ANALISI E COMMENTI
Cosa insegna lo scontro Arafat-Abu Mazen
Da un editoriale del Jerusalem Post
23 aprile 2003
Al momento in cui scriviamo non conosciamo il risultato di quella che si presenta come una lotta di potere tra Yasser Arafat e Mahmoud Abbas (Abu Mazen), il suo vecchio compagno, da poco nominato controvoglia neo primo ministro incaricato. Vale la pena ricordare, comunque, che tutto cio' cui stiamo assistendo di positivo e importante in questo momento e' il frutto diretto di scelte politiche fino a poco tempo fa disprezzate e derise.
Cosa c'e' di positivo e importante? Ammesso che la lotta tra Arafat e Abbas sia autentica, essa ruota attorno alla questione se porre fine o meno all'offensiva terroristica palestinese contro Israele. Nonostante la recente carenza di attentati "riusciti", l'offensiva prosegue senza sosta e solo negli ultimi giorni si contava una mezza dozzina di tentativi di attentati suicidi sventati appena in tempo. Lo scontro, che sembra incentrato sulla determinazione di Abu Mazen di conferire a Muhammad Dahlan l'autorita' sulle questioni della sicurezza, mette in luce il fatto che Yasser Arafat e' ed e' sempre stato il principale ostacolo rispetto a qualunque processo di pace concreto, per non dire di accordi di pace veri e propri. In un certo senso, per Arafat questa battaglia e' comunque persa. Se "vince" e costringe Abu Mazen a fare le valige permettendo al terrorismo di continuare, rende di fatto inevitabile l'espulsione dalla regione anche di se' medesimo. Se perde, deve cedere il potere reale ad Abu Mazen e al suo governo. In ogni caso, la campagna terroristica verra' fatta cessare.
Tre sono gli eventi chiave che hanno portato a questa situazione. Un anno fa, dopo la strage della pasqua ebraica al Park Hotel di Netanya, Israele si decise a lanciare l'Operazione Scudo Difensivo [un anno e mezzo dopo l'inizio dell'ondata terroristica palestinese, piu' di un anno dopo l'entrata in carica di Ariel Sharon] con la quale le Forze di Difesa israeliane si diedero a perseguire sistematicamente i terroristi in ogni luogo, anche all'interno delle citta' palestinesi. Israele venne ferocemente insolentito per aver osato tentare una "reazione militare" che veniva generalmente tacciata come stupida, inutile e controproducente anche da una parte sofisticata dell'opinione pubblica israeliana, per non dire di quelle americana ed europea. La campagna volta a delegittimare il diritto di Israele alla legittima difesa culmino' nell'invenzione del falso massacro di Jenin (con i palestinesi che sostenevano d'essersi battuti come leoni e contemporaneamente d'essere stati massacrati come agnellini indifesi). Dopo una settimana di operazioni militari, la campagna propagandistica anti-israeliana era montata a tal punto da indurre lo stesso presidente degli Stati Uniti a dire "basta".
Ma poco dopo venne il secondo evento chiave: il discorso di Bush del 24 giugno sulla democrazia palestinese. Un discorso che infranse quasi tutte le consuetudini consolidate e venne per questo attaccato quasi con altrettanta veemenza della stessa controffensiva israeliana. Infatti Bush, invece di ripetere la solita litania contro "entrambe le parti" e la "spirale di violenze", promise chiaro e tondo ai palestinesi uno stato indipendente a condizione che se lo meritassero. Bush era arrivato infatti alla conclusione che il nodo del problema non sta nelle controffensive israeliane quanto piuttosto nella dirigenza palestinese, che deve essere cambiata se si vuole davvero dare una possibilita' alla pace. Di fatto, sebbene Arafat fosse colui che aveva respinto il compromesso che gli era stato offerto a Camp David, colui che si rifiutava di negoziare, colui che aveva tradito la solenne promessa scritta di rinunciare alla violenza e di combattere il terrorismo, l'idea che responsabile della mancanza di pace fosse la dirigenza palestinese era considerata una sorta di eresia non solo dalla maggior parte del mondo, ma anche dagli stessi artefici del processo di pace. Insigni ed autorevoli commentatori anche israeliani bollarono il discorso di Bush come "un errore fatale", "un discorso evidentemente sbilanciato che potra' solo rendere le cose piu' difficili e allontanare le possibilita' di pace" (cosi' ad esempio Chemi Shalev su Ma'ariv). Ci fu anche chi scrisse che "persino gli oppositori di Arafat prenderanno le sue difese di fronte al dispotismo americano" (Orly Azulai-Katz su Yediot Aharonot). Oggi praticamente tutti, compresi europei e palestinesi, ammettono che Arafat e' proprio l'ostacolo che Israele e Stati Uniti denunciavano, e che il discorso di Bush ebbe la virtu' di innescare il processo volto a isolarlo.
Il terzo evento chiave, naturalmente, e' stata l'estromissione di Saddam Hussein: anche di questa ci venne detto che avrebbe incendiato il mondo islamico e distolto le energie dalla vera guerra contro il terrorismo. Oggi la stessa stampa palestinese sembra trarre dalla caduta di Saddam la convinzione che un altro regime arabo corrotto e brutale abbia i giorni contati.
La prima lezione da apprendere e' che continuare ad incolpare Israele per il fatto che viene aggredito non serve a nulla, ed e' molto piu' utile considerare i palestinesi responsabili delle loro azioni e del loro futuro. La seconda lezione e' che sconfiggere militarmente il terrorismo e' una pre-condizione necessaria per qualunque pace e democrazia si voglia instaurare, a Ramallah come a Bagdad.
(Jerusalem Post, 21.04.03)


Rispondi Citando


