Referendum - Eppure non ho dubbi
di Gianni Vattimo


Non potendo fare niente, o quasi, in questo clima politico decisamente crepuscolare - giacché anche le nostre migliori battaglie parlamentari sono destinate al fallimento, e le manifestazioni hanno stufato (almeno, a sentire Francesco Merlo); e il referendum non parliamone - cosa ci resta?

O dibattere, e dibatterci, sulle geometrie più o meno variabili delle nostre coalizioni (evitando accuratamente i problemi di contenuto, come fa Salvati), oppure provare a riflettere sulle ragioni meno immediate delle nostre difficoltà. Scegliamo questa seconda via. E allora non dovrebbe sfuggirci che gli effetti collaterali della guerra irachena si stanno manifestando anche nella forma di un sempre più accentuato spirito "realistico", cioè, detto con il suo nome, violento. È un segno di realismo quello di prendere atto della situazione com'è: gli americani hanno vinto (ma chi ne dubitava), e dunque è di lì che bisogna partire per "ricucire" gli strappi. Ma questo non equivale a "saltare sul carro del vincitore"? Sì, più o meno, però chiamarlo realismo scandalizza meno, significa solo che tutto ciò che è reale è razionale e non pensiamoci più. Chi manifesta ancora per le strade cogliendo le più svariate occasioni: Resistenza, Primo Maggio, Previti, è solo un inutile idiota che si trastulla con le sue passioni ideali, ma senza costrutto, non vincerà mai le elezioni e dunque serve solo al rafforzamento di Berlusconi, Blair, Bush.

Su questo punto c'è un vastissimo consenso: da Pansa a Bosetti a Ferrara. Sarebbe dunque realistico prendere atto di ciò, tra l'altro: almeno due di questi personaggi sono gente per bene, con cui tanto spesso ci siamo trovati d'accordo, può darsi che abbiano ragione. Ma se ci si accusa - noi stradaioli, aprilisti, referendari (si intende, sul 18) - noi ci sentiamo assai poco realisticamente rappresentati in una simile immagine: anzi, rivendichiamo di essere più realisti di Pansa, Bosetti, Salvati. Perché, come dice Bosetti, siamo "regressisti"; ma solo nel senso che domandiamo di dove viene lo stato di cose di cui ci si invita a tener conto. Non c'è niente di più ideologicamente condizionato che la "realtà". Chi chiama realtà la legge del mercato ha deciso di non porsi più il problema se ci sia un altro possibile ordine dei rapporti economici, e dunque se ciò che è reale non sia per ciò stesso necessario. È irrealistico cercare di non dimenticare il problema di chi ha finanziato la campagna elettorale di Bush, di quali sono le origini del potere economico del cavalier Berlusconi (processo Previti docet), di quali sono le radici un po' più remote del terrorismo internazionale che si vuole stroncare bombardando un paese marginale e, come si vede, quasi impotente come l'Iraq? Chi ci invita a tener conto dei concreti rapporti di forza, e a partire di lì, dalla "realtà", per inventare una politica capace di incidere sull'andamento dell'economia (di assicurare lo "sviluppo", certo in termini di Pil e basta - prodotto "brut"), è solo qualcuno che non crede alla possibilità di risalire oltre un certo limite, che assume appunto come il limite del reale. Dove stia questo limite è appunto questione di scelte politiche, non di misurazioni oggettive. Se no, per esser sicuri di vincere le elezioni, visti i risultati ottenuti fin qui e visti i sondaggi, oltre all'esito della guerra irachena, non ci sarebbe di meglio che iscriversi a Forza Italia. Perché non lo facciamo, e non lo fanno nemmeno Bosetti e Pansa (Ferrara, naturalmente, sì)? Perché teniamo conto di un aspetto della "realtà" che a Berlusconi appare troppo remoto: la qualità della vita non solo in Lombardia e in Italia, ma anche magari in Africa e in Medio Oriente. O, appunto, gli effetti futuri dell'inquinamento sulla vita di figli e nipoti, che a Bush e in genere alle grandi multinazionali non sembrano importare. Del resto, la logica del mercato, soprattutto azionario, è di corta durata: bisogna che gli azionisti vedano salire il prezzo delle azioni domani, anche se a questo corrisponde una riduzione della produzione e della mano d'opera. Più realismo di così! I disoccupati troveranno un nuovo lavoro? Bah, guai o effetti collaterali della transizione a un ordine più "efficiente", più produttivo, più "reale".

Non si tratta dunque di essere o no realisti. Ma di stabilire, in base a motivi che non saranno mai "oggettivi", dove fermare il "regresso" verso il "reale" di cui si vuole tener conto. Certo, anche la democrazia esige una fermata di questo tipo: si tratta di badare alle aspettative e alla valutazione che gli elettori daranno del nostro operato al momento delle elezioni. E anche loro sono esigenti come gli azionisti. Ma se hanno in mente anche delle scelte "ideali" oltre che di profitto economico subito tangibile, forse faremo qualche passo in più. Fissare un reale a cui si deve "adattarsi" non è mai un riconoscimento di realtà. È una decisione la cui legittimità si misura solo in termini di maggiore o minore violenza. Che vuol dire: in termini di numero di persone da cui si riesce a ottenere il consenso, e dunque anche in termini di ampiezza dell'orizzonte di riferimento, nel presente ma anche nel passato e soprattutto nel futuro.

Ecco un esempio di stretta, ma non limitata attualità. L'articolo 18: per il no o il fallimento del referendum si avanzano ragioni economiche alquanto nebulose. Persino uno come Bersani non appare qui convincente. E del resto Berlusconi ha più volte detto che è una faccenda irrilevante anche per lui. E in ogni caso, perché mai chi lavora in una azienda con meno di quindici colleghi deve avere meno diritti degli altri, quando nelle lotte dell'anno scorso abbiamo detto che si trattava di diritti della persona come tale? Gli effetti negativi di una vittoria del sì sembrano anch'essi vaghi: riaggiustamento delle forze della sinistra, ma questi sono appunto affari alla Salvati. Economia in rovina? Non scherziamo. Perdita di voti a sinistra perché gli artigiani ci abbandonano? Può succedere, ma sarebbe ora che a sinistra smettessimo di far credere che si può stare con noi anche non rinunciando per niente ai buoni affari; se il popolo delle partite Iva ci abbandona per questo, è perché abbiamo rinunciato a fare politica davvero, e lo abbiamo abituato a considerarci un comitato di affari - d'accordo, affari puliti, ma sempre affari. Se non vince il sì ben altri guai ci aspettano: verosimilmente, l'articolo 18 sarà davvero abolito per tutti; e dati i rapporti parlamentari attuali è difficile che sia sostituito da una legislazione del lavoro più rispettosa dei diritti, per esempio di quelli dei co.co.co, atipici, eccetera, che vivono il massimo dello sfruttamento (il lavoro evidentemente c'è, se lo trovano. Solo che sono pagati molto meno).

Dove sta qui il realismo? Non è una domanda retorica, qualcuno dei nuovi maestri ce lo dica una volta o l'altra.

www.unita.it