La Padania - 29 aprile 2003
PINO RAUTI: IL MANIFESTO E' NOSTRO. AI CAMERATI DEL NORD NON E' PIACIUTO
Andrea Accorsi
Onorevole Rauti, ma cosa sono questi manifesti “Taci padano!”, “Roma non si tocca”...?
«Da tempo discutevamo nel partito di un manifesto su Bossi. L’idea è stata del segretario nazionale, Luca Romagnoli. Io per la verità ne avevo in mente un altro...».
Ah sì? E cosa diceva?
«La mia formula era diversa, “Abbasso Bossi, viva l’Italia unita”. Ma alla fine è stato ritenuto più incisivo questo».
Ma non vi siete accorti che la Lega ora è al governo, punta al federalismo, e che di secessione non parla più nessuno?
«Non è esatto che la Lega abbia superato il secessionismo. Ufficialmente magari sì, ma rimangono dei sedimenti, come dire, rimane uno stato d’animo diffuso di tendenza secessionista».
Guardi che adesso la parola d’ordine, nella Lega, è un’altra: devoluzione.
«Per me la devoluzione è assolutamente negativa, è un surrogato pericoloso di secessionismo. Vi vedo un’oggettiva frantumazione dell’unità nazionale».
Sarà. Quindi, suppongo che il suo partito non condivida l’idea di delegare competenze alle regioni...
«Così facendo non si fa altro che accentuare il fenomeno secessionista nei suoi aspetti peggiori. E parlo anche con l’esperienza di dieci anni trascorsi al Consiglio d’Europa e al Parlamento europeo, dove vedo Stati che premono nelle strutture comunitarie con una sostanziale unità. Il confronto con gli interessi nazionali altrui (penso all’agricoltura, alle politiche del territorio...) richiede unità, se non vogliamo indebolirci».
Tanti altri Paesi europei sono federali, e mica per questo sono più deboli degli altri, al contrario.
«Guardi, io mi riconosco due primati: assieme a quello di aver denunciato Tangentopoli, sono stato il primo a porre l’accento sulle diversità che compongono la nostra nazione. L’Italia è bella perché è la più variegata fra le nazioni europee. Ma tali diversità devono essere affluenti dello stesso fiume, non articolazioni che si dipartono».
Allora riconosce che Nord e Sud sono diversi.
«Bossi si rifà alla cultura celtica? Io mi rifaccio a quella della Magna Grecia, che non è da meno».
Uno Stato federale non tutelerebbe meglio le diversità che lei stesso riconosce?
«Il federalismo è nato storicamente come uno Stato che unisce entità diverse. È stato ad esempio il percorso storico della Francia, che ha annesso nel tempo varie regioni per giungere a uno Stato costituzionalmente unitario. Divenire federali è un procedimento anomalo, che non valuta le entità locali come espressioni prismatiche di uno stesso corpo».
Ma perché questo corpo deve dipendere sempre e solo da Roma?
«Perché è una città che ha diversi primati indiscutibili. Io stesso, come consigliere comunale, proposi una governatorato per la capitale».
Torniamo al manifesto. Com’è che al Nord non lo avete affisso?
«Le dirò: c’è arrivata anche qualche protesta dei “nostri” al Nord, ai quali l’idea non è piaciuta... Però da Roma in giù l’abbiamo messo».
Ah, quindi vi siete divisi pure voi: altro che secessionismo leghista!
«Vorrà dire che sarà una polemica aggiuntiva. Come si dice? “Lasciate che gli scandali avvengano”. Tutto va bene, purché si parli di noi, che subiamo la censura di tutti i media».
Quasi dimenticavo: grazie per averci definiti “padani”, parola che tanti altri dalle sue parti rifiutano anche solo di considerare.
«In effetti, era meglio scrivere “Taci leghista”. Bisogna rispettare le entità altrui. Ma quando i toni sono quelli di “Roma ladrona”, allora ci risentiamo, io compreso che sono calabrese, e puntiamo una tantum sull’invettiva».




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