No della Lega sulle quote latte, nuova «mina» per il Polo
I timori di Tremonti, stretto tra le richieste di Bruxelles e la determinazione del Senatur
ROMA - «Quando Bossi parla non si capisce mai se fa sul serio o se vuol vedere l’effetto che fa». Fini si era espresso così al termine della trattativa che solo poche settimane fa aveva portato all’accordo di governo sulla riforma del federalismo. Il commento del vice premier è utile per interpretare lo stato d’animo con cui i leader del centro-destra affrontano ogni volta i negoziati con il senatùr: c’è in tutti l’estenuata consapevolezza che quel patto appena sottoscritto contiene un timer e che, attraverso quel congegno, Bossi si riserva di far saltare all’occorrenza l’intesa. Alle amministrative, dopo aver ottenuto dalla coalizione la candidatura della Guerra per il Friuli Venezia Giulia, ha deciso di correre da solo nelle maggiori città del Nord: «Mi spiace - ha spiegato agli alleati - ma sul territorio i miei non riesco a tenerli». Naturalmente nessuno ha creduto che un qualsiasi dirigente locale leghista avesse potuto imporgli qualcosa. Piuttosto in molti nella Cdl si domandano se il capo del Carroccio è «di nuovo affetto dalla sindrome del ’94», se ha inserito un congegno a orologeria anche nel patto di governo stipulato con il Cavaliere. Il divorzio costerebbe al Polo molti collegi del Nord e la probabile sconfitta alle prossime Politiche, ma condannerebbe al tempo stesso la Lega a un definitivo isolamento, senza la certezza di tornare in Parlamento. Si tratta comunque di scenari futuribili, per ora l’alleanza non è in discussione, e l’avvertimento di Bossi di far saltare l’esecutivo qualora Raidue non venisse spostata al Nord appartiene - per usare le p arole del portavoce di An Landolfi - alla «tattica pre-elettorale», alla necessità del Carroccio di essere visibile. Anche il leader dell’Udc Follini ritiene che Bossi non romperà, «ma la cosa peggiore sarebbe quella di farsi trovare al rimorchio della Lega se decidesse di rompere».
E’ chiaro il messaggio che gli alleati inviano al premier: basta con le lusinghe al senatur, «perchè se non ha intenzione di spaccare è inutile cedere ai ricatti e, se ha intenzione di spaccare, è ancor più inutile cedere ai ricatti». Il timore maggiore è che la coalizione possa lacerarsi a fronte di queste ripetute sollecitazioni. E’ vero che un’opposizione così frantumata e fragile non rappresenta al momento una reale minaccia per l’esecutivo, ma «il rischio che il carro-armato di Berlusconi venga colpito da fuoco amico c’è», sussurra un autorevole esponente di Forza Italia. Che indica «una mina sulla quale si potrebbe già saltare nei prossimi giorni». Non è la riforma federalista di La Loggia, contro la quale ieri si è scagliato Bossi: il pericolo viene dal decreto sulle quote latte. Il provvedimento, che dovrebbe essere esaminato dall’aula di Montecitorio la prossima settimana, scade a fine maggio, e i tempi per convertirlo in legge sono ristrettissimi. Ma la Lega lo contesta fin dal giorno in cui fu presentato in Consiglio dei ministri: già allora non ottenne il voto favorevole di Bossi, Maroni e Castelli. Ora lo scontro potrebbe trasferirsi a Montecitorio, dove il gruppo del Carroccio è pronto a fare ostruzionismo pur di affossarlo.
Certo sarebbe devastante per l’esecutivo se alla vigilia delle amministrative si dovesse innescare in Parlamento un simile contrasto, se un provvedimento del governo venisse osteggiato da un pezzo della maggioranza. Raccontano che Tremonti sia preoccupato, perchè il passaggio è stretto: da una parte sa che non si può più far muro a Bruxelles, specie alla vigilia del semestre di presidenza italiano, e dall’altro sa che Bossi non intende cedere.
Ora toccherà al premier tentare una mediazione «e spero di convincere Umberto». Dalla Lega arrivano però messaggi ultimativi: «Quel testo va cambiato profondamente. Eppoi Berlusconi mantenga la promessa fatta ai cobas del latte: dilazioni il pagamento delle multe in trent’anni e senza interessi. Altrimenti se lo voti da solo il decreto». Quando si dice un’alleanza.
-----------------------------------------------------------------------------------
Tensione nella CdL. I centristi: manca buon senso. An: Carroccio in fibrillazione per le elezioni, così non ci guadagna
Bossi: il premier si è distratto sulle riforme
Attacco agli alleati: non voterò il federalismo di La Loggia. Governo a casa se non dà una rete tv al Nord
ROMA - Più si avvicina l’appuntamento di Pontida e più Umberto Bossi alza i toni. L’altro giorno Roberto Calderoli aveva minacciato l’uscita della Lega dal governo in risposta a quanti frenano sul federalismo. Ieri è sceso in campo direttamente il senatur e ha menato fendenti soprattutto contro gli alleati. Bossi ha avuto, ed è la prima volta dopo il ritorno di amorosi sensi con il Cavaliere, parole dure anche contro il premier. «Diciamo - ha detto dai microfoni di Radio Padania libera - che forse Berlusconi era impegnato altrove, con cose gravi come la guerra, si è un poco distratto e così i vecchi democristiani lasciati a se stessi hanno cercato di riportare tutto a Roma». Ed è, questo, un esplicito appello a Berlusconi in quanto garante dell’accordo politico ed elettorale, affinché faccia sentire la sua voce e lo rassicuri sulle riforme. Bossi, fanno notare alcuni leghisti a lui molto vicini, teme che lo si voglia scaricare dalla maggioranza per fare entrare al suo posto gli amici di Mastella. Ecco perché il leader leghista è tornato a gridare che, se la legge La Loggia - la riforma del titolo V della Costituzione - non cambierà, non si modificheranno cioè le parti su Roma Capitale e sull’interesse nazionale, lui non se la sente proprio di votarla. La Loggia e D’Onofrio, ruggisce Bossi, «sono molto cavillosi e poi sono vecchi dc, questo non bisogna scordarlo. E cercano di riportare tutto a Roma dove c’è l’interesse a mantenere tutto come sta». Ed ecco l’affondo. «Non si può - tuona il senatur - danneggiare il patto elettorale e bloccare il cambiamento mettendo in mezzo storie come quella dell’interesse nazionale voluta da una parte di An, che è talmente generica da poterci fare entrare tutto. Non è che noi abbiamo fatto l’accordo con Berlusconi e lui si trasforma in un centralista romano... non vogliamo fare polemica, diciamo che si è distratto». Nel suo mirino c’è anche la Rai. Bossi avverte ancora Berlusconi che se «il governo non dovesse dare una rete al Nord andrà a casa». Anche se, ammette, «un passo è stato fatto con l’arrivo di Raidue a Milano».
E gli alleati come reagiscono? Enrico la Loggia minimizza. «Oggi - osserva - pesa il clima preelettorale, mi auguro che ragionando con calma e serenità si possano dare le risposte giuste alle perplessità emerse». Mario Landolfi, portavoce di Alleanza nazionale, è anche lui convinto che tutto rientrerà all’indomani delle amministrative: «La Lega è in fibrillazione per le elezioni. Ma questo scalpitare non le porterà un voto in più». E infine l’Udc. Il suo leader Marco Follini sceglie il sarcasmo: «E’ Bossi l’unico distratto. Anche dal buonsenso».




Rispondi Citando