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  1. #1
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito La strada degli insediamenti

    La strada degli insediamenti

    Qualsiasi road map è destinata a fallire se Israele non affronta il problema dei coloni.

    Comunque andrà la guerra in Iraq, il piano diplomatico denominato road map sarà presto in cima all'agenda israelo-palestinese. Com'è prevedibile, il governo israeliano sta spingendo al primo posto dell'agenda le disposizioni del piano che si riferiscono alla "cessazione del terrorismo, delle violenze e degli incitamenti". Il progetto americano fissa le varie fasi della riforma delle istituzioni palestinesi, dopo la quale l'intifada violenta dovrà cessare e Israele desistere dalle sue incursioni militari in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Ci vuole una buona dose di ottimsmo per immaginare che questo piano abbia successo, cioè che gli attacchi terroristici si fermino, l'esercito israeliano si ritiri, la calma prevalga nei Territori e si tengano le elezioni.

    In ogni caso la road map contiene anche un'altra disposizione ben nota, secondo cui il governo israeliano dovrebbe "congelare gli insediamenti ebraici nei Territori ... nonché il loro naturale incremento". L'attuazione di questa misura appare persino più difficile dell'attuazione delle disposizioni sulla sicurezza. Il motivo è che gli insediamenti sono entrati a far parte integrante della realtà israeliana.

    Una lunga tradizione

    Si può affermare che per quasi 36 anni tutti i governi di Israele hanno dimostrato di non potere o non voler fermare la creazione, lo sviluppo e l'espansione degli insediamenti ebraici nei Territori occupati nel 1967. L'evacuazione di quelli del Sinai dopo la pace con l'Egitto del 1979 è l'eccezione che conferma la regola; e la regola è che si è sempre trovato un modo per eludere tutti i divieti e le restrizioni imposti agli insediamenti. Essi si sono espansi e rafforzati, e i coloni ebrei della Cisgiordania sono diventati i padroni del territorio.

    Fra l'inizio del processo di pace, alla conferenza di Madrid del 1991, e lo scoppio della sanguinosa intifada del 2000, il numero dei coloni ebrei nei Territori è raddoppiato passando da 100 a 200 mila. A questi i palestinesi aggiungono i circa 200 mila abitanti dei quartieri ebraici di Gerusalemme Est.

    Il progetto di colonizzazione è stato agevolato dal processo su vasta scala con cui gli israeliani si sono impadroniti di terre arabe. L'amministrazione israeliana ha infatti confiscato terre adducendo ragioni militari e ha dichiarato "demanio dello stato" vaste zone della Cisgiordania. Questa procedura è stata possibile perchè in Cisgiordania non esiste un catasto degli appezzamenti. Sono state confiscate anche le terre appartenti a proprietari assenti, cioè ad arabi che mancano da tempo da Israele, e quelle destinate a finalità pubbliche, e una grande quantità di denaro per lo più pubblico è stato destinato all'acquisto di terre dagli arabi sul mercato privato.

    Betselem, il Centro israeliano di informazione sui diritti umani nei Territori occupati, ha descritto dettagliatamente in un rapporto l'apparato giuridico complesso complesso che Israele ha creato per rendere possibile l'insediamento degli ebrei e per annettere le colonie a Israele. Nel rapporto si illustra il complesso labirinto di bilanci pubblici che permette un flusso incessante di denaro verso i coloni.

    Ci vorra un terremoto sociale e politico in Israele per fermare lo sviluppo degli insediamenti e congelarne l'espansione. Non c'è quindi nessuna possibilità che il governo guidato da Ariel Sharon si accosti alla famosa road map.


    Danny Rubinstein, Ha'aretz. Israele
    Internazionale 11/17 aprile 2003

  2. #2
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito

    Riporto in proposito quanto riferisce il Rapporto Mitchell.
    http://www.studiperlapace.it/pdf/mitchell.pdf

    Insediamenti:

    Anche il GDI ha la responsabilità di contribuire alla ricostruzione della fiducia. Una cessazione della violenza israelo-palestinese sarà particolarmente difficile da sostenere a meno che il GDI non congeli tutte le attività di costruzione degli insediamenti. Il GDI deve inoltre considerare attentamente se gli insediamenti che sono punti focali di importanti frizioni possano essere merce di scambio per futuri negoziati o se invece rappresentino provocazioni in grado di precludere l'avvio di negoziati produttivi.
    La questione è certamente controversa. Molti israeliani considereranno la nostra raccomandazione come l'affermazione dell'ovvio, e la sosterranno. Molti la osteggeranno. Ma non bisogna consentire che le attività di insediamento mettano in pericolo il ritorno alla tranquillità e la ripresa dei negoziati.

    Durante il mezzo secolo della sua esistenza, Israele ha goduto del forte sostegno degli Stati Uniti. Nelle assemblee internazionali, gli Stati Uniti a volte hanno dato l'unico voto nell'interesse di Israele. Eppure, persino in una relazione così stretta si riscontrano alcune differenze. Prima fra tutte si colloca la lunga opposizione del governo degli Stati Uniti alle politiche ed alle azioni del GDI in materia di insediamenti. Come ha commentato l'allora segretario di stato, James A. Baker, III, il 22 maggio 1991:

    Ogni volta che mi sono recato in Israele in occasione del processo di pace, in ognuno dei miei quattro viaggi, sono stato raggiunto dall'annuncio di nuove attività di insediamento. Ciò viola la politica degli Stati Uniti. È la prima questione che gli arabi--i governi arabi, la prima questione che i palestinesi nei territori-- la cui situazione è davvero alquanto disperata-- la prima questione che essi sollevano quando parliamo con loro. Non penso ci sia ostacolo più grande per la pace delle attività di insediamento che continuano non solo in modo costante ma a ritmi crescenti.

    La politica descritta dal segretario Baker, a nome dell'amministrazione del presidente George H. W. Bush, è stata, essenzialmente, la stessa politica di ogni amministrazione statunitense dell'ultimo quarto di secolo:

    Il 21 marzo 1980, il segretario di stato Cyrus Vance, parlando a nome dell'amministrazione Carter, affermò: "La politica degli Stati Uniti rispetto alla costruzione di insediamenti di Israele nei territori occupati è inequivocabile e da lungo tempo viene pubblicamente affermata. Noi la riteniamo contraria al diritto internazionale ed un impedimento ad una positiva conclusione del processo di pace in Medio Oriente".

    Anche molti altri paesi, inclusi Turchia, Norvegia e i paesi dell'Unione Europea, sono stati critici rispetto all'attività di insediamento degli israeliani, ritenendo dal proprio punto di vista che tali insediamenti sono illegali alla luce del diritto internazionale e non conformi ai precedenti accordi.

    In occasione di ognuna delle nostre due visite nella regione vi erano annunci di Israele relativi all'espansione degli insediamenti, e si trattava quasi sempre della prima questione sollevata dai palestinesi con cui ci siamo incontrati. Durante la nostra ultima visita, abbiamo osservato l'impatto di 6400 coloni su 140.000 palestinesi a Hebron e di 6500 coloni su oltre 1.100.000 palestinesi nella Striscia di Gaza. Il GDI afferma che la propria politica in materia è di proibire nuovi insediamenti ma di consentire l'espansione di quelli esistenti per sostenere la "crescita naturale". I palestinesi contestano che non c'è distinzione tra insediamenti "nuovi" ed insediamenti "in espansione" e che, ad eccezione di un loro breve congelamento verificatosi mentre era in carica il primo ministro Yitzak Rabin, c'è stato un impegno continuo e aggressivo da parte di Israele per aumentare il numero e la dimensione degli insediamenti.

    La questione è stata ampiamente discussa all'interno di Israele. L'editoriale dell'edizione in lingua inglese di Ha'aretz del 10 aprile 2001 affermava:

    Un governo che intende sostenere che il suo scopo è di raggiungere una soluzione al conflitto con i palestinesi attraverso mezzi pacifici, e che prova in questa fase a fermare la violenza e il terrorismo, deve annunciare la fine della costruzione negli insediamenti. La situazione della regione è molto cambiata rispetto a quella di circa 20 anni fa.
    Eppure, le parole del presidente Reagan rimangono valide: "L'immediata adozione di un congelamento degli insediamenti da parte di Israele, più di ogni altra azione, potrebbe creare la fiducia necessaria...".


    Oltre all'ovvio contributo alla costruzione della fiducia che avrebbe un congelamento degli insediamenti, notiamo che molti degli scontri durante questo conflitto si sono verificati nei luoghi in cui i palestinesi, i coloni, e le forze di sicurezza che proteggono i coloni vengono a contatto. Mantenere contemporaneamente la pace e questi punti di frizione sarà molto difficile. (...)

  3. #3
    I amar prestar aen
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    Predefinito

    Concordo via gli insediamenti tutti o comunque la magggiorparte, glia altri annessi in cambio di concessionoi territoriale o soldi, ma il tutto in cambio della pace della fine del terrorismo o per lo meno della collusione con esso.

    Cordiali Saluti
    E voi tutti, o Celesti, ah! concedete,
    Che di me degno un dì questo mio figlio
    Sia spendor della patria, e de Troiani
    Forte e possente regnator. Deh! fate
    Che il veggendo tornar dalla battaglia
    Dell'armi onusto de' nemici uccisi,
    Dica talun: NON FU SI' FORTE IL PADRE:
    E il cor materno nell'udirlo esulti.

 

 

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