Mandato da Il Riformista Lunedì, 05 May 2003, 15:08 uur.
Come rispondere ai girotondi della destra e al Flores del Foglio - Il Riformista 5 maggio 2003
I girotondi mancavano così tanto a Berlusconi che ne ha fatto organizzare uno da Ferrara. Un girotondo in senso anti-orario, da ceto medio irriflessivo, sempre in nome della costituzione, ma capovolta. Dove quelli idolatravano il giudiziario, questi adulano l’esecutivo. Pancho voleva tagliare la testa a Cirami, Schifani taglierebbe volentieri la mano a Carfì. Ma è la stessa cosa. Non sarebbe azzardato definire il Foglio la Micromega della destra, e il suo direttore un Flores rovesciato.
I riformisti, annidati in entrambi i campi, vivono giorni difficili. Non è tanto la vicenda giudiziaria di Previti, è quel che ne consegue. Il radicalismo di Berlusconi risveglia ed eccita quello della sinistra, ed entrambi si appendono al collo del paese per affogarlo nelle paludi dell’immobilismo e dell’irrilevanza. Per esempio: noi siamo certi, ma proprio certi, che se al governo non ci fosse un signore chiamato Berlusconi ma un altro con le sue stesse idee politiche, articolo 11 e articolo 18 sarebbero stati maneggiati con maggior cura a sinistra. Moretti lo confessò sul palco di San Giovanni, con la sua originale invocazione a Fini. Per questo ogni decibel in più delle trombe di guerra è una speranza in meno per le riforme. Per questo ogni vero riformista sa che Berlusconi è un accidente storico da superare.
Come? Ben presto il problema si porrà. E’ possibile che a metà giugno Ilda Boccassini dia il via alla sua requisitoria sul caso Sme, e forse è proprio per rallentarla che il premier corre oggi a rendere testimonianza a Milano. Nel giro di qualche mese il presidente del consiglio potrebbe dunque ritrovarsi condannato in primo grado per corruzione. A dire il vero, gli esperti concordano nel dire che la sua posizione non è paragonabile a quella di Previti (nel cui caso si può discutere di eventuali forzature procedurali per tenere a Milano il processo, ma non si può discutere che il fatto - il passaggio di denaro - sia stato provato). L’accusa a Berlusconi è più indiziaria, il peso dell’imputato ben maggiore, l’assoluzione più probabile. Ma ipotizziamo che così non sia. Immaginiamo il primo ministro seduto alla presidenza di un vertice dell’Unione europea, Chirac alla destra e Prodi alla sinistra, raggiunto dalla notizia di una condanna. Pensare - suggerire, intimare - che lui faccia finta di niente è o ingenuo o ipocrita. Lui reagirebbe, e sarebbe la fine della Seconda Repubblica.
Due scenari politici sono infatti possibili, entrambi da incubo. Se la maggioranza non tiene, si fa avanti un succedaneo, un nuovo Dini, che dà vita a un governo di anestesia mentre i chirurghi affilano il bisturi per la resa dei conti elettorale, magari tirando in ballo chi rappresenta il paese in Italia e in Europa, Prodi e Ciampi, Sme e Telekom Serbia. E’ questo il contenuto subliminale della lettera sul Foglio, rivolto agli alleati, della serie «non provateci». Oppure la maggioranza tiene, e allora si va subito al redde rationem, all’ordalìa, a un plebiscito per chiedere agli italiani di scegliere tra il condannato e il giudice. Chiunque vincesse, sarebbe una pagina di storia sudamericana.
La sinistra che fosse tentata dalla prima o dalla seconda soluzione, deve sapere che dalla rovina delle istituzioni non può derivare la sua fortuna. In questo senso, davvero, Tangentopoli docet. Quanto più contribuirà a salvare il paese dal caos istituzionale, tanto più si candiderà a succedere a chi l’ha provocato. Il suo interesse coincide con l’interesse nazionale. Risorgerà davvero solo quando batterà l’avversario in campo aperto, in un normale confronto elettorale. Per un curioso paradosso della storia, le conviene dunque che Berlusconi non sia condannato
Per ottenere questo obiettivo senza vulnus allo stato di diritto, c’è un solo modo: una norma ad hoc, che metta al riparo il premier dal rischio di condanna, per tutto il tempo in cui sarà premier. Una norma garantista, perché non uccide il processo ma lo congela, non sottrae al giudizio l’imputato ma l’istituzione. E se Berlusconi non la solleciterà, inseguendo invece una impervia vendetta costituzionale che reintroduca l’immunità, dovrebbe essere l’opposizione a farne la propria bandiera, togliendo una volta e per tutte al paese il sospetto che il premier sia un perseguitato, e che sia a lei a perseguitarlo in combutta con un pugno di magistrati.
All’inizio degli anni ’70, a Napoli scoppiò un’epidemia di colera, incubata nella decomposizione del regime gavianeo. I comunisti di allora avevano due vie: organizzare cortei di protesta sotto il Comune o organizzare le file dei cittadini per la vaccinazione. Scelsero la seconda strada, due anni dopo vinsero le elezioni, i loro eredi sono ancora al governo di quella città. Contro la polmonite atipica dell’Italia di oggi, suggeriremmo lo stesso approccio.




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