Napoleone e gli ebrei Post #1 di 1

Rivoluzione antisemita


di Vittorio Messori


A ogni pie' sospinto si accusa la Chiesa cattolica di aver nutrito un pregiudizio anti-ebraico, che avrebbe creato l'humus per le feroci persecuzioni del XX secolo. Ma si dimentica che aspre discriminazioni antigiudaiche furono all'ordine del giorno tra gli illuministi e i giacobini.


Continua la persecuzione contro la memoria di Pio XII. Nessun documento, nessuna apertura di nuovi archivi è mai sufficiente per coloro che, ormai da molti anni, hanno deciso di presentarlo come colui che avrebbe taciuto davanti al razzismo nazista; che, anzi, per e con i nazisti avrebbe avuto simpatie e collusioni più o meno segrete. È ormai chiaro da tempo che, infangando papa Pacelli, si vuol gettare il sospetto sull'intero cristianesimo, e in particolare sul cattolicesimo: nel Vangelo stesso ci sarebbero i virus congeniti e inestirpabili dell'antisemitismo.

Vista, dunque, questa criminalizzazione tenace dell'intera storia della Chiesa, può essere interessante riscoprire un documento che, forse non a caso, malgrado la sua importanza, è rimasto sepolto negli archivi. Bisogna partire da Napoleone, che decise di regolare la questione ebraica in tutto il suo Impero risuscitando nientemeno che quel Gran Sinedrio d'Israele che non si riuniva più dai tempi della distruzione di Gerusalemme, nel 70. Fu così che - seguendo le antiche procedure, ricostruite sui documenti - 71 tra rabbini e laici israeliti si riunirono solennemente il 31 gennaio del 1807, nella chiesa parigina sconsacrata di San Giovanni. Vi fu chi vide un'intenzione dissacratoria nei confronti del cristianesimo, nella scelta di questa sede già dedicata a un evangelista ebreo per razza.

Sta di fatto che i lavori cominciano, lasciando libero il trono d'onore al centro dell'emiciclo, riservato in antico al Gran Sacerdote e prenotato ora dal Bonaparte, che è però a Berlino. Il 5 febbraio, chiede e prende la parola il rabbino di Nizza, Avigdor, uno dei delegati di maggior prestigio. Diamo la parola a François Piétri, uno storico francese contemporaneo che ha ricostruito quelle vicende: «Rabbi Avigdor pronuncia un discorso che costituisce un autentico colpo di scena ma che, dopo un primo movimento di Sorpresa, provocherà l'entusiasmo di tutto il Sinedrio».


«Appoggiandosi su un ricco e preciso apparato di citazioni storiche», continua Piétri, «la sua allocuzione rende grazie alla Chiesa cattolica per la protezione che non ha mai cessato di accordare agli ebrei perseguitati. Avigdor dà un lungo elenco di Padri e di Papi che hanno trattato con umanità e ospitato gli israeliti espulsi e tormentati dal potere civile in quasi tutti gli Stati d'Europa. Ricorda che il solo luogo da cui il popolo eletto non fu mai cacciato è quello su cui i Pontefici esercitano il loro potere temporale. In Francia, le migliori condizioni in assoluto per gli ebrei furono quelle di Avignone e del Contado Venassino, territori soggetti all'autorità papale. Alla fine del suo excursus storico, il rabbino di Nizza - tra gli applausi dei colleghi che lo ascoltano in piedi - domanda al Sinedrio di deliberare "un voto di gratitudine alla Chiesa di Roma per i benefici del clero cattolico verso gli ebrei" ».

La mozione, testimoniano le cronache, fu votata subito e ottenne l'unanimità dei 71 sinedriti. Osserva Piétri, peraltro studioso rigorosamente laico: «Un simile omaggio può sembrare sorprendente ad alcuni ma, in realtà, era giustificato. Chi conosce la storia delle persecuzioni antiebraiche sa che queste partivano sempre dal potere laico o dal popolaccio e non dalle autorità ecclesiastiche che, anzi, furono un freno a queste esplosioni di violenza».

Va comunque precisato che questo omaggio del primo (e ultimo) Gran Sinedrio convocato dopo la distruzione di Gerusalemme e la dispersione ebraica nel mondo fu un'iniziativa libera e spontanea. Napoleone ne fu informato, e ne fu sorpreso, a cose fatte. Né quel supremo consesso aveva bisogno di acquistare con qualche ruffianeria la benevolenza cattolica: ogni decisione, anche sulla sorte delle comunità israelitiche, dipendeva dalla volontà dell'imperatore che esercitava il suo brutale controllo su una Chiesa pressoché impotente e dalla quale, umanamente, non c'era da aspettarsi nulla. E un atto, dunque, talmente significativo che non sorprende il silenzio da cui è stato avvolto.

Oggi, del resto, si tace sui ringraziamenti commossi che, alla fine della seconda guerra mondiale, le organizzazioni ebraiche e i singoli rivolsero alla Santa Sede per l'aiuto prestato nella persecuzione. Né si parla degli omaggi che, dagli stessi ambienti, giunsero in Vaticano nel 1958, alla morte di Pio XII, acclamato dai romani come defensor civitatis, ma anche dagli israeliti come defensor judaeorum.


A proposito di verità storica, torniamo alla Francia rivoluzionaria: alla quale, secondo una leggenda rosa, si dovrebbe la fine di ogni discriminazione per il popolo dei circoncisi. Leggenda, appunto, come appare dall'esame di ciò che davvero successe. È significativo, tra l'altro, che nella delegazione della regione di Bordeaux agli Stati generali a Versailles, da cui la rivoluzione sarebbe nata, facessero parte ben quattro ebrei, liberamente eletti. E altrettanto avvenne per diverse delegazioni.

Va comunque contrastato un altro luogo comune: la non completa integrazione delle comunità israelitiche nella società europea non derivava soltanto dal rifiuto "cristiano". Veniva anche - forse soprattutto, almeno in questo tramonto dell'Ancien Régime - dal desiderio ebraico di vivere separati, all'interno del loro gruppo etnico-religioso, coltivando le loro tradizioni, evitando i matrimoni misti (odiatissimi dai rabbini), mantenendo la propria identità millenaria.

Questo precisato, va detto subito che, al contrario della persuasione che va per la maggiore, la Grande Rivoluzione finì col peggiorare la condizione ebraica. Un po' come avvenne per la pena di morte: questa era stata abolita in Francia da Luigi XVI ben prima del 1789 e fu reintrodotta con tale scialo di sangue che proprio la ghigliottina divenne simbolo dell'epoca.

Comunque, fu un prete cattolico, il celebre abbé Grégoire che, prima con opuscoli e poi dalla tribuna della Costituente, si batté, praticamente in solitudine, perché anche agli ebrei venissero estesi i Diritti dell'uomo appena solennemente proclamati. Nella seduta del 14 ottobre 1789, quel sacerdote terminava così il suo discorso: «Ministro di una religione che guarda a tutti gli uomini come a dei fratelli, invoco l'intervento dell'Assemblea a favore di un popolo proscritto e infelice». Significativo che a fianco dì Grégoire, che pur diverrà il leader dei preti schierati con la Rivoluzione si misero alcuni aristocratici cattolici mentre i "progressisti" furono contrari all'emancipazione o si dissero favorevoli solo in cambio di garanzie e di un giuramento ebraico a rispettare le leggi dello Stato francese.


Soltanto il 27 settembre del 1791, dunque a più di due anni dalla dichiarazione solenne dei Diritti dell'uomo e a soli tre giorni dalla sua dissoluzione, la Costituente rivoluzionaria si decideva a non considerare più gli israeliti come stranieri e fuorilegge. Ma lo stabiliva a determinate condizioni e senza approvare alcuna misura pratica in appoggio di quella che altro non era che una dichiarazione retorica. Ne conclude, su questa fase, lo storico François Piétri che già citammo: «Contraddicendo la storia classica, sempre pronta a esaltare l'opera liberatrice della Rivoluzione, si deve osservare che la Costituente fu molto lontana dal realizzare l'integrazione degli israeliti nella comunità francese». Non c'è da stupirsi: Voltaire che, con Rousseau, fu il vero maestro dei rivoluzionari non fu forse il teorico dell'antisemitismo moderno che anche gli stessi nazisti apprezzarono?

Ma il peggio doveva ancora arrivare. Alla Costituente come si sa, successe la Convenzione, quella che porterà al Terrore. Piétri: "Pochi periodi e pochi Paesi mostreranno un antiebraismo così marcato come questa Francia della prima Repubblica, di cui tanti storici esaltano lo spirito egualitario e il gusto della fraternità. Prima ancora di cadere nei suoi eccessi sanguinari, la Convenzione decide la chiusura di tutte le sinagoghe "per colpire il fanatismo sino alle fondamenta". La sinagoga di Metz, una delle più grandi e ricche, è trasformata in stalla. Si mette al bando la celebrazione del sabato e della Pasqua, sono sequestrate senza rimborso le merci dei commercianti, sono confiscati e fusi i vasi liturgici d'argento. Si bruciano in pubblico le vesti per il culto rabbinico e i libri sacri, si proibisce di portare la barba lunga, di esprimersi in ebraico, persino di entrare nei giardini pubblici. Un giorno, durante la seduta pubblica della Convenzione, si dà lettura di una lettera di Baudot, commissario alle Armate, che afferma: "Bisogna stabilire, nei riguardi degli ebrei, une régéneration guillotiniere. E in effetti, alcuni rabbini e molti laici saranno ghigliottinati, mentre qualcuno presenta petizioni per l'espulsione in massa della nazione scellerata"». Lo stesso Robespierre «non ebbe una sola parola o un solo gesto per impedire o almeno moderare gli eccessi. Resta impassibile e muto davanti allo scatenamento delle peggiori violenze antisemite».


Sta di fatto che, mentre prima della rivoluzione gli israeliti conducevano tranquillamente la loro vita e si dedicavano ai loro lavori, negli anni giacobini si seppelliscono nella clandestinità o si rifugiano di propria iniziativa in ghetti frettolosamente ricostituiti.

Si dice che, passata la bufera, Napoleone sia stato, finalmente, il grande liberatore del Popolo della Promessa. Si cita il suo decreto del 1806, con il quale integrava gli israeliti nell'Impero. Si cita anche la trovata della risurrezione del Gran Sinedrio, nel 1807. Ma spesso si dimentica di aggiungere che nel marzo del 1808 si "pentiva" della sua liberalità ed emanava un decreto restrittivo che riassoggettava gli ebrei a pesanti limitazioni. E quando, a Sant'Elena, gli chiesero perché, malgrado ripensamenti e marce indietro, avesse comunque favorito gli ebrei, rispose che «voleva farne buoni cittadini» (e, dunque, soggetti alla leva militare, cosa dalla quale erano sino ad allora esenti). Voleva, poi «farli rinunciare alla pratica dell'usura, troppo frequente tra loro». Infine, «poiché sono molti e ricchi, volevo attirarli nella Francia che così avrebbe goduto anch'essa della loro ricchezza». Motivazioni, come si vede, che più che ad amore e rispetto sembrano rinviare all'interesse del politico pragmatico.


© Jesus - Anno XXV - Aprile 2003 - n. 4