Zio Sam e il resto del mondo

«L'ombra dell'aquila» di Mark Hertsgaard per Garzanti. Dall'Europa all'America Latina, dall'Africa all'Estremo Oriente, un viaggio di sei mesi per capire «perché gli Stati Uniti sono così amati e così odiati». Un reportage su giudizi e sentimenti ambivalenti, tra l'amore per Bob Dylan e l'odio per George W. Bush

MAURO TROTTA

America: terra di opportunità infinite, luogo mitico dell'avventura e della libertà, patria del jazz. Ma anche: superpotenza imperialista nata da un genocidio, organizzatrice di golpe, centro aggressivo del nuovo impero. America: terra di contraddizioni e paradossi. Da circa mezzo secolo è così. Si poteva essere comunisti negli anni `50 e leggere Hemingway o Faulkner, ascoltando jazz, blues o rock'n'roll. Fare parte dei movimenti dal `68 in poi, scendere in piazza contro la guerra in Vietnam o il golpe in Cile e amare i poeti della beat generation, Bob Dylan o i Jefferson Airplane. Paradossi e contraddizioni nella percezione e nel giudizio su una nazione e un popolo, in forme e modalità differenti, segnati e influenzati dai tragici eventi che hanno aperto gli anni Duemila: l'attacco alle Torri gemelle di New York, la guerra in Afghanistan e quella contro l'Iraq.

Insomma, che la si ami o la si odi, sembra che nessuno possa dichiararsi indifferente nei confronti di quella che è ormai l'unica superpotenza rimasta. E indagare quali siano oggi i sentimenti e le impressioni che le persone di paesi e culture differenti provano verso gli Usa è l'obiettivo principale che si è posto Mark Hertsgaard - giornalista free lance americano, collaboratore di testate come The New York Times, Newsweek, The New Yorker, L'Express e Der Spiegel - nel suo L'ombra dell'aquila. Perché gli Stati Uniti sono così amati e così odiati (Garzanti, pp. 230, € 14). Il libro nasce da un viaggio di sei mesi, compiuto da Hertsgaard a partire dal maggio 2001 per cercare di capire, appunto, cosa ne pensi il resto del mondo della sua patria e dei suoi connazionali. Dall'Europa all'America Latina, dall'Africa all'Estremo Oriente, l'autore raccoglie i giudizi, i pregiudizi, le impressioni e i sentimenti sull'America e gli Americani delle persone più diverse: autisti d'autobus sudafricani, musicisti spagnoli, gestori di ristoranti cinesi, ingegneri egiziani, tassisti londinesi.

Quello che emerge è una sorta di ambivalenza nei confronti del colosso americano. Da una parte, le critiche più feroci: l'America viene vista come arrogante, provinciale, superficiale, imperialista. Dall'altra, però, quelle stesse persone che hanno espresso giudizi così duri non esitano a completarli con una serie di considerazioni positive sugli Usa: terra della libertà e della democrazia, dove ognuno può esprimere liberamente il proprio pensiero, ricca di opportunità per chiunque. Quasi tutti, poi, sembrano fare una distinzione tra l'amministrazione statunitense, da criticare per la sua politica, e gli americani come popolo, in genere apprezzati o, quanto meno, ritenuti simpatici. E anche quelli più radicalmente antiamericani non possono fare a meno di elogiare la musica o il cinema statunitense. È il caso di tre terroristi arabi in pensione, incontrati da Hertsgaard al Cairo che, dopo aver descritto l'America come «una spregevole prepotente, protettrice di Israele e profanatrice dell'anima araba dell'Egitto», ammettono di conservare comunque «gradevoli ricordi dei film hollywoodiani con Kirk Douglas e Anthony Quinn».

Più che per i giudizi che il resto del mondo riserva agli Stati Uniti, L'ombra dell'aquila risulta interessante soprattutto per le riflessioni e le analisi dell'autore sul presente americano. E, in particolare, per l'esame di una serie di elementi e accadimenti che inficiano in profondità la natura democratica stessa dell'amministrazione statunitense. Come la vicenda dell'elezione di George W. Bush a presidente che Hertsgaard ricostruisce nei dettagli avvalendosi anche di informazioni all'epoca ignote o trascurate. Per esempio, il fatto che il 12-14% dei voti degli afroamericani in Florida siano stati dichiarati nulli, una percentuale «superiore di 10 punti rispetto ai votanti bianchi». Se si tiene conto che «il 93 per cento dei voti registrati da neri in Florida erano per Al Gore, se ne deduce che Gore avrebbe ricevuto più o meno 54.000 voti in più ottenendo così una vittoria netta su Bush», che fu dichiarato vincitore per appena 537 voti. Ma anche altre forme di discriminazione razziale furono messe in atto nello stato del governatore Jeb Bush. Fu attuata «una politica di purghe molto aggressiva» sulle liste elettorali che, in pratica, «ha sottratto la possibilità di partecipare alle elezioni a migliaia di neri che avevano ogni diritto legale di votare». Molti afroamericani, inoltre, dichiararono di «essere stati allontanati dal seggio elettorale da funzionari che sostenevano che i loro nomi non comparivano nelle liste». Hertsgaard riporta anche voci «di intimidazioni fisiche, di poliziotti che avrebbero creato posti di blocco e che avrebbero intralciato i neri che si recavano a votare». Anche la composizione della Corte Suprema degli Stati Uniti che, per 5 voti contro 4, proibì il secondo conteggio dei voti in Florida, desta non poche perplessità. Ne era a capo William Rehnquist che nel 1964, quando era avvocato, si rese protagonista a Phoenix (Arizona), di episodi di intimidazione verso alcuni neri che stavano per votare. E due giudici, Clarence Thomas e Antonin Scalia, avevano rapporti, seppure indiretti, con Bush: la moglie di Thomas era consulente della sua campagna elettorale, i figli di Scalia lavoravano in studi legali che rappresentavano George W. proprio in quella battaglia legale.

Hertsgaard indaga anche su due dei presupposti fondamentali della democrazia - la formazione scolastica dei cittadini e l'indipendenza e la completezza dell'informazione - rilevandone assenze e mancanze all'interno della società statunitense. Cominciando con il rammaricarsi del fatto che gli americani non conoscono neanche la propria storia poiché «più che la completa e complessa verità sul nostro passato, noi raccontiamo, nelle scuole e nei discorsi pubblici, una bella favola a una dimensione». E cita a favore della sua tesi lo schiavismo, trattato «come qualcosa che era capitato quasi da sé», e i rapporti con i nativi americani, «vittime di nient'altro se non della marcia del progresso».

Quanto allo stato dell'informazione, il giudizio di Hertsgaard diventa sferzante: «La più grossa barzelletta politica è che in America abbiamo una "stampa liberal"». E denuncia l'appiattimento dell'informazione sugli interessi delle grandi aziende che la controllano e sulle posizioni governative, citando anche vari casi di censura o, più spesso, di «autocensura messa in atto dai giornalisti stessi». Del resto, oggi negli Usa «la maggior parte delle città sono monopoli a giornale unico e solo dieci corporation controllano - tra giornali, stazioni televisive e radiofoniche, riviste, libri, musica, cinema e Internet - oltre il 50 per cento della copertura mediatica del paese». Una situazione, questa, conseguenza diretta della deregulation reaganiana del settore radiotelevisivo che, da un lato «rese praticamente automatico il rinnovo delle licenze di emissione», dall'altro incrementò sensibilmente il numero dei canali televisivi, delle stazioni radio Fm e di quelle Am di proprietà di un singolo soggetto (da 7,7 e 7 a 12,12 e 12). Poi, nel 1996, nell'assordante silenzio di tutti i network televisivi, fu approvata una legge che aumentava «a un terzo delle case americane la copertura nazionale che ogni singola emittente poteva raggiungere» e, in aggiunta, concedeva gratuitamente «all'industria l'insieme del nuovo spazio digitale, il cui valore ammontava a 70 miliardi di dollari».

Agile e scorrevole come un reportage, ricco di dati e informazioni come un saggio, L'ombra dell'aquila non è purtroppo esente da qualche piccolo errore (c'è un po' di confusione nella scansione delle note del capitolo 6 e si parla di gente in fila all'ambasciata americana a Mosca per richiedere una «carta di credito» laddove probabilmente si doveva intendere un visto o una green card). L'intero libro, comunque, anche nei momenti di denuncia più aspra, è caratterizzato da una vena di ottimismo, da una fede nella possibilità di rimediare agli errori tipicamente americana. E lo stesso Mark Hertsgaard non rinuncia a dichiarare esplicitamente la propria speranza in un lieto fine. Così, dopo aver rimarcato il bisogno di una rivoluzione non violenta, «una rivoluzione dei valori e dei modi di pensare che ci ricordi da dove veniamo», conclude il libro con una domanda che è un'affermazione di amore e di fiducia nel proprio paese: «Se i vulcani possono essere belli, oltre che mortali, perché l'America non può essere saggia oltre che potente, generosa oltre che ricca, magnanima oltre che fiera? Con tutti i suoi difetti, questo paese resta un luogo in cui possono accadere cose meravigliose».

Il manifesto 26 aprile 2003

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