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Discussione: I Martiri di Otranto

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    Predefinito I Martiri di Otranto

    per risorgere bisogna insorgere

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    cattolico refrattario
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    OTRANTO La fortunatissima patria di oltre ottocento Beati Martiri
    Una delle Province in cui era diviso l'antico regno di Napoli è quella che andava sotto la denominazione di « Terra d'Otranto », perché questa città ne era la capitale, prima che questo ruolo fosse preso dalla città di Lecce. Il suo territorio è costituito dall'antica Japigia, così chiamata da Japige, figlio di Dedalo che ivi avrebbe regnato. Il suo promontorio è oggi chiamato Capo di S. Maria di Leuca.
    La circondavano ben ottantadue delle trecentotren-tasei torri fatte costruire nel 1537 dal Viceré D. Pietro di Toledo, quadrate, alte e ben fortificate, dette marittime, perché difendevano il regno da parte del mare contro le insidie dei corsari (1). Lo stemma della Provincia rappresenta quattro pali rossi in campo d'oro, con un delfino squamato al di sopra, il quale ha in bocca la mezza luna; i pali sono le armi gentilizie di Aragona, mentre il delfino è l'antica insegna dei Salentini, e la mezza luna è quella della Porta Ottomana: chiara allusione alla cacciata dei Turchi da Otranto nel 1481.
    La città fu così chiamata dal fiume Idro, onde il nome latino « Hydruntum », ed anche « Hydrus, untis ». È una penisola con ampio e comodo porto, di fronte a Valona, città della Macedonia. Si dice fondata dagli abitanti di Creta.
    Fedele a Roma, seppe mantenersi fedele anche all'Impero di Costantinopoli, anche quando, per ben due volte, Totila, dopo aver sottomesso quasi tutte le nostre regioni, vi pose l'assedio. Caduto l'impero latino, con la morte di Augustolo (2) appartenne, come il resto d'Italia, all'imperatore d'Oriente.
    È tradizione che il Vangelo sìa stato predicato in Otranto (3) dallo stesso Principe degli Apostoli, allorché egli, ritornando da Antiochia, per recarsi a Roma, celebrò la S. Messa in quel punto ov'è un'antica chiesa a lui dedicata e che si ritiene la prima Cattedrale. Secondo l'Annuario Pontificio, la sede Vescovile sarebbe stata fondata nel secolo VII ed elevata a Metropolitana nel XI, mentre, secondo altri, sarebbe diventata Metropolitana nella seconda metà del secolo VIII, allorché era passata sotto il governo del Patriarcato di Costantinopoli, imperante Leone, detto il Filosofo. Conservò i titolo anche quando, scacciati dal regno i Greci ad opera dei Normanni, essa passò sotto l'autorità del Pontefice Romano.
    Otranto viene occupata dai Turchi
    Nella vita del taumaturgo di Paola, il grande S. Francesco, si legge che egli un giorno, illuminato dallo spirito profetico di cui Dio lo aveva arricchito, fece giungere al re di Napoli, Ferrante d'Aragona, la notizia che la città di Otranto sarebbe stata assediata ed occupata dalle armi dei Turchi, giurati nemici del nome cristiano. Alcuni mesi dopo, volto lo sguardo verso la Japigia, in presenza dei suoi figli, disse, con gli occhi gonfi di lacrime: « Ah, infelice città! Di quanti cadaveri ti veggo piena! Quanto sangue cristiano si ha da spargere sopra di te! ».
    Quando la città fu realmente occupata dall'invasore, il penitente eremita si chiuse per un'intera settimana nella sua cella, in preghiera e mortificazioni. Passato del tempo, diede ai suoi afflitti figli la lietissima notizia che Otranto stava per essere liberata mentre assicurava della protezione del cielo quanti vedeva partire dalla Calabria per la liberazione della città, anzi diede l'annunzio del martirio, subito con grandissimo coraggio, dal suo concittadino Nicola Piccardi, allorché un tal Niccolo Castelli, di lui cognato, lo raccomandò alle sue preghiere. « Per carità — disse il Santo — non occorre affaticarvi su di ciò. Il nostro buon Nicola è già passato da questa all'eterna vita, ma con la palma del martirio ». Infatti si seppe poi che il Piccardi, preso dai Turchi con tranello e condotto davanti al capo, il quale con lusinghe e poi con minacce cercava di farlo piegare al maomettanesimo, aveva preferito la morte al tradimento della fede.
    Nel 1480, i seguaci dell'Islam, sognando di occupare un giorno tutta l'Italia e, forse, l'intera Europa, posero, con forte armata, l'assedio alla città di Otranto, sita, come detto avanti, di fronte alla Macedonia: speravano che, domato quel piccolo centro costiero, l'avanzata nel cuore del regno sarebbe stata cosa assai agevole. Maometto II mandò da Costantinopoli il pascià di nome Acomat. Nonostante il loro valore, gli abitanti della misera città caddero per le armi nemiche; il fiero vincitore pose a presidio cinquecento cavalli e settemila soldati, sotto il comando di Ariano, bali di Negroponte. Nel frattempo, morto inaspettatamente Maometto II, pur nel fior dell'età, e di salute vigorosa, i Cristiani ebbero la possibilità di recuperare la città. Il Duca di Calabria, Alfonso II, figlio di Ferrante, ebbe anche il tempo di costruire un castello. In quell'epoca avvenne la beata e gloriosa passione di oltre ottocento abitanti di Otranto, uccisi in odio alla fede di Cristo, come stiamo per vedere.
    Glorioso martirio di Antonio Primaldo e suoi concittadini
    Dopo la morte del padre Amurat, 1451, Maometto II, forte dell'aiuto di ben trecentomila soldati, dopo cinquantacinque giorni d'assedio, era riuscito a prendere la città di Costantinopoli; poi gran parte della Grecia, vari Principati, l'Albania, le isole dell'Adriatico, il Friuli e la Dalmazia.
    Non la ebbe buona dal solo Scanderberg, all'assedio di Belgrado, donde fu costretto ad allontanarsi, dopo aver subito gravi perdite. Purtroppo i principi d'Europa, uno più ignavo dell'altro, tacevano: potente, in sì obbrobrioso silenzio, si levava la voce del più inerme tra i Principi: il Papa. Sisto IV, subito dopo la sua elezione
    le armate dei Turchi cominciarono a vomitar fuoco sulle case, contemporaneamente dai vari forti. Ben quindici giorni la povera, ma indomabile città, dovette sostenere una pioggia di fuoco e di smisurate palle: era chiaro che essa doveva esser ridotta ad un mucchio di fumanti rovine, dalle quali si udivano uscire i gemiti di quanti, scampati alla morte, erano, tuttavia, sotto le stesse rovine, colpiti da ferite mortali: ed erano uomini, donne, fanciulli.
    Unico rifugio, in un primo momento, fu il succorpo della Cattedrale, che, per la conformazione del suolo, poteva considerarsi una chiesa sotterranea. Ma la speranza di salvezza diveniva sempre più debole. Vi fu allora un uomo, dotato di un indomabile coraggio, il quale, attraversando le linee nemiche, si gettò in mare; poi, risalito in terra, prese, senza mai fermarsi, la via di Napoli, ove, appena giunto, chiese rinforzi al re. Ma che poteva fare Ferrante? Nel frattempo, i Turchi tentarono il 9 ed il 10 agosto una sortita; ma furono respinti l'una e l'altra volta. Poi, crescendo le loro forze, fecero temere vicina la vittoria. Allora, perché non cedere?
    Si sarebbero salvati tutti: uomini, donne, bambini. Quei prodi cittadini si rifiutavano, perché sapevan bene che, cedendo, avrebbero dato al nemico la possibilità di distruggere ulteriormente la patria e specialmente di usar tutta la sua ferocia per strappar loro il più grande bene: la fede in Cristo. Ragion per cui essi, imitando gli esempi degli antichi, i quali preferivano morire « pro aris et focis » ossia « per la religione e per la famiglia », si rifiutarono dì commettere un tanto delitto.
    Il venerdì, 11 agosto, la città cadde definitivamente nelle mani del nemico: il prode capitano, Francesco Zurlo, col giovane figlio al fianco, cadde in combattimento, dando fulgido esempio di completa dedizione alla causa della religione e della patria. L'altro eroe,
    Marco Antonio dei Falconi, fu con altri prodi abbattuto dal vincitore, non appena fu entrato in città.
    Non ancora soddisfatti, i seguaci della Mezzaluna, avidi di sangue, vollero avere la sadica gioia di togliere la vita a quanti, fino a quel momento, si erano salvati, nascondendosi qua e là nelle case. Né risparmiarono dalla loro diabolica attività distruttrice le chiese e la stessa Cattedrale, quel gioiello costruito dai Normanni, ricco di preziosi marmi provenienti dall'antico delubro di Minerva, eretto sul declivio che ne aveva portato per lunghi secoli il nome, con un meraviglioso pavimento a mosaico. In quell'immane ed incredibile strage le vittime preferite furono, e come poteva succedere diversamente? i Sacerdoti dell'uno e dell'altro Clero: Diocesani e Basiliani, Domenicani e Francescani. Quelle belve in sembianze umane non perdonarono ai capelli bianchi, alla veneranda età del Pastore della Diocesi ed ai suoi Sacerdoti. L'ottantenne Arcivescovo, Bandinelli, che pure avrebbe potuto mettersi al sicuro, non si era allontanato, per non lasciare le pecorelle nelle fauci del lupo. Celebrata la S. Messa, aveva corroborato i cuori dei figli col dar loro il Pane degli Angeli, il cibo che forma i forti. Poco dopo giunse la notizia che i Turchi, occupata la città, si affrettavano a dare l'assalto alla Cattedrale, le cui porte, chiuse, erano difese da un piccolissimo numero di coraggiosi. In men che si dica, il fiero vincitore, dopo averli tolti di vita, abbattette con la scure le porte della casa di Dio, e si precipitò nell'interno. Oh, che tremendo spettacolo! Un mussulmano, di nome Malel, con un colpo di scimitarra uccise l'Arcivescovo, che stava appena rientrando dalla S. Messa in sagrestia: i sacri paludamenti pontificali vennero intrisi di sangue; col Pastore furono trucidati i Canonici ed altri Sacerdoti, tra i quali il domenicano P. Fruttuoso che, mentre riceveva i colpi mortali, ebbe la forza di
    dire: « Santa fede, santa fede, santa fede » fin quando non spirò. Vennero uccisi quasi cento Sacerdoti, alcuni dei quali, celebrando i divini misteri, mescolarono il loro sangue con quello del Divino Agnello. La strage continuò nel succorpo, donde salivano i gemiti di tante povere madri che invano cercavano di fare dei loro corpi scudo alle giovanissime loro figlie, verso le quali stendevano i loro artigli gli impuri seguaci del Corano.
    Dopo una breve tregua (e qui noi tralasciamo alcuni particolari) il pascià ordinò che fossero trascinati alla sua presenza gli uomini di età superiore ai quindici anni. Ed ecco al suo cospetto la nobile schiera di oltre ottocento cittadini tra giovani, adulti ed anziani, ai quali il novello Nerone chiese chi tra essi fossero i capi. Ebbe la risposta che i capi erano morti tutti nella difesa della città. Bastò questa lineare risposta, perché egli desse libero sfogo alla brutale decisione di strappar loro la fede. Per raggiungere Io scopo, si avvalse di un ùlema, ossia di uno studioso di teologia mussulmano. Ma era un mussulmano nato costui? Egli era, orribile al solo pensarvi, un sacerdote cattolico rinnegato. Calabrese di origine, di nome Giovanni, rinnegato Cristo, si era assoggettato alle sozze regole della Mezzaluna, per aver fatto la scoperta che la religione di Maometto era la sola vera. È la condotta dei rinnegati di tutti i tempi. Quel novello Giuda adoprò tutti gli argomenti che gli suggeriva Satana, padre della menzogna, e, con la sciocca speranza di riuscire nell'intento, toccò la corda del cuore: pensassero alle spose, ai figli, ai venerandi genitori. Credeva di esser già sul punto di cantare il peana della vittoria, quando vide un uomo di età avanzata, cimatore di panni, ricco di virtù e, possiamo ben crederlo, ripieno di Spirito Santo: Antonio Primaldo (altri dicono: Grimaldo) prendere la parola. Dopo aver detto proprio all'ulema che essi non avrebbero mai macchiato
    la loro anima, rinnegando la fede avuta nel battesimo, esortò i suoi concittadini, ormai candidati, come lui, all'immarcescibile corona del martirio, a restare saldi nella confessione nel nome del Salvatore, concludendo il fervoroso discorso con il trionfale grido: « Viva Gesù. Vogliamo morire per la sua fede ». Il linguaggio non fu compreso dal pascià; ma quando glielo diede ad intendere il traditore, sembrò ammutolire: da un solo individuo, che parla con coraggio, si vede disarmato chi credeva di essere più agguerrito. In quel momento, per bocca di uno solo, parlava una moltitudine. Nel frattempo, quei beati confessori della fede si esortavano scambievolmente a soffrire e morire, sicuri, com'erano, di esser sul punto di andar ad unirsi a Cristo, re dei Martiri.
    Acomat, avutosi da quel momentaneo stordimento, furibondo, sfogò la sua rabbia, ordinando che tutti fossero uccisi, sotto i suoi occhi, in odio alla fede di Cristo. La carneficina, però, fu rimandata al giorno seguente, che fu il 14 agosto di quel 1480, vigilia dell'Assunzione della SS. Vergine Maria, Madre del Re dei Martiri e Martire anche Lei, sotto la Croce.
    Quella data mille volte benedetta richiama alla mente del devoto l'aurora di un lontano giorno dei primi tempi della Chiesa, la quale il 22 novembre, per secoli, ha cantato nella liturgia: « Mentre finiva l'aurora, Cecilia santa disse: « Or su, soldati di Cristo: rivestitevi delle armi della luce » (4). I nostri eroi, già avvolti nei fulgori del loro Signore e Re, non attendevano che il momento di andare in cielo, per cantare i primi Vespri della festa del trionfo della loro Madre. Avrebbero voluto fortificarsi ancora una volta con la sacramentale confessione e col cibarsi del Pane eucaristico, ma, in mancanza dei sacri ministri, che erano stati uccisi, si davano scambievolmente il perdono.
    Il tiranno, desideroso di pascere i suoi occhi di uno spettacolo che avrebbe scosso anche le fiere, se ne fossero state capaci, si raccolse, col suo stato maggiore, sul colle della Minerva, poco fuori la città. Egli, accusatore, giudice e carnefice (come i tiranni di tutti i luoghi, che, oppressori, si dicono oppressi) fece allineare i confessori della fede di Cristo sulla spianata della collina, facendoli denudare quasi completamente; poi fece gettare un capestro al collo di ciascuno di loro, con le braccia legate dietro la schiena, uniti a due a due. Fece poi gruppi di cinquanta a cinquanta, spingendoli al colle, sotto gli occhi della moltitudine di mogli, figli, fratelli, che piangevano dirottamente. Erano quasi giunti sul colle quei generosi soldati del Vangelo, quando ebbero una trafitta al cuore, per aver visto uno di loro abbandonarli e mettersi in salvo, senza, però, che se ne fossero accorte le guardie. Nella piazza il feroce Acomat, seduto sopra un mucchio di cuscini, attendeva impaziente il momento di abbeverarsi del sangue di quegli innocenti, rei soltanto di non voler tradire il loro Salvatore.
    I carnefici agitavano, furiosi, le scimitarre. Allo spettacolo erano presenti alcuni personaggi, ai quali il persecutore non aveva chiesto di rinnegare la fede; e fu, questa, una disposizione della Provvidenza, perché quei personaggi furono i più autorevoli testimoni del martirio dei nobilissimi cittadini di Otranto, allorché si diede inizio alle pratiche per il riconoscimento del culto dei medesimi, nei primi processi del 1539. Un arabo, nella sciocca speranza di farli recedere dalla loro confessione, tenne loro un sermone, che venne sigillato da una ancora più coraggiosa dichiarazione dei confessori di voler dare la vita per Cristo.
    Un tal Mastro Natale si fece interprete di tutti i compagni di pena, pronunziando un fervorino. Antonio Primaldo ripetette le stesse cose.
    Acomat, appena ebbe capito, dalla traduzione fatta dall'interprete, fece un ultimo tentativo, dichiarando ai martiri che chi di loro fosse disposto a rinnegare Cristo, riceveva fin da quel momento l'assicurazione di aver salva la vita. Tutti risposero negativamente. Si ripetette, in quel momento, la scena narrata dagli Atti degli Apostoli: Antonio Primaldo parlò come il Protomartire S. Stefano: « Vedo il cielo in mezzo a schiere innumerevoli di Angeli » (5). Il primo ad esser decapitato fu proprio il Primaldo: piegate le ginocchia, offrì al carnefice il capo che cadde sotto il colpo della scimitarra, mentre dalle sue labbra uscivano ancora le parole: « Gesù, Maria ». Era stato appena staccato dal busto il capo a quell'eroe, quando la moltitudine dei suoi compagni con gli stessi persecutori assistette ad un inatteso spettacolo: il decapitato cadavere di Antonio sì era sollevato da terra, e, per quanti sforzi si facessero, non si riuscì a farlo cadere, quasi fosse diventato immobile, come una pesantissima colonna, fino a quando non fu tolto di vita l'ultimo di quei santi confessori della fede. Questo vero prodigio operò una conversione: il carnefice che aveva decapitato Antonio, colpito dall'inatteso fatto, gridò ad alta voce di volere abbracciare il Cristianesimo. O mirabili vie della Provvidenza! Quel tale era nato cristiano, ed era stato condotto schiavo col padre a Costantinopoli, ove era vissuto con tanta convinzione nell'Islamismo, da dare l'idea che fosse un autentico mussul-mano, avendo avuto imposto, per giunta, il nome di Berlabei.
    Furibondo per la conversione, o, meglio, per il ritorno a Cristo, di un battezzato che, forse, era stato trascinato all'islamismo contro sua volontà, Acomat lo condannò all'atrocissima morte detta del palo, sul quale il povero, ma tuttavia felicissimo, Berlabei spirò l'anima, andando ad unirsi al coro dei suoi compagni, che l'avevano preceduto nel martirio.
    Ora una domanda: si devono considerare martiri anche i cittadini morti uccisi durante l'assedio e l'occupazione di Otranto? Si possono considerare martiri l'Arcivescovo, i Canonici, i Sacerdoti e gli altri uccisi con lui nella Cattedrale? Non si può negare che, se avessero voluto, essi si sarebbero potuti salvare, allontanandosi dalla città; ma non lo fecero; erano, dunque, disposti a morire. Sorge, però, un dubbio legittimo: Noi vogliamo credere che essi siano stati disposti ad accettare la morte per Cristo, ma possiamo attestare che, se fossero stati interrogati, come poi lo furono gli ottocento e più, avrebbero avuto la forza di perseverare, noncuranti delle minacce del carnefice, nella confessione del nome di Cristo? Essi, è vero, furono trucidati, ma non erano stati sottoposti ad un interrogatorio; e, quindi, non avevano potuto manifestare i loro sentimenti.
    La Chiesa, nella sua prudenza, non concede di poter vedere dei Martiri in coloro che furono sì uccisi, ma non avevano dato manifesta prova della loro disposizione alla morte violenta, a cagione della fede, tanto è vero che non ebbero culto o venerazione, nella stessa Otranto, l'Arcivescovo ed i suoi Sacerdoti, come, invece, l'avevano avuto gli ottocentododici. Martiri, al contrario, si devono considerare anche quelle giovanette, che, nella Cattedrale ed altrove, preferirono d'essere uccise, pur di non perdere la loro purezza.
    È accertato che nel 1771, quando cioè la S. Congregazione detta dei Riti approvò il culto già prestato ai Beati Martiri di Otranto, non fu detto che l'Arcivescovo avesse ricevuto culto, come gli altri. Si tenga, poi, presente che egli morì in un giorno differente, in un altro luogo, ossia nella Cattedrale, ed in altro modo. Certo è che i documenti ufficiali dicono: « Beati Antonio Pri-maldo e Compagni » senza accennare all'Arcivescovo.
    Dove ha recentissimamente un autore preso la notizia, che il moro, il quale si macchiò del delitto di uccidere il santo Pastore con un colpo di scimitarra, aveva, da un brevissimo colloquio — (riportato alla lettera) avuto col Pandinelli — concluso che egli si rifiutava di rinnegare Cristo? Era possibile che i testimoni oculari tacessero, durante i processi, questo fatto così determinante?
    La « Hierarchia Catholica Medii Aevi » - II Voi. - Monasterii MDCCCCXIV - Editio altera, a p. 166 da all'Arcivescovo Stefano il cognome « Pentinelli » e si limita a dire che fu « ucciso il 1° agosto 1480 dai nefandissimi Teucri » - (Qui abbiamo due errori: 1° agosto invece di 11; Teucri ( Troiani) invece di Turchi). E vero che Troia è nell'odierna Turchia, ma chiamare i Turchi troiani è cosa che si lascia alla responsabilità di chi da questa interpretazione.
    Il re di Napoli riconquista Otranto

    L'Europa intera e l'Italia in particolare furono scosse da quanto operato dai Turchi in Otranto. Per questa ragione, il re si vide nella dura necessità di ostacolare l'ulteriore avanzata delle forze dei mussulmani. Mentre da una parte ordinava a suo figlio. Alfonso, di tornare dalla Toscana, ove combatteva i Fiorentini ed i Senesi, dall'altra chiedeva aiuti ai principi italiani. I suoi sforzi furono coronati da successo, perché egli riuscì a formare una lega con l'aiuto del Papa Sisto IV, di Mattia Cor vino, re d'Ungheria, dei Marchesi di Mantova e Monfer-rato, dei Genovesi, Lucchesi e gli stessi Fiorentini e Senesi; finanche i re d'Aragona e del Portogallo promisero i loro aiuti. Si negarono i soli Veneziani, che, come detto avanti, avevano dato ai Turchi libero passaggio nell'Adriatico. L'azione del sovrano fu tempestiva. Già nell'ottobre dello stesso 1480, Alfonso, con l'esercito che era stato in Toscana, era giunto ad Otranto. Sotto la guida di Galeazze Caracciolo, nobile napoletano, che dipendeva da Federico, figlio del re, le flotte di Napoli, del Papa e dei Genovesi erano nelle acque di Otranto. Dopo alterne vicende, giunto l'inverno, Alfonso, lasciati dei presìdi, si ritirò a Napoli. Nel frattempo Acomat fu richiamato a Costantinopoli, non si sa se da Maometto II o, piuttosto, morto lui, da Bajazette, suo figlio, il quale, secondo alcuni, lo avrebbe fatto uccidere. Certo è che, dopo di lui, venne ad Otranto Ariadeno, Bali di Negroponte. Chiamato, come detto avanti, a Costantinopoli, Acomat lasciò solo un presidio ad Otranto, e prese la via del mare con la maggior parte dell'esercito e della flotta. Avuto un primo scontro presso l'isoletta di Sasano, pensò di raggiungere il Bosforo, via terra. Dall'aprile al giugno del 1481, arrivò nel porto di Otranto l'esercito del re di Napoli, poi il Duca Alfonso, forze dalla Germania e dall'Ungheria. Di tanto in tanto, però, gli assediati tentavano, ma sempre a loro danno, qualche uscita, come pure i Cristiani cercavano di dare l'assalto, con la conseguenza che si avevano danni dall'una e dall'altra parte. Nella comune attesa, il 31 agosto arrivò ai Turchi la notizia che Maometto II era morto e che i suoi figli, Bajazette e Zizim erano in lotta per la successione; era, quindi, impossibile che arrivassero aiuti. Alfonso che avrebbe voluto non accettare la resa ufficiale dei Turchi, finalmente si piegò alle preghiere di altri principi che temevano dell'esito sempre incerto delle azioni belliche, e 1'8 settembre firmò le condizioni. I Turchi, lasciati i cittadini che tenevano prigionieri, sarebbero partiti dalla città, ricevendo da Alfonso quattro galere. I Turchi, però, non osservarono i patti di lasciare i prigionieri cristiani, portandoli via, travestiti alla loro maniera.
    Giustamente indignato, Alfonso li fece fermare presso un'isola nelle vicinanze di Brindisi: lì tolse loro gli uomini e le dorme, li spogliò di tutto, e prese circa mille-cinquecento prigionieri, che poi trattenne a suo servizio. Così l'Europa mandò un grande respiro: il pericolo dei Turchi, sicurissimo, era svanito: furono, perciò, rese grazie all'Onnipotente, perché l'inattesa notizia della morte di Maometto II aveva ormai sconvolto tutti i disegni dei mussulmani.
    Dio opera grandi meraviglie per glorificare i suoi Martiri

    Ben tredici mesi erano stati lasciati, sotto il cielo scoperto, esposti alle intemperie, agli uccelli rapaci ed ai cani randagi i corpi dei beati Confessori di Cristo, e, con universale ammirazione, per un fatto mai letto nella storia dei Santi, si notò che, dopo un periodo sì lungo di tempo, quei corpi non solo non davano segni di putrefazione, e ciò è contro tutte le leggi della natura, ma si conservavano meravigliosamente. Il Duca Alfonso, giunto ad Otranto la seconda volta, il 15 giugno 1481, con l'intenzione di espugnare la città che era nelle mani dei Turchi, si recò sul clivo della Minerva, accompagnato da nobili e dai capi delle soldatesche delle varie nazioni. Si presentò a tutti lo spettacolo che, per il mirabile stato d'incorruzione dei corpi dei Martiri, dava l'idea che essi fossero stati uccisi solo da poche ore: avevano le teste rivolte verso il cielo, le carni che emanavano odori. Il principe, coi suoi accompagnatori, non si stancava di contemplare quello spettacolo degno del cie lo.
    Baciava e ribaciava quelle fronti, mentre dal suo labbro faceva uscire le più fervorose lodi a quei coraggiosi testimoni della fede di Cristo.
    Fece poi raccogliere e collocare quei numerosi corpi nella chiesetta detta, dal luogo, del fonte della Minerva. Il 13 ottobre 1481, essendo stata già fatta la riconciliazione (questo è il termine liturgico) della Cattedrale dall'Arcivescovo di Brindisi, i corpi dei beatissimi Martiri furono portati con solenne processione di tutto il Clero, con l'intervento di vari Vescovi e dello stesso Alfonso, coi suoi baroni, e collocati in una fossa comune, fatta nella confessione o succorpo della Cattedrale e ricoperta di terra. Appena un anno dopo, costruita un'apposita Cappella nella Cattedrale, i corpi, trovati, però, scarnificati, furono collocati in parte sotto l'altare, ed il resto in due grandi armadi addossati alle pareti. Nello stesso tempo si diede inizio ad un culto strettamente liturgico, con ufficiatura e Messa, in onore dei Martiri, specialmente nel giorno della loro nascita al ciclo, ossia il 14 agosto. Re Ferdinando non volle esser da meno degli altri e, in quello stesso anno, giunto ad Otranto, si portò nella cappella a venerare i Martiri.
    Nel 1539 i cittadini presentarono all'Arcivescovo della città, il nobile napoletano Pietro Antonio di Capua, viva istanza d'istituire canonico esame, da sottoporre a Papa Paolo III, onde si riconoscesse il martirio e, perciò, il culto; ma già in quello stesso 1539 veneravano i Martiri come loro Protettori Principali presso Dio. Clemente IX, il 20 giugno 1668, concedeva l'Ottava della festa di la classe e l'Indulgenza Plenaria. Sul luogo del martirio, per ordine di Sisto IV, fu eretta una cappella che, chiamata S. Maria dei Martiri, fu data ai Religiosi di S. Francesco di Paola.
    Quell'ordine del Papa significava che egli riconosceva che gli ottocentododici uccisi erano veri Martiri.
    Traslazione di ben duecentoquaranta corpi dei Beati Martiri di Otranto a Napoli
    Da vari documenti si apprende che Papa Innocenze VIII diede il permesso di trasportare in Napoli duecentoquaranta corpi dei Martiri di Otranto, per un ardente desiderio di Alfonso d'Aragona, Duca di Calabria, che tanto si era adoperato per la glorificazione di tutti quei beati Confessori di Cristo. La traslazione sarebbe avvenuta nel 1485 o 1489. La chiesa che fu la prima sede ove le preziose reliquie furono collocate era dedicata a S. Maria Maddalena, chiamata la Penitente (6). Ecco la storia della fondazione di detta chiesa.
    In località detta Malpasso, a pochissima distanza dalla chiesa dell'Annunziata Maggiore, ai tempi degli Angioini già era una chiesa dedicata al mistero dell'Annunziazione con annesso ospedale.
    La regina Sancia, la cui pietà ancora oggi è lodata dagli scrittori, vi fece costruire accanto una casa, posta sotto il titolo e la protezione di S. Maria Maddalena, allo scopo di raccogliervi dal fango della colpa le donne traviate. In breve tempo, la casa, dato il gran numeri delle infelici vittime del vizio e della crudeltà degli uomini, si rese insufficiente. Sancia allora ebbe la felice idea di chiedere la vicina chiesa ed ospedale dell'Annunziata, che venne generosamente a lei concessa dai governatori, i quali, però, ebbero in cambio il suolo vicine ed ivi diedero inizio all'attuale maestoso tempio del l'Annunziata, che si distingue dagli altri (pur essi d'ira portanza monumentale, di Fonseca e di Pizzofalcone anche per il modo di esprimere il suo titolo: « A. G.P. : ossia « Ave Gratta Piena » o Annunziata Maggiore. D; ospizio di convertite, l'edificio della Maddalena divenni: un monastero, le cui religiose dall'Arcivescovo Giovanni Orsini furono affidate alle cure dei Frati Minori.
    Appunto in questa chiesa della Maddalena, il Duca di Calabria, tante volte qui menzionato, fece collocare i duecentoquaranta corpi dei Beati Martiri trasportati da Otranto, e poiché nutriva grande devozione verso gli stessi, decise di abitarvi vicino. A questo scopo, chiese alle monache di cedergli il monastero proponendo loro di unirsi alle religiose del non lontane monastero di S. Maria Egiziaca. Le monache si rifiutarono. Il Duca allora, col permesso di Innocenzo VIII, comprò il monastero con l'attigua chiesa di S. Caterina a Formiello, e le monache vi si trasferirono, dando al sacro luogo il nome della Maddalena. Mutato il monastero dell'antica Maddalena in sua abitazione, il Duca diede alla chiesa il titolo di S, Maria dei Martiri, in ricordo, è chiaro, della chiesa dello stesso titolo in Otranto. Per le continue mortalità dei suoi uomini, Federico d'Aragona, successore di Alfonso, restituì la Maddalena alle monache, che vi ritornarono solo dopo che Federico, comprato il monastero di S. Caterina, col permesso del Papa, lo ebbe dato ai Domenicani della Provincia detta dell'una e dell'altra Lombardia. Così la Maddalena riprese l'antico titolo, mentre i Religiosi fecero trasportare le preziose reliquie dei Martiri in S. Caterina. Su alcune date e fatti non v'è unanimità.
    Questa chiesa fu ed è chiamata a Formiello (7). Prima che Ferrante d'Aragona allargasse più ad oriente la muraglia della città di Napoli, nei pressi di Castel Capuano, eretto dai Normanni, era una delle porte chiamata anch'essa Capuana. Il re la trasferì nel sito attuale, tra due torri, dette Onore e Virtù. Architetto ne fu Giuliano da Majano, ma gli ornamenti della facciata esterna si devono al Merliano, da Noia.
    Già prima del secolo XV esisteva qui una cappella dedicata alla Martire di Alessandria, la Vergine Caterina, patronata dai signori Zurlo ed Aprano. Aveva accanto un ospedale, il cui governo era affidato ad una Congrega di laici, i quali, a loro uso, avevano, nella stessa chiesa, una cappella detta di S. Maria dell'Ospedale. Costruito accanto alla chiesa un convento, esso, con la stessa, fu dato ai Religiosi Celestini, ai quali passò pure la cura dell'ospedale. Quando il Duca di Calabria, Alfonso, comprò tutto il complesso di S. Caterina, per la somma di mille ducati, i Celestini si unirono ai loro confratelli di S. Pietro a Majella, la cui chiesa fu chiamata, in ricordo dell'antica dimora, dei Santi Pietro e Caterina.
    Dopo essere state in S. Maria Maddalena che, come abbiamo già detto, era stata chiamata S. Maria dei Martiri, le sante reliquie furono trasportate in S. Caterina e, chiuse in due casse, collocate, prima che la stessa chiesa fosse stata completata, sotto l'altare del SS. Rosario, il 29 maggio 1574.
    Volendo i Religiosi sostituire l'altare del SS. Rosario, che era di legno, con un altro di marmo, demolirono il primo il 10 maggio 1685.
    Durante i lavori, si ebbe la dolce sorpresa di scoprire le preziose reliquie che l'ininterrotta tradizione diceva essere quelle dei Beati Martiri di Otranto, come, del resto, confermava l'iscrizione incisa sulla lapide che, trasportata dalla Maddalena, era stata conservata con le stesse.
    Fu allora, per ordine della Curia Arcivescovile di Napoli, fatta la canonica ricognizione di quei santi resti mortali, in presenza di un medico, di testimoni e del Notaio. Le reliquie furono messe sotto il nuovo altare il 23 giugno. La ricognizione e deposizione fu fatta, con licenza dell'Illmo D. Francesco Verde, Vicario Capitolare, da S. Em.za il Cardinale fr. Vincenzo M. Orsini, allora Arcivescovo di Manfredonia e Vescovo di Cesena, futuro Benedetto XIII, il quale era stato Priore nello stesso convento di S. Caterina a Formiello. Ivi rimasero fino al 1739 quando le posero nella cappella dei Santi dell'Ordine Domenicano, che è la seconda a sinistra di chi entra in chiesa. Il 25 gennaio 1747 ne fu fatta la ricognizione dal Vescovo di Sarno, Francesco de Novellis. Un'altra fu fatta il 27 settembre 1770, dal Vescovo di Venafro, Francesco Saverio Stabile, Vicario Generale dell'Arcivescovo di Napoli. Finalmente l'ultima ricognizione ebbe luogo il 20 giugno 1901 presenti: Mons. Eduardo Menna, Pro-Vicario Generale, in rappresentanza di S. Eminenza, il Sig. Cardinale Arcivescovo Giuseppe Prisco, i membri della Curia Arcivescovile, tra i quali il celebre archeologo, Mons. Gennaro Aspreno Galante, Mons. Gennaro Trama, professore di Diritto Canonico — fatto poi Vescovo di Lecce e morto in fama di santità — ed il Notaio delle cause dei Santi, D. Salvatore Trama. Detta ricognizione fu fatta nell'occasione dì trasferire le sante reliquie nella cappella dedicata ai Beati Martiri, che è la quarta, sullo stesso lato. La traslazione in detta cappella potè, però, aver luogo solo il 14 novembre, essendo stata solo allora completata la nuova urna per deporvi le reliquie, da collocare definitivamente nella cappella.
    Alcune reliquie dei Beati Martiri furono portate in altre città del regno di Napoli, a Venezia e finanche nella Spagna, oltre che in parecchie cappelle ed oratori privati.
    Se gli abitanti di Otranto si adoperarono in tutti i modi per rendere i dovuti onori ai loro concittadini, ormai trionfanti in ciclo, i Beati Martiri facevano sentir sempre la loro protezione sulla loro patria terrena, specialmente nei tentativi d'invasione da parte dei sempre temibili Turchi. Nel 1537, Solimano, venuto da Costantinopoli nella speranza di espugnare la città di Otranto, fu costretto a darsi a precipitosa fuga con la sua flotta, forte di trecento navi e trecentomila soldati, perché dalle navi si vedeva un vero, sterminato esercito di uomini sulle mura a difesa della città, che, invece, aveva solo una ordinaria guarnigione. Altrettanto avvenne nel 1664 al pirata Bek-Keresit. Così la città fu liberata da un fiero morbo nel 1701 e preservata da una peste poco tempo dopo. Nel 1743, fu preservata da un terribile terremoto, che aveva portato altrove morte e distruzione; come pure fu liberata dalle conseguenze di un uragano di proporzioni tali, da far credere fosse venuta la fine del mondo.
    La liturgia onora i Beati Martiri di Otranto
    Contrariamente a quanto fu scritto anche da persone coltissime e competenti, alle quali non erano giunti documenti d'ineccepibile autorità, il culto liturgico ai Beati Martiri cominciò subito dopo il loro ingresso nella celeste patria. Erano passati solo due anni dalla loro beata morte, quando fu edificata nel Duomo la cappella ove furono collocate le loro reliquie. I fedeli accorrevano d'ogni dove o per implorare celesti favori, o per rendere grazie dei benefici ricevuti, portando anche tavolette votive. Il clero cominciò a recitare l'ufficio del comune dei Santi Martiri, e la Messa, la cui orazione è la seguente: « Concedici, te ne preghiamo, onnipotente Dio, che sentiamo pietosi, mentre intercedono per noi, i gloriosi martiri che abbiamo contemplato forti nella loro confessione ». Re Ferrante d'Aragona, venuto ad onorare i Beati Martiri, dotò la loro cappella nella Cattedrale restaurata da Alfonso, suo figlio, di una rendita annua di cento ducati. Il 14 dicembre 1771 Clemente XIV, con decreto dell'allora S. Congregazione dei Riti, confermò il culto prestato ai Beati Martiri da tempo immemorabile e, nello stesso tempo, re Ferdinando IV di Borbone ottenne che in tutte le Diocesi del regno al di qua del Faro (8) si potesse celebrare la festa dei Beati col rito detto semidoppio.
    Il 16 maggio 1828, ad accrescere la devozione dei fedeli verso i Beati, Leone XII confermava una specie di giubileo che, per concessione di Pio IV (1560-1565) aveva già ottenuta l'Arcivescovo, dai primi Vespri e per tutto l'Ottava della Natività della SS. Vergine, al la cui intercessione si attribuiva la liberazione di Otrant avvenuta l'8 settembre del 1480. Il 10 settembre 1832; mentre un uragano di una potenza sterminatrice mai vista apportava distruzione, miseria e morte. Otranto ne fu liberata, per intercessione dei suoi Martiri; per questa ragione dichiarò quella data festa del Patrocinio degli stessi, festa che si celebrava con l'esposizione delle loro reliquie, col suono festivo delle campane alle ore dieci precise e con la solenne liturgia, per concessione di Gregorio XVI. Napoli, non ancora contenta del culto liturgico prestato ai Beati, ottenne l'8 giugno 1857, l'Indulgenza Plenaria per i fedeli che visitano la loro cappella in S. Caterina a Formiello, ed il 26 novembre 1863 ottenne l'elevazione dell'ufficiatura a rito doppio.
    L'ufficiatura dei Beati Martiri, lasciata anche nel « proprio » dell'Archidiocesi di Napoli approvato nel 1956, è stata espunta, con molte altre celebrazioni, in forza delle ultime norme liturgiche.
    Ci piace in fine, riportare, nel testo latino, la sopra detta orazione dell'ufficiatura dei Beati, così come fu messa nella parte estiva del vecchio Breviario Romano, per le Diocesi del regno di Napoli: « Praesta, quaesumus, omnipotens Deus: ut qui gloriosos Martyres Antonium et socios fortes in sua confessione cognovi-mus, pios apud Te in nostra intercessione sentiamus».
    Sommamente edificante era la cerimonia dell'annunzio della festa dei Beati Martiri nella Metropolitana di Otranto, col canto solenne dell'elogio scritto nel Martirologio. La descriviamo qui, perché indice della spiritualità delle nostre popolazioni, così come (non sappiamo se calzi il parallelo) le popolazioni africane accompagnano col ritmico battito delle mani, con leggere danze e col tamburello la celebrazione del tremendo sacrificio dell'altare. Ogni spirito loda a suo modo il Signore (9).
    Che cosa è il Martirologio? Il Martirologio è un libro che riporta gli elogi dei Santi Martiri, ossia di quei fedeli, i quali, attraverso i secoli, hanno testimoniato col sangue la fede in Cristo. In seguito furono aggiunti i nomi di quegli altri eroi del Cristianesimo che hanno confessato Cristo con l'esercizio delle virtù in grado eroico. Secondo le leggi liturgiche, nei cori mona-stici e delle Cattedrali e Collegiate, il Martirologio — fino alla recente riforma liturgica — si cantava nel coro, a metà circa dell'ora detta « Prima », ora abolita, perché quasi un doppione delle lodi mattutine. Ogni giorno si cantavano gli elogi dei Santi del giorno seguente. La vigilia del S. Natale del Signore il Martirologio veniva cantato con particolare solennità.
    Altrettanto si faceva in Otranto il 13 agosto, vigilia della festa dei Beati Martiri. Il monumentale Duomo era gremito di fedeli, la cui letizia era accresciuta dalla presenza della nobiltà e delle massime autorità, che facevano corona al Capitolo di quella Metropolitana. Interrotta la recita dei salmi e di altri versetti, usciva con gran pompa l'Arcidiacono vestito di piviale di colore rosso, assistito dal maestro delle cerimonie, e da due accoliti e dal turiferario. Egli, nel silenzio che si confaceva all'imminente annunzio, diceva prima la data e la fase della luna corrente, che in latino così suonava: « II 19° giorno prima delle calende di settembre (= 14 agosto) luna ... ». Poi proseguiva, sempre in latino: « In Otranto, nel Salento, si celebra la memoria della passione di ottocento e più cittadini, che da un nume roso esercito di Turchi, presa e saccheggiata la città, trascinati sul clivo della Minerva, per ordine di Acomat, comandante della flotta maomettana, forti nella confessione della fede, meritarono trionfanti la palma del martirio, nell'anno 1480,
    II primo tra loro, Antonio Primaldo, troncatogli il capo, levatosi in piedi, per divino volere, benché più volte spinto e tirato, eluse tutti gli sforzi dei Turchi, fin quando i compagni caddero con morte gloriosa.
    I loro corpi, esposti sotto il ciclo aperto per tredici mesi, illuminati da celesti splendori, e ritrovati odoriferi ed incorrotti, sono venerati con grandissimo culto ». Ed il canto si concludeva con l'elogio generale: « Ed altrove, si fa commemorazione di parecchi altri Santi Martiri, Confessori e Sante Vergini ». A questo punto echeggiava sotto la volta del tempio un solenne « Deo gratias », cantato dalla moltitudine, mentre si effondeva il melodioso suono dell'organo, e, fuori, le campane davano alla città il lieto annunzio. II giorno seguente avevan luogo il solenne pontificale, presenti tutti gli ecclesiastici, le altre autorità, i secondi Vespri, la processione, nella quale quattro sacerdoti, vestiti di ricchi paludamenti di colore rosso, portavano sulle spalle parte delle reliquie dei Beati, incedendo sotto un pallio portato da Canonici in piviale, sino alla porta della Cattedrale, e, fuori, dai magistrati. Al canto dei salmi rispondevano i vari cori musicali misti al suono dei sacri bronzi, cui faceva eco il rombo dei cannoni. La città risplendeva di una miriade di luminarie. Si poneva fine alla commovente solennità col canto del « Te Deum » nel Duomo.



    APPENDICE
    Per utilità degli studiosi, diamo qui un elenco di documenti che si possono compulsare, allo scopo di avere ulteriori notizie dei Beati Martiri. (I documenti sono conservati nell'archivio di S. Caterina a F.).
    Indulto della S. Congregazione detta dei Riti, in data 19 aprile 1860, in virtù del quale, il Clero addetto alla chiesa di S. Caterina a Formiello può celebrare con rito doppio minore l'Ufficio e la Messa dei Beati Martiri, ma senza Credo, e la Messa votiva quante volte le rubriche del Messale lo permettano.
    Relazione della canonica ricognizione delle Reliquie dei Beati Martiri, fatta il 27 settembre 1770.
    Istrumento del 10 maggio 1685, citato nella sopra ricordata relazione.
    Istrumento del 22 giugno 1685, citato nella sopra ricordata relazione.
    Lettere testimoniali di Mons. Francesco de Novellis, Vescovo di Sarno, del 25 gennaio 1747.
    Relazione sulla ricognizione delle Reliquie dei Beati Martiri fatta il 20 giugno 1901.














    Per non appesantire la lettura, ci limitiamo a porre le note strettamente essenziali. Il lettore sappia che quanto esposto in queste poche pagine è contenuto nei vari autori citati nella nota bibliografica, ma controllati con un tantino di scrupolosità.
    (1) Fa pena lo spettacolo che oggi offrono quelle torri lungo il nostro litorale: qui sta per cedere l'ultima porzione di una ancora in piedi; là ne vediamo un'altra trasformata in pagliaio, un'altra ancora adibita a ricovero di greggi! Altrove sarebbero custodite come preziose reliquie del passato e tenute in buone condizioni.
    (2) Come si sa, l'ultimo Imperatore dì Roma finì i suoi
    giorni nel Lucullano di Napoli (Pizzofalcone-Castello dell'Ovo,
    nel 476 d.C.).
    (3) La Chiesa di Siracusa, pure onorata della presenza del
    l'Apostolo S. Paolo, come ci dicono gli Atti degli Apostoli - cap.
    XXVIII - v. 12 - mena vanta, ed a buon diritto - di aver rice
    vuto il Vangelo da S. Pietro, che chiama suo fondatore, e, perciò,
    chiama se stessa « prima figlia di Pietro, dopo Antiochia ». La
    stessa tradizione conservano gelosamente Taranto, Otranto, varie
    altre città della Puglia, Napoli, Sessa Aurunca, fino alle soglie
    di Roma.
    (4) Cfr. l'antico « Breviario Romano » al giorno 22 novembre.
    (5) S. Stefano diceva: « Ecco, io vedo i cieli aperti, ed il Figlio dell'uomo stante alla destra di Dio» (At. Vili - v. 55).
    (6) Dopo quasi due millenni di Cristianesimo, si è fatta... giustizia. La Chiesa, nella riforma liturgica, ha ordinato che S. Maria Maddalena non sia più ricordata come la « Penitente » prima « Peccatrice », ma la testimone della Risurrezione del Signore. Purtroppo di ben tre persone: la peccatrice pubblica, Maria di Magdala, Maria di Betania, si era fatta una Maria Maddalena, sorella di Marta e Lazzaro e ... peccatrice!
    (7) Formiello (i documenti latini scrivono « Formellum ») dalla primitiva parola « Forma » sta ad indicare la fonte donde usciva la preziosissima acqua che, proveniente dal Sarno, arricchiva mediante canali (detti « formali ») tutta Napoli di purissime e freschissime linfe. Oggi tutto è coperto; è rimasto solo il nome.
    (8) II « Faro » come si sa, è lo Stretto di Messina. Il territorio continentale del regno di Napoli veniva indicato con le parole « Al di qua del Faro »; con le parole « Oltre il Faro » s'indicava la Sicilia propriamente detta.
    (9) Cfr. « Ogni vivente dia lode al Signore » - Sai. 150 - v. 5.
    per risorgere bisogna insorgere

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    Il diario di un boia saudita: «La scimitarra passerà a mio figlio»


    «Io, carnefice dal cuore tranquillo Taglio teste per far piacere a Dio»


    Muhammad Saad al-Beshi decapita fino a sette persone al giorno. «Due, quattro, dieci: finché sto compiendo la volontà di Dio, non importa di quanta gente devo giustiziare», afferma il capo dei carnefici dell'Arabia Saudita. Al-Beshi ha iniziato la sua carriera in una prigione di Taif, dove il suo compito era ammanettare e bendare gli occhi ai prigionieri prima dell’esecuzione. «E’ lì che ho capito che nella vita volevo fare il boia». Quando si è liberato un posto, ha presentato domanda ed è stato immediatamente accettato. Primo incarico nel 1998, a Gedda. «Il criminale era legato e bendato. Con un colpo di sciabola gli ho staccato la testa. E' rotolata a molti metri». Certo che era nervoso, racconta, c'era anche molta gente a guardare. Ma l'ansia appartiene al passato.
    «Adesso sono tranquillo perché so di fare il volere di Dio. Certo, ci sono molte persone che svengono quando assistono ad un'esecuzione. Non so perché vengano a vedere se non ne hanno lo stomaco. Io? Io dormo benissimo». La gente ha paura di lei? «La nostra società capisce la legge di Dio. Nessuno ha paura di me. Ho un sacco di parenti, e di amici alla moschea. Non ci sono ripercussioni negative sulla mia vita sociale».
    Prima di un'esecuzione, però, visita sempre la famiglia della vittima del criminale, per ottenere il perdono per l'uomo che sta per morire. «Ho sempre questa speranza, fino all'ultimo istante, e prego Dio di dare al criminale una nuova possibilità di vita. Tengo sempre viva questa speranza». Al-Beshi non svela quanto viene pagato per esecuzione, poiché si tratta di un accordo confidenziale col governo. Ma insiste che la ricompensa non è importante. Racconta che una sciabola costa qualcosa come 20.000 riyal sauditi (poco meno di 5 mila euro). «La mia è un dono nel governo. Ogni tanto l'affilo, la pulisco dalle macchie di sangue. E' affilatissima. La gente si stupisce di quanto possa separare in fretta la testa dal corpo».
    Nel momento in cui le vittime raggiungono la piazza delle esecuzioni si sono arrese alla morte, «sebbene possano sperare di essere perdonate all'ultimo minuto». Di certo, l'unica conversazione che ha luogo è quando lui dice al prigioniero di recitare la Shahada, il loro patto con Allah. «I loro cuori e le loro menti vengono assorbiti dalla recitazione. Quando arrivano nella piazza delle esecuzioni, la loro forza si prosciuga. Io leggo l'ordine, e a un segnale taglio la testa del prigioniero».
    Il boia al-Beshi ha eseguito la condanna a morte di molte donne. «Odio la violenza contro le donne, ma quando avviene per volontà di Dio devo compierla». Non ci sono grosse differenze rispetto all’esecuzione di un uomo, a parte il fatto che, quando arriva il momento dell'esecuzione, non è permesso a nessuno di stare vicino alla condannata a parte il boia. Quando giustizia una donna, egli può scegliere l'arma. «Dipende da quello che mi chiedono di usare. A volte mi chiedono di usare la sciabola, a volte il fucile. Ma la maggior parte delle volte uso la sciabola».
    Essendo un carnefice esperto, al quarantaduenne al-Beshi è affidato il compito di istruire i giovani. «Ho addestrato mio figlio Musaed, ventidue anni, ed è stato scelto anche lui per questo lavoro», racconta orgoglioso. L'addestramento verte su come impugnare la sciabola e dove colpire, e per l'apprendista consiste soprattutto nell'osservare il carnefice al lavoro.
    Ma il lavoro di un boia non è tutto uccisioni; a volte la condanna può essere un'amputazione. «Uso uno speciale coltello affilato invece della sciabola. Quando taglio una mano, la stacco dalla giuntura. Se si tratta di una gamba, le autorità precisano in che punto debba essere tagliata, e io seguo le istruzioni». Al-Beshi si descrive come un uomo tutto famiglia. Si è sposato quando è diventato carnefice, e sua moglie non ha obiettato alle sue scelte professionali. «Mi ha domandato solo di pensarci attentamente prima d'impegnarmi», ricorda. «Però non credo che sia spaventata da me. Tratto la mia famiglia con gentilezza e amore. Non hanno paura quando torno da un’esecuzione. A volte mi aiutano a pulire la sciabola». Padre di sette figli, è già nonno. «Mia figlia ha un bambino chiamato Haza, e lui è il mio orgoglio e la mia gioia. Poi ci sono i miei figli. Il più grande è Saad, e poi Musaed: sarà lui a continuare il mestiere di famiglia».
    Arabnews
    (traduzione Laura Toschi)
    Mahmoud Ahmad

 

 

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