LA QUESTIONE NAZIONALE
I La nazione
II Il movimento nazionale
III Impostazione del problema
IV L’autonomia culturale nazionale
V Il Bund, il suo nazionalismo, il suo separatismo
VI I caucasiani e la conferenza dei liquidatori
Il periodo della controrivoluzione ha portato in Russia non soltanto «tuoni e fulmini», ma anche delusione nel movimento, sfiducia nelle forze comuni. Si era creduto in un «avvenire luminoso» e tutti avevano lottato uniti, senza tener conto della nazionalità: le questioni comuni innanzitutto! Poi si insinuò negli animi il dubbio e la gente incominciò a dividersi in scompartimenti nazionali: ognuno conti solo su di sé! La «questione nazionale» innanzitutto!
Al tempo stesso, si produceva un importante rivolgimento nella vita economica del paese. Il 1905 non era passato invano: le sopravvivenze del regime feudale nelle campagne ricevettero un altro colpo. Una serie di buoni raccolti dopo la carestia e l’ascesa industriale che seguì diedero nuovo impulso al capitalismo. La differenziazione nelle campagne e l’incremento delle città, lo sviluppo del commercio e delle vie di comunicazione fecero un grande passo avanti. Ciò è particolarmente vero per le regioni periferiche. Ma tutto questo non poteva non accelerare il processo di consolidamento economico delle nazionalità della Russia. Queste ultime dovevano mettersi in movimento...
Il «regime costituzionale», instaurato in quel periodo, agiva nello stesso senso, favorendo il risveglio delle nazionalità. Lo sviluppo dei giornali e in generale dell’attività editoriale, una certa libertà di stampa e di organizzazione culturale, lo sviluppo dei teatri popolari, ecc., contribuirono senza dubbio al rafforzamento dei «sentimenti nazionali». La Duma (1), con la sua campagna elettorale e con i suoi gruppi politici, offrì nuove possibilità al rianimarsi delle singole nazioni, una nuova e vasta arena per la loro mobilitazione.
E l’ondata di nazionalismo bellicoso che si scatenò dall’alto e tutta una serie di azioni repressive da parte dei «detentori del potere», che facevano scontare alle regioni periferiche il loro «amore per la libertà», scatenarono una contro-ondata di nazionalismo dal basso, che talora si trasformava in grossolano sciovinismo. Il rafforzarsi del sionismo tra gli ebrei, lo svilupparsi dello sciovinismo in Polonia, del panislamismo fra i tartari, il rafforzarsi del nazionalismo tra gli armeni, i georgiani, gli ucraini, la generale propensione della gente comune per l’antisemitismo, tutti questi sono fatti di dominio pubblico.
L’ondata di nazionalismo avanzava con forza crescente, minacciando di travolgere le masse operaie. E quanto più si affievoliva il movimento di liberazione, tanto più rigogliosi sbocciavano i fiori del nazionalismo.
In quel momento difficile un alto compito incombeva alla socialdemocrazia: far fronte al nazionalismo, preservare le masse dall’«epidemia» generale. Infatti la socialdemocrazia, e solamente essa, poteva far questo, opponendo al nazionalismo l’arma provata dell’internazionalismo, l’unità e l’indivisibilità della lotta di classe. E quanto più impetuosamente avanzava l’ondata del nazionalismo, tanto più forte avrebbe dovuto risuonare la voce della socialdemocrazia per la fratellanza e l’unità dei proletari di tutte le nazionalità della Russia. Occorreva perciò una particolare fermezza nei socialdemocratici delle regioni periferiche, che si urtavano direttamente con il movimento nazionalista.
Ma non tutti i socialdemocratici si dimostrarono all’altezza del compito e meno degli altri i socialdemocratici delle regioni periferiche. Il Bund (2), che prima sottolineava i problemi generali, ha cominciato ora a mettere in primo piano i suoi scopi particolari, puramente nazionalistici: ed è andato tanto oltre da proclamare la «celebrazione del sabato» e il «riconoscimento del gergo» punti principali della sua campagna elettorale. Al Bund ha tenuto dietro il Caucaso: una parte dei socialdemocratici del Caucaso, che prima avevano respinto, insieme ai restanti socialdemocratici del Caucaso, l’«autonomia culturale nazionale», ora la pongono come una rivendicazione attuale. Non parliamo neppure della conferenza dei liquidatori (3), che, in maniera diplomatica, ha sancito i tentennamenti nazionalistici.
Ma da questo risulta che le vedute della socialdemocrazia russa sulla questione nazionale non sono ancora chiare per tutti i socialdemocratici.
È necessario, evidentemente, un esame serio e completo della questione nazionale. È necessario un lavoro concorde ed instancabile dei socialdemocratici conseguenti per dissipare le nebbie del nazionalismo, da qualunque parte provengano.
I. La nazione
Che cos’è la nazione?
La nazione è, innanzitutto, una comunità, una determinata comunità di persone.
È una comunità non di razza nè di stirpe. L’attuale nazione italiana è stata formata da romani, germani, etruschi, greci, arabi, ecc. La nazione francese è stata costituita da galli, romani, britanni, germani, ecc. Lo stesso va detto degli inglesi, dei tedeschi e degli altri popoli, che si sono costituiti in nazioni con genti di diverse razze e stirpi.
La nazione non è dunque una comunità di razza nè di stirpe, ma una comunità di persone, formatasi storicamente.
D’altra parte, non c’è dubbio che i grandi stati di Ciro o di Alessandro non possono esser chiamati nazioni, sebbene si siano formati anch’essi storicamente, si siano formati con stirpi e razze diverse. Non erano nazioni, ma conglomerati casuali e debolmente legati di gruppi che si disgregavano o si costituivano secondo i successi o le sconfitte di questo o quel conquistatore.
La nazione non è dunque un conglomerato casuale nè effimero, ma una stabile comunità di persone.
Ma non ogni comunità stabile costituisce una nazione. L’Austria e la Russia sono anch’esse comunità stabili, tuttavia nessuno le chiama nazioni. In che cosa si differenzia una comunità nazionale da una comunità statale? Fra l’altro in questo, che una comunità nazionale non è concepibile senza lingua comune, mentre per una comunità statale la lingua comune non è indispensabile. La nazione ceca in Austria e quella polacca in Russia non sarebbero possibili se ciascuna di esse non avesse una lingua comune, mentre all’integrità della Russia e dell’Austria non fa ostacolo l’esistenza, nel loro seno, di tutta una serie di lingue. Mi riferisco, naturalmente, alle lingue popolari parlate, e non a quelle ufficiali della burocrazia.
La lingua comune è dunque uno dei tratti caratteristici della nazione.
Questo non vuol certo dire che nazioni diverse parlino sempre e dovunque lingue diverse o che tutti coloro che parlano una stessa lingua costituiscano necessariamente una sola nazione. Una lingua comune per ogni nazione, ma non necessariamente lingue diverse per nazioni diverse! Non c’è nazione in cui si parlino nello stesso tempo lingue diverse, ma questo non vuol dire però che non vi possano essere due nazioni che parlino la stessa lingua! Gli inglesi e i nordamericani parlano la stessa lingua, e tuttavia non costituiscono una sola nazione. Lo stesso si deve dire dei norvegesi e dei danesi, degli inglesi e degli irlandesi.
Ma perché, per esempio, gli inglesi e i nordamericani non costituiscono una nazione, nonostante la lingua comune?
Prima di tutto perché non vivono insieme, ma in territori diversi. La nazione si forma soltanto come risultato di rapporti prolungati e regolari, come risultato di una vita comune di generazione in generazione. Ma una lunga vita in comune non è possibile se non su un territorio comune. Gli inglesi e gli americani prima abitavano un solo territorio, l’Inghilterra, e costituivano una sola nazione. Poi, una parte degli inglesi si trasferì dall’Inghilterra in un nuovo territorio, in America, e lì, sul nuovo territorio, col passar del tempo, costituì la nuova nazione dell’America del Nord. Territori diversi hanno condotto alla formazione di nazioni diverse.
Il territorio comune è dunque uno dei tratti caratteristici della nazione.
Ma non basta. Il territorio comune, di per sé, non dà ancora la nazione. Occorre, inoltre, un vincolo economico interno che saldi le singole parti della nazione in un tutto unico. Tra l’Inghilterra e l’America del Nord non c’è un tale vincolo e perciò esse costituiscono due nazioni diverse. Ma anche gli stessi nordamericani non meriterebbero il nome di nazione, se le diverse parti dell’America del Nord non fossero legate fra loro in un tutto economico, grazie alla divisione del lavoro tra loro, allo sviluppo delle vie di comunicazione, ecc.
Prendiamo, per esempio, i georgiani. I georgiani prima della riforma vivevano su un territorio comune e parlavano la stessa lingua, eppure non costituivano, a rigor di termini, una sola nazione, perché, divisi in tutta una serie di principati staccati l’uno dall’altro, non potevano vivere una vita economica comune, da secoli si facevano la guerra e si danneggiavano reciprocamente, aizzando gli uni contro gli altri persiani e turchi. L’unione effimera e casuale di principati, che talvolta qualche re fortunato riusciva a realizzare, nel migliore dei casi si limitava al lato amministrativo superficiale e si rompeva ben presto per il capriccio dei principi e per l’indifferenza dei contadini. E non poteva essere diversamente, dato lo sminuzzamento economico della Georgia... La Georgia, come nazione, è nata solo nella seconda metà del secolo XIX, quando la fine della servitù della gleba e lo sviluppo della vita economica del paese, lo sviluppo delle vie di comunicazione e il sorgere del capitalismo introdussero una divisione del lavoro tra le regioni della Georgia, scossero definitivamente la economia chiusa dei principati, collegandoli in un tutto unico.
Lo stesso si deve dire delle altre nazioni, che hanno superato lo stadio del feudalesimo e nelle quali si è sviluppato il capitalismo.
La comunanza della vita economica, la coesione economica sono dunque uno degli elementi caratteristici della nazione.
Ma neanche questo basta. Oltre a tutto ciò che si è detto, bisogna prendere anche in considerazione le caratteristiche della conformazione spirituale delle persone unite nella nazione. Le nazioni si distinguono l’una dall’altra non solo per le loro condizioni di vita ma anche per la formazione intellettuale, che si esprime nelle caratteristiche della cultura nazionale. Se l’Inghilterra, gli Stati Uniti e l’Irlanda, che parlano un’unica lingua, costituiscono nondimeno tre differenti nazioni, ciò è dovuto in misura non indifferente alla particolare conformazione psichica che si è creata in esse col succedersi delle generazioni, per effetto delle diverse condizioni di esistenza.
Certo, la conformazione psichica in sé, o, come altrimenti viene chiamata, il «carattere nazionale», è per l’osservatore qualche cosa di inafferrabile, ma nella misura in cui si esprime in una cultura originale, comune alla nazione, è percepibile e non può essere ignorata.
Inutile dire che il «carattere nazionale» non è qualche cosa di fissato una volta per sempre, ma muta col mutare delle condizioni di vita; però, in quanto esiste in ogni dato momento, imprime il suo suggello alla fisionomia della nazione.
La comune conformazione psichica, che si esprime nella cultura comune, è dunque uno dei tratti caratteristici della nazione.
In tal modo, abbiamo esaurito tutte le caratteristiche della nazione.
La nazione è una comunità stabile, storicamente formatasi, che ha la sua origine nella comunità di lingua, di territorio, di vita economica e di conformazione psichica che si manifesta nella comune cultura.
Con ciò è evidente che la nazione, come ogni altro fenomeno storico, sottostà alla legge del mutamento; ha la propria storia, il proprio principio e la propria fine.
È necessario sottolineare che nessuna delle caratteristiche indicate, presa isolatamente, è sufficiente a definire la nazione. Anzi, basta che manchi una sola di queste caratteristiche, perché la nazione cessi di essere tale.
Si possono immaginare popolazioni che abbiano un «carattere nazionale» comune, e tuttavia non si può dire che costituiscano una nazione, se non sono collegate economicamente, se vivono su territori differenti, se parlano lingue diverse, ecc. Tali sono, per esempio, i russi, i galiziani, gli americani, i georgiani, gli ebrei del Caucaso, che non costituiscono a nostro avviso un’unica nazione.
Si possono immaginare popolazioni che abbiano un territorio comune e una comune vita economica; e tuttavia esse non costituiscono una nazione se non hanno lingua e «carattere nazionale» comuni. Tali sono, per esempio, i tedeschi e i lettoni del Baltico.
Infine, i norvegesi e i danesi parlano la stessa lingua, ma non costituiscono una nazione, perché mancano gli altri caratteri.
Solo se tutti i caratteri esistono congiuntamente, si ha la nazione.
Può sembrare che il «carattere nazionale» non sia uno dei caratteri ma l’unico carattere essenziale della nazione e che tutti gli altri siano, propriamente, condizioni dello sviluppo della nazione, e non suoi tratti caratteristici. Sostengono quest’opinione, per esempio, i teorici socialdemocratici della questione nazionale ben noti in Austria, R. Springer (4) e, particolarmente, O. Bauer (5).
Esaminiamo la loro teoria della nazione.
Secondo lo Springer, «la nazione è un’unione di persone che pensano nello stesso modo e parlano nello stesso modo ». La nazione è una «comunità culturale di gruppi di contemporanei, non legata alla “terra”» (il corsivo è nostro).
È dunque un’unione di persone che pensano e parlano nello stesso modo, per quanto siano separate le une dalle altre e dovunque vivano.
Il Bauer si spinge più oltre.
«Che cos’è la nazione? — domanda. — È forse la comunità di lingua che unisce le persone in una nazione? Ma gli inglesi e gli irlandesi... parlano la stessa lingua, senza costituire, tuttavia, un unico popolo; gli ebrei non hanno affatto una lingua comune, e nondimeno costituiscono una nazione».
Che cos’è dunque una nazione?
«La nazione è una relativa comunità di carattere».
Ma, in questo caso, che cos’è il carattere, il carattere nazionale?
Il carattere nazionale è «la somma dei caratteri che distinguono le persone di una nazionalità da quelle di un’altra, il complesso delle qualità fisiche e spirituali che distinguono una nazione dall’altra».
Il Bauer, naturalmente, sa che il carattere nazionale non cade dal cielo, e perciò soggiunge:
«Il carattere delle persone non è determinato da nient’altro che dal loro destino»... «la nazione non altro che la comunanza del destino», determinata, a sua volta, «dalle condizioni nelle quali le persone producono i loro mezzi di esistenza e ripartiscono i prodotti del loro lavoro».
In tal modo, siamo giunti alla definizione più «completa», come si esprime il Bauer, della nazione.
«La nazione è un insieme di persone unite da un carattere comune sulla base del comune destino».
Dunque: carattere nazionale comune sulla base del comune,destino, senza un nesso necessario con la comunanza di territorio, di lingua e di vita economica.
Ma che cosa rimane in questo caso della nazione? Di quale comunità nazionale si può parlare, trattandosi di persone separate economicamente l’una dall’altra, che popolano territori diversi e che di generazione in generazione parlano lingue diverse?
Il Bauer parla degli ebrei come di una nazione, sebbene «non abbiano affatto una lingua comune»; ma di quale «destino comune» e di quale legame nazionale si può parlare, per esempio, per gli ebrei georgiani, daghestani, russi e americani, che sono completamente staccati gli uni dagli altri, abitano in territori diversi e parlano lingue diverse?
Gli ebrei cui ho accennato vivono senza dubbio una vita economica e politica comune con i georgiani, i daghestani, i russi e gli americani, in una atmosfera culturale comune con loro; questo non può non lasciare la sua impronta sul loro carattere nazionale; se qualcosa di comune è rimasto loro, è la religione, la comune origine e qualche residuo del carattere nazionale. Tutto questo è certo. Ma come si può sostenere seriamente che dei riti religiosi fossilizzati e dei residui psicologici che vanno dileguandosi influiscano sul «destino» dei suddetti ebrei più fortemente del vivo ambiente economico-sociale e culturale che li circonda? Eppure solo con una simile ipotesi si può parlare degli ebrei in generale come di un’unica nazione.
In che cosa si distingue allora la nazione di Bauer dallo «spirito nazionale», mistico e autosufficiente degli spiritualisti?
Il Bauer pone una barriera insormontabile fra il «tratto caratteristico» della nazione (il carattere nazionale) e le «condizioni» di vita, scindendo l’uno dalle altre. Ma che cos’è il carattere nazionale, se non il riflesso delle condizioni di vita, se non l’essenza delle impressioni ricevute dall’ambiente circostante? Come limitarci al solo carattere nazionale, isolandolo e staccandolo dal terreno che lo ha generato?
E poi, in che cosa precisamente si distingueva la nazione inglese da quella nordamericana alla fine del secolo XVIII e al principio del XIX, quando l’America del Nord si chiamava ancora «Nuova Inghilterra»?
Non già, certamente, nel carattere nazionale, perché i nordamericani erano originari dell’Inghilterra, avevano portato con sé in America oltre alla lingua inglese anche il carattere nazionale inglese e, certamente, non potevano perderlo così facilmente, benché sotto l’influsso di nuove condizioni, dovesse svilupparsi in loro un carattere particolare. E tuttavia, nonostante la maggiore o minore comunanza di carattere, essi costituivano già, allora, una nazione distinta dall’Inghilterra! Evidentemente, la «Nuova Inghilterra» come nazione si distingueva allora dall’Inghilterra come nazione non per un particolare carattere nazionale, o non tanto per il carattere nazionale, quanto per l’ambiente, le condizioni di vita diverse da quelle dell’Inghilterra.
È quindi chiaro che in realtà non esiste un unico tratto caratteristico della nazione. Esiste solo una somma di tratti caratteristici, dei quali, quando si paragonino le nazioni, risalta con maggior rilievo ora l’uno (il carattere nazionale), ora l’altro (la lingua), ora un terzo (il territorio, le condizioni economiche). La nazione rappresenta l’incontro di tutti i tratti caratteristici presi insieme.
Il punto di vista di Bauer, che identifica la nazione col carattere nazionale, distacca la nazione dalla realtà e la converte in una forza misteriosa, per sé stante. Ne risulta non una nazione viva ed operante, ma un che di mistico, di inafferrabile e di trascendente. Perché, ripeto, che cos’è, per esempio, questa nazione ebraica, che si compone di ebrei georgiani, daghestani, russi, americani e altri, questa nazione i cui membri non si comprendono l’un l’altro (parlano lingue diverse), vivono in diverse parti del globo, non si vedono mai tra loro, non agiscono mai congiuntamente, nè in tempo di pace, nè in tempo di guerra?
No, la socialdemocrazia non stabilisce il suo programma nazionale per queste «nazioni» che esistono solo sulla carta. Essa può tener conto soltanto delle nazioni effettive, che agiscono e si muovono e costringono perciò a tener conto di loro.
Il Bauer, evidentemente, confonde la nazione, che è una categoria storica, con la stirpe, che è una categoria etnografica.
Del resto lo stesso Bauer, evidentemente, sente la debolezza della propria posizione. Pur affermando decisamente, all’inizio del suo libro, che gli ebrei sono una nazione, alla fine si corregge, affermando che «la società capitalistica generalmente non dà loro [agli ebrei] la possibilità di continuare a esistere come nazione» e li assimila ad altre nazioni. A quanto pare, ciò è dovuto al fatto che «gli ebrei non hanno una zona delimitata di colonizzazione», mentre una zona di questo genere l’hanno, per esempio, i cechi, che debbono, secondo il Bauer, continuare a esistere come nazione. In una parola: ciò è dovuto alla mancanza di territorio.
Con questo ragionamento, il Bauer voleva dimostrare che l’autonomia nazionale non può essere una rivendicazione degli operai ebrei, ma con questo ha confutato inavvertitamente la sua stessa teoria, la quale nega che il territorio comune sia uno dei tratti caratteristici della nazione.
Ma Bauer va più in là. All’inizio del suo libro dichiara precisamente che «gli ebrei non hanno affatto una lingua comune e costituiscono, nondimeno, una nazione» . Ma non è ancor giunto a pagina 130 che già cambia posizione e dichiara altrettanto precisamente: «È certo che nessuna nazione è possibile senza lingua comune» (il corsivo è nostro).
Il Bauer qui voleva dimostrare che «la lingua è lo strumento più importante dei rapporti fra gli uomini», ma con questo inavvertitamente ha anche dimostrato una cosa che non si proponeva di dimostrare, e precisamente l’inconsistenza della sua teoria della nazione, che nega l’importanza della lingua comune.
In questo modo si confuta da sé una teoria cucita col filo idealistico.




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