"Ora il banco di prova è il tracciato di pace"

Intervista a: Basam Abu Sharif

di Umberto De Giovannangeli

«La politica di colonizzazione dei territori palestinesi portata avanti da Israele, sia con governi a guida laburista che Likud, ha da sempre rappresentato uno dei maggiori ostacoli al raggiungimento di una pace giusta e duratura. Da questo punto di vista le dichiarazioni di Ariel Sharon rappresentano una novità positiva. Ma se il premier israeliano è davvero animato da buone intenzioni ha un modo per dimostrarlo: non porre pregiudiziali inaccettabili all'immediata attuazione del “tracciato di pace” messo a punto dal Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu, ndr) e aprire da subito un negoziato con la dirigenza palestinese su tutte le questioni ancora sul tappeto». A parlare è l'uomo che ha sempre anticipato le svolte politiche più significative nella storia dell'Olp e dell'Autorità palestinese: Bassam Abu Sharif, consigliere politico del presidente Yasser Arafat.

In un'intervista al quotidiano «Ha'aretz», Ariel Sharon ha affermato di essere disposto allo smantellamento degli insediamenti per raggiungere una pace nella sicurezza. Qual è la risposta palestinese?
«Quella di avviare da subito un negoziato sotto l'egida internazionale e attivare il “tracciato di pace” messo a punto dal Quartetto. È in questo contesto che andranno verificate le aperture verbali del primo ministro israeliano».

In attesa della verifica, come valuta queste parole?
«Israele sa bene che pace e insediamenti sono tra loro inconciliabili. Israele sa bene che nessun leader palestinese, neanche il più moderato e disponibile al compromesso, potrebbe mai accettare di firmare un accordo che non contempli lo smantellamento di tutti gli insediamenti costruiti sui territori occupati. Uno Stato palestinese che dovesse contenere al proprio interno colonie israeliane, non sarebbe uno Stato ma un bantustan. Se anche Ariel Sharon, uno dei paladini della “Grande Israele”, è giunto a questa conclusione, si tratta di una buona notizia. Ma non vorremmo che fosse l'ennesimo espediente tattico usato per sviare l'attenzione dalla questione oggi cruciale».

Di quale questione si tratta?
«L'attuazione del “tracciato di pace” nella sua formulazione originaria. Prima di esternare sugli insediamenti, Sharon ha inviato negli Usa un suo stretto collaboratore (Dov Weisglass, capo di gabinetto del premier, ndr) per illustrare ad esponenti dell'Amministrazione Bush i quindici emendamenti israeliani alla “road map”. Emendamenti sostanziali, che finirebbero, se accettati dagli Usa, per stravolgere il “tracciato di pace” e vanificare ogni sforzo per una soluzione politica al conflitto israelo-palestinese. Lo ripeto: il primo, vero banco di prova per verificare le aperture israeliane è l'accettazione da parte di Sharon dell'attuazione immediata del “tracciato di pace” nella sua prima versione. Un processo che potrebbe prendere avvio da una Conferenza internazionale di pace promossa dal “Quartetto”.

Cosa intende l'Anp per uno Stato accettabile?
«Uno Stato con piena sovranità su tutto il suo territorio e sulle risorse idriche in esso contenute; con confini riconosciuti e garantiti internazionalmente. Uno Stato con Gerusalemme Est come sua capitale. Una prospettiva che in nulla mette in discussione il diritto all'esistenza e alla sicurezza d'Israele. Una sicurezza che non potrà mai venire dalle armi e dall'oppressione esercitata contro il popolo palestinese».

L'apertura di Sharon può agevolare il compito del premier designato palestinese Mahmud Abbas (Abu Mazen)?
«Quel compito sarebbe davvero agevolato se Israele decidesse di porre fine all'occupazione delle città palestinesi, ritirando le sue truppe sulle posizioni antecedenti l'inizio della seconda Intifada (settembre 2000, ndr). Ma dubito che ciò possa accadere senza un deciso intervento americano».

La pace tra israeliani e palestinesi può essere il primo, storico risultato della guerra in Iraq?
«La nostra posizione su questa guerra non è cambiata: era e resta una guerra illegale, condotta al di fuori e contro l'orientamento maggioritario delle Nazioni Unite; una guerra infinita, che dall'Iraq potrebbe estendersi alla Siria e all'Iran destabilizzando l'intera regione. Non si costruisce la democrazia con i carri armati e i B-52. Una cosa è certa: la questione palestinese era e resta uno snodo decisivo per chiunque intenda davvero “pacificare” il Medio Oriente. Pacificarlo con le armi della politica e non con la politica delle armi. E per far questo occorre realizzare sul campo quel principio di “pace in cambio dei Territori” sancito dalle risoluzioni 242 e 338 delle Nazioni Unite. Risoluzioni che Israele ha sempre inevaso, senza per questo subire alcuna sanzione».

l'Unità 16 aprile 2003

http://www.unita.it