Un brillante analisi della situazione all'interno dei DS.
P.G.
24.04.2003
Sinistra. E se il traguardo fosse proprio dopo il referendum?
di Piero Sansonetti
Per i Ds il Referendum sull’articolo 18 si presenta come una corsa ad handicap. Cioè si parte con uno svantaggio. La destra sa che voterà no e che se vincono i no (o salta il quorum) per lei è un successo; la sinistra radicale sa che voterà sì, e se vincerà il sì rovescerà a suo favore i rapporti di forza in Italia; i Ds stanno in mezzo: sono divisi, indecisi, rischiano di perdere comunque il referendum, cioè di rovinare le proprie relazioni politiche e il rapporto con settori di elettorato. Le corse ad handicap in genere si perdono, e in questa occasione la sconfitta può essere pesantissima. Può determinare un riassetto della sinistra (e del centro-sinistra) che cancelli il ruolo centrale che in tutti questi anni - anche nei momenti più difficili - i Ds hanno comunque mantenuto. Un esito del genere rilancerebbe la Margherita (che voterà no, o si asterrà al referendum),e riaprirebbe tutti i ragionamenti sulla scissione dei Ds e sulla possibile riaggregazione di nuove forze e di nuovi partiti.
Le corse ad handicap però hanno un pregio: i pronostici ti danno per sconfitto e se poi vinci è un trionfo. Se i Ds dovessero riuscire a venir fuori bene da questa prova del fuoco, il risultato potrebbe essere proprio quello di una stabilizzazione e di un rafforzamento del loro ruolo di assoluta centralità nello schieramento di centrosinistra. Non si parlerebbe più di scissione, e il partito di Fassino diventerebbe definitivamente il partito guida (finora l’assenza di un partito guida ha indebolito la coalizione di centro-sinistra). Diciamo che in un mese e mezzo i Ds si giocano un bel pezzo del loro futuro. Non solo il gruppo dirigente riformista se lo gioca, ma tutto il partito.
C’è un precedente storico, quello dei primi anni ‘70. La sinistra (fondamentalmente il Pci e il Psi) avevano vinto una battaglia storica e avevano ottenuto che il diritto al divorzio diventasse legge dello Stato. Si trovarono a quel punto a combattere non solo con la destra cattolica, che impose un referendum per abolire il divorzio, ma anche con il partito radicale (Marco Pannella) che difendeva il referendum contro il parere dei comunisti e dei socialisti che tentavano di evitarlo. Vinse Pannella, Berlinguer fu tirato per i capelli al referendum (dopo che erano fallite decine di mediazioni con la Dc e col Vaticano) e si preparò a una disfatta. Invece vinse, sconfisse la Dc di Fanfani e su quella vittoria costruì il clamoroso successo del Pci nei sei i sette anni successivi. Il referendum premiò il Pci più di quanto premiò Pannella.
Si assomigliano la situazione di oggi e quella di allora? Un po’ sì. C’è il più importante parito della sinistra trascinato su un terreno che non gli piace; c’è una complessa partita tattica quasi impossibile da vincere; e c’è l’ostacolo di alcune grandi questioni di principio che si vorrebbe aggirare ma non si può. Allora si voleva aggirare la questione del diritto al divorzio, per non entrare in conflitto col proprio elettorato cattolico moderato; oggi si vogliono evitare alcuni problemi di diritto del lavoro, per non entrare in contrasto con settori dell’artigianato, della piccola impresa e del lavoro autonomo. In quel caso, come in questo, si tratta di problemi fondamentali di linea politica e di identità. Cioè sono in gioco i famosi “valori”.
Vediamo come si schierano le forze diessine ai nastri di partenza. In modo classico: con una destra detta “liberal”; un centro maggioritario, riformista, che sente l’influenza della destra; e una sinistra che guarda oltre il partito ma non vuole rompere. La destra dice che bisogna votare no al referendum senza esitazione (o invitare all’astensione di massa, che più o meno è la stessa cosa). La sinistra, specularmente, vuole che si voti sì e basta. Il centro, e cioè i riformisti di Fassino e D’Alema, sono molto indecisi. Prendono atto del fatto che Fausto Bertinotti, per la prima volta forse nella sua storia, ha vinto una battaglia dentro la Cgil. Prendono atto del fatto che con la Cgil schierata per il “sì” sarà molto difficile dare un’indicazione contraria, perché il più importante partito della sinistra non può rischiare una rottura con il sindacato più forte d’Europa. Prendono atto anche del fatto che una parte del proprio elettorato (e del proprio gruppo dirigente) fa parte della Uil, sindacato contrario al referendum; e infine prendono atto del fatto che i sondaggi non escludono la possibilità che al referendum i sì vincano.
Non c’è una via d’uscita “furba”, bisogna prendere posizione. Evitando di guastare i rapporti con Bertinotti (che negli ultimi mesi sono migliorati, e sono anche serviti a tenere a freno la sinistra interna) e soprattutto di andare all’urto con la Cgil. Si possono ottenere questi due risultati senza entrare in conflitto con il proprio elettorato più moderato e con l’ala liberal del partito?.
E’ chiaro che siamo a un punto di non-ritorno. Il partito è stato governato per tutti gli anni ‘90 sulla linea del “rispetto” per l’impresa e per le esigenze dello sviluppo. La parola d’ordine, ancora all’ultimo congresso che ha eletto Fassino segretario, era quella di “governare la modernità” e cioè governare le privatizzazioni, la flessibilità del lavoro, le dinamiche salariali. Quanto tempo è passato da quel congresso? In termini politici, moltissimo. C’è stata l’accelerazione della globalizzazione, l’accesso al potere - in quasi tutto l’occidente - della destra di Bush, un paio di guerre, la crisi dell’Europa. E’ inevitabile una verifica di quella linea politica. Ci sono tre opzioni. Si può decidere di confermarla e di rafforzarla, costruendo una nuova alleanza politico-sociale (che attragga settori importanti della borghesia italiana) basata sulla promessa di sviluppo e sul consolidamento del modello “liberale”. Oppure si può decidere di rovesciare l’analisi, dare spazio alla sinistra radicale, e realizzare una politica sociale che torni a mettere in discussione il mercato. Probabilmente, in questo caso, accettando di restare all’opposizione per un periodo non brevissimo. Oppure si può cercare una mediazione tra queste due linee, ma è l’operazione più difficile, perché rischia di concludersi lasciando tutti insoddisfatti. Qual è la scelta giusta? Doveva servire a questo la conferenza programmatica tenuta in aprile, ma in quella sede nessuno ha tenuto conto della relazione di Trentin e si è parlato di tutt’altro. E così oggi la sinistra è divisa su un tema cruciale: la politica del lavoro e delle relazioni industriali. E’ chiaro che la sinistra può sopravvivere in tanti modi, ma non senza una teoria dei rapporti tra lavoro e capitale. E’ il suo pane quotidiano, la sua identità, il suo scopo. Il referendum le dà l’occasione per affrontare il problema.
Se il gruppo dirigente dei Ds saprà coglierla, se saprà rinunciare ai tatticismi e entrare nel cuore della questione, e dettare una sua linea, una sua strategia (indicare il suo modello di sviluppo), e se questa strategia reggerà al confronto col sindacato, allora - a sorpresa - vincerà la partita.
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