di MAGDI ALLAM



Il saluto degli iracheni
ai parenti nel mondo

"Sono Said Hassan, sudanese, ospite dell'Iraq. Prego chiunque mi riconosca di contattare la mia famiglia e chiedere di telefonare al numero 540971. Grazie". E' uno dei tanti appelli diffusi quotidianamente dalla televisione Al Jazeera nel programma "Voci dall'Iraq". Un servizio reso ai cittadini e agli stranieri, residenti a Bagdad, per consentire loro di comunicare con il mondo esterno in una fase in cui i telefoni non funzionano e il costo di un minuto di comunicazione satellitare è di 20 dollari. Pari a uno stipendio mensile. A turno i passanti parlano davanti al microfono con il logo della nota televisione araba del Qatar: "Nel nome di Dio clemente e misericordioso, invio i saluti a mio fratello, il dottor Ali Hamza Al Hisnaui, docente all'Università di Misurata in Libia. Prego chiunque mi veda di riferirgli che noi qui stiamo bene. Grazie a Dio". Dietro al secondo intervenuto, un uomo sulla cinquantina in maniche di camicia e la barba incolta, si forma una lunga coda. Un responsabile di Al Jazeera chiede di attendere il proprio turno, di non spintonare chi sta parlando.

Interviene un uomo sulla quarantina: "Invio i miei saluti a mio fratello Salam e a mio cugino Sattar. Dico loro che stiamo in ottima salute grazie a Dio". Dopo di lui un giovane con gli occhiali e la barbetta ben curata: "Chiedo a tutti coloro che ascoltano il mio messaggio di contattare mio fratello che si trova nell'Oman, al numero 009689459895. Noi qui a Bagdad stiamo bene. Grazie".

E' il turno di un anziano con i capelli e la barba bianchi. E' ben curato e sembra in buona salute: "Io sono il cittadino Jaafar Ali Saleh Al Rammahi. Sono di Bagdad. Saluto mia cugina Sahar che risiede nel Qatar. Saluto mia cugina Ahlam che risiede negli Emirati. Stiamo tutti bene, qui a Bagdad e a Najaf e a Kerbala. Ringrazio Al Jazeera". "Nel nome di Dio clemente e misericordioso. Sono il cittadino iracheno Saad Sarsuh Fayyad. Mando i saluti a mio fratello Shaker a Amburgo. Noi qui stiamo tutti quanti bene. L'unica nostra preoccupazione è la vostra lontananza. Grazie".

Dopo Saad, che è stempiato nonostante mostri meno di quarant'anni, è la volta di una giovane mamma che tiene in braccio la sua bambina, più o meno di tre anni: "In primo luogo voglio salutare mio padre che si trova in Finlandia. Poi a mio zia e a mia zia che vivono nell'Oman. Noi qui stiamo tutti bene. Grazie". L'ultimo messaggio è di un signore anziano, canuto, che indossa la tradizionale dishdasheh, la lunga tunica bianca: "Nel nome di Dio clemente e misericordioso. Saluto mio figlio Mohammad in Siria". L'uomo si inceppa. Si commuove. Comincia a piangere. Ma deve fare presto. Si passa la mano sul volto per asciugare le lacrime. Con voce commossa conclude: "Noi stiamo bene. Ringrazio Al Jazeera". Sembra aver finito. Ma gli vengono in mente altri nomi. Non riesce a pronunciarli bene, le parole si mescolano al pianto: "Saluto Jasem, Jabbar, negli Emirati Arabi. Grazie". Abbandona il microfono e esplode a piangere. La puntata finisce. Nell'arco della giornata ne vengono trasmesse diverse. Un'iniziativa intelligente e preziosa di Al Jazeera.

Ascoltando più puntate di "Voci dall'Iraq" si constata il frequente riferimento a parenti residenti all'estero. L'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati stima che almeno 900 mila iracheni abbiano lasciato il Paese negli ultimi vent'anni. Ma secondo le fonti dell'opposizione irachena, gli esuli e i profughi sarebbero molti di più, circa 4 milioni. Altro elemento costante è la rassicurazione degli abitanti di Bagdad che stanno bene. E' possibile che vogliano tranquillizzare i parenti che vivono lontano. Ma non si può escludere che ci sia da parte dei mass media un'enfatizzazione di tutto ciò che non funziona, per fare del sensazionalismo a tutti i costi. O quantomeno è sbagliato generalizzare.