbicci' della lotta al terrorismo, secondo quale logica il governo Sharon dovrebbe credergli e allentare le pressioni proprio adesso?
E cosi' via, interrogativi e discussioni all'infinito. Il lettore ci perdonera' se confessiamo francamente che la saga della "arafattologia" politica diplomatica e giornalistica ci pare sia diventata un esercizio stucchevole e un po' patetico. Facciamo un esempio semplice semplice. Il 25 dicembre un commando di terroristi penetra in Israele dalla Giordania e uccide un israeliano. Immediata scatta la reazione congiunta delle forze di sicurezza israeliane e giordane: a cavallo del confine fra i due paesi, usando frequenze radio e segnali convenuti, secondo una catena di comando concordata, in poche ore israeliani e giordani mettono fuori combattimento il commando terrorista. Esiste un trattato di pace fra i due paesi, il terrorismo e' una minaccia intollerabile per entrambi, dunque lo si combatte insieme, punto e basta. Incidente chiuso. Non c'e' bisogno della sfera di cristallo per decifrare le intenzioni dei giordani. Si piangono i caduti, certo. Ma nessun israeliano, falco o colomba, si sogna di addossarne la responsabilita' ai giordani. Altrettanto chiaro, sebbene opposto, il comportamento di libanesi e siriani: appoggiano apertamente i terroristi Hezbollah. Certo, loro non lo chiamano terrorismo. Parlano di "resistenza": resistenza contro un nemico che occupa, a sentir loro, un paio di fattorie a ridosso del confine. Non stiamo scherzando: dicono che bisogna fare la guerra, ammazzare e farsi ammazzare, perche' un paio di fattorie languono sotto il giogo dell'oppressore. Per inciso, i politici italiani ed europei che ancora ricordano cosa significhi la parola "resistenza" forse dovrebbero indignarsi di fronte a questa tragica barzelletta libanese, e rispedire al mittente queste assurdita' senza nemmeno discuterle. Ma perlomeno siriani e libanesi non negano di appoggiare Hezbollah. Non cercano di far credere il contrario a tutto il mondo.
Arafat no, lui vuole fare tutto e il contrario: un giorno proclamarsi per la pace e il giorno dopo celebrare i peggiori terroristi come martiri ed eroi; un giorno schierarsi con la coalizione internazionale anti-terrorismo e lo stesso giorno acquistare armi da guerra dall'Iran via Hezbollah. Vuole fare il guerrigliero a vita e nello stesso tempo atteggiarsi a capo di stato. Il Nostro, si sa, adora girare per le capitali di tutto il mondo e farsi ricevere fra tappeti rossi, picchetti e fanfare. Una passione cosi' evidente che qualcuno ha tentato di spiegarla con le carenze affettive che l'uomo avrebbe sofferto nella prima infanzia. Quale che sia il motivo, e' chiaro che gli piace di piu' fare l'ospite d'onore che stare tra la sua gente a occuparsi di trivialissime cose come far funzionare in modo decente una sorta di amministrazione statale e contrastare le derive verso violenza e terrorismo. "Fin dai primi giorni dell'intifada - ha scritto sull'International Herald Tribune (14.12.01) Yoel Esteron, direttore di Ha'aretz - gli europei hanno rovinato ogni possibilita' di porre fine alle violenze continuando ad adulare Arafat e a riceverlo con tutti gli onori. Questo comportamento ha solo rafforzato in Arafat la convinzione di potersi permettere qualunque cosa senza mai perdere la faccia davanti all'Europa. E cosi', anziche' dedicarsi alla lotta al terrorismo, Arafat continuava a saltabeccare da una capitale all'altra, pago degli ossequi che sempre gli riservano capi di stato e mass-media. Come stupirsi - concludeva Esteron che si definisce 'un esausto pacifista deluso' - se violenze e terrorismo riprendono ogni volta che Arafat parte per una delle sue gite in giro per il mondo?".
Si puo' capire che gli israeliani si siano rotti le scatole di questo assurdo balletto. Non e' esatto dire che Sharon ha impedito ad Arafat di andare a Betlemme per Natale. Ha fatto un'altra cosa: gli ha detto che non uscira' da Ramallah finche' non si decidera' a fare i compiti sul serio e senza ambiguita'. Nel rispetto degli impegni firmati. Come fanno, per esempio, i giordani. Se poi questo significa che deve perdere un paio di messe di Natale e connesse passerelle televisive, poco male.
Tanto piu' che Sharon, quando teneva duro sulla questione della messa a Betlemme nonostante le pressioni internazionali, gia' sapeva che il cargo Karine-A era in viaggio verso le coste di Gaza con il suo carico di 50-80 tonnellate di armi: razzi Katyusha fino a 20 km di gittata, missili anticarro LAW, RPG e Sagger, missili antiaerei Strella, mortai da 80 e 120 mm, fucili di precisione, fucili d'assalto Kalashnikov, vari tipi di mine, attrezzature da sub e grandi quantita' di esplosivo. Non esattamente l'arsenale necessario per combattere il terrorismo. Ma subito riparte l'arafattologia: Arafat non voleva, Arafat non sapeva, Arafat punira' i responsabili. Per riassumere: una nave di proprieta' dell'Autorita' Palestinese, al comando di un capitano di marina dell'Autorita' Palestinese, con un carico di armi pagate dall'Autorita' Palestinese per un valore pari a un terzo dell'intero budget mensile di tutta l'Autorita' Palestinese, e Arafat dice che non ne sapeva nulla. Delle due, l'una: o mente, oppure e' un pupazzo nelle mani di qualcun altro. In ogni caso, per dirla con Sharon, un personaggio "irrilevante" ai fini del processo di pace.
Incastrato a Ramallah nel ruolo, che gli sta stretto, di governatore dei palestinesi, Arafat ha estremo bisogno di altri exploit mediatici per rinverdire l'immagine di campione della pace. A fine di dicembre un appiglio gli viene offerto da un ex parlamentare arabo-israeliano, Abdel Wahab Darawshe, che riesce quasi a convincere il presidente d'Israele Moshe Katsav. L'idea e' che il presidente d'Israele si rechi a Ramallah per tenere un discorso davanti al Consiglio Legislativo Palestinese durante il quale proponga una "hudna". La hudna e' un istituto radicato nella tradizione araba, una sorta di tregua temporanea per fermare la spirale sanguinosa delle faide fra clan. Secondo i promotori dell'iniziativa, questo concetto sarebbe piu' facilmente capito e accettato da parte palestinese. Arafat, fanno sapere, sarebbe gia' d'accordo. Per la verita' in quei giorni Arafat sta anche seguendo il viaggio della Karine-A. Una tregua per riarmarsi gli farebbe assai comodo. Ma non sa che anche Sharon tiene gli occhi su quella nave. E Sharon infatti blocca la hudna, nella quale vede una trappola. La conferma viene dallo stesso Darawshe quando spiega al quotidiano palestinese Al-Hayyat Al-Jadidah che, secondo la tradizione araba, spetta all'aggressore proporre la hudna: "Israele e' l'aggressore - argomenta Darawshe - e dunque e' Israele che deve chiedere la tregua".
"La temibile corsa agli armamenti palestinese - scrive Ha'aretz in quei giorni (7.01.02) - rafforza l'opinione di chi pensa che le dichiarazioni di Arafat, quando invocava la fine della lotta armata contro Israele e tendeva persino la mano in un gesto di pace, non erano altro che un trucco per nascondere i preparativi in corso per una dura ripresa del conflitto. Se Arafat voleva ottenere la fiducia di Israele con le sue dichiarazioni adesso gli riuscira' ancora piu' difficile". "Per i palestinesi - gli fa eco Yediot Ahronot (7.01.02) - il piu' grosso danno non e' tanto la ulteriore perdita di credibilita' di Arafat agli occhi di Washington, del Cairo, di Londra o di Amman. E' la perdita di credibilita' agli occhi degli israeliani. Arafat sta distruggendo con le sue stesse mani cio' che dovrebbe rinforzare: la fiducia di Israele nelle possibilita' di pace, senza la quale non c'e' speranza per il popolo palestinese".
Fiducia che appare profondamente scossa. Ha scritto su Ha'aretz (8.01.02) un commentatore di sicura fede anti-sharoniana come Yoel Marcus: "Fin dal giorno in cui ha messo piede in questo paese, Arafat non ha mai smesso di aizzare la sua gente e di spingerla sulla strada 'del fuoco e del sangue'. Il terrorismo e' prosperato anche a causa di Arafat e della sua demagogia. Bisogna ripeterlo fino alla nausea: Arafat e' quello che ha portato al governo in Israele Netanyahu e Sharon, e che ha calpestato il processo di pace. E non ha mai spinto avanti il dialogo fino a verificare seriamente la volonta' di compromesso da parte israeliana. Non sono disposto a spendere una lacrima sul blocco [delle citta' palestinesi] e sulle sofferenze del popolo palestinese quando la persona che porta la principale responsabilita' per tutto questo e' proprio Arafat. Nessun paese al mondo sarebbe disposto a tollerare il sanguinoso copione che ci ha imposto. I ministri del Likud che invocano giorno e notte la fine del processo di Oslo possono stare tranquilli: ci pensa Arafat a riseppellirlo ogni giorno". Marcus prosegue offrendo due possibili interpretazioni del carico di armi da guerra dell'Autorita' Palestinese sequestrato sulla Karine-A. Una e' quella del modello libanese, vale a dire la volonta' di innescare un orribile botta e risposta: armi anticarro e missili in grado di raggiungere citta' come Tel Aviv direttamente dai territori palestinesi servirebbero per colpire e logorare la societa' israeliana fino al punto di costringerla a un ritiro unilaterale senza accordo di pace, come ha fatto Hezbollah in Libano. L'altra e' quella del modello bosniaco-kossovaro, vale a dire la volonta' di imprimere una tale escalation da provocare l'intervento di una forza internazionale che "ritagli" di fatto l'indipendenza palestinese, sempre senza firmare accordi di pace. "In entrambi i casi - argomenta Marcus - la conclusione e' che Arafat deve aver perso ogni capacita' di discernimento. Dopo l'11 settembre, ce ne vuole di impudenza per ordinare un carico di armi destinate a fare attentati terroristici". E conclude: "I palestinesi hanno imparato tante cose da noi israeliani, ma ce ne sono alcune che devono ancora imparare. Per esempio, come gli amici di Ben Gurion si sbarazzarono politicamente di lui quando divenne un peso, come a Golda Meir fu dato il benservito dopo la debacle della guerra di Yom Kippur e come la superstar Bibi Netanyahu fu rovesciata dal suo stesso elettorato. Arafat, padre di tutti i terroristi, non vuole e non puo' raggiungere un accordo. E cosi' e' diventato una minaccia non solo per Israele, ma ancora di piu' per i palestinesi. Sono loro che dovrebbero chiudere i conti con lui".
Nota in calce
Qualche lettore potrebbe stupirsi. Nei distratti giorni delle feste, tra euro e crisi argentina, la clamorosa notizia della Karine-A potrebbe essergli sfuggita. Non e' colpa sua. In effetti la maggior parte della stampa italiana e internazionale l'ha completamente snobbata. Come si usa dire, solo quattro righe in cronaca. Strano, perche' sembrava una storia tratta di peso da un film di James Bond: commandos israeliani che all'alba, in mezzo al Mar Rosso, danno l'arrembaggio a una santabarbara in navigazione a 500 miglia da Israele e catturano tutto l'equipaggio senza colpo ferire. E poi l'intrigante questione di chi ha fornito quelle armi (l'Iran?) e di chi le ha pagate (Arafat?). Particolari succulenti per qualunque caporedattore. Agguerriti giornalisti come quelli della Cnn, che poco tempo prima avevano noleggiato un velivolo per scovare dall'alto i piu' piccoli insediamenti israeliani, appena saputo della nave hanno forse fatto la stessa cosa per correre a filmarla in mezzo al mare? Assolutamente no. Anzi, alcuni di loro non si sono nemmeno presentati alla conferenza stampa dove gli israeliani annunciavano il sequestro. Spiegazione? Era venerdi' pomeriggio, iniziava il week-end… E gli agit-prop palestinesi possono tirare un sospiro di sollievo. Nessun telespettatore occidentale perdera' il sonno a causa della nave di Arafat. Anche la bufala palestinese intitolata "Una luce per Betlemme" e' passata sotto silenzio quasi completo. Eppure gli ingredienti per un succoso scandalo c'erano tutti. Una trasmissione televisiva delle piu' popolari in Italia, il Costanzo Show, che sponsorizza una raccolta fondi per i poveri bambini palestinesi che a Betlemme non hanno luce ne' acqua per colpa dei cattivi israeliani. Gli israeliani che documentano la falsita' della accuse con una telecamera segreta. Maurizio Costanzo che mostra in trasmissione il filmato israeliano, blocca la campagna natalizia e promette di restituire i soldi agli italiani imbrogliati, come lui, dalla star palestinese della tv italiana Nemer Hammad. Roba da far discutere la gente sugli autobus e nei bar. In fondo, sono stati versati fiumi di inchiostro per una telefonata in diretta di un ministro a una trasmissione di satira sportiva o per le mutandine rosse di una soubrette nel taschino di Daniele Luttazzi. E tutto sommato, gli imbrogli televisivi di una Vanna Marchi, oggetto di furibonde denuncie, sono ben povera cosa al confronto delle cifre che si apprestavano a raggranellare quelli dell'Olp. Tanto piu' che i soldi sottratti dai teleimbonitori a qualche sprovveduto generalmente non vengono usati per acquistare in Iran cinture esplosive con cui massacrare decine di ebrei. O forse e' proprio questo il punto?


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