Non è satira, è realtà
P.G.
18.05.2003
Treviso, i 25 guerrieri della libertà
di Michele Sartori
L'Assunta, molisana trapiantata a Treviso, è un motorino scoppiettante. «Dell'Unità? Lei è dell'Unità? Io proprio non vi sopporto, voi dell'Unità. Bugiardi, cattivi». Uhm. «Però Repubblica è ancora peggio: tutti subdoli». Ah, beh... «Lo vuole un caffè?». Grazie, sì. «Bello bollente. Con tre C, come diciamo noi». Cioè? «Cazzo-come-còce. Dell'Unità, eh? Io ho degli amici sinistrorsi in Umbria. Sono anche simpatici, basta non parlare di politica.
E questa cos'è?». Su un angolo della stanza c'è una bandiera della pace. «Ma che schifo!». La dispiega: è la solita bandiera-tranello di Forza Italia, l'arcobaleno con ricamato sopra «Non c'è pace senza libertà». «Fa schifo lo stesso». Aldo Baruffi, il segretario, la prende, la guarda, la ripiega, la butta in un cesto: «Non mi piace. Fa confusione».
Treviso, sede di Forza Italia: una delle 126 città videocollegate con Arcore per partecipare coralmente alla grande «Festa della libertà» ed ascoltare Lui in diretta. Il partito ha dato appuntamento ai suoi alle 9.30, mezz'ora prima del discorso. Alle 9.45 la porta era ancora chiusa, con due militanti e un cronista in attesa. Alle 10.00 in punto ci sono sei-sette persone. L'Assunta è in agguato. A chiunque entri, calca in testa un berrettino bianco di Forza Italia, è o non è una festa? «Anche a lei che è dell'Unità! Dài, che facciamo la foto!». Nessuno ha macchinette fotografiche. Salvi.
Arriva un uomo. Arriva una signora anziana, ha addosso la t-shirt «Governare con Letizia»: Letizia Ortica, l'avvocatessa candidata-sindaco a Treviso. Sugli scaffali, il suo programma è spiegato in un numero speciale di «Mi Consenta!». Negli scatoloni, altre t-shirt elettorali: dalle quali l'avvocatessa canta «vincerò, VINCERÒ, VIN-CE-ROOOÒ!». Letizia Ortica non c'è: impegnata ai banchetti. I suoi non ci sono: impegnati ai banchetti.
Deputati, consiglieri regionali: disimpegnati chissà dove. Arriva un altro uomo. Una ragazzona, clone di Ella Weber.
Siamo in dieci. Che festa.
La tv è accesa, il monitor è fisso sulle righe di «Fucino/Es», nessun accenno di Silvio. L'avvocato Baruffi, il segretario provinciale, un garbato liberale, chiama Roma. «Mi dicono che parlerà alle 11.30». Arriva qualcun altro.
Siamo in venti.
Baruffi si rassegna: «Nell'attesa, dirò due parole». Il discorso ha binari obbligati. Da Roma hanno mandato una raffica di schede da videoproiettare e commentare, non si sgarra.
Prima scheda: «La libertà». Baruffi scrolla leggermente le spalle: «La libertà, voi sapete...». Una signora urla: «Xe come l'aria che respirèmo!». Ecco. Scoglio superato.
Prossima scheda: «I cinque punti di libertà». Il povero Baruffi deve leggerli a chi li sta guardando: «Vedete? Libertà dalla paura, libertà di educazione, libertà di impresa, libertà dall'oppressione fiscale, libertà nel lavoro».
Passano le schede proiettate, fino all'ultima: «I valori che ci ha trasmesso Silvio Berlusconi nel 1994». Baruffi glissa: «Ecco, tutti voi li conoscete, no? Io nel 1994 non c'ero ancora...».
Sergio Sandàli, il segretario cittadino, sbotta: «Io sì». Baruffi: «Tu c'eri perché sei milanista!».
Sono le 11.31. Sedute sulle poltroncine azzurre, ventisei persone coi cappellini bianchi, silenziosissime. Lo schermo resta bloccato su «Fucino/Es». Sandàli si spazientisce: «Ora, se Berlusconi si sbrigasse...». Gli viene un dubbio: «Non è che se l'è preso Fede?». «Orco bòia!». L'impiegato afferra il telecomando e passa tutti i canali. La messa... il papa... il mago Alef... Winnie the Pooh... Yoghi... Braccobaldo... svendita di mobili... il sedano, questo afrodisiaco... Niente.
«Allora, mentre aspettiamo, facciamo il rinfresco». L'Assunta porta vassoi di sopressa, ciotole di bagìgi, bottiglie di prosecco. Si mastica in silenzio. È quasi mezzogiorno. Ventisette presenti. Baruffi viene invitato coralmente: «Telefona a Roma, ciò!». «E che cazzo!».
Lui chiama, prende il telecomando, segue le istruzioni che gli arrivano. Insomma: a Treviso avevano sbagliato canale.
Improvvisamente appare Silvio, che sta già parlando. Tutti: «Ooooh!».
«Mi congratulo con tutti voi, voi, apostoli, missionari, anzi, guerrieri di libertà!», sta dicendo. In sala, silenzio di tomba. Un uomo prende accurati appunti.
Qualcuno comincia a svignarsela.
Venticinque, ventitre, venti, diciannove... «Perché l'esercito del male...».
Se la svigna anche Sandàli. Vergogna, Sandàli! Sorride imbarazzato: «Ma so già tutto a memoria!».
Diciotto, sedici, quindici... Silvio conclude: «Viva la libertà!».
Dalle sedie, applaudono in dieci.
Il monitor adesso trasmette «Azzurra libertà». Con tanto di sottotitoli, un invito a cantare all together da tutta Italia. Nella sala, si alza isolata la voce baritonale del vècio Giorgio Turchet.
È l'unico che sa le parole a memoria: del resto, è la colonna del «Coro Azzurro» di Treviso. Stringe i pugni, freme emozionato, e intona: «Dammi la mano dài, e canta insieme a no-o-i».
Ad ascoltarlo, sono rimasti in cinque.
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