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L’ira dei lumbard va in onda: non pagheremo il canone
Walter da Treviso: abbiamo sbagliato a accettare una comunista. Calderoli: «Non succederà niente, il Cda tutelerà i nostri diritti»
MILANO - «Basta ingoiare rospi. Ma possibile che Bossi non dica niente?». Alle sette della sera il grido di Massimo da Mestre infiamma, assieme a decine di altri, le frequenze di Radio Padania Libera . Dov’è il Senatur? Perché non reagisce? La base lo chiama, lo cerca: «Vogliono scippare Raidue a Milano!». Ma Umberto Bossi c’è, eccome se c’è. Una lunga telefonata serale con il direttore della Padania , Gigi Moncalvo. Un’intervista a tutta pagina. E Lucia Annunziata, presidente Rai di fresca nomina, si trasforma, nel colorito linguaggio del leader e ministro leghista, nella «Signora un quinto». Un modo, neanche dei più ruvidi, per ricordare che «i componenti del Consiglio d’amministrazione Rai sono cinque e il presidente rappresenta un voto, niente di più».
Umberto Bossi non pare particolarmente preoccupato dall’annunciato progetto dell’Annunziata di metter mano alla delibera che in febbraio trasferì la direzione di Raidue a Milano. Tende a minimizzare, il Senatur.
Impegnato soprattutto a tranquillizzare una base inferocita, furiosa con il mondo intero: con gli «alleati infidi», con «Roma mangiona e ladrona», oltre che naturalmente con «quella comunista dell’Annunziata». Sulle colonne della Padania, il Bossi-pensiero corre via liscio: «La verità - afferma il ministro - è che la "Signora un quinto" sta solo tentando di accreditarsi come interlocutore politico, non esitando a scavalcare, con cattivo gusto, gli altri consiglieri del Cda». Ma non andrà lontano, tuona il Senatur: «Sappiamo dove vogliono andare a parare». Il disegno è quello di «far tacere il Nord, tenerlo fuori dal circuito mediatico, sapendo che mai come ora apparire significa esistere. E’ una forma di razzismo, non passerà. Eppoi abbiamo sempre detto che anche il Sud avrà la sua rete Rai».
Nervi a fior di pelle nel Carroccio, soprattutto tra i militanti. «E’ una vergogna, da oggi non pagheremo più il canone Rai» giurano ai microfoni di Radio Padania Libera Luisa da Varese, Anna da Brescia, Carlo da Milano e tanti altri. Una rabbia sorda, che sconfina anche nell’autocritica: «La verità è che siamo dei perfetti deficienti - sibila Walter da Treviso -: siamo al potere, abbiamo accettato un presidente della Rai comunista e ora pretendiamo anche che sia federalista?». Roberto Calderoli, leghista e vicepresidente del Senato, sfodera un tono rassicurante: «Non succederà nulla, nel Cda ci sono persone di spessore che sapranno tutelare i diritti del Nord». Ironizza Attilio Fontana, presidente del consiglio regionale lombardo: «Il cervello della Rai deve restare a Roma? Ma quale cervello! Al massimo un cervelletto...». E Giampaolo Dozzo, sottosegretario all’agricoltura: «Il problema è che anche tra i nostri alleati c’è un consistente zoccolo antifederalista. Ma daremo battaglia e la nostra base lo sa». Sarà. Ma l’allarme è alto. Perché, come dice Alberto Filippi da Torino, «finché avremo il 3,9% non cambierà nulla, ci vuole il 30%».




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