Referendum imbavagliato
Nessuno consiglia esplicitamente gli italiani di "andare al mare" il giorno in cui si voterà per l'estensione dell'articolo 18, ma è ormai evidente che "il fronte del mare" è assai vasto e determinato nella sua strategia: dell'articolo 18 non si deve parlare, il voto deve essere tenuto nascosto fino all'ultimo, ridotto a questione burocratica e minoritaria, comunque ininfluente sui destini del paese.
Sono molti i protagonisti di questa strategia e, in queste settimane, si sono reciprocamente rafforzati consolidando un rapporto non detto, ma fortissimo, costruito su una base di sostanziale rigetto dei principi della democrazia. Ognuno fa la sua parte in questa rete di omertà, di silenzio e di qualunquistico disprezzo per una consultazione popolare che riguarda la condizione dei lavoratori.
Ha fatto la sua parte - e davvero in maniera egregia - il governo - che ha fissato la data del referendum la seconda domenica di giugno, dopo due domeniche elettorali, ignorando la richiesta di buon senso di accorpare le due scadenze in modo da evitare almeno gli sprechi di denaro che un'altra domenica elettorale comporterà. Ma evidentemente i fautori del rigore non badano a spese quando si tratta di mandare la gente al mare. Una domenica d'estate unita all'innalzamento del quorum dovuto al voto degli italiani all'estero è un'arma che "il comitato del mare" si augura davvero letale per la consultazione sull'articolo 18. Tanto più che ad essa si aggiunge la più attiva delle opere di disinformazione che consiste semplicemente nel fare di tutto perché niente venga fatto. Neppure quel banale opuscolo che altri paesi europei mandano in tutte le case per spiegare ai cittadini per che cosa sono chiamati a votare, quali sono le ragioni del sì e quelle del no.
Ha fatto la sua parte la commissione parlamentare di vigilanza che nell'approvare il regolamento ha scippato i promotori del referendum di ben sei giorni, i due weekend elettorali delle amministrative. La motivazione è fin troppo ovvia: non si possono influenzare le elezioni amministrative con la propaganda elettorale del referendum. Ma chi ha deciso quelle date vicine, ma non coincidenti? Tutto concorre a togliere spazi, informazione, propaganda.
Silenzio, assoluto silenzio. Quel silenzio che la Confindustria ha chiesto dopo aver scoperto che la maggior parte degli italiani non sanno bene che cosa si vota il 15 giugno. Il padronato preferisce cavalcare il comodo fronte dell'ignoranza invece che cimentarsi sul terreno del confronto vero sui contenuti.
Va da sé che complice, non innocente, di questa manovra del silenzio, è tutto il sistema mediatico. E' vero che fino ad ora esso è stato concentrato sulla guerra, ma non bastano le drammatiche vicende internazionali per spiegare la totale assenza di un tema così rilevante quando molti preziosi minuti delle radio televisioni pubbliche e private vengono occupate da questioni davvero più insignificanti.
Ci si aspetterebbe di fronte a questa straordinaria e forte alleanza di governo, istituzioni, padronato una risposta indignata della maggiore opposizione. Niente di tutto questo. I leader dell'Ulivo ripetono, quando sono proprio costretti a pronunciarsi, che il referendum è sbagliato, fanno capire che comunque non si impegneranno. Omettono, sorvolano, scivolano, si sottraggono. Oscillano fra un pronunciamento a favore di una improbabile legge già battuta in Parlamento e un giudizio negativo sul merito del quesito referendario, in nome delle ragioni dell'impresa e distinguono fra difesa e estensione dell'articolo 18. Ma soprattutto tacciono.
Vogliono ostinatamente ignorare che oggi, malgrado la disinformazione, la gran parte dell'elettorato di sinistra è orientato a votare sì, perché ritiene l'estensione dell'articolo 18 a tutte e a tutti un fatto importante per il futuro dei lavoratori e per la democrazia nel paese. Lo vuole ignorare persino Sergio Cofferati che quando era segretario della Cgil ha portato tre milioni di persone in piazza in difesa dell'articolo 18 e che oggi afferma «se mi chiedete come voterò non ve lo dico».
C'è da riflettere su questa convinta strategia del silenzio che accomuna Confindustria, governo, massa media e gran parte dell'opposizione, ma c'è soprattutto da fare, da pretendere, da protestare. Il "fronte del mare" vive, vegeta e si ingrossa nell'assenza di dibattito, di scontro, di democrazia. E il qualunquismo, l'ignoranza, la disinformazione sono ancora una volta le armi più potenti possedute dalla destra. Quanto alla sinistra, che non si impegna pensando di poter passare indenne questo passaggio, naturalmente si sbaglia. L'assenza di democrazia e di dibattito, l'addormentamento delle coscienze non le ha mai fatto bene. Nel "fronte del mare" è difficile galleggiare. E' più probabile annegare.
www.liberazione.it
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1) Far fallire un referendum invitando all'astensione o facendo finta di nulla (tabelloni elettorali vuoti, ad es.) è lecito, anche se forse poco elegante.
2) Mai nella storia, che io ricordi, un referendum è stato situato in sequenza immediata con importanti consultazioni elettorali.
3) Mai è stato approvato un regolamento radiotelevisivo che fa saltare metà campagna elettorale perchè in concomitanza con le suddette elezioni.
4) Mai nel suddetto regolamento non è stato previsto nessuno spazio per i comitati del Sì e del No.




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