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    Involuzione autogena ed eterogena

    Involuzione autogena ed eterogena | Silvano Lorenzoni

    1 gennaio 2000 (19:20) | Autore: Silvano Lorenzoni

    1. Andamento storico della distribuzione razziale. I pigmei quali ‘decaduti puri’, gli altri selvaggi insorti per meticciato.

    Si riprendono degli argomenti già sfiorati al Cap. 1 della I parte, per esaminare il problema di quale possa essere stato l’andamento storico della distribuzione delle razze.

    Si è già menzionato come Carleton Coon (1) indicasse che nel pigmeo (africano) ha da vedersi il ‘vero’ negro, mentre le altre stirpi subsahariane sarebbero il risultato del meticciato di questo ‘negro primordiale’ con elementi europidi (e, secondo sempre il Coon, anche boscimaneschi) ad esso fisicamente e culturalmente superiori. Questo, sembra essere confermato dalla paleontologia umana. Pierre Bertaux (2) ci informa che le razze negre non sono molto antiche e che i primi reperti negroidi, provenienti dal Neolitico antico del bordo meridionale del Sahara, sono posteriori ad almeno quattro altri tipi umani presenti tutti in Africa: pigmei, boscimani, mediterranei ed ‘etiopi’, questi ultimi di “tipo misto” (ma quindi non misto di negro con qualcos’altro, visto che negri ancora non ce n’erano). Vittorio Marcozzi (3) indica che i conosciutissimi due scheletri della grotta di Grimaldi, trovati nell’Europa mediterranea, hanno caratteristiche prevalentemente negroidi ma non sono ‘veri negri’ (4); mentre lo scheletro di Asselar (Africa ex-francese) indica un “intermedio fra l’uomo di Grimaldi e il negro moderno” (è più ‘negroide’ dell’uomo di Grimaldi, ma non è ancora del tutto negro). E i numerosi scheletri trovati a Shukbah-Athlit, in Palestina, sarebbero di “tipo mediterraneo con tendenza a quello negro” (qui, con ogni probabilità, si ha da vedere dei protosemiti).

    In Asia sud-orientale e negli arcipelaghi dell’Indonesia e dell’Oceania – lo documenta il medesimo Carleton Coon (5) – gli abitanti originali furono i pigmei, sommersi dopo da altre ondate di popolazione. Sia Vittorio Marcozzi (6) che Robert Suggs (7) indicano un’importante impronta razziale ainu nelle popolazioni oceaniche e, in particolare, fra i polinesiani; e moltissimi antropologi vollero scorgere nell’australiano un ainu ‘declassato’ (8). In quelle zone, più tardi, dovette sopraggiungere anche un importante elemento mongoloide proveniente, in origine, dalla zona ‘artica’ dell’Asia orientale.

    Anche in America si è potuto percepire un elemento ainu nella popolazione aborigena (9); e in America meridionale si è già visto che ci sono indicazioni della possibile esistenza, in tempi arcaici, di genti pigmee.

    Ogni cosa indicherebbe quindi che, storicamente, il popolamento della fascia tropicale, quale esso è stato descritto dagli studiosi moderni di etnologia e di antropologia, può essere ipotizzato come segue. Ci dovevano essere delle popolazioni pigmee molto diffuse e più numerose di quanto potessero esserlo le loro vestigia incontrate in tempi storici; nelle quali hanno da vedersi i ‘decaduti puri’, residui di genti che, in ragione di degenerazione psicologica e poi somatica, si sono ridotte in quelle condizioni fisiche e culturali con il trascorrere di eoni cronologici difficilmente valutabili (cfr. il Cap. 5 della I parte). Poi, genti provenienti per infiltrazione o per conquista dal Nord del Mondo, arrivate nei loro territori, diedero origine per meticciato ai tipi selvaggi incontrati e studiati nella fascia tropicale in tempi storici. E ogni cosa sembrerebbe indicare che si trattò essenzialmente, almeno nelle fasi iniziali, di mediterranei (cioé: genti appartenenti al ramo mediterraneo/occidentale della razza europide) per quel che riguarda l’Africa e l’Asia occidentale; di ainu per quel che riguarda l’Asia orientale, l’Oceania e forse le Americhe.

    Gli antartidi hanno probabilmente da essere visti come residui, ormai sul bordo dell’estinzione naturale, di prodotti di meticciato enormemente arcaici, sul conto dei quali difficilmente si possono fare ipotesi.

    2. Mediterranei e ainu

    Avendo indicato come i mediterranei e gli ainu potrebbero essere stati le componenti ’superiori’ che, per meticciato con quelle ‘inferiori’ pigmoidi hanno dato origine al mondo selvaggio quale noi lo conosciamo; vale la pena di soffermarsi sull’argomento della natura di questi due tipi umani, dal punto di vista culturale e storico. Non si scorge in essi alcun tratto di inabilità intellettuale: dotati di acuta intelligenza, gli uni sono venuti a formare parte della popolazione europea – in certe zone essi sono preponderanti – e gli altri fanno parte importante della sostanza razziale dei giapponesi, senza che alcuno ne abbia risentito minimamente dal punto di vista intellettuale. In compenso in ambedue si possono forse scorgere dei caratteri di ’stanchezza’, di lunarità, che da alle loro manifestazioni culturali un’aura di crepuscolarità. Inoltre, non sembra che questi tipi umani abbiano mai visto nel meticciato un fatto particolarmente esiziale, a differenza di quanto poté essere il caso, fino a tempi recenti, di altri tipi europidi e mongoloidi. – Questa loro ‘fragilità’ sembra essere confermata dal fatto che le loro lingue e le loro specificità culturali, salvo sopravvivenze sotterranee e sincretistiche, nonché le loro strutture politiche, ebbero la tendenza a sfasciarsi irreversibilmente sotto spinte esterne anche apparentemente lievi. Gli ultimi ainu ancora riconoscibili come tali – Giappone settentrionale e isola di Sachalin -, già prima del loro assorbimento da parte della popolazione giapponese, erano stati acquisiti, culturalmente e linguisticamente, dall’ecumene nord-est-siberiano: non c’è traccia di quella che pure dovette essere una loro propria forma culturale e linguistica. Qualcosa di analogo toccò ai mediterranei, sui quali ci si dilungherà subito.

    Il tipo mediterraneo fu la sostanza genetica portante di quell’affascinante e crepuscolare ‘mondo indo-mediterraneo’ che si estendeva dalle Colonne d’Ercole all’Indo, identificato da Vittore Pisani (10) ancora nell’anteguerra e poi studiato in dettaglio, nella sua parte europea centrata nei Balcani, da quella brillante archeologa che fu Marija Gimbutas (11). Esso era caratterizzato da tratti culturali specifici (12) e in esso venivano parlate lingue appartenenti a una superfamiglia parimenti specifica alla quale appartennero le lingue iberiche e liguri, l’etrusco, il pelasgo della Grecia pre-ellenica, svariate lingue dell’Asia Minore, il sumero, l’elamita dell’Iran e il harappiano dell’Indo (del quale le moderne parlate dravidiche sono un residuo) (13). E civiltà mediterranee, tutte lunari e crepuscolari, furono quelle dei megaliti, quella arcaica dei Balcani, quelle egizia, sumera, elamita, harappiana, spesso rivelatesi come centri statici di civiltà in un contesto di popolazioni selvagge (principalmente quella harappiana) (14). Esse furono tutte travolte facilmente dagli indoeuropei.

    Qualcosa di analogo si può osservare per le civiltà americane e per quella polinesiana, anch’esse civiltà di alto livello ma di estrema fragilità (si è già menzionato che questo era stato osservato da Julius Evola [15]) e che furono travolte con estrema facilità e in modo irreversibile dalla colonizzazione europea. Si può ipotizzare che esse avessero l’ainu come ’sostanza genetica portante’, almeno per quel che riguarda le loro classi dirigenti.

    Ma fra ainu e mediterranei si possono forse rintracciare delle continuità culturali, soprattutto dallo studio di alfabeti arcaici e misteriosi. Una difficoltà, viceversa, potrebbe essere posta dalla spiccata solarità delle religioni americane, di contro alla lunarità mediterranea. (Se invece nei facitori di megaliti in Melanesia [16] si vogliono vedere degli ainu o degli ainu-mongoloidi, il loro culto del serpente avvicinerebbe queste genti ai mediterranei).

    Nell’Europa del VII – VI millennio a.C. erano generalizzati una notevole quantità di alfabeti, imparentati fra di loro e non ancora decifrati, usati dai costruttori di megaliti e dalla civiltà dei Balcani, con propaggini in Asia minore e nel Medio Oriente (è probabile che la scrittura cuneiforme sumera derivasse da questo tipo di grafie; e quindi anche le lettere fenicie) (17); e al medesimo filone appartenne la scrittura dell’Indo (18). (Si tratta di un tipo di scrittura cosiddetto ‘nucleare’, completamente diversa da ogni altra già interpretata, sia essa fonetica o geroglifica.) – Dei parallelismi perfetti sono stati trovati fra la scrittura dell’Indo e quella polinesiana, parimenti non ancora decifrata (19). In Polinesia, fino al secolo XIX, c’era una scrittura generalizzata, appannaggio di una classe sacerdotale che la utilizzava per testi liturgici, e che andò perduta con la scomparsa di quella classe come conseguenza della colonizzazione e del missionarismo monoteista, confessionale e laico (20). La sua varietà più conosciuta è il rongo-rongo dell’Isola di Pasqua (21), della quale rimangono le tracce più abbondanti, su legno, in quanto là essa fu usata fino a più tardi. Nel resto degli arcipelaghi, le iscrizioni su foglie di palma sono andate quasi interamente perdute.

    È quindi tutt’altro che fuori luogo ipotizzare una continuità culturale e quindi anche razziale fra il Mditerraneo arcaico e l’Oceano Pacifico, attraverso il tramite dell’Asia meridionale. – Difficile invece fare ipotesi per quel che riguarda le Americhe. In Perù (ma anche nella Colombia meridionale), fino al secolo XVI fu usata la scrittura a corde annodate, i cosiddetti quipu (22); ma secondo una tradizione orale peruviana essi avrebbero sostituito, in un imprecisato ma remoto passato, un’altra scrittura, ancora più arcaica, sul conto della quale la tradizione ha poco da dire, salvo che era scritta su un qualche tipo di pergamena. Anche gli irochesi dell’America settentrionale usavano una ’scrittura’ tipo quipu, a base di rosari di conchiglie multicolori. E ci sarebbe dell’evidenza che delle scritture del genere erano in uso in Messico (prima dell’adozione della scrittura geroglifica) e, nel IV – III millennio a.C., anche in Polinesia, in Bengala, in Cina, in Mongolia e perfino in Tibet (dove, nel VII secolo d.C. esse furono abbandonate in favore dell’alfabeto sanscrito).

    Come si vede, un’interpretazione non stereotipa – da establishment - dei fatti empirici non solo rivela un panorama del tutto nuovo sull’andamento cronologico della preistoria e della protostoria; ma potrebbe anche aprire degli affascinanti nuovi campi di ricerca che a tutt’oggi sono praticamente vergini.

    3. Gli indoeuropei e la ‘razza nordica’

    Si è già parlato degli indoeuropei (o indogermani) come dell’ultima manifestazione della ‘luce del Nord’ (23). La loro provenienza artica (dedotta, già agli inizi del Novecento, dal tedesco Krause e dall’indiano Tilak sulla base delle indicazioni astronomiche date dalle loro tradizioni religiose) è perfettamente assodata. La Russia meridionale fu un loro centro secondario di irraggiamento, come lo fu più tardi l’Europa nord-occidentale (né si può escludere che, in parte, l’Europa settentrionale sia stata da loro raggiunta direttamente dall’Artide [24]).

    Una determinata corrente di pensiero, che fu predominante nell’anteguerra, della quale il principale esponente fu Hans F. K. Günther, identificava senz’altro la popolazione indoeuropea con la ‘razza’ nordica (ma sarebbe stato e sarebbe più esatto dire: il tipo nordico della razza europide), passando poi alla conclusione che ancora adesso il tipo nordico sarebbe ‘l’umano per eccellenza’. Questo, non nel senso di una superiore intelligenza (differenze di ‘quoziente intellettivo’ non ne sono state riscontrate, né allora né adesso, fra i principali tipi genetici europidi o nord-est asiatici, né il Günther suggerì mai niente del genere), ma in ragione di certe proprietà caratteriali che renderebbero il tipo nordico (identificato con quello indoeuropeo), nel modo più naturale, un signore e un dominatore. – L’identificazione in questione era (ed è) per lo meno esagerata; ma è assodato che il tipo nordico doveva essere molto frequente, se non proprio predominante, fra gli indoeuropei arcaici e predominante, se non proprio esclusivo, nelle loro classi dirigenti. Ne segue che la percentuale di sangue indoeuropeo in una determinata popolazione doveva (e deve) essere strettamente correlazionata alla proporzione di elementi nordici in essa riscontrabile, concentrati prevalentemente nelle sue classi dirigenti. Quando lo studioso-principe della fenomenologia storica della deindoeuropeizzazione – in Europa meridionale e in Asia, accompagnata dal riemergere del substrato pre-indoeuropeo inizialmente sottomesso -, Hans F. K. Günther (25), prende come indicatore di questa tendenza la diminuzione della percentuale di individui di tipo nordico, egli adotta un’ipotesi di lavoro sicuramente valida.

    Le cose, però, si potrebbero essere messe altrimenti nei tempi contemporanei/moderni. Già negli anni Trenta Julius Evola (26) osservava che i popoli nordici contemporanei “presentavano qualità fisiche, di carattere, di coraggio, di resistenza (…) ma atrofia dal lato spirituale” (27), per poi soggiungere che la facilità con cui quelle popolazioni avevano accettato il cristianesimo prima e il protestantesimo dopo non deponeva certo a loro favore – e difatti, fatta la splendida eccezione dei sassoni, le genti germaniche (le più nordiche esistenti) resistettero alla cristianizzazione molto meno che certe popolazioni delle Alpi o del Baltico, che sangue nordico ne avevano meno. (Quanto al protestantesimo, per dovere di esattezza, va fatta la puntualizzazione che il mondo nordico per eccellenza – la Germania settentrionale e la Scandinavia meridionale – si fermò al luteranesimo. Portatore del calvinismo – la forma finale del protestantesimo – fu piuttosto quel tipo misto mediterraneo-nordico, con netta predominanza del tipo mediterraneo, che faceva e fa la base della popolazione dell’isola inglese.)

    Già ai tempi suoi, Hans F. K. Günther era stato contestato, in certe sue conclusioni, da altri studiosi tedeschi che avevano indicato come, in Germania, le caratteristiche ‘asiatiche’ della componente alpina della popolazione avessero dato alla nazione tedesca delle qualità di stabilità psicologica che non le furono se non utili (28). E a una conclusione analoga arrivò, forse suo malgrado, lo stesso Günther (29) riguardo ai romani prischi (un misto 2/3 nordico, 1/3 alpino), ai quali la componente alpina avrebbe dato una tempra di stabilità e un’inclinazione all’operosità e alla sistematicità, abbinata a un forte senso pratico, che se appiattì la loro mitologia, li rese idonei a successi militari e politici che mai più ebbero l’uguale.

    È probabile che adesso anche le residue genti nordiche, trascinate dal gorgo della decadenza che è caratteristico dei nostri tempi, abbiano preso la via del tramonto e che poco possano servire come riferimento per rovesciare il vedico Kali Yuga (fine del ciclo storico-cosmologico). I nordici, o parzialmente tali, sono addirittura divenuti, forse, un pericolo, in quanto qualche volta (vedi il mondo americanofono) hanno messo e mettono le loro residuali qualità animiche (fino a tanto che ancora le avranno) al servizio dell’accelerazione della decadenza (30).

    * * *

    (1) Carleton Coon, Las razas humanas actuales, Guadarrama, Madrid, 1969.
    (2) Pierre Bertaux, Africa, Feltrinelli, Milano, 1968.
    (3) Vittorio Marcozzi, L’uomo nello spazio e nel tempo, Ambrosiana, Milano, 1953.
    (4) Hans F. K. Günther (Rassenkunde Europas, Lehmann, München, 1926; edizione italiana Tipologia razziale dell’Europa, Ghenos, Ferrara, 2003) ipotizzava la stabilizzazione, ancora dalla preistoria, di una sacca negroide o protonegroide nel Sud del Portogallo. Questa ipotesi, pure plausibile, è ancora da dimostrare.
    (5) Carleton Coon, Razas, cit. e anche Giorgio Melis, Mondo malese, Longanesi, Milano, 1972.
    (6) Vittorio Marcozzi, Uomo, cit.
    (7) Robert Suggs, Island …, cit.
    (8) Per esempio, Heinrich Driesmans, Der Mensch der Urzeit, Strecker und Schröder, Stuttgart, 1923.
    (9) Cfr. Vittorio Marcozzi, Uomo, cit. (10) Vittore Pisani, L’unità culturale indo-mediterranea anteriore all’avvento di semiti e indoeuropei, Scritti in onore di Alfredo Trombetti, Torino, 1938.
    (11) Marija Gimbutas, Old Europe in “Journal of indo-european studies” I, 1973 e Il linguaggio della dea, Neri Pozza, Vicenza, 1997 (originale 1989).
    (12) Per quel che riguarda il lato religioso, di ottima consulta è Alain Daniélou, Siva et Dionysos, tr. it. Ubaldini, Roma, 1980.
    (13) Cfr., per esempio, Carleton Coon, Razas, cit. Secondo questo autore ci sarebbero delle convergenze fra le lingue ‘mediterranee’ (per quel che se ne può ancora sapere) e quelle caucasiane/alarodiche (georgiano ecc., ma anche basco). Se questo fosse vero, si potrebbero ipotizzare anche analogie razziali a livello arcaico; ma le convergenze suggerite dal Coon sono ben lontane dall’essere dimostrate.
    (14) Come un gruppo razziale intellettualmente superiore ma non eccessivamente aggressivo possa perpetuarsi in ambiente degradato può forse essere esemplificato da due casi tratti da quello che adesso è il mondo islamico. Nei paesi del Medio Oriente, un tempo mediterranei e poi semitizzati, rimangono delle minoranze cristiane che hanno caparbiamente rifiutato l’islamizzazione (l’islam è una forma particolarmente involuta di monoteismo) e che sono l’unica parte di quelle popolazioni che ’serva a qualcosa’ (circa 10% in Siria, quasi 20% in Mesopotamia, 50% nel Libano, 5 – 10% in Egitto). C’è da credere che si tratti della parte razzialmente meno semitizzata della popolazione. – In Algeria e in Marocco forse il 10 – 12% della popolazione, arroccata nella parte più alta dell’Atlante, pure ormai islamizzata, ha rifiutato l’arabizzazione. Questi discendenti, ancora più o meno puri, di quella che un tempo doveva essere la popolazione maggioritaria dell’Africa del Nord, sono, anche lì, gli unici che ’servano a qualcosa’.
    (15) Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Mediterranee, Roma, 1969 (originale 1934).
    (16) Cfr. Alphonse Riesenfeld, The megalythic civilizations of Melanesia, Bril, Leiden, 1950.
    (17) Cfr. Patrick Ferryn et Ivan Verheyden, Chroniques des civilisations disparues, Laffont, Paris, 1976 e anche Harald Haarmann, On the nature of european civilization and its script, “Studia indogermanica lodziensia” (Lodz), vol. II, 1998.
    (18) Harald Haarmann, cit.
    (19) Cfr. Thomas Barthel, Pre-contact writing in Oceania, in Thomas Sebeok (a cura di) Current trends in linguistics, vol 8 (Oceania), Den Haag-Paris, 1971; Robert von Heine-Geldern, Die Osterinselschrift, in “Orientalischer Literaturzeitung”, N. 37, 1938 e id., The Easter Island and the Indus Valley scripts, in “Anthropos”, N.33, 1938.
    (20) Cfr. Robert Suggs, Island …, cit.
    (21) L’ipotesi fatta da un autore americanofono, Steven Fischer (Rongorongo, Clarendon Press, Oxford [Inghilterra], 1997) a proposito della scrittura pascuana è sufficientemente ridicola per potere essere riportata: i pascuani, fino ad allora analfabeti, venuti in contatto per la prima volta con degli europei – spagnoli – nel 1770 e avendoli visti scrivere, avrebbero intuito al volo che la scrittura aveva delle interessanti possibilità ‘magiche’ e, sui due piedi, avrebbero proceduto a svilupparne una di propria.
    (22) Cfr. Clara Miccinelli e Carlo Animato, Quipu, ECIG, Genova, 1989.
    (23) Sull’argomento, indispensabile è la sintesi di Jean Haudry, Gli indoeuropei, Edizioni di Ar, Padova, 2001 (originale 1982).
    (24) Cfr. Jean Haudry, Indoeuropei, cit. e anche Lothar Kilian, Zum Ursprung der Indogermanen, Habelt, Bonn, 1983.
    (25) Hans F. K. Günther, Rassenkunde Europas, cit.; Lebensgeschichte des hellenischen Volkes, Franz von Bebenburg, Pähl, 1965; Lebensgeschichte des römischen Volkes, Franz von Bebenburg, Pähl, 1966.
    (26) Julius Evola, Sintesi di dottrina della razza, Ar, Padova, 1994 (originale 1941).
    (27) Julius Evola, Rivolta, cit.
    (28) Cfr. l’introduzione all’edizione italiana di Rassenkunde Europas, cit.
    (29) Hans F. K. Günther, Lebensgeschichte des römischen Volkes, Franz von Bebenburg, Pähl, 1966.
    (30) In riguardo, di utile consulta è Silvio Waldner, La deformazione della natura, Ar, Padova, 1997.

    Il presente scritto costituisce il capitolo 2 della terza parte del libro di S. Lorenzoni Involuzione. Il selvaggio come decaduto, di prossima pubblicazione da parte delle Edizioni Ghénos di Ferrara.

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  2. #2
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    Predefinito Rif: Involuzione autogena ed eterogena

    I negri odierni avrebbero origine da un miscuglio tra pigmei e europidi onf: onf: onf: che assurdità...

    Assurdità è sopratutto continuare a chiamare europei o europidi genti e razze che non hanno nulla a che fare con l'Europa o gli Europei, eppure si continua a perdurare nell'errore, contenti loro...
    Ty fian dwma fiatua! - Sono un uomo libero, abitante di una nazione libera! - Dumnorix

    Se roma desidera dominare il mondo, questo vuol forse dire che tutti vogliano esserne suoi schiavi? - Caratacos

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  3. #3
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    Exclamation Il selvaggio

    Lo sappiamo e lo sa benissimo anche zio waldner, pero' non posso mettere qui tutto il libro .....

    Metto qui un estratto per chi è interessato.



    http://forum.politicainrete.net/trad...html#post67338
    Tread sempre su questo forum.
    Ultima modifica di Jenainsubrica; 26-09-09 alle 22:38

  4. #4
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    Cool Rif: Il selvaggio

    Metto qui un estratto per chi è interessato.
    Da questo Tread sempre su questo forum.
    http://forum.politicainrete.net/trad...html#post67338
    [/QUOTE]


    Comunque ora riporto anche l'inizio (capitolo 1) del libro "Il Selvaggio" :




    "La moda culturale contemporanea impone la Weltanschauung evoluzionistica,
    secondo la quale ogni cosa ha la sua scaturigine in qualcosa di 'meno':
    dalla bestia all'uomo, dalla barbarie alla civiltà, ecc. Quindi anche nel
    selvaggio (ormai a ogni effetto pratico estinto, nella sua forma prisca,
    perché è stato obiettivo di etnocidio premeditato) si deve vedere l'immagine
    di quello che dovette essere l'antenato dell'uomo civile (modernisticamente:
    'quello che possiede un'avanzata tecnologia') - antenato che poi, in ragione
    di cause fortuite ambientali e mai dipendenti dalla natura intrinseca di
    alcuni umani che li avrebbe resi diversi da altri, in qualche posto si
    sarebbe 'evoluto' mentre in altri esso sarebbe rimasto allo stato
    originario.

    Secondo il punto di vista opposto, sostenuto validamente da diversi
    pensatori (sul lato storico si riverrà in dettaglio al Cap. 3 di questa I
    parte), nei selvaggi - nei cosiddetti Naturvölker, secondo la terminologia
    degli etnologi tedeschi dell'Ottocento, poi resasi di uso generale - si ha
    da vedere residui degenerati di genti che negli eoni del passato furono
    civili e che, come conseguenza di fatti non solo biologici o storici ma
    anche metabiologici e metastorici, presero la via della decadenza e
    dell'animalizzazione (cfr., in particolare, il Cap. 6 di questa I parte, i
    Capp. 1 e 2 della II parte e il Cap. 1 della III parte). Il selvaggio non
    verrebbe a essere, quindi, un uomo preistorico, ma post-storico.

    Lo scrivente, avendo appreso e fatto suo questo secondo punto di vista -
    pure condiviso da diversi notevoli studiosi - già all'inizio degli anni
    Settanta, non ebbe modo di rintracciare una trattazione sistematica
    dell'argomento: ed è del tutto probabile che essa non esista proprio. Egli
    si sobbarcò quindi l'onere di mettere insieme, attraverso decenni, spezzoni
    di informazione, usando l'insieme dei quali egli ha adesso proceduto alla
    stesura di questo libro che viene a essere, quasi sicuramente, l'unica opera
    che abbia la pretesa di affrontare questa problematica sotto ogni
    angolatura.

    Nella I parte si imposterà il problema in modo generale e facendo il punto
    di una serie di aspetti pertinenti a questo studio. Avendo fatto ciò, si
    renderanno esplicite e documentate due tematiche, fra loro non disgiunte e
    ambedue della massima importanza:

    (a) L'etnologia, interpretata in modo giusto, dimostra che presso i selvaggi
    rimane un'impronta del loro passaggio involutivo; e questo sarà affrontato
    nella II parte. Si prenderanno in considerazione gli aspetti linguistici,
    religiosi, culturali, psicopatologici, sanitari. Saranno ipotizzati i
    processi storici per il percorso discendente da un'umanità superiore a una
    inferiore, con riferimento a certe fenomenologie contemporanee che tali
    processi storici potrebbero rispecchiare. Questo, sarà portato a termine
    nella II parte.

    (b) Si vorrà dimostrare come adesso stia prendendo forma una condizione che
    potrebbe innescare, su scala planetaria, una morfologia sociale e culturale
    quale essa poté essere nella cosiddetta 'alta preistoria'. Adesso, dunque,
    ci si potrebbe trovare sull'orlo di un 'frattale nel tempo' che potrebbe
    avere luogo, storicamente parlando, anche molto presto (fatti pure i dovuti
    distinguo sulla qualità del tempo storico, cfr. il Cap. 5 di questa I
    parte). Questo, sarà l'assunto della III parte.

    Vale una nota sull'informazione di cui si possa disporre e della quale ci si
    deva accontentare. È certo che mai si disporrà di tutta l'informazione
    esistente (su qualsiasi argomento); e che anche se si potesse averla non
    basterebbero tre vite per leggerla e valutarla tutta. Bisogna perciò usare
    il proprio giudizio per decidere quando se ne ha a sufficienza per dare
    forma al proprio assunto. Letture mirate, scelte con criteri statistici
    validi - includendo la stampa quotidiana, che al giorno d'oggi è una fonte
    importantissima di informazione - risultano adeguate e, in numero
    ragionevole, servono a dare quella visione d'insieme che è quasi sempre
    sufficiente. Nel caso specifico dello scrivente, egli ha attinto anche alle
    sue esperienze e osservazioni personali fatte nel trascorso della sua
    permanenza pluridecennale nel 'Sud del Mondo'.

    Sandrigo (Vicenza),

    inverno 2003/2004.

    I PARTE. IMPOSTAZIONE DEL PROBLEMA

    CAP. 1. IL FATTO RAZZIALE

    1.0 Introduzione: il fatto razziale come fenomeno obiettivo

    Le caratteristiche pongidi (scimmiesche) di quasi tutti i selvaggi erano
    state descritte in modo ineccepibilmente obiettivo ed esplicito dagli
    studiosi seri di razziologia; e dopo che, nel 1945, in Europa - e non solo -
    calarono le tenebre, ci sono stati forse solo due autori, ambedue
    americanofoni, che possano essere classificati come ricercatori seri nel
    campo della razziologia: John Baker (1) e Carleton Coon (2), alle cui opere
    si farà spesso riferimento nel corso di questa trattazione. Essi furono
    studiosi seri nel senso che il loro obiettivo fu quello di descrivere
    scientificamente i fatti razziali e non di 'dimostrare' -
    'scientificamente', è chiaro - che il medesimo è inesistente, in obbedienza
    alla pressione della moda culturale contemporanea e alla convenienza di non
    mettersi contro coloro da cui dipendono stipendi e prestigiose posizioni.
    Carleton Coon pagò la sua onestà intellettuale con l'esclusione dal posto di
    lavoro e il silenzio mediatico nei suoi confronti (3). Ma il 'caso Coon' non
    è certo unico: moltissimi sono stati gli scienziati che per essersi messi
    contro la dogmatologia imperante hanno pagato caramente le loro coraggiose
    prese di posizione (4). E di dogmatologia si può parlare a buon diritto: in
    America si sta meditando di togliere i fondi agli specialisti della genetica
    del comportamento con il pretesto che le loro ricerche potrebbero fomentare
    il 'razzismo' (5).


    Il problema della vera natura del selvaggio va abbinato alla fenomenologia
    delle razze umane (6). Quindi, si può iniziare la trattazione del nostro
    soggetto a una disamina del fatto razziale e della sua realtà. Da notarsi
    che, dal punto di vista strettamente biologico, alla stessa specie (non alla
    stessa razza) appartengono tutti quegli individui che sono interfecondi
    (cioé: il meticciato è fra di loro possibile e il meticcio è a sua volta
    fecondo); quindi, a buon diritto, si può parlare di una specie (non di una
    razza) umana, costituita dall'ecumene di tutti quegli individui incrociabili
    con un dato gruppo (umano) scelto come 'indicatore' (standard) di ciò che si
    deve intendere per 'umano' (e all'interno di questa 'umanità' la biologia
    distingue razze e sottorazze, come fa con qualsiasi altra specie animale o
    vegetale - in riguardo, un ottimo riferimento è l'appena citato John Baker).
    Qui, premesso che il problema della razza (si veda più avanti, in
    particolare il Cap. 2 di questa I parte e il Cap. 2 della III parte) è non
    solo biologico ma anche, e forse soprattutto, metabiologico, sia ricordato
    che, in fondo, quando si voglia prescindere da ogni riferimento metafisico,
    a volere circoscrivere l''umano' non ci si può aggrappare a niente di più
    solido che definire come tale colui che sia accettato come 'umano'
    all'interno di una comunità che a sua volta si autodefinisce umana (7). Si è
    davanti a una situazione analoga a quella che Ludwig Wittgenstein (8) aveva
    incontrato nel suo studio del linguaggio, non potendo concludere di meglio
    che il 'significato' di una parola è quello che a essa scelgono di
    attribuire coloro che la usano.


    Adesso, gli aderenti e i sacerdoti dell'establishment 'democratico' aggirano
    il problema seguendo due angolature diverse: (a) la prima, più rozza, è
    quella di ammettere che le razze umane esistono ma che si tratta di fatti
    esclusivamente morfologici senza alcun connotato psicologico o di capacità
    intellettuale o di prestazione; (b) la seconda, più 'scientifica', è quella
    di negare la razza senza mezzi termini, presentando il fenomeno razziale,
    quale esso si manifesta nella realtà percepibile, come una specie di 'fata
    morgana'. Ambedue queste pretese saranno brevemente esaminate.


    Per quel che riguarda il caso (a) , invariabilmente si fa dell'eccezione la
    regola - "ho conosciuto un negro/un boscimano/un australiano così
    intelligente" - senza poi rendersi conto, in buona o in cattiva fede, che
    quel selvaggio "così intelligente" sembra essere tale soltanto perché è
    valutato contro un Hintergrund di suoi simili che 'così intelligenti' non
    sono di certo. Quanto quel selvaggio 'così intelligente' riusciva a fare,
    sarebbe stato più o meno quello che qualsiasi europeo o nord-est-asiatico,
    magari di bassissima capacità (valutata in confronto ad altri europei o
    nord-est-asiatici, magari addirittura 'mongoloide'), sarebbe stato
    agevolmente capace di fare. E comunque, Rémy Chauvin, etologo-principe,
    assieme a Konrad Lorenz, della seconda metà del secolo XX, ci assicura che a
    qualsiasi animale si può insegnare a fare praticamente qualsisi cosa, basta
    mettercisi d'impegno (9): nei primi anni del secolo XX uno spagnolo, certo
    Leopoldo Lugones, aveva insegnato a uno scimpanzé a parlare con linguaggio
    umano - la povera bestia, che si spaventava al suono della sua nuova voce,
    morì presto per effetti nervosi (10).


    Molto più calzanti sono state osservazioni fatte da persone non obnubilate
    da lavaggi cerebrali in senso 'ugualitarista' (11). Valga un ottimo esempio,
    tolto dal 'taccuino personale' dello scrivente: una distinta signora di
    origine est-europea, che lo onorò della sua amicizia, gli riferì (12) come
    essa, preposta a certi lavori di giardinaggio artistico, si doveva servire
    del lavoro di una squadra di selvaggi ('inciviliti') dai quali lei, a
    differenza di tanti altri europei che il medesimo tipo di manodopera
    dovevano utilizzare, riusciva a ottenere delle buone prestazioni - e qusto
    essa lo attribuiva ad avere messo a profitto dell'esperienza ottenuta nella
    sua terra d'origine dove era stata insegnante in un'istituzione per
    deficienti mentali (13).


    Il caso (b) è solo apparentemente meno grossolano, perché qui ci si spaccia
    per 'scienziati'; e al giorno d'oggi chi parla in nome della 'scienza'
    (quella ufficiale, che fa il buono e il cattivo tempo nelle cattedre
    universitarie e che gode delle casse di risonanza mediatiche) ha sempre
    ragione. Un vizio di questa 'scienza' è quello di fare continuamente
    confusione - generalmente in cattiva fede - fra la realtà fattuale, o
    presunta tale, e l'apparato matematico utilizzato per descriverla. Anzi, la
    simbologia matematica e le montagne di dati opportunamente 'macinati' usando
    il calcolatore elettronico vengono presentati come la realtà 'reale', mentre
    quello che si vede, palpa e ode non viene a essere se non una specie di
    fantasma - quando la realtà non coincide con l'output del calcolatore
    (opportunamente programmato per dare risultati che non urtino con la moda
    culturale), tanto peggio per la realtà. Adesso, l'establishment
    'scientifico' ha messo mano a una struttura miracolosa (14), il cosiddetto
    DNA, dalle proprietà della quale deriverebbe tutto ciò che è vivente (15) -
    quindi, si pontifica, siccome le differenze statistiche (magari stabilite ad
    hoc per 'dimostrare' certe tesi) fra il DNA di diverse razze sono inferiori
    a determinati limiti, esse 'scientificamente' sono indistinguibili. (Sia qui
    riportato che con questo argomento ci è stato chi ha voluto includere le
    scimmie antropomorfe fra gli umani [16].)


    Non a caso, nei testi seri di razziologia - prima della guerra, soprattutto,
    ma anche dopo, tipo quelli dei già citati John Baker e Carleton Coon, ma
    anche il gesuitico ma onesto antropologo Vittorio Marcozzi (17) - nel
    descrivere i diversi tipi razziali accompagnavano il testo da immagini
    fotografiche che permettevano al lettore di di orientarsi quando dovesse
    giudicare a quale razza potesse appartenere un qualche individuo che gli
    stesse davanti. Adesso si danno 'mappature di DNA' cha a nessuno possono
    servire da guida pratica (non solo ai 'non iniziati': letteralmente a
    nessuno). Un libro particolarmente squallido - ma illustrativo per quel che
    riguarda questo argomento - è stato recentemente pubblicato da due
    conosciuti tromboni dell'establishment, certi Luigi Cavalli-Sforza e Alberto
    Piazza (18); secondo i quali la razza (per loro un fatto esclusivamente
    somatico: l'intellligenza, invecece, dipende da molti geni che non c'entrano
    con quelli che determinano la 'razza' e quindi fra le due cose non ci può
    essere alcuna correlazione) dipende solo da una piccolissima parte del
    genoma e riflette soltanto l'ambiente in cui le diverse stirpi umane sono
    vissute negli ultimi 100.000 anni (già, l'uomo, per forza, non può esistere
    se non da 100.000 anni ed essersi 'evoluto' darwinisticamente - cfr. il Cap.
    4 di questa I parte). Ne concludono (difficilmente potrebbero continuare a
    tirare il loro stipendio se concludessero diversamente, vedi più sopra cosa
    successe a Carleton Coon) che "la razza, scientificamente, non esiste più",
    che "la purezza della razza non è un vantaggio ed è la più stupida proposta
    che sia stata fatta" e che si prevede il meticciato universale, fatto molto
    conveniente dal punto di vista 'genetico'. A questo punto vale la pena di
    citare quanto asserito dagli autori neomarxisti Michael Hardt e Antonio
    Negri (19) secondo i quali (in ragione dei progressi riduzionisti della
    biologia, che di tutto fanno 'mappature di DNA'), viene non solo a cadere il
    fatto razziale, ma anche la distinzione fra uomo, animale e cyborg (essere
    metà biologico e metà meccanico/elettronico) - si potrebbero aggiungere,
    perché no, anche le piante a questo elenco (20). E siccome gli appena citati
    Luigi Cavalli-Sforza e Alberto Piazza raccomandano il meticciato, si
    potrebbe aggiungere che l'incrocio con animali e piante, sicuramente
    eseguibile con tecniche OGM, potrebbe essere il prossimo passo verso uno
    straordinario miglioramento della cosiddetta umanità.

    (...)

    1.2 Distribuzione delle razze: il meticciato

    1.2.0 Introduzione

    Si vuole adesso fare riferimento ai risultati dell' antropologia
    geografica - la geoantropologia - quali essi sono stati sistematizzati dagli
    antropologi fisici (e solo marginalmente psicoantropologi) più seri. Si fa
    riferimento soprattutto al lavoro di Roberto Biasutti (29) e di Egon von
    Eickstedt (30) - proseguiti validamente, dopo la guerra, da Vittorio
    Marcozzi (31). Salvo indicazioni in senso contrario, il materiale empirico
    utilizzato in quel che resta di questo capitolo è tratto dai lavori di
    questi tre autori. Quanto sistematizzato qui sotto è della massima
    importanza, come riferimento empirico, per quanto si avrà da dire al Cap. 3
    di questa I parte e, in generale, in quanto segue di questo libro.


    È ovvio che allo studio della distribuzione delle razze si deve anteporre
    una loro classificazione; problema che si rivela complesso e che, in questa
    sede, non sarà discusso in dettaglio (il lettore interessato si riferisca ai
    testi specialistici originali). - La più antica delle classificazioni,
    quella di Arthur de Gobineau (32) (fatta verso la metà dl secolo XIX), per
    quanto piuttosto semplicistica ('bianchi', 'gialli', 'neri'), aveva già
    allora colto il nocciolo del problema. Quando si dia uno sguardo 'dall'alto'
    alla distribuzione razziale umana su scala globale, senza badare a distinguo
    eccessivamente sottili, ci si rende conto che la 'semplicistica'
    classificazione del de Gobineau era abbastanza azzeccata.




    1.2.1 Distribuzione delle razze


    Indipendentemente da qualsiasi classificazione dettagliata delle diverse
    tipologie umane, la distribuzione della specie Homo sapiens su scala globale
    presenta il seguente aspetto:


    (a) Un ecumene 'settentrionale'/boreale/artico - il Nord del Mondo - il
    'mondo civile'-, nel quale troviamo tipi e individui umani dotati di alta
    potenzialità intellettiva e creatrice, facitori di civiltà e di storia.
    Siamo davanti a quelle che Gaston-Armand Amaudruz (33) chiamò le grandi
    razze e Silvio Waldner (con espressione mutuata da Umberto Malfronte) le
    'razze di cultura' (34).

    (b) Un ecumene 'meridionale'/australe - il Sud del Mondo - nel quale
    troviamo tipi umani pochissimo dotati dal punto di vista intellettivo e
    creativo, dall'intelligenza larvale e la pelle scura. Siamo davanti alle
    'razze di natura' di Julius Evola e di Silvio Waldner (35).

    Naturalmente, le 'zone d'ombra' non mancano, ma la visione d'insieme è
    esatta. E, fatta questa constatazione, emerge subito un problema
    metodologico che ancora non ha trovato soluzione (e difficilemente la potrà
    avere, almeno se vogliamo seguire soltanto gli indirizzi della scienza
    'positiva', sia pure in modo ineccepibilmente onesto e rigoroso). Mentre nel
    caso delle razze di cultura l'identificazione è (abbastanza) agevole, dal
    punto di vista sia morfologico che psicoantropologico - una razza europide
    ('bianca') e una nord-est-asiatica ('mongoloide/gialla') -, il Sud del Mondo
    presenta un'incredibile varietà e confusione; tutta una fantasmagoria di
    tipologie diverse che in comune, molto spesso, non hanno se non la brutalità morfologica e l'infimo livello culturale. Ci si trova confrontati con un
    genuino liquame genetico all'interno del quale è certamente difficile
    raccapezzarsi: ma i tentativi fatti per trovare dei fili conduttori hanno
    portato a ulteriori importanti sviluppi.




    1.2.2 Il meticciato come meccanismo di formazione di nuove razze


    Ancora nell'anteguerra si era affacciata l'idea che il meticciato potesse
    essere un meccanismo formante di nuove razze. Date due (o più) razze che,
    almeno come ipotesi di lavoro, sono presupposte 'pure', che vengono a
    coabitare per lunghissimo tempo in determinate proporzioni numeriche in una
    medesima area geografica all'interno della quale esse si mescolano, sempre
    fra di loro, senza che ci siano altri apporti esterni che ne modifichino le
    proporzioni originali o che introducano altre componenti genetiche, alla
    lunga viene a formarsi quella che, a buon diritto, può essere chiamata una
    'nuova razza'. Questa nuova razza presenterà una media dei caratteri delle
    razze formanti, in modo uniforme e senza quegli sbalzi statistici estremi da
    individuo a individuo che ci sono nelle fasi iniziali del meticciato. Così,
    si può parlare di una 'razza etiopica' - o 'camitica', secondo la
    terminologia dell'anteguerra -, misto europide-negroide; e di una razza
    'indostana', misto europide-australoide; ambedue razze che, in ragione della
    prevalenza dei caratteri europidi venivano e vengono, qualche volta,
    classificate come varianti di una (malamente definita) 'razza caucasoide',
    nella quale si ammucchiavano tutte le fenomenologie razziali che in qualche
    modo potessero ricordare l'europeo. - A puntare l'attenzione sul fatto
    'meticciato' sono stati, dopo la guerra, soprattutto i già citati Carleton
    Coon e John Baker.


    Nell'anteguerra - ma anche il già citato Vittorio Marcozzi - si esercitava
    una notevole flessibilità nel classificare il fatto razziale, con la
    conseguenza che si attribuiva una 'razza' particolare a tutta una pletora di
    raggruppamenti umani. - Quando invece si metta a fuoco il fenomeno del
    meticciato come meccanismo-principe per la genesi di nuove razze, insorge
    naturalmente la domanda di quali veramente devano essere le razze standard
    dalle quali si devano prendere le mosse per poter dire che altri tipi umani
    sono il risultato di 'incroci stabilizzati' (questo argomento, di notevole
    importanza, sarà sfiorato nella prossima sezione).


    Il fatto che il meticciato sia e sia stato il più probabile 'motore' per la
    genesi di nuove razze - soprattutto nel Sud del Mondo - è nel contempo
    strano e conturbante. Questo fenomeno, storicamente, si è sempre dato quando
    razze diverse si sono trovate a condividere lo stesso territorio; eppure,
    invariabilmente, esso è sempre stato visto come qualcosa 'contro natura'.
    Delle indicazioni in riguardo sono date da Julius Evola (36) - ma cfr. anche
    Silvio Waldner (37) -, mentre John Baker (38) ci assicura che nella mancanza
    di preferenza sessuale esclusiva per partner della propria razza,
    presupposto necessario per il meticciato, si deve vedere un genuino fenomeno di bestialità. E addirittura nell'estremo meridionale del Sud America, fra gli ormai estinti indigeni della zona, il cosiddetto guaicurú - incrocio fueghino-tehuelche, quindi un meticcio molto relativo - era visto come un
    mostro, sia dai fueghini che dai tehuelche (39)."

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