Duello al vertice palestinese. Abu Mazen vuole un suo uomo al ministero dell’Interno
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
GERUSALEMME - Yasser Arafat contro Abu Mazen, primo ministro incaricato. Uno scontro istituzionale che nasconde in realtà la battaglia per il potere. La posta in gioco non è infatti la composizione del governo, bensì chi dovrà guidare la Palestina verso una possibile svolta dopo tre anni di sangue. Abu Mazen ha tempo sino a domani per presentare la lista dei ministri. Se non riuscirà a strappare il consenso del raìs - sono in corso dei negoziati per un compromesso - dovrà passare la mano, un gesto che rischia di compromettere gli sforzi per rilanciare il dialogo. Il duello non è privo di teatralità. Abu Mazen se ne è andato sbattendo la porta e invano gli emissari hanno cercato di farlo tornare alla Mukata, il palazzo semidiroccato dove vive Arafat. Il nodo formale è chi dovrà guidare gli Interni, dicastero chiave se si vogliono contenere le spinte radicali. Il premier, che gode del sostegno di Usa, Unione Europea ed Egitto oltre che della benedizione di Israele, vuole imporre Mohammed Dalhan, ex responsabile della sicurezza a Gaza. Inoltre intende silurare ministri ritenuti inadeguati. Tra loro Saeb Erekat e Abed Rabbo, entrambi protetti da Arafat. Quest’ultimo, sostenuto da una parte del Fatah, la principale componente palestinese, vuole che agli Interni resti Hani El Hassan, figura storica del movimento e sopratutto grande protetto del leader.
Agli israeliani piace ricordare che «Arafat non perde l’occasione di perdere un’occasione». E, adesso che in fondo al tunnel dell’intifada si intravvede una flebile luce, il leader palestinese sembra non coglierla. In realtà comprende benissimo quello che accade. Se Abu Mazen supererà la prova, toccherà a lui gestire una fase che ha nell’immediato futuro la cosiddetta «road map», il processo per tappe che deve condurre a una ripresa dei negoziati con Israele e alla formazione - in termini assai vaghi - di uno Stato palestinese entro il 2005. Washington, sia per motivi di prestigio che per dimostrare al mondo arabo che non usa solo il bastone, ha promesso la presentazione del documento non appena sarà formato il nuovo esecutivo palestinese. E ha lasciato trapelare - in modo affrettato - la volontà di convocare negli Usa Abu Mazen e il premier israeliano Ariel Sharon.
Ma, assieme alla trattiva, il meccanismo deve portare a un progressivo ridimensionamento del peso di Yasser Arafat, considerato incapace di accettare una svolta. Abu Mazen ha più volte sostenuto la necessità che l’intifada perda il carattere militare. Traduzione: basta attacchi. Ecco spiegata la veemente reazione del leader come le minacce lanciate dai radicali.
Ma neppure la piazza palestinese gradisce un’imposizione dall’alto. L’abbraccio americano - e israeliano - ad Abu Mazen rischia di bruciarlo. Significativo un sondaggio. La maggioranza vuole la continuazione dell’intifada. E, quando si parla di gradimento nei confronti dei personaggi, Arafat è sempre in testa con il 21,2%. Abu Mazen è appena settimo con un misero 1,8%.
Come al solito il sole in quei luoghi e sempre velato.
Cordiali Saluti




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