INEDITI - Il Caudillo voleva concentrarsi sul pericolo comunista, con l'avallo papale
Franco a Hitler: libera gli ebrei
di Giovanni Tassani
Nel '43 il dittatore spagnolo protestò coi nazisti per la scelta antisemita e la lotta alla Chiesa
Pio XII rispose: anche la svastica è una nemica del cristianesimo
Un Franco inedito, critico dell'antisemitismo di Hitler e della lotta del nazismo contro la Chiesa cattolica, e che vorrebbe giocare un ruolo attivo fra l'Asse e gli Alleati. Ma anche il ritratto di un Pio XII che, dinanzi al tentativo di Franco di salvare Hitler in extremis, dichiara a chiare lettere che il nazismo è un nemico del cristianesimo, pericoloso almeno quanto, se non di più, del bolscevismo.
Due lunghi verbali relativi ad altrettanti incontri con Francisco Franco, compilati per Mussolini il 28 giugno e il 24 luglio 1943 dall'ambasciatore italiano a Madrid, Giacomo Paulucci di Calboli Barone, fin qui non noti agli storici (me ne occupo in un ampio saggio in uscita sul prossimo numero della rivista Nuova Storia Contemporanea, in libreria a fine gennaio), consentono di aggiungere elementi di nuova conoscenza sull'atteggiamento della Spagna nello scenario del secondo conflitto mondiale giunto proprio in quei mesi a svolte decisive.
Sono note le propensioni di Franco verso Hitler, di ammirazione (non corrisposta), e verso Mussolini, di affettuosa devozione. Nei due separati incontri con i dittatori, a Hendaye col Führer il 23 ottobre 1940, e a Bordighera col Duce il 12 febbraio 1941, Franco rinvia l'ingresso della Spagna nel conflitto, mentre Hitler cerca inutilmente di convincerlo a permettergli comunque l'espugnazione di Gibilterra da territorio spagnolo, per impedire agli inglesi l'accesso da quel lato al Mediterraneo.
Dopo il coinvolgimento di Usa e Urss, nel '41, il terzo anno di guerra, 1942, mostrerà una situazione strategica con due grandi punti di crisi: il fronte russo (avanzata dell'Asse a giugno, ritirata e sconfitta a Stalingrado a fine anno) e quello nord-africano (rotta dell'Asse a El Alamein a inizio novembre, sbarco anglo-americano in Marocco e Algeria pochi giorni dopo, l'8 novembre).
È in questo problematico contesto che le cose si muovono, politicamente e diplomaticamente, sia a Madrid che a Roma. Quando, proprio nei giorni in cui, aprile '43, giunge a Madrid il nuovo ambasciatore italiano con la consegna di sollecitare Franco ad un incontro con Mussolini in tempi ravvicinati, il ministro degli Esteri spagnolo Jordana, solerte interprete del Caudillo, spiazza il disegno italiano con un forte discorso in cui auspica, di fronte al Consiglio internazionale della Hispanidad raccolto a Barcellona per le celebrazioni colombiane, il raggiungimento di una "pace giusta e fraterna" tra le potenze belligeranti in un conflitto ormai troppo lungo e sfibrante per tutti. Di più, all'accenno discreto dell'ambasciatore italiano ad un prossimo possibile incontro col Duce, Franco risponde ricordando gli effetti negativi, d'ordine economico e politico, subiti dalla Spagna ad opera degli inglesi dopo il precedente incontro di Bordighera: Mussolini resterà deluso e seccato di tale reazione.
Da quel momento è chiaro agli italiani che Franco ha voltato pagina e non pensa più a intervenire nel conflitto, se non in veste di mediatore nel quadro di un ricostituendo ordine internazionale post-bellico. Si mischiano ancora una volta nel Caudillo, come bene ha sottolineato nella sua biografia Paul Preston, tratti di iper-realismo e opportunismo, con velleità, sogni e reminescenze di grandezza imperiale.
Il quadro completo del "piano di pace" spagnolo non verrà immediatamente esplicitato all'ambasciatore Paulucci, in ragione della convinzione, comune a Franco come all'Asse, che il conflitto è destinato a durare: le carte vanno svelate una per volta. Dal canto suo Paulucci si premunisce cercando di sondare, attraverso uno studioso italiano, Ippolito Galante, gli Alleati circa possibili "preliminari di intesa", in vista di uno sganciamento italiano dal quadro bellico, ottenendo dapprima soltanto alcuni segni di attenzione verso una mediazione vaticana, e di contrarietà verso una mediazione spagnola, e poi il ricorso alla formula di Casablanca sull'unconditional surrender, che chiude ogni possibilità di trattativa.
Pochi giorni prima d'un suo rientro a Roma Paulucci è avvicinato dal direttore Affari politici del ministero degli Esteri spagnolo, José Maria Doussinague, che gli rivela i contenuti della recente udienza di Franco all'ambasciatore tedesco Dieckhoff: i due punti salienti sono stati la necessità di terminare la guerra a ovest, inutile spargimento di sangue a vantaggio solo del bolscevismo, e la protesta contro la lotta nazista al cattolicesimo, argomento che Franco auspica sia diplomaticamente affrontato anche dall'Italia. Gli stessi concetti Franco ribadirà di lì a pochi giorni allo stesso ambasciatore italiano, allargando il discorso alla persecuzione anti-ebraica: "Purtroppo circolano nel mondo le voci più gravi sulla sparizione di migliaia e migliaia di ebrei in Germania e nei territori occupati e sulla sterilizzazione di molte migliaia di essi".
Sulla lotta al cattolicesimo Franco insisterà energicamente, sottolineandone le conseguenze politiche, anti-Asse, sui cattolici americani e del mondo intero, che pur sono critici dell'alleanza di guerra Roosevelt-Stalin. Ciò rientra nella teoria franchista sulle "due guerre": il nemico principale è il comunismo, contro cui la Spagna si sente in guerra sia pur non dichiarata (e la Division Azul sul fronte russo ne è la riprova), mentre con le potenze occidentali la Spagna, che pur si sente parte d'un nuovo ordine europeo post-liberale, invoca l'intesa e la pace.
Dal libro di Marquina Barrio sulla diplomazia spagnola e il Vaticano sappiamo che ciò corrisponde al piano segreto confezionato da Doussinague per Franco nel febbraio '43 teso a schierare la Spagna, "prima nazione cattolica", ed altri Paesi neutrali, sull'impianto giusnaturalistico dei messaggi natalizi di Pio XII in tempore belli. Ma sappiamo pure che l'ambasciatore spagnolo presso la Santa Sede riceverà una doccia fredda dallo stesso Pio XII il 16 marzo quando il Papa gli dichiarerà, "con marcata enfasi", che il comunismo non è l'unico nemico della cristianità e che la persecuzione nazista, più pericolosa di qualsiasi altra precedente, obbedisce a precisi dogmi di quel regime, che cederà solo davanti alla forza. Non è cioè pensabile per la Santa Sede un uso in positivo del nazismo come antemurale dell'Europa cristiana contro il bolscevismo, come pensa la diplomazia spagnola.
Ciò nonostante il tentativo mediatorio franchista proseguirà, come dimostra l'ultimo colloquio Franco-Paulucci, alla vigilia del 25 luglio e sotto l'impressione dei bombardamenti alleati su Roma-San Lorenzo. Scriverà Paulucci: "Franco mi ha detto che fa molto assegnamento sulla possibilità di manovrare i cattolici delle due Americhe, di Gran Bretagna e di tutto il mondo per esercitare una pressione sui governi inglese e americano onde far cessare la guerra contro l'Europa, lasciando all'Asse ed ai suoi alleati il compito di stroncare il regime bolscevico in Russia". Questo, per Franco, previa "autocritica" del nazismo. Sogni e velleità: Mussolini, che aveva manifestato dapprima intenti opposti a quelli di Franco e altrettanto irrealistici (armistizio con la Russia, difesa del Mediterraneo) e che stava ora pensando di chiedere a Hitler lo sganciamento consensuale dell'Italia, sarà destituito. L'ultimo rapporto di Paulucci, steso il 24 luglio, partirà il 27 con destinazione Guariglia, successore del Duce agli Esteri nel governo Badoglio. Non era noto fino ad oggi, forse sparito nel caos seguente il 25 luglio.
Avvenire - Giovedi 17 Gennaio 2002
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[Per completezza viene inserito anche il botta-risposta, sempre sulle pagine di Avvenire, tra Alfonso Botti e lo stesso Tassani]
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STORIA Il regime spagnolo non fu più tenero di nazismo e fascismo. Una replica all'intervento di Tassani
Ma Franco perseguitò gli ebrei
di Alfonso Botti
Nel 1939, in un discorso alla radio, il "caudillo" giustificò le discriminazioni Rivendicò un collegamento ideale con l'espulsione del 1492. Concesse pochi permessi di transito fino al 1942. Una svolta solo dopo il '43
Il 31 dicembre 1939, in un discorso alla radio, Franco giustificava le discriminazioni razziali introdotte in vari Paesi europei adducendo a pretesto la perturbazione che arrecava alle loro società il predominio di "quelle razze contraddistinte dalla cupidigia e dall'interesse". E in riferimento alla storia spagnola, proseguiva: "Noi, che grazie a Dio e alla chiara visione dei Re cattolici ci liberammo secoli fa di un così pesante fardello, non possiamo rimanere indifferenti di fronte a questo nuovo fiorire di spiriti cupidi ed egoisti, tanto attaccati ai beni terreni che preferiscono anteporre il sacrificio dei propri figli a quello dei loro torbidi interessi". Qualche mese dopo, in un solenne discorso pronunciato il 17 luglio 1940 nel quarto anniversario della sollevazione militare, rivendicava l'espulsione degli ebrei del 1492 come "un atto razzista simile a quelli dei nostri giorni". Nel discorso di Medina del Campo del 29 maggio 1942, poi, affermava che la politica di Isabella la cattolica che ispirava il Nuovo Stato franchista era stata "una politica totalitaria razzista" proprio perché cattolica.
Franco fu dunque un antisemita. Il passi citati lo dimostrano senza possibilità di dubbio. Lo fu anche negli anni successivi, come rivelano gli articoli che pubblicò dal 1946 al 1952 su Arriba, coperto dallo pseudonimo di Jakin Boor. Gli storici lo sanno da tempo. E ancor più antisemiti furono alcuni dei personaggi che ebbe attorno: da Serrano Súñer all'ammiraglio Carrero Blanco. Ma che atteggiamento assunse nei riguardi delle persecuzioni antiebraiche durante la Seconda guerra mondiale?
Un documento dell'estate del '43, rinvenuto da Giovanni Tassani nell'archivio di Giacomo Paulucci di Calboli, all'epoca ambasciatore italiano a Madrid, mostra il dittatore spagnolo preoccupato della situazione degli ebrei in Germania. Su questo e altri documenti lo studioso romagnolo ha costruito un articolo per la Nuova Storia contemporanea e ne ha anticipato alcune parti su Avvenire. Esso contribuirebbe ad aumentare le ragioni di quegli storici che da anni si battono per smentire la vulgata che per decenni ha associato il franchismo ai vari fascismi europei.
Le cose non stanno così e verrebbe, tra l'altro, da chiedersi se fosse completamente fuori di senno Abba Eban, rappresentante israeliano alle Nazioni Unite, nel maggio del 1949, allorquando votò contro la normalizzazione dei rapporti diplomatici con la Spagna dei Paesi membri dell'Onu, proprio a causa della precedente alleanza del Paese iberico con l'Asse.
Lasciando da parte il problema di che cosa fu il franchismo dal 1945 in avanti, riveste grande importanza capire quello che avvenne prima. Ovviamente in riferimento alle persecuzioni antiebraiche, sia per quanto concerne i visti e permessi di transito agli ebrei in fuga dalla Germania e dalla Francia di Vichy, sia per quanto riguarda la protezione che le autorità diplomatiche spagnole concessero agli ebrei nei paesi occupati dai nazisti (contesto nel quale è da collocare la vicenda di Perlasca). Si tratta di un tema complesso (anche perché la documentazione più compromettente è stata fatta sparire dalle autorità franchiste), che è stato da tempo studiato da storici spagnoli (Marquina Barrio e Ospina), israeliani (Avni), ungheresi (Harsányi) e tedeschi (Rothier) con risultati convergenti. Riassumendoli si può affermare che Franco e il suo regime: 1) si mostrarono inizialmente assi poco preoccupati delle persecuzioni antiebraiche; 2) concessero con il contagocce fino all'estate del '42 i permessi di transito sul territorio spagnolo agli ebrei che ne facevano richiesta; 3) iniziarono a mutare atteggiamento e vararono una politica meno restrittiva solo quando le sorti della guerra volsero al peggio per le forze dell'Asse; 4) non impartirono precise direttive al proprio personale diplomatico, che quando si adoperò per proteggere gli ebrei nei Paesi occupati dai nazisti lo fece quasi sempre per iniziativa personale; 5) salvarono alcune migliaia di ebrei da morte sicura dal 1943 in avanti, ma il carattere tardivo di tale politica umanitaria impedì la messa in salvo di molti ebrei prima.
Tanto per citare un documento tra i molti che si potrebbero esibire, basti ricordare che ancora il 18 gennaio del 1943 la Direzione generale per la politica estera del regime segnalava ai rappresentanti diplomatici spagnoli delle sedi europee la convenienza di non accreditare come spagnoli a tutti gli effetti i sefarditi spagnoli, mentre i loro beni, sui quali incombeva la minaccia di confisca, erano da considerarsi appartenenti alla "ricchezza nazionale spagnola" e pertanto da tutelare.
La riscrittura della storia è stata preoccupazione costante del franchismo. In vari momenti del dopoguerra, Franco mise in atto un imponente sforzo per accreditare le differenze e la distanza della dittatura spagnola dal fascismo e dal nazismo facendo leva anche sulla diversa condotta assunta nei riguardi degli ebrei. Come se tale atteggiamento fosse stato uguale e invariato nel tempo, dal 1939 al 1945. Perché dare ancora retta a quella propaganda?
Per quanto concerne, infine, il rapporto dell'ambasciatore italiano, meritoriamente recuperato da Tassani, si riferisce proprio al periodo in cui Franco, resosi conto della situazione bellica e varata una diversa politica per non essere travolto dalla sconfitta nazi-fascista, iniziava la manovra di sganciamento al fine di accreditare il proprio regime come altro rispetto a quelli italiano e tedesco. E quale modo migliore di marcare le distanze, se non quello di manifestare la propria preoccupazione per le sorti degli ebrei? Non è da escludere che Franco recepisse anche le pressioni degli Alleati e i timori della Santa Sede verso la china totalitaria che stava imboccando il suo regime. Ma ciò non toglie nulla alla sua condotta prima.
L'aiuto concesso dal franchismo agli ebrei è dunque una mezza verità. L'altra metà è data dalle restrizioni e dagli ostacoli frapposti alla loro messa in salvo nei primi due anni abbondanti del conflitto. Noto è il caso di Walter Benjamin, che si suicidò dopo essere stato respinto proprio alla frontiera spagnola. Ed è sempre meglio ricordare tutto. Specie a ridosso del giorno della memoria.
Avvenire - Giovedi 31 Gennaio 2002
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STORIA La politica di Franco e la diplomazia pontificia alla fine della guerra
Il Caudillo disobbedisce al Papa e va alla campagna di Russia
di Giovanni Tassani
Il dittatore spagnolo era per la pace separata con gli Alleati e la crociata anti-comunista; Pio XII non lo seguì.
Sono complessivamente d'accordo con le puntualizzazioni espresse, a proposito dall'atteggiamento di Franco verso gli ebrei, da Alfonso Botti a seguito dell'anticipazione su Avvenire (17 gennaio) di alcuni temi del mio saggio sulle relazioni italo-spagnole tra primavera ed estate 1943, in uscita in questi giorni su Nuova Storia Contemporanea.
Ma vi sono alcune precisazioni da fare: Franco avrà sì partecipato del sentire antisemita, però non fu oggettivamente persecutore di ebrei. Fu, questo sì, spietato incarceratore, e "giustiziere", dei suoi nemici: i vinti nella guerra civile. Stabilire le differenze è compito dello storico, perché esse, più delle uniformità, aiutano a capire le possibilità insite nel processo storico.
Personalmente non sono assillato dal problema di assolvere o colpevolizzare Franco per le sue affinità ideologiche con gli altri regimi dittatoriali tra le due guerre: la mia seria preoccupazione è quella di intendere la vera natura e la modalità del suo agire tramite i suoi atti politici e diplomatici in diversi contesti e scenari, in rapida e contraddittoria evoluzione negli anni del secondo conflitto mondiale. Nella mia ricerca, a partire da tre suoi lunghi colloqui con l'ambasciatore italiano Giacomo Paulucci di Calboli, da questi dettagliatamente verbalizzati e destinati a Mussolini, nonché da altri documenti inediti in cui si intravede l'azione di un personaggio-chiave dell'entourage franchista, il direttore Affari Esteri Doussinague, può appunto meglio misurarsi la distanza dalla realtà del politico Franco che, ancora nel 1943, sogna una guerra antibolscevica con utilizzo positivo della Germania hitleriana, previa correzione di linea da parte del Reich in tema di lotta anticattolica, e tutto ciò col "permesso" degli alleati e del Vaticano.
Ciascuno può oggi viceversa rendersi conto, consultando i volumi 5 e 7 (relativi agli anni 1941-43) degli Actes pubblicati dalla Libreria Editrice Vaticana per iniziativa di Paolo VI e il volume di Di Nolfo Vaticano e Stati Uniti, dalle carte di Myron Taylor, rappresentante personale di Roosevelt presso Pio XII, di come i giochi, cioè le visioni del futuro bellico e postbellico, fossero già in larga parte e ben diversamente inscritti nelle volontà degli alleati da un lato e della diplomazia vaticana dall'altro. Due diplomazie che trovano tra loro una sintonia pur mantenendosi su "linee parallele", per citare la terminologia di monsignor Tardini, e cioè su piani diversi: politico-militare la prima, di alti principi la seconda.
L'enciclica programmatica di Pio XII Summi Pontificatus e i suoi radiomessaggi natalizi a partire dal primo anno di pontificato, il 1939, consentono di vedere un orizzonte di umanità futura, di principi e di diritti, di doveri e di libertà, alternativa al mondo della pura forza, dei totalitarismi di classe e di razza, delle ideologie pseudoreligiose o pagane secolari. Quest'orizzonte può, più o meno armonicamente, comporsi coi principi liberal-democratici delle nazioni occidentali ed anche con quei tentativi di organizzazione autoritaria post-liberale di cui il regime franchista, con quello salazarista, partecipava; ma non è per nulla mediabile coi principi, appunto, delle due demonìe anticristiane moderne, condannate nel '37 da Pio XI con la Mit Brennender Sorge e la Divini Redemptoris: il nazismo e il comunismo ateo. Altro che "crociata antibolscevica", ripeterà più volte monsignor Tardini: lasciamo che "un diavolo scacci l'altro!".
Ciò non toglie che, contro l'obiezione di quei cattolici americani che invocavano il divieto di collaborazione materiale col comunismo, sancito dalla Divini Redemptoris, il Vaticano autorizzasse l'aiuto bellico americano al "popolo russo", in base alla distinzione tra regime e popolo, che consentiva alla Santa Sede di guardare anche nell'animo e alle sofferenze del "popolo germanico", al di là del suo infausto regime. Ho già ricordato, nel mio precedente intervento, lo stop dato da Pio XII, nel marzo 1943, al tentativo franchista di salvare il ruolo della Germania hitleriana sul fronte dell'Est: lo stop era conseguente ad anni di orientamento vaticano sull'episcopato spagnolo sul peligro nazi anche tramite il nunzio a Madrid Gaetano Cicognani.
Ciò nonostante fino all'ultimo, cioè fino alla caduta di Mussolini il 25 luglio, Franco insisterà su quella prospettiva, interdetta dalla Santa Sede, illudendosi di trascinare su tale linea - paci separate con l'Occidente, continuazione della guerra a Est - anche Mussolini: ciò misura la sua distanza dalla realtà, la sua pur comprensibile ossessione anticomunista dopo la guerra civil, la confusione tra i principi dell'ordine civile cristiano evocato dal Papa, di cui Franco con il Piano Doussinague vorrebbe rendersi interprete, la missione storica dell'Hispanidad e un residuo di teoria dell'Herrenvolk e del Drang nach Osten.
Al di là del problema della persecuzione antiebraica, alla cui denunzia Franco era stato incoraggiato dalla Santa Sede stessa, è questo il centro e, credo, la novità contenuta nella mia ricerca. Niente affatto una "rivalutazione" di Franco, semmai piccolo tassello di conoscenza in più della sua figura, dei suoi orientamenti e dei suoi limiti
Avvenire - Domenica 10 Febbraio 2002


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