Articolo 18, Rutelli alfiere del no
Il leader della Margherita vuole scippare ai Ds lo scettro del
riformismo liberista
Primato dei partiti La Margherita vuole sfruttare il no, alle
elezioni. Il referendum si sta politicizzando sempre di più e sta
diventando in primo luogo il terreno di scontro sui futuri assetti
del centrosinistra - COSIMO ROSSI
ROMA - Non poteva essere altrimenti. Francesco Rutelli - informa la
Margherita - ha avuto ieri una «lunga e cordiale» conversazione con
Savino Pezzotta. E non solo per esprimergli la sua solidarietà per le
contestazioni subite a Milano. Piuttosto, sull'onda dei fischi i due
leader hanno avuto un proficuo scambio di opinioni comuni sul tema
dell'articolo 18; e Rutelli ha concordato con il segretario generale
della Cisl come «condurre insieme la battaglia per sconfiggere il
referendum». Non solo perché Rutelli ne è convinto. Il leader della
Margherita ha infatti colto perfettamente le difficoltà dei Ds a
schierarsi sulla consultazione; e vuole perciò massimizzare, anche in
vista delle elezioni amministrative, il fatto di essere nell'Ulivo il
più agguerrito avversario dell'estensione dell'articolo 18 in nome
del riformismo.
Per Rutelli che si propone come alfiere politico del no - anche se
poi prevalesse l'invito all'astensione -, dall'altra parte c'è Fausto
Bertinotti schierato dalla prima ora per il sì: perché condivide
l'intenzione dei promotori, ma anche perché Rifondazione comunista
ritiene che la consultazione possa scompaginare la «gabbia»
dell'Ulivo.
La Quercia e Sergio Cofferati continuano invece a rimanere
schiacciati in questa morsa, che di fatto stritola anche i progetti
sul futuro dell'Ulivo.
La segreteria dei Ds affronterà martedì il problema del referendum.
Ma, dal momento che all'interno dei Ds sono già state esplicitate
almeno tre intenzioni di voto - sì, no, astensione -, è più che
probabile che l'unica soluzione praticabile sia lasciare libertà di
scelta. Unitamente a un giudizio critico sulla via referendaria ai
nuovi diritti e a una promessa di impegno parlamentare per la
soluzione legislativa. Che però saranno sempre troppo poco sia per i
sedicenti «riformisti» sedotti da Rutelli sia per quei
movimenti «massimalisti» che non vogliono darla vinta alla politica
fatta a tavolino dai partiti.
Quest'ultimo, in particolare, è il punto che chiama in causa
Cofferati. L'ex leader della Cgil aspetta che il sindacato formalizzi
il suo sì, prima di dare il suo assenso. Ma la sua preoccupazione
principale resta legata alle sorti dell'Ulivo e dei Ds; che a suo
avviso restano intimamente legate. Non a caso nella sua prima rubrica
sul numero di Aprile uscito ieri con l'Unità osservava che il
Manifesto per l'Italia approvato dai Ds a Milano «definisce una
rilevantissima (e per me positiva) correzione di rotta, rispetto a
Pesaro, della posizione della maggioranza del partito sulla politica
economica e sociale». Cofferati, insomma, rivendica il
condizionamento operato sulla Quercia, criticando l'ossessione dei
dirigenti a ribadire la «linea politica congressuale prescindendo dai
mutamenti in corso». Ma proprio alla luce di questo il referendum
cresce di significato: perché l'avversione dura di Rutelli e parte
dei Ds, specularmente alla manovra del Prc, ripropone il tema della
staticità e del dominio dei partiti rispetto ai movimenti.
Dal "Manifesto".




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