Il Giornale questa mattina, prima delle rivelazioni di Berlusconi, già lo sentiva che c'era qualcosa di storto nel processo SME.
Ecco per filo e per segno tutti i motivi che inficiano il processo.
Il c/c dove giravano i miliardi erano intestati al giudice ma in realtà del figlio per spuntare il conto convenzionato.
Tutti i giri di cebtinaia di milioni sui loro conti erano di squadre di pallacanestro e rimborsi di prestiti che si facevano i giudici l'un l'altro, non certo tangenti.
Si sono dimenticati di spiegare però il motivo degli accrediti in Svizzera della Fininvest sui conti dei giudici, che non si è ancora capito bene. Quei 434.000 dollari girati da Previti a Squillante per conto della Fininvest neanche il Giornale nella sua inchiesta è riuscito a capire per quali motivi sianoi stati pagati.
Leggiamo bene quello che gli avvocati difensori di Berlusca hanno fatto stampare ai colleghi dipendenti.
Domani probabilmente il Giornale si arricchirà di particolari sulla controversa figura di Prodi, un uomo che chissà quanti soldi ha preso.
Il Giornale, 5.5.03
Tutte le contraddizioni del processo Sme
STEFANO ZUfLO da Milano
Con una divisione schematica. da far-west giudiziario, dovrebbe avere il ruolo del cattivo: il giudice corrotto che aggiustava i processi. Contro ogni pronostico, Filippo Verde è uscito dalle forche caudine dell'lmi-Sir stringendo fra le mani una sentenza di assoluzione. Ma in quella vicenda, in fondo, era solo una comparsa: il protagonista delle trarne oblique era, secondo la Procura, il suo collega Vittorio Metta. E il tribunale ha accolto questa impostazione condannando Metta a 13 anni.
Nell'aula dello Sme, però. Metta non c'è. E Verde diverta inevitabilmente il pilastro portante del castello accusatorio costruito da Ilda Boccassini e Gherardo Colombo. Se Verde dovesse dimostrare la propria innocenza, il castello crollerebbe. Il punto è che il magistrato e i suoi avvocati Renato Borzone e Barbara Ronzano, con la pazienza di forinichine, hanno recuperato, da chissà quali cassetti, contabili ingiallite e tabulati di vecchi estratti conto. E hanno offerto una versione alternativa a quella dell'accusa. La Procura ha collocato tutto il capo d'imputazione sulle spalle di Verde. E ritiene di aver individuato la tangente, 200 milioni secchi, che il magistrato avrebbe incassato nel 1988 per far deragliare. nella corsa all'acquisto della Sme, la Buitoní di De Benedetti.
Può sembrare paradossale. e perfino banale, ma se si ha la pazienza di guardare oltre il polverone delle polemiche. delle liti furibonde in aula e in Parlamento, oltre la Cirami e la controversa pronuncia delle Sezioni unite della Cassazione, tutta la storia viene risucchiata dentro un piccolo imbuto che porta a Verde e a quei duecento milioni che gli sarebbero stati allungati dall'avvocato Attilio Pacifico.
Un po' poco, oggettivamente, per imbastire il processo che potrebbe mettere fuori gioco il presidente del Consiglio. ma questa è la situazione. Oltre le ricusaziohi e le diatribe sulla fenomenologia dell'onorevole Previti, ci sono alcuni indizi, mancano le prove che spieghino come sarebbe accaduto quel che il Pool presuppone: Verde avrebbe incassato una tangente come ricompensa per aver aggiustato a uso e consumo della Fininvest e dei suoi alleati della cordata far la sentenza.
Queste grandi questioni. dopo tre anni abbondanti di processo, non hanno ancora risposte accettabili. Tanto per cominciare, Verde non era solo quando il 19 luglio 1986 emise il verdetto incriminato. Con lui c'erano altri due giudici: Paolo Zucchini e Secondo Carmenini. Tutti e due sono venuti in aula e hanno confermato che, per quel che li riguarda, il provvedimento era ineccepibile (la deposizione di Carmenini è disponibile sul sito WWW.BIETTI.IT). Hanno mentito pure loro? E se sì, perché non sono sotto processo?
Per la verità, gli avvocati di Berlusconi hanno provato ad andare in profondità: hanno chiesto al tribunale presieduto da Luisa Ponti di interrogare le due toghe su quel che accadde dietro la porta chiusa della camera di consiglio. Se la sentenza fu truccata, quella discussione a tre fu il laboratorio della corruzione. II tribunale ha respinto la richiesta, spiegando agli avvocati che nessuno ha il diritto di violare il segreto di una riflessione che per legge deve rimanere riservata. Opinione rispettabile, naturalmente, ma poi perché accusare Berlusconi di essersi difeso dal processo invece che nel processo? Problema successivo, quel verdetto era, secondo la coppia Carmenini-Zucchini. cristallino: ma che cosa stabili il tribunale di Roma?
Un passo indietro: nella primavera dell'85 l' lri di Prodi aveva deciso di mettere in vendita la Sme. ovvero il suo comparto agroalimentare. Si fece avanti De Benedetti offrendo 497 miliardi di lire. De Benedetti e Prodi firmarono un precontratto. Qualche settimana più tardi un'altra cordata, la lar (Berlusconi-Rarilla-Ferrero-cooperative) mise sul piatto 600 miliardi, 103 in più, Proponendo anche un sistema di pagamento molto più vantaggioso per il venditore. L'Iri, corteggiata anche da altri imprenditori e criticata dal presidente del Consiglio Bettino Craxi. fece saltare l'intesa originaria, la Buitoni si rivolse al tribunale. Il tribunale stabili che quel precontratto non era cogente, insomma Prodi poteva sentirsi libero di rimettere in vetrina il proprio gioiello. Attenzione, Verde, il presunto corrotto
stabilì un'altra clausola non proprio secondaria: bocciò anche la richiesta della Iar, il presunto corruttore, di essere ammessa nella causa per far sentire la propria voce, avanzare richieste risarcitone o quant'altro. Strano: s'è mai visto un giudice che si vende ma si permette anche uno sgarbo così aspro a chi lo tiene a libro paga?
In realtà, qualcosa di simile emerge dal processo appena concluso con la «Fucilazione' di Metta: Metta sarebbe stato foraggiato dai Rovelli per aver ratificato la stessa decisione presa da altri 39 giudici: ovvero che i Rovelli avevano diritto ad un risarcimento. In più, Metta ridusse di un terzo buono la cifra loro destinata, sforbiciandola a 500 miliardi. Curioso. Anzi, incredibile.
Nella Sme il copione fa ugualmente a pugni con la logica. Che cosa succede in appello? La sentenza firmata dal corrotto Verde, e dai due colleghi „in sonno», viene confermata sul primo punto. modificata sul secondo. Come? La lar viene ammessa al processo, superando lo sbarramento sistemato dal tribunale. Anche questo dettaglio, si ammetterà, è curioso. I giudici che non si sono venduti hanno reso alla Iar e alla Fininvest un favore più grande di quello comprato da Verde?
Ma il magistrato romano per quanto si è venduto? Duecento milioni, incassati nell'88. l' accusa, per una volta, è precisa. E altrettanto meticolosa è la replica di Verde. Secondo il Pool, dunque, l'anno chiave è l'88. La tesi è la seguente: in quel periodo Pacifico allunga duecento milioni, provenienti da un conto di Pietro Barilla, al magistrato. Dov'è la prova? Naturalmente non c'è, perché il versamento sarebbe avvenuto in contanti. Ma il Pool fa quadrare il cerchio osservando che Verde effettua nell'arco di qualche settimana alcuni microversamenti per un totale di duecento milioni sul suo conto: il 5335 della Banca di Roma,
Verde, come ha ripetuto in aula il suo difensore Borzone, avrebbe potuto limitarsi a ripetere un'ovvia litania: «Dov'è la prova?» Lui però ha fatto di più. Nel corso del processo ha dimostrato un paio di cose: anzitutto ha portato le prove inoppugnabili del fatto che il 5335 era solo formalmente il suo conto: in realtà il 5335 apparteneva al figlio Camillo, all'epoca giovane avvocato. Lo testimoniano le spese minute, quasi quotidiane, tutte riconducibili a Camillo: luce, acqua. gas. spese legali. E allora? II conto era stato aperto all'interno del tribunale da Filippo, cointestatario insieme al figlio, proprio per spuntare le clausole favorevoli concesse ai magistrali in quella filiale. Non basta. Un po' alla volta, i Verde, con l'aiuto della consulente Daniela Saitta, hanno ricostruito il reticolo di operazioni che legava il 5335 ad altri due conti della Banca di Roma: il 6239 e il 6834. Sorpresa: osservando lo stesso arco di tempo preso in esame dalla Procura si scopre che nelle stesse settimane sul 5335 arrivano, lira più lira meno. proprio duecento milioni, Sorpresa delle sorprese: si stabilisce che il 6239 e il 61334 erano i conti di una squadra di basket. la Master, e che spesso Camillo anticipava spese che poi recuperava attingendo appunto al 6239 e al 6834. Insomma, se questa ricostruzione è credibile, allora vuol dire che si è scambiata una mazzetta che non c'è con i soldi usciti per ingaggi, premi partita, sponsorizzazioni, tute, scarpe da tennis. Lo scandalo che potrebbe mettere in crisi il governo deve lasciare il posto all'epopea di una modesta squadra di pallacanestro della capitale,
Possibile? Attenzione, anche nell'Imi-Sir, Verde era accusato di aver intascato un regaluccio da 246mila franchi svizzeri, ma si è scrollato di dosso l'accusa dintostrando esattamente il contrario: accreditando quei 246mila franchi, Pacifico restituiva un prestito fattogli da Verde l'anno prima.
La vicenda della Sme è tutta qui, ma per completezza occorre dire che il processo si chiama Ariosto-Sme. Proprio perché è nato dalle dichiarazioni della contessa Stefania Ariosto e il dibattimento contiene, come fosse un cofanetto. un secondo libro basato stilla narrazione dell'Ariosto.
Ed è a questo punto che viene chiamata in causa la toga numero due del dibattimento, Renato Squillante, che non ha niente a che
vedere con l'affaire Sme. L'accusa in questo secondo filone, va per grandi sistemi: Squillante, capo dei giudici istruttori di Roma, era semplicemente a libro paga Fininvest. Quali processi avrebbe manovrato Squillante? Risposte non ne sono arrivate: per il Pool, Squillante era un collettore delle mazzette: del resto gli hanno trovato addosso un sacco di miliardi e lui ha lai pigliato spiegazioni non sempre convincenti e ancor meno documentate.
Sull'origine di questo tesoro, precipitosamente spostato in Liechtenstein poche settimane prima dell'arresto, ma dopo la scoperta di una microspia in un bar della capitale.
Bastano questi elementi per condannare un giudice e per mandare con lui all'inferno Previti e Berlusconi? L'Ariosto parla di due dazioni, come le chiamano i magistrati, avvenute alla Canottieri Lazio e a casa Previti nella seconda metà degli anni Ottanta. Per quali processi? Qui nessuno è in grado di azzardare ipotesi, e nemmeno di rintracciare. su qualche conto corrente, un riscontro o una pezza di appoggio. L'Ariosto ricorda, anche se con un forse davanti, che in quelle due occasioni Gianni Letta fu testimone dello scambio di buste fra Previti e Squillante. Gli avvocati di Previti e Berlusconi hanno chiesto la testimonianza in aula di Letta, il tribunale l'ha respinta.
C'è poi il passaggio di 434.444 dollari sull'asse Previti-Squillante: quello ha sì lasciato tracce contabili, è diretto e inoppugnabile, ha ispirato articoli infiammati di cronisti e commentatori. Ma avviene il 5 marzo '91 e qui l'Ariosto non c'entra. Certo, si può pensare che la contessa non è un'indovina ed è strano che abbia descritto movimenti di danaro che poi trovano, in qualche modo, conferma nel'91. Si può discutere sul punto, certamente il più forte in mano all'accusa, ma ancora una volta mancano certezze. E si può, anzi si deve anche verificare la credibilità della spiegazione offerta da Previti: il parlamentare dice di essersi rivolto a Pacifico per far rientrare in Italia quei 434.404 dollari, pari a circa 500 milioni. Pacifico gli avrebbe detto di parcheggiare la cifra sul conto Rowena senza specificargli che Rowena era di Squillante. Previti eseguì senza porsi domande, poi in Italia riscosse 500 milioni in contanti. Particolare confermato dalle spese sostenute in quel periodo e documentate dagli assegni staccati. In ogni caso quei 434mi1a dollari non c'entrano nulla, anche temporalmente, con la vicenda Sme. E ancora una volta il Pool non ha risposto alla più elementare delle domande: spiegare quale processo sarebbe stato comprato con quei soldi.




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