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    Predefinito Le intuizioni essenziali di Josif Stalin

    LA QUESTIONE NAZIONALE



    I La nazione
    II Il movimento nazionale
    III Impostazione del problema
    IV L’autonomia culturale nazionale
    V Il Bund, il suo nazionalismo, il suo separatismo
    VI I caucasiani e la conferenza dei liquidatori



    Il periodo della controrivoluzione ha portato in Russia non soltanto «tuoni e fulmini», ma anche delusione nel movimento, sfiducia nelle forze comuni. Si era creduto in un «avvenire luminoso» e tutti avevano lottato uniti, senza tener conto della nazionalità: le questioni comuni innanzitutto! Poi si insinuò negli animi il dubbio e la gente incominciò a dividersi in scompartimenti nazionali: ognuno conti solo su di sé! La «questione nazionale» innanzitutto!
    Al tempo stesso, si produceva un importante rivolgimento nella vita economica del paese. Il 1905 non era passato invano: le sopravvivenze del regime feudale nelle campagne ricevettero un altro colpo. Una serie di buoni raccolti dopo la carestia e l’ascesa industriale che seguì diedero nuovo impulso al capitalismo. La differenziazione nelle campagne e l’incremento delle città, lo sviluppo del commercio e delle vie di comunicazione fecero un grande passo avanti. Ciò è particolarmente vero per le regioni periferiche. Ma tutto questo non poteva non accelerare il processo di consolidamento economico delle nazionalità della Russia. Queste ultime dovevano mettersi in movimento...
    Il «regime costituzionale», instaurato in quel periodo, agiva nello stesso senso, favorendo il risveglio delle nazionalità. Lo sviluppo dei giornali e in generale dell’attività editoriale, una certa libertà di stampa e di organizzazione culturale, lo sviluppo dei teatri popolari, ecc., contribuirono senza dubbio al rafforzamento dei «sentimenti nazionali». La Duma (1), con la sua campagna elettorale e con i suoi gruppi politici, offrì nuove possibilità al rianimarsi delle singole nazioni, una nuova e vasta arena per la loro mobilitazione.
    E l’ondata di nazionalismo bellicoso che si scatenò dall’alto e tutta una serie di azioni repressive da parte dei «detentori del potere», che facevano scontare alle regioni periferiche il loro «amore per la libertà», scatenarono una contro-ondata di nazionalismo dal basso, che talora si trasformava in grossolano sciovinismo. Il rafforzarsi del sionismo tra gli ebrei, lo svilupparsi dello sciovinismo in Polonia, del panislamismo fra i tartari, il rafforzarsi del nazionalismo tra gli armeni, i georgiani, gli ucraini, la generale propensione della gente comune per l’antisemitismo, tutti questi sono fatti di dominio pubblico.
    L’ondata di nazionalismo avanzava con forza crescente, minacciando di travolgere le masse operaie. E quanto più si affievoliva il movimento di liberazione, tanto più rigogliosi sbocciavano i fiori del nazionalismo.
    In quel momento difficile un alto compito incombeva alla socialdemocrazia: far fronte al nazionalismo, preservare le masse dall’«epidemia» generale. Infatti la socialdemocrazia, e solamente essa, poteva far questo, opponendo al nazionalismo l’arma provata dell’internazionalismo, l’unità e l’indivisibilità della lotta di classe. E quanto più impetuosamente avanzava l’ondata del nazionalismo, tanto più forte avrebbe dovuto risuonare la voce della socialdemocrazia per la fratellanza e l’unità dei proletari di tutte le nazionalità della Russia. Occorreva perciò una particolare fermezza nei socialdemocratici delle regioni periferiche, che si urtavano direttamente con il movimento nazionalista.
    Ma non tutti i socialdemocratici si dimostrarono all’altezza del compito e meno degli altri i socialdemocratici delle regioni periferiche. Il Bund (2), che prima sottolineava i problemi generali, ha cominciato ora a mettere in primo piano i suoi scopi particolari, puramente nazionalistici: ed è andato tanto oltre da proclamare la «celebrazione del sabato» e il «riconoscimento del gergo» punti principali della sua campagna elettorale. Al Bund ha tenuto dietro il Caucaso: una parte dei socialdemocratici del Caucaso, che prima avevano respinto, insieme ai restanti socialdemocratici del Caucaso, l’«autonomia culturale nazionale», ora la pongono come una rivendicazione attuale. Non parliamo neppure della conferenza dei liquidatori (3), che, in maniera diplomatica, ha sancito i tentennamenti nazionalistici.
    Ma da questo risulta che le vedute della socialdemocrazia russa sulla questione nazionale non sono ancora chiare per tutti i socialdemocratici.
    È necessario, evidentemente, un esame serio e completo della questione nazionale. È necessario un lavoro concorde ed instancabile dei socialdemocratici conseguenti per dissipare le nebbie del nazionalismo, da qualunque parte provengano.


    I. La nazione

    Che cos’è la nazione?
    La nazione è, innanzitutto, una comunità, una determinata comunità di persone.
    È una comunità non di razza nè di stirpe. L’attuale nazione italiana è stata formata da romani, germani, etruschi, greci, arabi, ecc. La nazione francese è stata costituita da galli, romani, britanni, germani, ecc. Lo stesso va detto degli inglesi, dei tedeschi e degli altri popoli, che si sono costituiti in nazioni con genti di diverse razze e stirpi.
    La nazione non è dunque una comunità di razza nè di stirpe, ma una comunità di persone, formatasi storicamente.
    D’altra parte, non c’è dubbio che i grandi stati di Ciro o di Alessandro non possono esser chiamati nazioni, sebbene si siano formati anch’essi storicamente, si siano formati con stirpi e razze diverse. Non erano nazioni, ma conglomerati casuali e debolmente legati di gruppi che si disgregavano o si costituivano secondo i successi o le sconfitte di questo o quel conquistatore.
    La nazione non è dunque un conglomerato casuale nè effimero, ma una stabile comunità di persone.
    Ma non ogni comunità stabile costituisce una nazione. L’Austria e la Russia sono anch’esse comunità stabili, tuttavia nessuno le chiama nazioni. In che cosa si differenzia una comunità nazionale da una comunità statale? Fra l’altro in questo, che una comunità nazionale non è concepibile senza lingua comune, mentre per una comunità statale la lingua comune non è indispensabile. La nazione ceca in Austria e quella polacca in Russia non sarebbero possibili se ciascuna di esse non avesse una lingua comune, mentre all’integrità della Russia e dell’Austria non fa ostacolo l’esistenza, nel loro seno, di tutta una serie di lingue. Mi riferisco, naturalmente, alle lingue popolari parlate, e non a quelle ufficiali della burocrazia.
    La lingua comune è dunque uno dei tratti caratteristici della nazione.
    Questo non vuol certo dire che nazioni diverse parlino sempre e dovunque lingue diverse o che tutti coloro che parlano una stessa lingua costituiscano necessariamente una sola nazione. Una lingua comune per ogni nazione, ma non necessariamente lingue diverse per nazioni diverse! Non c’è nazione in cui si parlino nello stesso tempo lingue diverse, ma questo non vuol dire però che non vi possano essere due nazioni che parlino la stessa lingua! Gli inglesi e i nordamericani parlano la stessa lingua, e tuttavia non costituiscono una sola nazione. Lo stesso si deve dire dei norvegesi e dei danesi, degli inglesi e degli irlandesi.
    Ma perché, per esempio, gli inglesi e i nordamericani non costituiscono una nazione, nonostante la lingua comune?
    Prima di tutto perché non vivono insieme, ma in territori diversi. La nazione si forma soltanto come risultato di rapporti prolungati e regolari, come risultato di una vita comune di generazione in generazione. Ma una lunga vita in comune non è possibile se non su un territorio comune. Gli inglesi e gli americani prima abitavano un solo territorio, l’Inghilterra, e costituivano una sola nazione. Poi, una parte degli inglesi si trasferì dall’Inghilterra in un nuovo territorio, in America, e lì, sul nuovo territorio, col passar del tempo, costituì la nuova nazione dell’America del Nord. Territori diversi hanno condotto alla formazione di nazioni diverse.
    Il territorio comune è dunque uno dei tratti caratteristici della nazione.
    Ma non basta. Il territorio comune, di per sé, non dà ancora la nazione. Occorre, inoltre, un vincolo economico interno che saldi le singole parti della nazione in un tutto unico. Tra l’Inghilterra e l’America del Nord non c’è un tale vincolo e perciò esse costituiscono due nazioni diverse. Ma anche gli stessi nordamericani non meriterebbero il nome di nazione, se le diverse parti dell’America del Nord non fossero legate fra loro in un tutto economico, grazie alla divisione del lavoro tra loro, allo sviluppo delle vie di comunicazione, ecc.
    Prendiamo, per esempio, i georgiani. I georgiani prima della riforma vivevano su un territorio comune e parlavano la stessa lingua, eppure non costituivano, a rigor di termini, una sola nazione, perché, divisi in tutta una serie di principati staccati l’uno dall’altro, non potevano vivere una vita economica comune, da secoli si facevano la guerra e si danneggiavano reciprocamente, aizzando gli uni contro gli altri persiani e turchi. L’unione effimera e casuale di principati, che talvolta qualche re fortunato riusciva a realizzare, nel migliore dei casi si limitava al lato amministrativo superficiale e si rompeva ben presto per il capriccio dei principi e per l’indifferenza dei contadini. E non poteva essere diversamente, dato lo sminuzzamento economico della Georgia... La Georgia, come nazione, è nata solo nella seconda metà del secolo XIX, quando la fine della servitù della gleba e lo sviluppo della vita economica del paese, lo sviluppo delle vie di comunicazione e il sorgere del capitalismo introdussero una divisione del lavoro tra le regioni della Georgia, scossero definitivamente la economia chiusa dei principati, collegandoli in un tutto unico.
    Lo stesso si deve dire delle altre nazioni, che hanno superato lo stadio del feudalesimo e nelle quali si è sviluppato il capitalismo.
    La comunanza della vita economica, la coesione economica sono dunque uno degli elementi caratteristici della nazione.
    Ma neanche questo basta. Oltre a tutto ciò che si è detto, bisogna prendere anche in considerazione le caratteristiche della conformazione spirituale delle persone unite nella nazione. Le nazioni si distinguono l’una dall’altra non solo per le loro condizioni di vita ma anche per la formazione intellettuale, che si esprime nelle caratteristiche della cultura nazionale. Se l’Inghilterra, gli Stati Uniti e l’Irlanda, che parlano un’unica lingua, costituiscono nondimeno tre differenti nazioni, ciò è dovuto in misura non indifferente alla particolare conformazione psichica che si è creata in esse col succedersi delle generazioni, per effetto delle diverse condizioni di esistenza.
    Certo, la conformazione psichica in sé, o, come altrimenti viene chiamata, il «carattere nazionale», è per l’osservatore qualche cosa di inafferrabile, ma nella misura in cui si esprime in una cultura originale, comune alla nazione, è percepibile e non può essere ignorata.
    Inutile dire che il «carattere nazionale» non è qualche cosa di fissato una volta per sempre, ma muta col mutare delle condizioni di vita; però, in quanto esiste in ogni dato momento, imprime il suo suggello alla fisionomia della nazione.
    La comune conformazione psichica, che si esprime nella cultura comune, è dunque uno dei tratti caratteristici della nazione.
    In tal modo, abbiamo esaurito tutte le caratteristiche della nazione.
    La nazione è una comunità stabile, storicamente formatasi, che ha la sua origine nella comunità di lingua, di territorio, di vita economica e di conformazione psichica che si manifesta nella comune cultura.
    Con ciò è evidente che la nazione, come ogni altro fenomeno storico, sottostà alla legge del mutamento; ha la propria storia, il proprio principio e la propria fine.
    È necessario sottolineare che nessuna delle caratteristiche indicate, presa isolatamente, è sufficiente a definire la nazione. Anzi, basta che manchi una sola di queste caratteristiche, perché la nazione cessi di essere tale.
    Si possono immaginare popolazioni che abbiano un «carattere nazionale» comune, e tuttavia non si può dire che costituiscano una nazione, se non sono collegate economicamente, se vivono su territori differenti, se parlano lingue diverse, ecc. Tali sono, per esempio, i russi, i galiziani, gli americani, i georgiani, gli ebrei del Caucaso, che non costituiscono a nostro avviso un’unica nazione.
    Si possono immaginare popolazioni che abbiano un territorio comune e una comune vita economica; e tuttavia esse non costituiscono una nazione se non hanno lingua e «carattere nazionale» comuni. Tali sono, per esempio, i tedeschi e i lettoni del Baltico.
    Infine, i norvegesi e i danesi parlano la stessa lingua, ma non costituiscono una nazione, perché mancano gli altri caratteri.
    Solo se tutti i caratteri esistono congiuntamente, si ha la nazione.
    Può sembrare che il «carattere nazionale» non sia uno dei caratteri ma l’unico carattere essenziale della nazione e che tutti gli altri siano, propriamente, condizioni dello sviluppo della nazione, e non suoi tratti caratteristici. Sostengono quest’opinione, per esempio, i teorici socialdemocratici della questione nazionale ben noti in Austria, R. Springer (4) e, particolarmente, O. Bauer (5).
    Esaminiamo la loro teoria della nazione.

    Secondo lo Springer, «la nazione è un’unione di persone che pensano nello stesso modo e parlano nello stesso modo ». La nazione è una «comunità culturale di gruppi di contemporanei, non legata alla “terra”» (il corsivo è nostro).

    È dunque un’unione di persone che pensano e parlano nello stesso modo, per quanto siano separate le une dalle altre e dovunque vivano.
    Il Bauer si spinge più oltre.

    «Che cos’è la nazione? — domanda. — È forse la comunità di lingua che unisce le persone in una nazione? Ma gli inglesi e gli irlandesi... parlano la stessa lingua, senza costituire, tuttavia, un unico popolo; gli ebrei non hanno affatto una lingua comune, e nondimeno costituiscono una nazione».

    Che cos’è dunque una nazione?

    «La nazione è una relativa comunità di carattere».

    Ma, in questo caso, che cos’è il carattere, il carattere nazionale?

    Il carattere nazionale è «la somma dei caratteri che distinguono le persone di una nazionalità da quelle di un’altra, il complesso delle qualità fisiche e spirituali che distinguono una nazione dall’altra».

    Il Bauer, naturalmente, sa che il carattere nazionale non cade dal cielo, e perciò soggiunge:

    «Il carattere delle persone non è determinato da nient’altro che dal loro destino»... «la nazione non altro che la comunanza del destino», determinata, a sua volta, «dalle condizioni nelle quali le persone producono i loro mezzi di esistenza e ripartiscono i prodotti del loro lavoro».

    In tal modo, siamo giunti alla definizione più «completa», come si esprime il Bauer, della nazione.

    «La nazione è un insieme di persone unite da un carattere comune sulla base del comune destino».

    Dunque: carattere nazionale comune sulla base del comune,destino, senza un nesso necessario con la comunanza di territorio, di lingua e di vita economica.
    Ma che cosa rimane in questo caso della nazione? Di quale comunità nazionale si può parlare, trattandosi di persone separate economicamente l’una dall’altra, che popolano territori diversi e che di generazione in generazione parlano lingue diverse?
    Il Bauer parla degli ebrei come di una nazione, sebbene «non abbiano affatto una lingua comune»; ma di quale «destino comune» e di quale legame nazionale si può parlare, per esempio, per gli ebrei georgiani, daghestani, russi e americani, che sono completamente staccati gli uni dagli altri, abitano in territori diversi e parlano lingue diverse?
    Gli ebrei cui ho accennato vivono senza dubbio una vita economica e politica comune con i georgiani, i daghestani, i russi e gli americani, in una atmosfera culturale comune con loro; questo non può non lasciare la sua impronta sul loro carattere nazionale; se qualcosa di comune è rimasto loro, è la religione, la comune origine e qualche residuo del carattere nazionale. Tutto questo è certo. Ma come si può sostenere seriamente che dei riti religiosi fossilizzati e dei residui psicologici che vanno dileguandosi influiscano sul «destino» dei suddetti ebrei più fortemente del vivo ambiente economico-sociale e culturale che li circonda? Eppure solo con una simile ipotesi si può parlare degli ebrei in generale come di un’unica nazione.
    In che cosa si distingue allora la nazione di Bauer dallo «spirito nazionale», mistico e autosufficiente degli spiritualisti?
    Il Bauer pone una barriera insormontabile fra il «tratto caratteristico» della nazione (il carattere nazionale) e le «condizioni» di vita, scindendo l’uno dalle altre. Ma che cos’è il carattere nazionale, se non il riflesso delle condizioni di vita, se non l’essenza delle impressioni ricevute dall’ambiente circostante? Come limitarci al solo carattere nazionale, isolandolo e staccandolo dal terreno che lo ha generato?
    E poi, in che cosa precisamente si distingueva la nazione inglese da quella nordamericana alla fine del secolo XVIII e al principio del XIX, quando l’America del Nord si chiamava ancora «Nuova Inghilterra»?
    Non già, certamente, nel carattere nazionale, perché i nordamericani erano originari dell’Inghilterra, avevano portato con sé in America oltre alla lingua inglese anche il carattere nazionale inglese e, certamente, non potevano perderlo così facilmente, benché sotto l’influsso di nuove condizioni, dovesse svilupparsi in loro un carattere particolare. E tuttavia, nonostante la maggiore o minore comunanza di carattere, essi costituivano già, allora, una nazione distinta dall’Inghilterra! Evidentemente, la «Nuova Inghilterra» come nazione si distingueva allora dall’Inghilterra come nazione non per un particolare carattere nazionale, o non tanto per il carattere nazionale, quanto per l’ambiente, le condizioni di vita diverse da quelle dell’Inghilterra.
    È quindi chiaro che in realtà non esiste un unico tratto caratteristico della nazione. Esiste solo una somma di tratti caratteristici, dei quali, quando si paragonino le nazioni, risalta con maggior rilievo ora l’uno (il carattere nazionale), ora l’altro (la lingua), ora un terzo (il territorio, le condizioni economiche). La nazione rappresenta l’incontro di tutti i tratti caratteristici presi insieme.
    Il punto di vista di Bauer, che identifica la nazione col carattere nazionale, distacca la nazione dalla realtà e la converte in una forza misteriosa, per sé stante. Ne risulta non una nazione viva ed operante, ma un che di mistico, di inafferrabile e di trascendente. Perché, ripeto, che cos’è, per esempio, questa nazione ebraica, che si compone di ebrei georgiani, daghestani, russi, americani e altri, questa nazione i cui membri non si comprendono l’un l’altro (parlano lingue diverse), vivono in diverse parti del globo, non si vedono mai tra loro, non agiscono mai congiuntamente, nè in tempo di pace, nè in tempo di guerra?
    No, la socialdemocrazia non stabilisce il suo programma nazionale per queste «nazioni» che esistono solo sulla carta. Essa può tener conto soltanto delle nazioni effettive, che agiscono e si muovono e costringono perciò a tener conto di loro.
    Il Bauer, evidentemente, confonde la nazione, che è una categoria storica, con la stirpe, che è una categoria etnografica.
    Del resto lo stesso Bauer, evidentemente, sente la debolezza della propria posizione. Pur affermando decisamente, all’inizio del suo libro, che gli ebrei sono una nazione, alla fine si corregge, affermando che «la società capitalistica generalmente non dà loro [agli ebrei] la possibilità di continuare a esistere come nazione» e li assimila ad altre nazioni. A quanto pare, ciò è dovuto al fatto che «gli ebrei non hanno una zona delimitata di colonizzazione», mentre una zona di questo genere l’hanno, per esempio, i cechi, che debbono, secondo il Bauer, continuare a esistere come nazione. In una parola: ciò è dovuto alla mancanza di territorio.
    Con questo ragionamento, il Bauer voleva dimostrare che l’autonomia nazionale non può essere una rivendicazione degli operai ebrei, ma con questo ha confutato inavvertitamente la sua stessa teoria, la quale nega che il territorio comune sia uno dei tratti caratteristici della nazione.
    Ma Bauer va più in là. All’inizio del suo libro dichiara precisamente che «gli ebrei non hanno affatto una lingua comune e costituiscono, nondimeno, una nazione» . Ma non è ancor giunto a pagina 130 che già cambia posizione e dichiara altrettanto precisamente: «È certo che nessuna nazione è possibile senza lingua comune» (il corsivo è nostro).
    Il Bauer qui voleva dimostrare che «la lingua è lo strumento più importante dei rapporti fra gli uomini», ma con questo inavvertitamente ha anche dimostrato una cosa che non si proponeva di dimostrare, e precisamente l’inconsistenza della sua teoria della nazione, che nega l’importanza della lingua comune.
    In questo modo si confuta da sé una teoria cucita col filo idealistico.

  2. #2
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    Predefinito Rif: Le intuizioni essenziali di Josif Stalin

    II. Il movimento nazionale

    La nazione non è soltanto una categoria storica, ma una categoria storica di un’epoca determinata, l’epoca del capitalismo ascendente.
    Il processo di liquidazione del feudalesimo e di sviluppo del capitalismo è al tempo stesso un processodi unificazione delle popolazioni in nazione. Così, per esempio, sono andate le cose nell’Europa occidentale. Gli inglesi, i francesi, i tedeschi, gli italiani e altri si sono fusi in nazione durante l’ascesa vittoriosa del capitalismo, che trionfava sul frazionamento feudale.
    Ma nell’Europa occidentale la formazione delle nazioni significava al tempo stesso la loro trasformazione in stati nazionali indipendenti. La nazione inglese, francese e le altre sono al tempo stesso lo stato inglese e così via. L’Irlanda, rimasta fuori di questo processo, non cambia il quadro generale.
    In maniera piuttosto diversa sono andate le cose nell’Europa orientale. Mentre in Occidente le nazioni si sviluppavano in stati, in Oriente si formavano stati plurinazionali, stati composti di parecchie nazionalità. Tali l’Austria-Ungheria e la Russia. In Austria i tedeschi, più progrediti dal punto di vista politico, si assunsero il compito di unificare le varie nazionalità in un solo stato. In Ungheria si dimostrarono più adatti a organizzare lo stato i magiari, nucleo delle nazionalità ungheresi ed unificatori dell’Ungheria. In Russia, il compito di unificare le nazionalità fu assunto dai grandirussi, che avevano alla loro testa una burocrazia militare aristocratica, forte e organizzata, formatasi storicamente.
    Così sono andate le cose in Oriente.
    Questo modo particolare di formazione degli stati poteva aver luogo solo nel quadro di un feudalesimo non ancor liquidato, nel quadro di un capitalismo debolmente sviluppato, in cui le nazionalità, ricacciate in secondo piano, non erano ancora riuscite a consolidarsi economicamente in nazioni unificate.
    Ma il capitalismo incomincia a svilupparsi anche negli stati dell’Europa orientale. Si sviluppano commerci e vie di comunicazione. Sorgono grandi città. Le nazioni si consolidano economicamente. Irrompendo nella vita tranquilla delle nazionalità oppresse, il capitalismo le desta e le mette in movimento. Lo sviluppo della stampa e del teatro, l’attività del Reichsrat (in Austria) e della Duma (in Russia) contribuiscono al rafforzamento dei «sentimenti nazionali». Gli intellettuali che sorgono si compenetrano dell’«idea nazionale» ed agiscono nello stesso senso...
    Ma destandosi a vita indipendente, le nazioni oppresse non si uniscono ormai più in stati nazionali indipendenti: esse incontrano sul loro cammino una fortissima opposizione da parte degli strati dirigenti delle nazioni dominanti, che già da tempo sono alla testa dello stato. Sono arrivate troppo tardi!...
    Così si costituiscono in nazione i cechi, i polacchi, ecc., in Austria; i croati, ecc., in Ungheria; i lettoni, i lituani, gli ucraini, i georgiani, gli armeni, ecc., in Russia. Quella che era un’eccezione nell’Europa occidentale (l’Irlanda) è divenuta la regola in Oriente.
    In Occidente, l’Irlanda aveva reagito alla sua situazione eccezionale con un movimento nazionale. In Oriente, le nazioni risvegliate dovevano reagire nello stesso modo.
    Così si sono formate le circostanze che hanno spinto alla lotta le giovani nazioni dell’Europa orientale.
    La lotta, per essere esatti, è incominciata e si è accesa non tra intere nazioni, ma tra le classi dirigenti delle nazioni dominanti e di quelle oppresse.
    Abitualmente, conducono la lotta o la piccola borghesia cittadina della nazione oppressa contro la grande borghesia della nazione dominante (cechi e tedeschi), o la borghesia agricola della nazione oppressa contro l’aristocrazia fondiaria della nazione dominante (gli ucraini in Polonia), o tutta la borghesia «nazionale» delle nazioni oppresse contro la nobiltà che è al governo della nazione dominante (Polonia, Lituania, Ucraina e Russia).
    La borghesia è la protagonista.
    La questione fondamentale per la giovane borghesia è il mercato. Vendere le proprie merci ed uscire vittoriosa dalla concorrenza con la borghesia di un’altra nazionalità, questo il suo scopo. Di qui il suo desiderio di assicurarsi un «proprio» mercato «nazionale». Il mercato è la prima scuola dove la borghesia impara il nazionalismo.
    Ma la questione, di solito, non si limita al mercato. Alla lotta prende parte la burocrazia semifeudale-semiborghese della nazione dominante con il suo metodo di «tirare e non mollare». La borghesia della nazione dominante, grande o piccola che sia, ha la possibilità di avere il sopravvento «più rapidamente», «in modo più decisivo» sui suoi concorrenti. Si uniscono le «forze» e... incomincia contro la borghesia «allogena» tutta una serie di misure restrittive che degenerano in persecuzioni. La lotta passa dal campo commerciale al campo politico. Restrizioni alla libertà di spostamento, limitazioni all’uso della lingua, limitazioni al diritto di voto, riduzione delle scuole, limitazioni nel campo religioso, ecc., si rovesciano addosso alla concorrente. Certo, queste misure non sono dirette a favorire soltanto gli interessi delle classi borghesi della nazione dominante, ma anche, più specificamente, i fini di casta, per così dire, della burocrazia, che esercita il potere. Ma dal punto di vista dei risultati ciò non cambia nulla: in questo caso, le classi borghesi e la burocrazia vanno a braccetto, sia che si tratti dell’Austria-Ungheria, sia che si tratti della Russia.
    Stretta da tutte le parti, la borghesia della nazione oppressa si mette naturalmente in movimento. Essa fa appello ai «fratelli del basso popolo» e incomincia ad inneggiare alla «patria» spacciando la propria causa particolare come causa di tutto il popolo. Essa recluta il suo esercito di «compatrioti», nell’interesse della... «patria». E il «basso popolo» non resta sempre sordo agli appelli e si raccoglie intorno alla bandiera della borghesia: le persecuzioni contro la borghesia opprimono anche il popolo e suscitano il suo malcontento.
    Così incomincia il movimento nazionale.
    La forza del movimento nazionale dipende dalla misura in cui vi partecipano i larghi strati della nazione, il proletariato e i contadini.
    Il proletariato si metterà o no sotto la bandiera del nazionalismo borghese, secondo il grado di sviluppo delle contraddizioni di classe, secondo la sua coscienza e organizzazione. Un proletariato cosciente ha la propria bandiera provata, e non ha motivo di mettersi sotto la bandiera della borghesia.
    Per quanto riguarda i contadini, la loro partecipazione al movimento nazionale dipende prima di tutto dal carattere della repressione. Se le repressioni toccano gli interessi della «terra», come è accaduto in Irlanda, le grandi masse contadine passano immediatamente sotto la bandiera del movimento nazionale.
    D’altra parte, se, per esempio in Georgia, non esiste un nazionalismo antirusso di una qualche importanza, ciò è dovuto innanzi tutto al fatto che laggiù non vi sono proprietari fondiari russi o grande borghesia russa, che potrebbero alimentare tale nazionalismo tra le masse. In Georgia esiste un nazionalismo antiarmeno, perché qui c’è ancora una grande borghesia armena, la quale, opprimendo la piccola borghesia georgiana, non ancora consolidatasi, la orienta verso il nazionalismo antiarmeno.
    In dipendenza di questi fattori, il movimento nazionale o assume un carattere di massa, sviluppandosi sempre più (Irlanda, Galizia), oppure si trasforma in una catena di piccole scaramucce, degenerando in scandali e in «lotte» per le insegne dei negozi (come in alcune cittadine della Boemia).
    Il contenuto del movimento nazionale non può certo essere uguale dappertutto. Esso è unicamente determinato dalle diverse rivendicazioni nelle quali si esprime. In Irlanda, il movimento ha un carattere agrario, in Boemia un carattere “ linguistico”; qui si rivendica l’eguaglianza di diritti civili e la libertà di culto, là si esigono «propri» funzionari o una propria Dieta. Nelle diverse rivendicazioni non di rado si manifestano vari tratti che caratterizzano la nazione in generale (lingua, territorio, ecc.). È degno d’attenzione il fatto che in nessun caso si avanzano rivendicazioni concernenti il «carattere nazionale» generale del Bauer. E si capisce: il «carattere nazionale» di per sé è inafferrabile e, come ha giustamente osservato J. Strasser, la politica non vi ha niente a che fare. Queste, in generale, le forme e il carattere del movimento nazionale.
    Da ciò che si è detto risulta chiaramente che la lotta nazionale, nel quadro del capitalismo ascendente, è una lotta delle classi borghesi tra loro. Talvolta la borghesia riesce ad attirare il proletariato nel movimento nazionale, ed allora la lotta nazionale assume, esteriormente, un carattere «popolare», ma solo esteriormente. Nella sua essenza, la lotta resta sempre borghese, vantaggiosa e utile soprattutto per la borghesia.
    Ma da ciò non consegue affatto che il proletariato non debba lottare contro la politica di oppressione nazionale.
    Le limitazioni alla libertà di trasferirsi da un luogo all’altro, la privazione del diritto di voto, le limitazioni all’uso della lingua, la soppressione di scuole ed altre persecuzioni colpiscono gli operai altrettanto, se non più, della borghesia. Una situazione simile non può che ritardare il processo di libero sviluppo delle forze spirituali nel proletariato delle nazioni oppresse. Non si può parlare seriamente di pieno sviluppo delle facoltà spirituali dell’operaio tartaro o ebreo, quando non gli si dà la possibilità di usare la lingua materna nelle adunanze e nelle conferenze, quando gli si chiudono le scuole.
    Ma la politica delle persecuzioni nazionalistiche è pericolosa per la causa del proletariato anche da un altro punto di vista. Essa distoglie l’attenzione di larghi strati della popolazione dai problemi sociali, dai problemi della lotta di classe, per dirigerla verso i problemi nazionali, verso i problemi «comuni» al proletariato e alla borghesia. E ciò crea un terreno che si presta alla falsa predicazione della «armonia d’interessi», favorisce la tendenza a mettere in ombra gli interessi di classe del proletariato, l’asservimento spirituale degli operai. Così si crea un ostacolo serio alla causa dell’unione dei proletari di tutte le nazionalità. Se una parte notevole degli operai polacchi è rimasta finora spiritualmente asservita ai nazionalisti borghesi, è rimasta finora fuori del movimento operaio internazionale, ciò è dovuto soprattutto al fatto che la tradizionale politica antipolacca dei «governanti» crea il terreno per tale asservimento e fa sì che difficilmente gli operai possano liberarsene.
    Ma la politica di repressione non si limita a questo. Dal «sistema» dell’oppressione passa non di rado al «sistema» dell’istigazione, all’odio tra le nazioni, al «sistema» dei massacri e dei pogrom. Naturalmente, quest’ultimo sistema non è possibile sempre e ovunque, ma dove è possibile, quando mancano le libertà elementari, assume spesso proporzioni terribili, minacciando di annegare nel sangue e nelle lacrime la causa dell’unione degli operai. Il Caucaso e la Russia meridionale offrono non pochi esempi. Divide et impera: questo il fine della politica di istigazione all’odio. E nella misura in cui riesce, questa politica rappresenta per il proletariato il peggiore dei mali, l’ostacolo più serio alla causa dell’unione degli operai di tutte le nazionalità di uno stato.
    Ma gli operai sono interessati ad unire tutti i loro compagni in un solo esercito internazionale, a liberarli rapidamente e definitivamente dall’asservimento spirituale alla borghesia e a dar pieno e libero sviluppo alle energie spirituali dei loro fratelli, a qualunque nazione appartengano.
    Perciò gli operai si battono e si batteranno contro la politica di oppressione delle nazioni in ogni sua forma, dalla più raffinata alla più grossolana, come pure contro la politica di istigazione all’odio in tutti i suoi aspetti.
    Perciò la socialdemocrazia di tutti i paesi proclama il diritto delle nazioni all’autodecisione.
    Diritto all’autodecisione, cioè: solo la nazione stessa ha il diritto di decidere il proprio destino, nessuno ha il diritto di intromettersi a forza nella vita di una nazione, di distruggerne le scuole e altreistituzioni, di abolirne le usanze e i costumi, di vietarne la lingua, di menomarne i diritti.
    Questo non significa certo che la socialdemocrazia sosterrà indistintamente tutte le usanze e le istituzioni di una nazione. Lottando contro la violenza esercitata ai danni di una nazione, essa difenderà solo il diritto della nazione a decidere il proprio destino e condurrà nel tempo stesso un’agitazione contro le usanze e le istituzioni dannose di questa nazione, affinché i lavoratori possano liberarsene.
    Il diritto all’autodecisione significa che la nazione può organizzarsi secondo il proprio desiderio. Essa ha il diritto di organizzare la propria esistenza secondo i principi dell’autonomia. Essa ha il diritto di stabilire rapporti federativi con altre nazioni o di separarsi completamente da esse. La nazione è sovrana e tutte le nazioni hanno eguali diritti.
    Ciò non significa naturalmente che la socialdemocrazia debba difendere qualsiasi rivendicazione di una nazione. Una nazione ha il diritto di tornare anche ai vecchi ordinamenti, ma questo non significa ancora che la socialdemocrazia sottoscriva una decisione di questo genere, presa da una qualunque istituzione nazionale. I doveri della socialdemocrazia, che difende gli interessi del proletariato, e i diritti della nazione, che è composta di diverse classi, sono due cose diverse.
    Pur lottando per il diritto delle nazioni all’autodecisione, la socialdemocrazia si prefigge di metter fine alla politica di oppressione delle nazioni, di renderla impossibile, e con ciò di evitare la lotta fra le nazioni, di attenuarla, di ridurla al minimo.
    È sostanzialmente questo che distingue la politica del proletariato cosciente da quella della borghesia, che cerca di approfondire e di estendere la lotta nazionale, di protrarre e di acuire il movimento nazionale.
    Appunto per questo il proletariato cosciente non può mettersi sotto la bandiera «nazionale» della borghesia.
    Appunto per questo la politica cosiddetta «nazional-evoluzionistica» preconizzata dal Bauer non può diventare la politica del proletariato. Il tentativo del Bauer di identificare la sua politica «nazional-evoluzionistica» con la politica «della classe operaiacontemporanea» è un tentativo di adattare la lotta di classe degli operai alla lotta della nazione.
    I destini del movimento nazionale, essenzialmente borghese, sono naturalmente legati al destino della borghesia. La caduta definitiva del movimento nazionale è possibile solo con la caduta della borghesia. Solo nel regno nel socialismo può essere instaurata la pace completa. Ma ridurre al minimo la lotta nazionale, scalzarne le radici, renderla meno nociva per il proletariato è possibile anche nell’ambito del capitalismo. Ne fanno fede, se non altro, gli esempi della Svizzera e dell’America. A tale scopo è necessario democratizzare il paese e dare alle nazioni la possibilità di un libero sviluppo.

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    III. Impostazione del problema

    Una nazione ha il diritto di decidere liberamente il suo destino. Ha il diritto di organizzarsi come le aggrada, naturalmente senza calpestare i diritti delle altre nazioni. Questo è fuori discussione.
    Ma come precisamente dovrà organizzarsi, quali forme dovrà avere la sua futura costituzione, se si prendono in considerazione gli interessi della grande maggioranza della nazione e anzitutto del proletariato?
    La nazione ha il diritto di organizzarsi in forma autonoma. Ha anche il diritto di staccarsi dallo stato di cui fa parte. Ma ciò non significa ancora che debba farlo in qualsiasi circostanza, che l’autonomia o la separazione siano, sempre e dovunque, utili alla nazione, cioè alla sua maggioranza, alla popolazione lavoratrice. I tartari della Transcaucasia, come nazione, possono riunirsi, supponiamo, in una loro Dieta, e, sottomettendosi all’influenza dei loro bey e mullah, possono restaurare nel loro paese i vecchi ordinamenti, decidere la separazione dallo stato. Secondo il principio dell’autodecisione, hanno pieno diritto di farlo. Ma sarebbe conforme agli interessi dei lavoratori della nazione tartara? Può forse la socialdemocrazia considerare con indifferenza il fatto che i bey e i mullah trascinano al loro seguito le masse per la soluzione della questione nazionale? Non deve forse la socialdemocrazia intromettersi nella questione e influire in un determinato modo sulla volontà della nazione? Non deve forse intervenire con un piano completo per una soluzione del problema che sia più vantaggiosa per le masse tartare?
    Ma qual è la decisione più conforme agli interessi delle masse lavoratrici? L’autonomia, la federazione o la separazione?
    Tutti questi sono problemi la cui decisione dipende dalle condizioni storiche concrete nelle quali si trova la nazione data.
    Anzi, le condizioni, come ogni altra cosa, mutano, e una decisione, giusta in un dato momento, può palesarsi assolutamente sbagliata in un altro momento.
    Verso la metà del secolo XIX Marx era per la separazione della Polonia russa, e aveva ragione, perché allora si trattava di liberare una cultura superiore da una inferiore, che l’annientava. E la questione esisteva allora non solo in teoria, accademicamente, ma in pratica, nella vita stessa...
    Alla fine del secolo XIX i marxisti polacchi si esprimono già contro la separazione della Polonia, ed anch’essi hanno ragione, perché negli ultimi cinquant’anni sono avvenuti profondi mutamenti nel senso di un ravvicinamento economico e culturale della Russia e della Polonia. Inoltre in questo periodo la questione della separazione si trasforma da argomento pratico in argomento di dispute accademiche che preoccupano forse soltanto gli intellettuali emigrati. Ciò non esclude, s’intende, la possibilità di certe circostanze interne ed estere, nelle quali il problema della separazione della Polonia possa ridiventare un problema d’attualità.
    Ne consegue che la soluzione della questione nazionale è possibile solo in relazione alle condizioni storiche, considerate nel loro sviluppo.
    Le condizioni economiche, politiche e culturali, nelle quali si trova una data nazione, sono l’unica chiave per deciderecome precisamente essa debba organizzarsi,quali forme debba assumere la sua futura costituzione. È possibile, quindi, che per ogni nazione occorra dare al problema una particolare soluzione. Se c’è un caso nel quale sia necessario impostare dialetticamente un problema, questo caso è proprio quello della questione nazionale.
    Perciò dobbiamo decisamente pronunciarci contro un metodo molto diffuso, ma anche molto sommario, che ha la sua origine nel Bund di «risolvere» la questione nazionale. Alludiamo al facile metodo di ispirarsi alla socialdemocrazia dell’Austria e del Sud slavo, che ha già risolto la questione nazionale e dalla quale i socialdemocratici russi dovrebbero semplicemente prendere in prestito la soluzione. Con ciò si presupporrebbe che tutto ciò che è giusto, diciamo così, per l’Austria, sia tale anche per la Russia. Si dimentica la cosa più importante, e nel nostro caso decisiva: le condizioni storiche concrete in Russia, in generale, e nella vita di ogni singola nazione nei confini della Russia, in particolare.
    Ascoltiamo, per esempio, il noto bundista Kossovski:

    «Al IV Congresso del Bund, quando si è esaminata la prima parte della questione (si tratta della questione nazionale. G. St.), la proposta di un congressista di risolverla nello spirito della risoluzione del partito socialdemocratico del Sud slavo ha suscitato l’approvazione generale».

    In conclusione, «il congresso si è pronunciato alla unanimità» per... l’autonomia nazionale.
    E questo è tutto! Nessuna analisi della realtà russa, nessun esame delle condizioni di vita degli ebrei in Russia: prima si prende a prestito la risoluzione del partito socialdemocratico del Sud slavo, poi si «approva» e poi «si accetta all’unanimità» questa risoluzione. Così i bundisti pongono e «risolvono» la questione nazionale in Russia...
    Fra l’altro, l’Austria e la Russia presentano condizioni assolutamente diverse. Con questo si spiega anche perché la socialdemocrazia austriaca, che a Brünn (6) (1899) approvò un programma nazionale nello spirito della risoluzione del partito socialdemocratico del Sud slavo (per la verità, con alcuni emendamenti insignificanti), non affronta affatto la questione, per così dire, alla russa e, naturalmente, non la risolve alla russa.
    Prima di tutto, l’impostazione della questione. Come formulano il problema i teorici austriaci dell’autonomia culturale nazionale, i commentatori del programma nazionale di Brünn e della risoluzione del partito socialdemocratico del Sud slavo, Springer e Bauer?

    «Non rispondiamo qui — dice lo Springer — alla questione se sia possibile, in generale, uno stato plurinazionale e se le nazionalità austriache, in particolare, debbano formare un’unica entità politica; considereremo risolte queste questioni. Per chi non è d’accordo sull’accennata possibilità e necessità, la nostra conclusione, naturalmente, sarà infondata. La nostra tesi è: certe nazioni sono obbligate a condurre un’esistenza comune; quali forme giuridiche danno loro la possibilità di vivere nel modo migliore?» (il corsivo è di Springer).

    Così, l’integrità statale dell’Austria è il punto di partenza.
    Il Bauer dice la stessa cosa: «Noi partiamo dal presupposto che le nazionalità dell’Austria restino nella stessa unione statale in cui vivono oggi e ci domandiamo quali debbano essere, nel quadro di questa unione, i rapporti delle nazioni tra loro e di tutte loro verso lo stato».
    Di nuovo: l’integrità dell’Austria è il primo dovere.
    Può la socialdemocrazia russa porre la questione in questo modo? No, non lo può. E non lo può perché fin dall’inizio è partita dal principio dell’autodecisione delle nazioni, in virtù del quale la nazione ha il diritto alla separazione. Perfino il bundista Goldblatt, al secondo congresso della socialdemocrazia della Russia, riconobbe che quest’ultima non poteva ripudiare il punto di vista dell’autodecisione. Ecco che cosa diceva allora il Goldblatt:

    «Contro il diritto di autodecisione non si può obiettare nulla. Nel caso che una nazione lotti per l’indipendenza non è possibile opporvisi. Se la Polonia non vuole contrarre un “matrimonio legale” con la Russia, non tocca a noi ostacolarla».

    Le cose stanno così; ma ne consegue che i punti di partenza dei socialdemocratici russi e austriaci non solo non sono simili, ma sono addirittura opposti. Dopo di che, si può forse parlare della possibilità di prendere a prestito dagli austriaci il programma nazionale?
    Ancora: gli austriaci pensano di realizzare «la libertà delle nazionalità» lentamente, per via di piccole riforme. Proponendo l’autonomia culturale nazionale come soluzione pratica, essi non contano affatto su un cambiamento radicale, su un movimento democratico di liberazione; questo non rientra nella loro prospettiva. Invece i marxisti russi, non avendo motivo di contare sulle riforme, legano la questione della «libertà delle nazionalità» a un probabile mutamento radicale, a un movimento democratico di liberazione. E questo cambia sostanzialmente la questione per quanto riguarda il probabile destino delle nazioni in Russia.

    «Certo — dice il Bauer — è difficile pensare che l’autonomia nazionale sia il risultato di una grande decisione, di un’azione audace, decisiva. L’Austria andrà verso la sua autonomia nazionale passo passo, con un processo lento e penoso, con una lotta difficile, in conseguenza della quale la legislazione e il governo si troveranno in una condizione di paralisi cronica. No, non per mezzo di un grande atto legislativo, ma con numerose leggi parziali emanate per le diverse regioni, per le diverse comunità, si creerà il nuovo ordinamento giuridico-statale».

    La stessa cosa afferma lo Springer:

    «So benissimo che istituzioni di questo genere (gli organi dell’autonomia nazionale. G. St.) non si creeranno nè in un anno nè in un decennio. La sola riorganizzazione dell’ amministrazione prussiana ha richiesto un lungo periodo di tempo... Alla Prussia sono occorsi due decenni per stabilire definitivamente le sue istituzioni amministrative fondamentali. Non si creda perciò che io non sappia quanto tempo e quante difficoltà occorreranno per l’Austria».

    Tutto ciò è chiaro. Ma possono i marxisti russi non legare la questione nazionale alle «azioni audaci, decisive»? Possono contare su riforme parziali, su numerose leggi parziali, come mezzo per conquistare «la libertà delle nazionalità»? E se non possono e non debbono far questo, non è forse chiaro che i metodi di lotta e le prospettive degli austriaci e dei russi sono completamente diversi?
    Come si può, in tale situazione, limitarsi all’autonomia nazionale degli austriaci, unilaterale e parziale? Una delle due: o coloro che vogliono prendere a prestito il programma nazionale degli austriaci non contano su «azioni audaci e decisive», oppure ci contano, ma «non sanno quel che si fanno».
    Infine la Russia e l’Austria si trovano di fronte a problemi di attualità del tutto diversi e per conseguenza anche il modo di risolvere la questione nazionale dev’essere diverso. L’Austria vive in regime parlamentare e nelle condizioni attuali non è possibile un’evoluzione senza il parlamento. Ma la vita parlamentare e l’attività legislativa in Austria non di rado sono completamente interrotte dai conflitti acuti dei partiti nazionali. Questo spiega anche la crisi politica cronica di cui l’Austria soffre da tempo. In conseguenza, la questione nazionale in Austria è il perno della vita politica, è questione vitale! Non c’è quindi da meravigliarsi che in Austria gli uomini politici socialdemocratici si sforzino di risolvere, in una maniera o nell’altra, prima di tutto la questione dei conflitti nazionali, naturalmente sulla base del parlamentarismo già esistente, con mezzi parlamentari...
    Non così in Russia. In Russia, prima di tutto, «grazie a Dio non c’è parlamento». In secondo luogo, e questo è importante, l’asse della vita politica della Russia non è la questione nazionale, ma la questione agraria. Perciò i destini della questione russa e, quindi, anche della «liberazione» delle nazioni, sono legati alla soluzione della questione agraria, cioè alla distruzione dei residui feudali, cioè alla democratizzazione del paese. Questo spiega perché in Russia la questione nazionale si presenti non come una questione a sé stante e decisiva, ma come una parte del problema più generale e più importante della liberazione del paese dal feudalesimo.

    «La sterilità del parlamento austriaco — scrive lo Springer — deriva esclusivamente dal fatto che ogni riforma genera in seno ai partiti nazionali delle contraddizioni, che ne minano la coesione, e perciò i capi dei partiti rifuggono attentamente da tutto ciò che sa di riforma. Il progresso dell’Austria è concepibile in generale solo nel caso che alle nazioni siano date posizioni legali imprescrittibili; ciò le esonera dalla necessità di mantenere nel parlamento veri e propri distaccamenti di combattimento e dà loro la possibilità di consacrarsi alla soluzione dei problemi economici e sociali».

    Lo stesso dice il Bauer:

    «La pace nazionale è innanzi tutto necessaria allo stato.Lo stato non può assolutamente tollerare che l’attività legislativa venga interrotta per una stupidissima questione di lingua, per ogni minima controversia di persone eccitate, in un posto qualunque entro i confini nazionali, per ogni nuova scuola».
    Tutto ciò è chiaro. Ma non è meno chiaro che in Russia la questione nazionale si pone su di un piano completamente diverso. In Russia non è la questione nazionale, ma la questione agraria che decide delle sorti del progresso. La questione nazionale é una questione subordinata.
    Così, una diversa impostazione della questione, diverse prospettive e diversi metodi di lotta, diversi compiti immediati. Non è forse evidente che in questa situazione solo dei topi di biblioteca che «risolvono» la questione nazionale fuori del tempo e dello spazio possono prendere esempio dall’Austria e pensare di prenderne in prestito il programma?
    Ancora una volta: le condizioni storiche concrete, come punto di partenza; l’impostazione dialettica della questione, come unica impostazione giusta: questa è la chiave per la soluzione della questione nazionale.

  4. #4
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    V. Il Bund, il suo nazionalismo, il suo separatismo

    Abbiamo detto sopra che il Bauer, pur riconoscendo necessaria l’autonomia nazionale per i cechi i polacchi, ecc., si esprime nondimeno contro l’autonomia per gli ebrei. Alla domanda: «Deve la classe operaia rivendicare l’autonomia per il popolo ebraico?», i1 Bauer risponde che «l’autonomia nazionale non può essere una rivendicazione degli operai ebrei». La ragione, secondo il Bauer, è che «la società capitalistica non permette loro (agli ebrei. G. St.) di mantenersi come nazione».
    In breve, la nazione ebraica cessa di esistere, dunque non c’è motivo di rivendicarne l’autonomia. Gli ebrei si vanno assimilando.
    Quest’opinione sul destino degli ebrei come nazione non è nuova. Marx l’enunciò sin dalla metà del secolo scorso, riferendosi soprattutto agli ebrei tedeschi. Kautsky la ripeté nel 1903, riferendosi agli ebrei russi. Ora la ripete il Bauer, riferendosi agli ebrei austriaci, con questa differenza, però, che egli nega non il presente, ma l’avvenire della nazione ebraica.
    Egli spiega l’impossibilità per gli ebrei di mantenersi come nazione col fatto che «gli ebrei non hanno un territorio delimitato di colonizzazione». Però questa spiegazione, fondamentalmente vera, non contiene tutta la verità. Sta di fatto, innanzi tutto, che non esiste uno strato considerevole di ebrei stabilmente legato alla terra, che consolidi naturalmente la nazione costituendone non solo l’ossatura, ma anche il mercato «nazionale». Su cinque o sei milioni di ebrei russi, solo il tre o quattro per cento sono legati in un modo o nell’altro all’agricoltura; il novantasei per cento sono occupati nel commercio, nell’industria, in uffici urbani e in generale vivono nelle città, ed inoltre, sparpagliati per la Russia, non costituiscono la maggioranza in nessun governatorato.
    In tal modo, infiltrati in regioni di altra nazionalità, gli ebrei formano minoranze nazionali, che servono soprattutto le nazioni «straniere» in qualità di industriali, commercianti o liberi professionisti, uniformandosi, naturalmente, alle «nazioni straniere» per la lingua, ecc. Tutto ciò, dato il crescente mescolarsi delle nazionalità, caratteristico nelle forme sviluppate dal capitalismo, porta all’assimilazione degli ebrei. L’eliminazione dell’obbligo di vivere in determinate «zone di residenza» non può che accelerarla.
    Per conseguenza, la questione dell’autonomia nazionale per gli ebrei russi assume un carattere alquanto strano: si propone l’autonomia per una nazione di cui si nega l’avvenire, di cui resta ancora da provare l’esistenza!
    Nondimeno il Bund si è messo su questa posizione strana e incerta, approvando nel suo VI Congresso (1905) un «programma nazionale» ispirato all’autonomia nazionale.
    Due circostanze hanno spinto il Bund a questo.
    La prima è l’esistenza del Bund come organizzazione degli operai socialdemocratici ebrei, e soltanto ebrei. Ancora prima del 1897, gruppi socialdemocratici che lavoravano tra gli operai ebrei si erano prefissi di creare «una particolare organizzazione operaia ebraica». Nel 1897 crearono quest’organizzazione, unendosi nel Bund. Questo accadde quando la socialdemocrazia della Russia non esisteva ancora, di fatto, come un tutto unico.
    Da allora il Bund è cresciuto e si è esteso ininterrottamente, distinguendosi sempre di più sullo sfondo dei giorni grigi della socialdemocrazia della Russia... Ma eccoci all’inizio del secolo XX. Ha inizio un movimento operaio di massa. La socialdemocrazia polacca si sviluppa e attrae gli operai ebrei nella lotta di massa. La socialdemocrazia della Russia si sviluppa ed attira a sé gli operai «bundisti». La cornice nazionale del Bund, priva di una base territoriale, diventa angusta. Il Bund si trova di fronte a un dilemma: o dissolversi nell’ondata generale internazionale, o difendere la propria esistenza indipendente di organizzazione extraterritoriale. Il Bund sceglie quest’ultima soluzione.
    Così viene creata la «teoria» del Bund come «unico rappresentante del proletariato ebraico».
    Ma giustificare in un modo più o meno «semplice» questa strana «teoria» era impossibile. Occorreva darle una veste «di princìpi», una giustificazione «di principio». Questa veste fu l’autonomia culturale nazionale. Il Bund si aggrappò ad essa, prendendola a prestito dalla socialdemocrazia austriaca. Se gli austriaci non avessero avuto questo programma, il Bund lo avrebbe inventato, per giustificare «in linea di principio» la sua esistenza indipendente.
    In tal modo, dopo un timido tentativo fatto nel 1901 (IV Congresso), il Bund adottò definitivamente nel 1905 il suo «programma nazionale» (VI Congresso).
    La seconda circostanza è la particolare situazione degli ebrei, che formano minoranze nazionali separate in seno a maggioranze nazionali compatte di intere province. Abbiamo già detto che tale situazione mina l’esistenza degli ebrei come nazione, li sospinge sulla via dell’assimilazione. Ma questo è un processo oggettivo. Soggettivamente, nella mente degli ebrei, suscita una reazione e fa sorgere il problema della garanzia dei loro diritti di minoranza nazionale, il problema della garanzia contro l’assimilazione. Propugnando la vitalità della «nazionalità» ebraica, il Bund non poteva non sostenere il punto di vista della «garanzia»; e, presa una posizione di questo genere, non poteva non accogliere l’autonomia nazionale, perché. se doveva aggrapparsi ad una qualsiasi autonomia, poteva aggrapparsi soltanto all’autonomia nazionale, cioè culturale nazionale. Di un’autonomia territoriale-politica degli ebrei non si poteva neanche parlare, in quanto essi erano privi di un territorio unito e definito.
    È caratteristico che il Bund abbia sottolineato fin dall’inizio il carattere nazionale dell’autonomia come garanzia dei diritti delle minoranze nazionali,come garanzia del «libero sviluppo» delle nazioni. Non a caso il rappresentante del Bund al Congresso della socialdemocrazia della Russia, Golblatt, definì l’autonomia nazionale come «istituzione che garantisce loro (alle nazioni. G. St.) la piena libertà di sviluppo culturale». I sostenitori delle idee del Bund sono entrati nel gruppo socialdemocratico alla quarta Duma, avanzando la stessa proposta.
    Così il Bund ha assunto la strana posizione dell’autonomia nazionale degli ebrei.
    Abbiamo esaminato sopra l’autonomia nazionale in generale. L’esame ci ha dimostrato che l’autonomia nazionale conduce al nazionalismo. Vedremo più avanti che il Bund è già arrivato a questo punto. Ma il Bund considera l’autonomia nazionale anche da un punto di vista particolare: quello della garanzia dei diritti delle minoranze nazionali. Esaminiamo la questione anche da questo punto di vista particolare. Ciò è tanto più necessario, in quanto la questione delle minoranze nazionali, e non solo delle minoranze ebraiche, ha una grande importanza per la socialdemocrazia.
    Dunque: «istituzioni che garantiscano» alle nazioni «la piena libertà di sviluppo culturale» (il corsivo è nostro. G. St.).
    Ma che cosa sono mai tali «istituzioni che garantiscano», ecc.?
    Prima di tutto il «consiglio nazionale» di Springer-Bauer, una specie di Dieta per gli affari culturali.
    Ma possono queste istituzioni garantire «la piena libertà di sviluppo culturale» delle nazioni? Può una qualsiasi Dieta per gli affari culturali garantire le nazioni dalle persecuzioni nazionalistiche?
    Il Bund ritiene di sì.
    Ma la storia dice il contrario.
    Nella Polonia russa c’è stata una volta una Dieta, una Duma politica, ed essa, certo, si è sforzata di garantire la libertà di «sviluppo culturale» dei polacchi; però non solo non vi è riuscita, ma al contrario è caduta essa stessa nell’impari lotta contro le condizioni politiche generali della Russia.
    In Finlandia esiste da molto tempo una Dieta che si sforza anch’essa di difendere dagli «attentati» la nazionalità finnica, ma tutti possono vedere se riesce a fare gran che in questo senso.
    Certo, c’è differenza tra Dieta e Dieta e non è così facile sbarazzarsi della Dieta finlandese, organizzata democraticamente, come ci si è sbarazzati di quella polacca aristocratica. Ma, comunque, l’elemento decisivo non è rappresentato dalla Dieta, ma dall’ordinamento generale della Russia: se oggi in Russia esistessero gli stessi ordinamenti politico-sociali brutalmente asiatici, come nel passato, come negli anni della soppressione della Dieta polacca, le cose andrebbero peggio per la Dieta finlandese. Del resto, la politica di «attentati» contro la Finlandia si sviluppa e non si può dire che abbia subito sconfitte.
    Se così stanno le cose per antiche istituzioni formatesi storicamente, come le Diete politiche, tanto meno potranno garantire il libero sviluppo nazionale delle Diete recenti, e per giunta deboli come le Diete «culturali». Il problema non sta evidentemente nelle «istituzioni», ma negli ordinamenti generali del paese. Se nel paese non c’è democrazia, non c’è neppure garanzia di «piena libertà di sviluppo culturale» delle nazionalità. Si può dire con sicurezza che quanto più un paese è democratico, tanto minori sono gli «attentati» alla «libertà delle nazionalità» e tanto maggiori le garanzie contro gli «attentati».
    La Russia è un paese semiasiatico e perciò la politica di «attentati» assume non di rado le forme più brutali, le forme di pogrom. Inutile dire che le «garanzie» in Russia, sono ridotte ai minimi termini.
    La Germania è già Europa, con maggiore o minor libertà politica. Non c’è da meravigliarsi se la politica di «attentati» non vi assume mai la forma di pogrom.
    In Francia, si capisce, vi sono «garanzie» ancora maggiori, perché la Francia è più democratica della Germania.
    Non parliamo poi della Svizzera, dove, grazie all’alto livello di democrazia, anche se borghese, le nazionalità, minoranze o maggioranze che siano, vivono liberamente.
    Dunque il Bund è su una falsa strada, quando afferma che le «istituzioni» di per sé possono garantire il pieno sviluppo culturale delle nazionalità.
    Si potrebbe osservare che lo stesso Bund considera la democratizzazione della Russia come condizione preliminare per la «creazione di istituzioni» e per la garanzia della libertà. Ma ciò non è esatto. Dal Resoconto dell’VIII Conferenza del Bund risulta che questo pensa di ottenere le «istituzioni» sulla base degli ordinamenti attuali in Russia, per mezzo di una «riforma» della comunità ebraica.

    «La comunità — diceva a questa conferenza uno dei capi del Bund — può diventare il nucleo della futura autonomia culturale nazionale. L’autonomia culturale nazionale è una forma di self-service, di servigio reso dalla nazione a se stessa, una forma di soddisfacimento delle rivendicazioni nazionali. La forma della comunità nasconde lo stesso contenuto. Sono anelli di una stessa catena, tappe di una sola evoluzione».

    Partendo da questa premessa, la conferenza ha deciso che bisogna lottare «per una riforma della Comunità ebraica e per la sua trasformazione in una istituzione laica», organizzata democraticamente, da ottenersi per vie legali (il corsivo è nostro. G. St.).
    È chiaro che il Bund considera come condizione e garanzia non la democratizzazione della Russia, ma la futura «istituzione laica» degli ebrei, ottenuta mediante la «riforma della comunità ebraica», per così dire per via «legislativa», attraverso la Duma delle esigenze nazionali. La forma della comunità nasconde lo stesso contenuto. Sono anelli di una sola catena, tappe di una sola evoluzione».
    Ma abbiamo già visto che le «istituzioni», se manca un ordinamento democratico di tutto lo stato, non possono servire di per sé come «garanzie».
    E allora, come fare nel futuro ordinamento democratico? Non occorreranno anche in regime di democrazia speciali «istituzioni culturali che garantiscano», ecc.? Come stanno le cose, a questo riguardo, per esempio, nella democratica Svizzera?
    Esistono in Svizzera speciali istituzioni culturali del tipo del «consiglio nazionale» di Springer? No, non ne esistono. E non ne soffrono gli interessi culturali, per esempio, degli italiani, che sono in Svizzera una minoranza? Non se ne sente parlare.
    Ed è comprensibile: la democrazia in Svizzera rende superflua qualsiasi «istituzione» nazionale particolare, «che garantisca», ecc.
    Impotenti oggi, dunque, e superflue domani: tali sono le istituzioni per l’autonomia culturale nazionale, tale è l’autonomia nazionale.
    Ma essa è ancor più nociva quando si riferisce a una «nazione» la cui esistenza e il cui avvenire sono dubbi. In simili casi, i sostenitori dell’autonomia nazionale sono costretti a difendere e a conservare tutte le particolarità della «nazione», e non solo quelle utili, ma anche quelle dannose, pur di «salvare la nazione» dall’assimilazione, pur di «conservarla».
    Il Bund doveva inevitabilmente mettersi su questa strada pericolosa. E in realtà ci si è messo. Ci riferiamo alle note risoluzioni delle ultime conferenze del Bund sul «sabato», sul «gergo», ecc.
    La socialdemocrazia rivendica il diritto della lingua materna per tutte le nazioni, ma il Bund non si contenta di questo; esso esige che si difenda «con particolare fermezza» il «diritto della lingua ebraica» (il corsivo è nostro. G. St.); e inoltre, nelle elezioni alla IV Duma dà «la preferenza a quello tra loro (cioè tra gli elettori diretti) che si impegni a difendere il diritto della lingua ebraica».
    Non il diritto generale di usare la lingua materna, ma il diritto particolare di usare la lingua ebraica, il gergo! Gli operai delle diverse nazionalità si devono battere prima di tutto per la propria lingua: gli ebrei per l’ebraica, i georgiani per la georgiana, ecc. La lotta per il diritto comune di tutte le nazioni è una questione di secondo ordine. Voi potete anche non riconoscere a tutte le nazioni oppresse il diritto all’uso della lingua materna; ma se avete riconosciuto il diritto all’uso del gergo, sappiate che il Bund voterà per voi, che il Bund vi «preferirà».
    Ma in che cosa differisce dunque il Bund dai nazionalisti borghesi?
    La socialdemocrazia vuol ottenere un giorno settimanale di riposo obbligatorio, ma il Bund non se ne accontenta ed esige che «per via legislativa» sia «garantito al proletariato ebraico il diritto di festeggiare anche un altro giorno».
    C’è da credere che il Bund farà «un passo avanti» ed esigerà il diritto di celebrare tutte le antiche feste ebraiche. E se, per disgrazia del Bund, gli operai ebrei si fossero liberati dai pregiudizi e non desiderassero celebrarle, il Bund, con la sua agitazione per «il diritto del sabato», rammenterebbe loro il sabato, coltiverebbe in loro, per così dire, «lo spirito del sabato»...
    È perciò del tutto comprensibile che all’VIII conferenza del Bund siano stati pronunziati «dei discorsi infuocati» per rivendicare «ospedali ebraici», giustificando questa rivendicazione con la affermazione che «il malato si sente meglio tra i suoi», che «l’operaio ebreo si sentirebbe a disagio tra gli operai polacchi e si sentirebbe invece bene tra i bottegai ebrei».
    Conservare tutto ciò che è ebraico, conservare tutte le particolarità nazionali degli ebrei, anche quelle notoriamente dannose per il proletariato, isolare gli ebrei da tutto ciò che non è ebraico, costruire perfino ospedali speciali, ecco dove è arrivato il Bund!
    Il compagno Plekhanov aveva mille volte ragione quando diceva che il Bund «adatta il socialismo al nazionalismo». Certo, V. Kossovski e i bundisti che gli assomigliano possono accusare Plekhanov di «demagogia» — la carta sopporta tutto — ma per chi conosce l’attività del Bund non è difficile comprendere che queste brave persone hanno semplicemente paura di dire la verità sul proprio conto e si mascherano con parole grosse contro la «demagogia»...
    Ma una volta presa una posizione simile sulla questione nazionale, il Bund doveva naturalmente mettersi sulla via dell’isolamento degli operai ebrei anche nel campo organizzativo, sulla via delle curie nazionali in seno alla socialdemocrazia. Tale è infatti la logica dell’autonomia nazionale.
    Elettivamente, dalla teoria della «rappresentanza unica» il Bund passa alla teoria della «delimitazione nazionale» degli operai. Esso esige dalla socialdemocrazia russa che «introduca nella sua struttura organizzativa la «delimitazione secondo le nazionalità». Dalla «delimitazione» fa poi «un passo avanti» verso la teoria dell’«isolamento». Non per nulla all’VIII Conferenza del Bund si son sentiti discorsi come questo: «l’esistenza della nazione è nell’isolamento».
    Il federalismo organizzativo cela in sé elementi di disgregazione e di separatismo. Il Bund marcia verso il separatismo.
    E del resto, in verità, non saprebbe più dove andare. La sua stessa esistenza di organizzazione non territoriale lo spinge sulla via del separatismo. Il Bund non ha un territorio determinato, si appoggia a territori «altrui», mentre la socialdemocrazia polacca, lettone e russa, con le quali si trova incontatto, sono collettività territoriali-internazionali. Il risultato è che ogni ampliamento di queste collettività rappresenta un «guaio» per il Bund, un restringersi del suo campo di azione. Una delle due: o tutta la socialdemocrazia della Russia si riorganizzerà sulle basi del nazionalismo federale, e allora il Bund avrà la possibilità di «assicurarsi» il proletariato ebraico; oppure resterà in vigore il principio territoriale internazionale di queste collettività, e il Bund allora dovrà riorganizzarsi secondo i principi dell’internazionalismo, come avviene nella socialdemocrazia polacca e lettone.
    Questo spiega perché fin dal principio il Bund abbia chiesto la «riorganizzazione della socialdemocrazia della Russia su basi federative».
    Nel l906, cedendo all’ondata unitaria che veniva dalla base, esso scelse la via di mezzo, entrando nella socialdemocrazia della Russia. Ma come vi è entrato? Mentre la socialdemocrazia polacca e lettone vi sono entrate per lavorare tranquillamente insieme, il Bund vi è entrato allo scopo di lottare per la federazione. Il dirigente del Bund, Medem, così parlava allora:

    «Noi vi andiamo non per un idillio, ma per la lotta. Non c’è idillio, e soltanto i Manilov (7) possono sperarlo nel prossimo futuro. Il Bund deve entrare nel partito, armato dalla testa ai piedi».

    Sarebbe un errore attribuire queste parole alla cattiva volontà di Medem. Non si tratta di cattiva volontà, ma della posizione particolare del Bund, a causa della quale esso non può non lottare contro la socialdemocrazia della Russia, edificata sulle basi dell’internazionalismo. Lottando contro di essa, il Bund, naturalmente, ha danneggiato gli interessi dell’unità. Si è infine arrivati al punto che esso ha rotto formalmente con la socialdemocrazia della Russia, violando lo statuto e unendosi, nelle elezioni alla IV Duma, con i nazionalisti polacchi contro i socialdemocratici polacchi.
    Il Bund, evidentemente, ha creduto che la rottura fosse la miglior garanzia per la sua indipendenza.
    Così il «principio» della «delimitazione organizzativa» ha avuto come conseguenza il separatismo e la rottura completa.
    Polemizzando con la vecchia “Iskra” a proposito del federalismo, il Bund tempo fa scriveva:

    «L’“Iskra” vuole convincerci che i rapporti federativi del Bund con la socialdemocrazia della Russia indeboliranno necessariamente i nostri reciproci legami. Non possiamo confutare questa opinione richiamandoci alla esperienza della Russia, per la semplice ragione che la socialdemocrazia della Russia non è una associazione federativa. Ma possiamo richiamarci all’esperienza straordinariamente istruttiva della socialdemocrazia in Austria, che ha preso un carattere federativo in base alle decisioni del Congresso del 1897».

    Queste parole sono state scritte nel 1902.
    Ma ora siamo nel 1913. Abbiamo adesso l’«esperienza» della Russia e l’«esperienza della socialdemocrazia dell’Austria»
    Che cosa ci dicono l’una e l’altra?
    Cominciamo dall’esperienza «straordinariamente interessante della socialdemocrazia austriaca».
    Nel 1896 in Austria c’era ancora un solo partito socialdemocratico. In quell’anno i cechi per primi chiedono al Congresso Internazionale di Londra una rappresentanza separata e la ottengono. Nel 1897, al Congresso di Vienna (Wimberg), il partito unico viene formalmente liquidato e si crea in sua vece un’unione federativa di sei «gruppi socialdemocratici» nazionali. In seguito, questi «gruppi» si trasformano in partiti indipendenti. A poco a poco questi partiti rompono i legami tra loro. Dopo i partiti si scinde il gruppo parlamentare, si formano dei «circoli» nazionali. Ai partiti tengono dietro i sindacati e si dividono anche essi per nazionalità. Il movimento si estende perfino alle cooperative: i separatisti cechi invitano gli operai a frazionarle. Non parliamo neppure del fatto che l’azione separatista indebolisce nei lavoratori il sentimento di solidarietà, spingendoli non di rado sulla via del crumiraggio.
    Così, l’«esperienza straordinariamente istruttiva della socialdemocrazia austriaca» è contro il Bund, per la vecchia “Iskra” (8). Il federalismo nel partito austriaco ha portato al più vergognoso separatismo, alla rottura dell’unità del movimento operaio.
    Abbiamo visto sopra che la «pratica in Russia» dice la stessa cosa. I separatisti del Bund, come i cechi, hanno rotto con la comune socialdemocrazia della Russia. Per quanto riguarda i sindacati, i sindacati del Bund, essi fin dal principio furono organizzati sulla base della nazionalità, cioè separati dagli operai delle altre nazionalità.
    Isolamento completo, rottura completa, ecco quello che insegna la «pratica russa» del federalismo.
    Non c’è da meravigliarsi che un tale stato di cose si ripercuota sugli operai affievolendone il senso di solidarietà, demoralizzandoli, e che la demoralizzazione penetri anche nel Bund. Alludiamo agli urti sempre più frequenti tra operai ebrei e polacchi a causa della disoccupazione. Ecco quali discorsi si sentivano in proposito alla IX Conferenza del Bund:

    «Noi consideriamo gli operai polacchi che ci soppiantano, come autori di pogrom, come provocatori, non sosteniamo i loro scioperi ma li sabotiamo. In secondo luogo, all’imposizione risponderemo con l’imposizione: in risposta al divieto fatto agli operai ebrei di entrare nelle fabbriche, non permetteremo che gli operai polacchi si avvicinino ai telai... Se non prenderemo questa lotta nelle nostre mani, i nostri operai seguiranno gli altri» (il corsivo è nostro. G. St.).

    Così si parla della solidarietà alla conferenza del Bund.
    Come «delimitazione» e «isolamento» non è possibile andare oltre. Il Bund ha raggiunto il suo scopo: esso divide gli operai delle diverse nazionalità sino a spingerli al conflitto, al crumiraggio Non potrebbe essere diversamente: «se non prenderemo questa lotta nelle nostre mani, i nostri operai seguiranno gli altri».
    Disorganizzazione del movimento operaio, demoralizzazione nelle file della socialdemocrazia: ecco a che cosa conduce il federalismo del Bund.
    L’idea dell’autonomia culturale nazionale e l’atmosfera che questa genera si è dunque dimostrata ancor più nociva in Russia che in Austria.

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    Predefinito Rif: Le intuizioni essenziali di Josif Stalin

    VI. I caucasiani e la conferenza dei liquidatori

    Abbiamo parlato dei tentennamenti di una parte dei socialdemocratici del Caucaso, che non hanno resistito alla «epidemia» nazionalistica. Questi tentennamenti si sono manifestati nel fatto che i suddetti socialdemocratici hanno seguito — per quanto sembri strano — le orme del Bund, proclamando l’autonomia culturale nazionale.
    Autonomia regionale per tutto il Caucaso e autonomia culturale nazionale per le nazioni che fanno parte del Caucaso: così formulano la loro rivendicazione questi socialdemocratici, che, sia detto tra parentesi, son legati ai liquidatori russi.
    Ascoltiamo uno dei loro capi, il noto N (9).

    «Tutti sanno che il Caucaso si distingue profondamente dalle province centrali, sia per la composizione etnica della popolazione, sia per il territorio e per l’economia agricola. Lo sfruttamento e lo sviluppo materiale di queste regioni esigono lavoratori del luogo, che conoscano le particolarità locali e siano abituati al clima e alle coltivazioni locali. È necessario che tutte le leggi che perseguono il fine di sfruttare il territorio della regione siano emanate sul posto e siano applicate da forze locali. Per conseguenza, l’emanazione delle leggi concernenti i problemi locali sarà di competenza dell’organo centrale dell’autoamministrazione del Caucaso... In questa maniera, le funzioni dell’organo centrale del Caucaso consisteranno nell’ emanare leggi dirette allo sfruttamento economico del territorio locale, allo sviluppo materiale della regione».

    Dunque: autonomia regionale del Caucaso.
    Se si prescinde dalla motivazione addotta da N., alquanto confusa e incoerente, bisogna riconoscere che la sua conclusione è giusta. L’autonomia regionale del Caucaso, operante nella cornice della costituzione generale dello stato — cosa che anche N. non nega — è effettivamente necessaria, data la particolare conformazione e le condizioni di vita del Caucaso stesso. Lo ha riconosciuto anche la socialdemocrazia della Russia, che al II Congresso si è pronunciata per «l’autoamministrazione regionale in quelle regioni periferiche, che per le loro condizioni di esistenza e per la composizione della popolazione differiscono dalle regioni propriamente russe».
    Il Martov, nel mettere in discussione questo punto al II Congresso, lo giustificò dicendo che «l’immensità della Russia e l’esperienza del nostro governo centralizzato ci danno motivo di ritener necessaria e opportuna l’esistenza di un’amministrazione regionale per grandi territori come la Finlandia, la Polonia, la Lituania e il Caucaso».
    Ne consegue che per autoamministrazione regionale bisogna intendere autonomia regionale.
    Ma N. va più in là. Secondo lui, l’autonomia regionale del Caucaso abbraccia «soltanto un lato della questione».

    «Finora abbiamo parlato soltanto dello sviluppo materiale della vita locale. Ma allo sviluppo economico del paese contribuisce non solo l’attività economica, ma anche quella spirituale-culturale... «Una nazione forte nel campo della cultura è forte anche nella sfera economica...». «Ma lo sviluppo culturale di una nazione è possibile solo nella lingua nazionale... Perciò tutte le questioni relative alla lingua materna sono questioni culturali nazionali. Sono queste le questioni dell’istruzione, dell’amministrazione della giustizia, della chiesa, della letteratura, dell’arte, della scienza, del teatro, ecc.. Se la questione dello sviluppo materiale del paese unisce le nazioni, i problemi nazional-culturali le separano, chiudono ciascuna di esse nel suo proprio recinto. L’attività economica è legata ad un territorio ben definito». «Non così i problemi culturali nazionali. Essi non sono legati ad un territorio determinato, ma all’esistenza di una determinata nazione. Le sorti della lingua georgiana interessano ugualmente tutti i georgiani, dovunque essi vivano. Sarebbe dar prova di grande ignoranza dire che la cultura georgiana riguarda solo i georgiani che vivono nella Georgia. Prendiamo per esempio la chiesa armena. Alla amministrazione dei suoi affari prendono parte gli armeni di diverse località e di diversi stati. In questo caso il territorio non ha nessuna importanza. Un altro esempio: alla creazione di un museo georgiano sono interessati tanto il georgiano di Tiflis quanto quello di Bakù, di Kutais, di Pietroburgo, ecc. Ciò significa che l’amministrazione e la direzione di tutti gli affari culturali nazionali deve essere lasciata alle nazioni interessate. Noi proclamiamo l’autonomia culturale nazionale delle nazionalità del Caucaso».

    Insomma, siccome la cultura non è il territorio e il territorio non è la cultura, è necessaria l’autonomia culturale nazionale. Questo è tutto quello che N. sa dire in favore di quest’ultima.
    Non ritorneremo qui ancora una volta sull’autonomia nazional-culturale in genere: ne abbiamo già rilevato il carattere negativo. Vorremmo soltanto osservare che l’autonomia culturale nazionale, inutile in generale, è ancor più insensata e assurda dal punto di vista delle condizioni del Caucaso.
    Ed ecco perché.
    L’autonomia culturale nazionale presuppone nazionalità più o meno sviluppate, con una cultura ed una letteratura progredite. Senza queste condizioni, l’autonomia perde ogni significato e si trasforma in un’assurdità. Ma nel Caucaso c’è tutta una serie di popolazioni con una cultura primitiva, con una lingua propria, ma senza una propria letteratura; una serie di popolazioni, per giunta, che sono in un periodo di transizione; che in parte si assimilano, in parte invece si sviluppano ulteriormente. Come applicare a queste popolazioni l’autonomia culturale nazionale? Come comportarsi con queste popolazioni? Come «organizzarle» in unioni culturali nazionali separate, che sono indubbiamente il presupposto dell’autonomia culturale nazionale?
    Come regolarsi con i mingreli, con gli abkhasi, con gli adzeri, con gli svani, con i lezghini e altri, che parlano lingue diverse, ma non hanno una letteratura propria? A quali nazioni attribuirli? È possibile «organizzarli» in unioni nazionali? Intorno a quali «questioni culturali» è possibile «organizzarli»?
    Come regolarsi con gli osseti, dei quali i transcaucasici si vanno assimilando ai georgiani (ma sono ancora lontani dall’essersi assimilati), e i ciscaucasici in parte si assimilano ai russi e in parte si sviluppano ancora, dando origine ad una propria letteratura? Come «organizzarli» in una sola unione nazionale?
    A quale unione nazionale assegnare gli adzeri, che parlano la lingua georgiana, ma sono di cultura turca e professano la religione musulmana? Non si dovrebbe «organizzarli» separatamente dai georgiani sulla base delle questioni religiose e insieme ai georgiani sulla base delle altre questioni culturali? E i cobuleti? E gli ingusci? E gli inghiloizi?
    Che cos’è quest’autonomia che esclude dall’elenco tutta una serie di nazionalità?
    No, questa non è una soluzione della questione nazionale, questo è il parto di una fantasia oziosa.
    Ma ammettiamo pure l’inammissibile e supponiamo che l’autonomia culturale nazionale del nostro N. venga realizzata. A che cosa condurrà? A quali risultati? Prendiamo, per esempio, i tartari della Transcaucasia con la loro bassissima percentuale di persone che sappiano leggere e scrivere, con le loro scuole, a capo delle quali stanno gli onnipotenti mullah, con la loro cultura impregnata di spirito religioso... Non è difficile comprendere che «organizzarli» in un’unione culturale nazionale significa mettere alla loro testa i mullah reazionari, significa creare una nuova fortezza per l’asservimento spirituale delle masse tartare al loro peggiore nemico.
    Da quando in qua i socialdemocratici portano acqua al mulino dei reazionari?
    È possibile che i liquidatori del Caucaso non avessero nulla di meglio da «proclamare» che i tartari della Transcaucasia dovessero essere confinati in un’unione culturale nazionale destinata ad asservire le masse ai peggiori reazionari?
    No, questa non è una soluzione della questione nazionale.
    La questione nazionale nel Caucaso può esser risolta solo nel senso di attirare le nazioni e le popolazioni arretrate nell’alveo comune di una cultura superiore. Solo questa soluzione può essere progressiva e può essere accettata dalla socialdemocrazia. L’autonomia regionale del Caucaso può essere accettata perchè trascina le nazioni arretrate nel generale sviluppo culturale, le aiuta a uscire dal loro guscio angusto di piccole nazionalità, le spinge in avanti e facilita il loro accesso ai benefici di una cultura più alta. Invece l’autonomia culturale nazionale agisce in senso addirittura opposto, perchè rinchiude le nazioni nel vecchio guscio, le incatena ai gradini più bassi dello sviluppo culturale, impedisce loro di innalzarsi ai gradi più elevati della cultura.
    In questo modo l’autonomia nazionale paralizza i lati positivi dell’autonomia regionale, li riduce a zero.
    Appunto per questo è inutile anche quel tipo misto di autonomia proposto da N., consistente nel combinare l’autonomia culturale nazionale con quella regionale. Questa combinazione contro natura non migliora la situazione, ma la peggiora, perchè, oltre ad ostacolare lo sviluppo delle nazioni arretrate, trasforma anche l’autonomia regionale in un’arena di scontri tra le nazioni organizzate nelle unioni nazionali.
    Così l’autonomia nazional-culturale, inutile in generale, si trasformerebbe nel Caucaso in un insensato tentativo reazionario.
    Questa è l’autonomia culturale nazionale,di N. e dei suoi amici caucasiani.
    Il futuro mostrerà se i liquidatori caucasiani faranno ancora «un passo avanti» e seguiranno le orme del Bund anche nella questione organizzativa. Finora nella storia della socialdemocrazia il federalismo organizzativo ha sempre preceduto l’inclusione,dell’autonomia nazionale nel programma.
    I socialdemocratici austriaci hanno applicato il federalismo organizzativo fin dal 1897 e solo due anni dopo (1899) hanno approvato l’autonomia nazionale. I bundisti hanno parlato esplicitamente di autonomia nazionale per la prima volta nel 1901, mentre avevano applicato il federalismo organizzativo fin dal 1897.
    I liquidatori caucasiani hanno incominciato dalla fine, dall’autonomia nazionale. Se vorranno spingersi più avanti sulle orme del Bund, dovranno distruggere preventivamente tutto l’attuale edificio organizzativo, costruito alla fine del secolo scorso sulle basi dell’internazionalismo.
    Ma se è stato facile approvare l’autonomia nazionale, che per ora non è compresa dagli operai, altrettanto difficile sarà distruggere un edificio costruito nel corso di anni e anni, amato ed esaltato dagli operai di tutte le nazionalità del Caucaso. Basterà accingersi a quest’impresa degna di Erostrato, perchè gli operai aprano gli occhi e comprendano l’essenza nazionalistica dell’autonomia culturale nazionale.
    Se i caucasiani risolvono la questione nazionale seguendo i metodi abituali, attraverso i dibattiti orali e la discussione sulla stampa, la conferenza dei liquidatori di tutta la Russia (10) ha escogitato un metodo del tutto eccezionale. Un metodo facile e semplice. Ascoltate:

    «Udita la comunicazione della delegazione del Caucaso... sulla necessità di avanzare la rivendicazione della autonomia culturale nazionale, la conferenza, senza pronunziarsi sulla sostanza della rivendicazione, constata che tale interpretazione del punto del programma, che riconosce ad ogni nazionalità il diritto di autodecisione, non è in contrasto col preciso significato del programma stesso».

    E così, prima «non si pronuncia sulla sostanza» della questione, e poi «constata». Metodo originale...
    Che cosa mai «constata» questa conferenza originale?
    Che la «rivendicazione» dell’autonomia culturale nazionale «non è in contrasto col preciso significato» del programma, che riconosce il diritto delle nazioni all’autodecisione.
    Esaminiamo questa tesi.
    Il punto sull’autodecisione parla dei diritti delle nazioni. Secondo questo punto, le nazioni hanno diritto non solo all’autonomia, ma anche alla separazione. Si tratta dell’autodecisione politica. Chi volevano ingannare i liquidatori, tentando di interpretare a rovescio questo diritto di autodecisione politica delle nazioni, da tanto tempo affermato da tutta la socialdemocrazia internazionale?
    O forse i liquidatori vogliono farla franca ricorrendo a un sofisma: non è vero, dicono, che l’autonomia culturale nazionale «non è in contrasto» con i diritti delle nazioni? Cioè, se tutte le nazioni di un determinato stato si accordano per organizzarsi secondo i princìpi dell’autonomia culturale nazionale, esse (cioè quel certo numero di nazioni) hanno tutto il diritto di farlo e nessuno può costringerle per forza ad un’altra forma di vita politica. Questo è nuovo e intelligente. Perchè non aggiungere anche che, in linea generale, le nazioni hanno il diritto di mutare la loro costituzione, di sostituirla con un regime dispotico, di tornare ai vecchi ordinamenti, perchè le nazioni e soltanto le nazioni stesse hanno il diritto di decidere il loro destino? Ripetiamo: in questo senso, nè l’autonomia culturale nazionale nè qualsiasi forma di reazione nazionale «è in contrasto» con i diritti delle nazioni.
    Non voleva dir questo l’onorata conferenza?
    No, non voleva dir questo. Essa afferma esplicitamente che l’autonomia culturale nazionale «non è in contrasto» non già con i diritti delle nazioni, ma «col significato preciso del programma». Non si è parlato dei diritti delle nazioni, ma del programma.
    Il perchè è chiaro. Se una qualsiasi nazione avesse interpellato la conferenza dei liquidatori, la conferenza avrebbe potuto senz’altro constatare che la nazione ha diritto all’autonomia culturale nazionale. Invece, la conferenza è stata interpellata non da una nazione, ma da una «delegazione» di socialdemocratici del Caucaso; di cattivi socialdemocratici, in verità, ma ad ogni modo socialdemocratici. Ed essi non hanno interpellato la conferenza sui diritti delle nazioni, ma le hanno chiesto se l’autonomia culturale nazionale non è in contraddizione coi princìpi della socialdemocrazia, e se non è «in contrasto» «col significato preciso» del programma socialdemocratico.
    Dunque, i diritti delle nazioni e il «significato preciso» del programma socialdemocratico non sono la stessa cosa.
    Evidentemente ci sono rivendicazioni che, pur non essendo in contrasto coi diritti delle nazioni, possono esserlo col «significato preciso» del programma.
    Un esempio. Nel programma dei socialdemocratici c’è un punto sulla libertà di culto. Secondo questo punto, ogni gruppo di persone ha il diritto di praticare qualsiasi religione: il cattolicesimo, l’ortodossia, ecc. La socialdemocrazia combatterà ogni forma di repressione religiosa, combatterà le persecuzioni contro ortodossi, cattolici e protestanti. Ma questo significa forse che il cattolicesimo, il protestantesimo, ecc., «non sono in contrasto col significato preciso» del programma? No, non significa questo. La socialdemocrazia protesterà sempre contro le persecuzioni anticattoliche e antiprotestanti, difenderà sempre il diritto delle nazioni a praticare qualsiasi religione, ma nel tempo stesso, partendo da una giusta comprensione degli interessi del proletariato, condurrà un’agitazione sia contro il cattolicesimo che contro il protestantesimo e contro l’ortodossia, allo scopo di preparare il trionfo della concezione socialista.
    E farà questo perchè il protestantesimo, il cattolicesimo, l’ortodossia, ecc., sono indubbiamente «in contrasto col preciso significato» del programma, cioè contro gli interessi giustamente intesi del proletariato.
    Lo stesso si deve dire dell’autodecisione. Le nazioni hanno il diritto di organizzarsi come desiderano, hanno il diritto di conservare qualsiasi loro istituzione nazionale nociva o utile, e nessuno può (non ne ha il diritto!) intervenire con la violenza nella vita di una nazione. Ma questo non significa ancora che la socialdemocrazia non lotterà e non condurrà un’agitazione contro le istituzioni nazionali nocive, contro le rivendicazioni nazionali inadeguate. Al contrario, la socialdemocrazia ha l’obbligo di condurre questa agitazione e di influire sulla volontà delle nazioni in modo che le nazioni si organizzino nella forma meglio rispondente agli interessi del proletariato. Appunto per questo, pur lottando per il diritto delle nazioni all’autodecisione, condurrà nello stesso tempo un’agitazione, per esempio, contro la separazione dei tartari e contro l’autonomia culturale nazionale delle nazioni del Caucaso, perchè sia l’una che l’altra, pur non essendo in contrasto con i diritti di quelle nazioni, sono tuttavia in contrasto «col significato preciso» del programma, cioè contro gli interessi del proletariato del Caucaso.
    Evidentemente i «diritti delle nazioni» e il «significato preciso» del programma sono due cose completamente diverse. Mentre il «significato preciso» del programma esprime gli interessi del proletariato, scientificamente formulati nel programma di quest’ultimo, i diritti delle nazioni possono esprimere gli interessi di qualsiasi classe: della borghesia, dell’aristocrazia, del clero, ecc., secondo la forza e l’influenza di queste classi. Là i doveri,del marxista, qui i diritti delle nazioni che comprendono varie classi. I diritti delle nazioni ed i princìpi della socialdemocrazia possono essere o non essere «in contrasto», nello stesso modo che la piramide di Cheope può essere o non essere in contrasto con la famosa conferenza dei liquidatori. Si tratta semplicemente di cose che non possono essere messe a confronto.
    Ma ne consegue che l’onorata conferenza ha confuso nella maniera più ingiustificabile due cose completamente diverse. Ne è risultato non una risoluzione sulla questione nazionale, ma un’assurdità, in virtù della quale i diritti delle nazioni e i princìpi della socialdemocrazia «non sono in contrasto» gli uni con gli altri e per conseguenza ogni rivendicazione della nazione può essere compatibile con gli interessi del proletariato e quindi nessuna rivendicazione delle nazioni, che aspirano all’autodecisione, può «essere in contrasto col preciso significato» del programma!
    Povera logica...
    Sulla base di quest’assurdità è nata la decisione ormai celebre della conferenza dei liquidatori, secondo cui la rivendicazione dell’autonomia culturale nazionale «non è in contrasto col preciso significato» del programma.
    Ma la conferenza dei liquidatori non ha violato soltanto le leggi della logica.
    Sanzionando l’autonomia culturale nazionale, essa è venuta meno anche al suo dovere verso la socialdemocrazia della Russia. Essa ha falsato nella maniera più aperta il «significato preciso» del programma, perchè è noto che il II Congresso, che approvò il programma, respinse decisamente l’autonomia culturale nazionale. Ecco quello che si disse a questo proposito al II Congresso:

    «Goldblatt (bundista): ... Ritengo necessario creare istituzioni particolari che garantiscano la libertà di sviluppo culturale delle nazionalità e perciò propongo di aggiungere al § 8: “e la creazione di istituzioni che garantiscano la piena libertà di sviluppo culturale” (questa, com’è noto, è la formulazione data dal Bund all’autonomia culturale nazionale. G. St.).
    Martynov rileva che le istituzioni generali devono essere organizzate in maniera tale che siano garantiti anche gli interessi particolari. Non è possibile creare nessuna istituzione particolare che garantisca la libertà di sviluppo culturale delle nazionalità.
    Jegorov: Sul problema delle nazionalità dobbiamo accogliere solo le proposte negative vale a dire: noi siamo contro qualsiasi costrizione ai danni delle varie nazionalità. Ma come socialdemocratici diciamo che non è affar nostro se determinate nazionalità si sviluppano in quanto tali. Si tratta di un processo spontaneo.
    Koltsov: I delegati del Bund si offendono sempre quando si parla del loro nazionalismo. Eppure, l’emendamento proposto dal delegato del Bund ha un carattere nettamente nazionalistico. Ci si chiedono misure nettamente aggressive per sostenere perfino quelle nazionalità che vanno scomparendo ».
    ... In conclusione, «l’emendamento di Goldblatt viene respinto dalla maggioranza con tre voti contrari».

    È dunque chiaro che la conferenza dei liquidatori si è messa «in contrasto» col significato preciso del programma. Essa ha violato il programma.
    I liquidatori tentano ora di giustificarsi, riferendosi al congresso di Stoccolma, che avrebbe sanzionato l’autonomia culturale nazionale. Così Vl. Kossovski scrive:
    «Come è noto, secondo l’accordo raggiunto al Congresso di Stoccolma, il Bund è stato autorizzato a conservare il suo programma nazionale (fino alla soluzione della questione nazionale al congresso generale del partito). Questo congresso ha riconosciuto che l’autonomia culturale nazionale, in ogni caso, non è in contraddizione col programma generale del partito».

    Ma i tentativi dei liquidatori sono vani. Il Congresso di Stoccolma non ha per nulla pensato di sanzionare il programma del Bund, ha solo consentito a lasciare aperta temporaneamente la questione. Il bravo Kossovski non ha avuto il coraggio di dire tutta la verità. Ma i fatti parlano da soli.

    «Galin propone un emendamento: “La questione del programma nazionale rimane aperta perchè non è stata esaminata dal Congresso” (50 voti a favore, 32 contro).
    Una voce: Che cosa vuol dire: aperta?
    Presidente: Se diciamo che la questione nazionale rimane aperta, ciò significa che il Bund può mantenere fino al prossimo congresso la propria decisione su questa questione» (il corsivo è nostro. G. St.).

    Come vedete, il congresso «non esaminò» neppure la questione del programma nazionale del Bund; semplicemente, la lasciò «aperta», dando al Bund stesso facoltà di decidere le sorti del proprio programma fino al seguente congresso generale. In altri termini: il Congresso di Stoccolma si è disinteressato della questione e non ha dato un giudizio sull’autonomia nazionale, nè in un senso nè nell’altro.
    Invece la conferenza dei liquidatori entra nel merito della questione in una maniera ben precisa, dichiara accettabile l’autonomia culturale nazionale e la sanziona in nome del programma del partito.
    La differenza salta agli occhi.
    In tal modo la conferenza dei liquidatori, malgrado tutte le astuzie, non ha fatto progredire neppure di un passo la questione nazionale.
    Scodinzolare davanti al Bund ed ai nazional-liquidatori del Caucaso: ecco tutto quello di cui si è dimostrata capace.

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    Predefinito Rif: Le intuizioni essenziali di Josif Stalin

    VII. La questione nazionale in Russia

    Ci rimane da indicare una soluzione positiva della questione nazionale.
    Noi partiamo dalla premessa che la questione può essere risolta solo connettendola strettamente al momento che attraversa la Russia.
    La Russia vive in un periodo di transizione, in cui non si è ancora stabilizzata una «normale» vita «costituzionale» e non si è ancora risolta la crisi politica. Ci attendono giorni di tempeste e di «complicazioni». Di qui il movimento, quello in corso e quello incombente, che ha come obiettivo la democratizzazione completa.
    Anche la questione nazionale deve essere esaminata in relazione a questo movimento.
    Dunque, democratizzazione completa del paese come fondamento e condizione della soluzione della questione nazionale.
    Nel risolvere la questione nazionale bisogna tener conto non solo della situazione interna, ma anche di quella estera. La Russia si trova tra l’Europa e l’Asia, tra l’Austria e la Cina. Lo sviluppo della democrazia in Asia è inevitabile. Lo sviluppo dell’imperialismo in Europa non è un fenomeno casuale. In Europa il capitale non ha più spazio sufficiente e si riversa in altri paesi, cercando nuovi mercati, manodopera a buon prezzo, nuove zone d’investimento. Ma ciò porta a complicazioni estere, alla guerra. Nessuno può dire se la guerra balcanica sia la fine e non il principio di complicazioni. È possibilissimo un concorso di circostanze interne ed estere per cui una determinata nazionalità in Russia ritenga necessario porre e risolvere la questione della sua indipendenza. E non è certo compito dei marxisti creare degli ostacoli ad una simile eventualità.
    Ne consegue che i marxisti russi non rinunzieranno al diritto delle nazioni all’autodecisione.
    Dunque, il diritto di autodecisione come elemento indispensabile per la soluzione della questione nazionale.
    Ancora. Come regolarsi con le nazioni che per una ragione o per l’altra preferiranno restare entro uno stato unico?
    Abbiamo visto che l’autonomia culturale nazionale non serve. Prima di tutto è artificiosa, non naturale, perchè presuppone che siano incluse artificialmente in una sola nazione persone che la vita, la vita effettiva, ha separato e disperso nelle varie regioni periferiche dello stato. In secondo luogo, fa deviare verso il nazionalismo, perchè presuppone il principio del «raggruppamento» delle persone in curie nazionali, il principio della «organizzazione» delle nazioni, il principio della «conservazione» e dello sviluppo delle «particolarità nazionali», e ciò non conviene affatto alla socialdemocrazia. Non a caso al Reichsrat i separatisti moravi, dopo essersi staccati dai deputati socialdemocratici tedeschi, si sono uniti con i deputati borghesi della Moravia in un unico «circolo» moravo, per così dire. E non a caso i separatisti russi del Bund si sono impantanati nel nazionalismo, esaltando il «sabato» e il «gergo». Nella Duma non vi sono ancora deputati del Bund, ma nel campo di azione del Bund c’è una comunità ebraica clerical-reazionaria, nelle cui «istituzioni dirigenti» il Bund realizza, per il momento, 1’«unione» degli ebrei, operai e borghesi. Questa è la logica dell’autonomia culturale nazionale.
    L’autonomia nazionale non risolve dunque la questione.
    Qual è allora la via d’uscita?
    L’unica soluzione giusta è l’autonomia regionale, l’autonomia di determinate unità, come la Polonia, la Lituania, l’Ucraina, il Caucaso, ecc.
    La superiorità dell’autonomia regionale sta innanzi tutto nel fatto che, grazie ad essa, non si ha a che fare con un’entità fittizia, senza territorio, ma con una popolazione determinata che vive in un determinato territorio.
    Inoltre, essa non divide la popolazione per nazioni, non consolida barriere nazionali; al contrario, spezza queste barriere ed unisce la popolazione per aprire la strada ad un raggruppamento di altro genere, al raggruppamento di classe. Infine, offre la possibilità di utilizzare nel modo migliore le ricchezze naturali della regione e di sviluppare le forze produttive senza attendere le decisioni del centro comune, funzioni, tutte queste, estranee all’autonomia culturale nazionale.
    Dunque: autonomia regionale, come elemento necessario per la soluzione della questione nazionale.
    È fuor di dubbio che nessuna regione costituisce un’unità nazionale compatta, perchè in ogni regione esistono delle minoranze nazionali. Tali gli ebrei in Polonia, i lettoni in Lituania, i russi nel Caucaso, i polacchi in Ucraina, ecc. Si può temere, perciò, che le minoranze vengano oppresse dalle maggioranze nazionali. Ma i timori hanno un fondamento solo nel caso in cui il paese conservi i vecchi ordinamenti. Date al paese una democrazia completa e i timori perderanno ogni ragion d’essere.
    C’è chi propone di collegare le minoranze sparse in una sola unione nazionale. Ma le minoranze non hanno bisogno di un’unione artificiale, bensì di diritti reali nel luogo dove vivono. Che cosa può offrir loro una tale unione, se non esiste democrazia completa? Oppure: che bisogno c’è di unione nazionale, se esiste una democrazia completa?
    Che cosa particolarmente mette in agitazione le minoranze nazionali?
    Le minoranze nazionali sono malcontente non perchè non esista un’unione nazionale, ma perchè non esiste il diritto di usare la lingua materna. Concedete loro il diritto di usare la lingua materna e il malcontento sparirà da sè.
    Le minoranze sono malcontente non perchè non esiste un’unione artificiosa, ma perchè non esiste una loro scuola. Concedete loro questa scuola e il malcontento perderà ogni ragione d’essere.
    Le minoranze sono malcontente non perchè non esista un’unione nazionale, ma perchè non esiste la libertà di coscienza (libertà di culto), di trasferimento, ecc. Concedete loro queste libertà ed esse non saranno più malcontente.
    Dunque, uguaglianza nazionale di diritti in tutti i suoi aspetti (lingua, scuola, ecc.) come elemento necessario per la soluzione della questione nazionale. Occorre una legge generale dello stato, emanata sulla base di una completa democratizzazione del paese, che proibisca senza eccezioni tutte le forme di privilegi nazionali e qualsiasi oppressione o limitazione dei diritti delle minoranze nazionali.
    In questo, e solo in questo, può consistere la garanzia effettiva, e non solo sulla carta, dei diritti delle minoranze.
    Si può contestare o non contestare l’esistenza di un legame logico tra il federalismo organizzativo e l’autonomia culturale nazionale. Ma non si può contestare il fatto che quest’ultima crei un’atmosfera propizia per un federalismo sfrenato, che si trasforma in rottura completa, in separatismo. Se i cechi in Austria e i bundisti in Russia, dopo aver incominciato con l’autonomia ed esser passati alla federazione, hanno finito col cadere nel separatismo, non c’è dubbio che in questa faccenda abbia avuto una parte grandissima l’atmosfera nazionalistica che l’autonomia culturale nazionale diffonde naturalmente. Non è un caso che l’autonomia nazionale e la federazione organizzativa vadano a braccetto. È anzi naturale. L’una e l’altra rivendicano un raggruppamento sulla base della nazionalità. L’una e l’altra presuppongono un’organizzazione sulla base della nazionalità. L’analogia è fuori dubbio. La differenza consiste solo in questo, che in base alla prima si divide lapopolazione in generale, in base alla seconda si dividono gli operai socialdemocratici.
    Sappiamo a che cosa conduce il raggruppamento degli operai per nazionalità: distruzione del partito operaio unico, scissione dei sindacati in base alle nazionalità, acutizzazione degli attriti nazionali, crumiraggio nazionale, demoralizzazione completa nelle file della socialdemocrazia: questi sono i risultati del federalismo organizzativo. La storia della socialdemocrazia in Austria e l’attività del Bund in Russia lo dimostrano eloquentemente.
    L’unico mezzo per evitare tutto questo è l’organizzazione secondo i princìpi dell’internazionalismo.
    Unificare sul posto gli operai di tutte le nazionalità della Russia in collettività uniche e compatte, unificare queste collettività in un unico partito: questo è il compito.
    Va da sè che una tale organizzazione di partito non esclude ma presuppone una larga autonomia regionale all’interno del partito unico.
    L’esperienza del Caucaso dimostra quanto sia conveniente un’organizzazione di questo genere. Se i caucasiani sono riusciti a superare gli attriti nazionali tra gli operai armeni e tartari, se sono riusciti a proteggere la popolazione da eventuali massacri e sparatorie, se oggi, a Bakù, in questo caleidoscopio di gruppi nazionali, non sono più possibili conflitti nazionali, se là si è riusciti a convogliare gli operai nell’alveo unico di un movimento potente, in tutto questo ha avuto una parte non indifferente l’organizzazione internazionale della socialdemocrazia del Caucaso.
    Il tipo dell’organizzazione non influisce soltanto sul lavoro pratico. Esso imprime un suggello indelebile su tutta la vita intellettuale dell’operaio. L’operaio vive la vita della sua organizzazione, in essa si sviluppa intellettualmente e si educa. Recandosi nella sua organizzazione ed incontrandovisi sempre con i suoi compagni di altre nazionalità, partecipando insieme a loro a una lotta comune sotto la direzione di una collettività comune, egli si compenetra profondamente dell’idea che gli operai sono, prima di tutto, membri di un’unica famiglia di classe, membri di un unico esercito socialista. E questo non può non avere un’immensa importanza educativa per larghi strati della classe operaia.
    Perciò l’organizzazione di tipo internazionale è la scuola dei sentimenti di fraternità, della più grande propaganda dell’internazionalismo.
    Non si può dire la stessa cosa per l’organizzazione sulla base della nazionalità. Organizzandosi sulla base della nazionalità, gli operai si chiudono nel loro guscio nazionale, divisi l’uno dall’altro da barriere organizzative. Si mette in rilievo non ciò che vi è di comune tra gli operai, ma ciò che li distingue l’uno dall’altro. Qui l’operaio è prima di tutto membro della sua nazione: è ebreo, polacco, ecc. Non c’è da meravigliarsi se il federalismo nazionale nell’organizzazione alimenta negli operai lo spirito del particolarismo nazionale.
    Perciò il tipo di organizzazione nazionale è la scuola della ristrettezza e del particolarismo nazionale.
    Abbiamo così davanti a noi due tipi di organizzazione differenti in linea di principio: il tipo della unità internazionale e il tipo della «separazione» organizzativa degli operai secondo le nazionalità.
    Finora, i tentativi di conciliare questi due tipi non hanno avuto successo. Lo statuto conciliatore della socialdemocrazia austriaca, elaborato a Wimberg nel 1897, è rimasto campato in aria. Il partito austriaco è andato in pezzi, trascinando dietro di sè i sindacati. La «conciliazione» si è dimostrata, oltre che utopistica, anche dannosa. Aveva ragione lo Strasser, quando affermava che «il separatismo ha riportato la sua prima vittoria al Congresso di Wimberg». La stessa cosa è accaduta in Russia. La «conciliazione» col federalismo del Bund, tentata al Congresso di Stoccolma (11), è terminata con un fallimento completo. Il Bund ha rotto il compromesso di Stoccolma. Già all’indomani di Stoccolma il Bund diveniva un ostacolo al processo di fusione degli operai delle varie località in un’unica organizzazione che abbracciasse gli operai di tutte le nazionalità. E il Bund ha persistito ostinatamente nella sua tattica separatista malgrado che nel 1907 e nel 1908 la socialdemocrazia della Russia avesse ripetutamente chiesto che si realizzasse finalmente l’unità dal basso tra gli operai di tutte le nazionalità. Il Bund, che aveva incominciato con l’autonomia nazionale organizzativa, è passato di fatto alla federazione, per finire poi con la rottura completa, con il separatismo. Rompendo con la socialdemocrazia della Russia, ha portato nelle sue file confusione e disorganizzazione. Basti ricordare il caso Iaghello (12).
    Perciò la strada della «conciliazione», dev’essere abbandonata, come utopistica e nociva.
    Una delle due: o il federalismo del Bund, e allora la socialdemocrazia della Russia si organizzerà secondo i princìpi della «divisione» degli operai secondo la nazionalità; o l’organizzazione di tipo internazionale, e allora il Bund si riorganizzerà secondo i princìpi dell’autonomia territoriale, a somiglianza della socialdemocrazia del Caucaso, della Lettonia e della Polonia, aprendo la strada all’unione immediata degli operai ebrei con gli operai delle altre nazionalità della Russia.
    Non c’è via di mezzo: i princìpi vincono, ma non «si conciliano».
    Dunque: il principio dell’unione internazionale degli operai, come elemento indispensabile per la soluzione della questione nazionale.

    Vienna, gennaio 1913

  7. #7
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    Predefinito Rif: Le intuizioni essenziali di Josif Stalin

    Discorso di Stalin alla riunione elettorale della Circoscrizione "Stalin'' di Mosca pronunciato l'11 dicembre 1937 nel Gran Teatro


    Compagni, confesso che non avevo l'intenzione di parlare. Ma il nostro egregio Nikita Sergheievic1 mi ha trascinato, si può dire a forza, in questa riunione. Fa un buon discorso, mi ha detto. Ma di che parlare? Quale discorso precisamente? Tutto ciò che doveva esser detto prima delle elezioni è stato detto e ridetto nei discorsi dei nostri compagni dirigenti Kalinin, Molotov, Voroscilov, Kaganovic e di molti altri nostri compagni che occupano posti di responsabilità. Che cosa si può aggiungere a questi discorsi?
    Si dice che alcune questioni della campagna elettorale richiedono delle spiegazioni. Quali spiegazioni, su quali questioni? Tutto ciò che doveva esser spiegato, è stato spiegato e rispiegato negli appelli, a voi noti, del partito bolscevico, della gioventù comunista, del Consiglio centrale dei sindacati dell'Urss, della Società d'incoraggiamento alla difesa contro la guerra aerea e chimica, del Comitato per la cultura fisica. Che cosa si può ancora aggiungere a queste spiegazioni?
    Naturalmente si potrebbe fare un discorsetto su tutto un po' e su nulla. (Risa). Può darsi che un discorso simile avrebbe divertito il pubblico. Si dice che vi sono specialisti per tali discorsi non solo laggiù nei paesi capitalisti, ma anche da noi, nel paese dei Soviet. (Risa, applausi). Ma in primo luogo io non sono uno specialista per tali discorsi. In secondo luogo, vale la pena di occuparci di cose divertenti, ora, quando noi tutti bolscevichi siamo, come si dice, "carichi di lavoro fin sopra i capelli''? Io penso che non ne vale la pena.
    E' chiaro che in tali condizioni non si può fare un buon discorso.
    Ma dal momento che sono salito alla tribuna bisogna pur che dica qualche cosa. (Applausi fragorosi).
    Voglio prima di tutto esprimere la mia riconoscenza (applausi) agli elettori per la fiducia che mi hanno dimostrata. (Applausi).
    E' stata portata la mia candidatura a deputato e la commissione elettorale della circoscrizione "Stalin'' della capitale sovietica l'ha registrata. E' una prova di grande fiducia, compagni. Permettetemi di esprimervi la mia profonda riconoscenza di bolscevico per la fiducia che avete dimostrato verso il partito bolscevico del quale sono membro e verso di me, come rappresentante di questo partito. (Vivi applausi).
    Io so che vuol dire fiducia. Essa mi impone naturalmente nuovi obblighi, obblighi maggiori e, evidentemente, una nuova responsabilità, una responsabilità maggiore. Ma noi, bolscevichi, non abbiamo l'abitudine di rifuggire dalla responsabilità. Io l'accetto volentieri. (Applausi fragorosi e prolungati).
    Per parte mia voglio assicurarvi, compagni, che voi potete affidarvi con piena fiducia al compagno Stalin. (Ovazione fragorosa e prolungata. Si grida: "Noi siamo tutti col compagno Stalin!''). Potete contare che il compagno Stalin saprà compiere il suo dovere verso il popolo (applausi), verso la classe operaia (applausi), verso i contadini (applausi), verso gli intellettuali. (Applausi).
    Voglio ancora, compagni, felicitarmi con voi per la festa che si avvicina, per la festa di tutto il popolo in occasione del giorno delle elezioni al Soviet Supremo dell'Urss. (Vivi applausi). Le elezioni imminenti non sono semplicemente delle elezioni, compagni. Sono una vera festa di tutto il popolo, dei nostri operai, dei nostri contadini, dei nostri intellettuali. (Applausi fragorosi). Nel mondo non ci sono ancora mai state elezioni così veramente libere e veramente democratiche; mai! La storia non conosce un altro esempio simile. (Applausi). Non si tratta del fatto che da noi si avranno elezioni generali, eguali, a scrutinio segreto e dirette, benché ciò abbia di per sé stesso una grande importanza. Si tratta del fatto che da noi le elezioni generali saranno le elezioni le più libere e le più democratiche in confronto alle elezioni di qualsiasi altro paese del mondo.
    Le elezioni generali si fanno e hanno luogo anche in alcuni paesi capitalisti cosiddetti democratici. Ma in quali condizioni si fanno? In un ambiente di conflitti di classi, di ostilità di classi, in un ambiente in cui sugli elettori viene fatta una pressione da parte dei capitalisti, dei proprietari fondiari, dei banchieri e degli atri pescecani del capitalismo. Tali elezioni, anche se sono generali, eguali, a scrutinio segreto e dirette, non si possono chiamare completamente libere e completamente democratiche.
    Da noi, nel nostro paese, le elezioni avvengono in tutt'altre condizioni. Da noi non vi sono capitalisti, non vi sono proprietari fondiari, quindi non vi è pressione da parte delle classi possidenti sulle classi non possidenti. Da noi le elezioni avvengono in un ambiente di collaborazione fra operai, contadini, intellettuali; in un ambiente di fiducia reciproca; in un ambiente, direi, di amicizia reciproca, perché da noi non vi sono capitalisti, non vi sono proprietari fondiari, non vi è sfruttamento, e non vi è nessuno insomma che possa far pressione sul popolo per travisare la sua volontà2.
    Ecco perché le nostre elezioni sono le uniche nel mondo veramente libere e veramente democratiche. (Vivi applausi).
    Queste elezioni libere e veramente democratiche hanno potuto sorgere solo sul terreno del trionfo dell'ordine socialista, del socialismo che da noi non soltanto si va edificando, ma è già entrato nella vita, nella vita quotidiana del popolo. Dieci anni fa si sarebbe potuto discutere se è possibile o no costruire il socialismo da noi. Ora la questione non può essere oggetto di discussione. Ora è una questione di fatti, una questione di vita viva, di usi e di costumi che penetra in tutta la vita del popolo. Nelle nostre fabbriche e nelle nostre officine si lavora senza capitalisti. Uomini del popolo dirigono il lavoro. Da noi ciò si chiama socialismo nella pratica. Nei nostri campi lavorano i lavoratori della terra, senza i proprietari fondiari, senza i kulak. Uomini del popolo dirigono il lavoro. Da noi ciò si chiama socialismo nella vita, da noi ciò si chiama vita libera, socialista.
    E su questa base appunto sono nate da noi elezioni nuove, veramente libere e veramente democratiche, elezioni che non hanno esempi nella storia dell'umanità.
    Dopo questo, come non felicitarmi con voi per il giorno di festa di tutto il popolo, per il giorno delle elezioni al Soviet Supremo dell'Unione Sovietica! (Ovazione fragorosa di tutta la sala).
    Vorrei ancora, compagni, darvi un consiglio, un consiglio di candidato a deputato ai suoi elettori. Se prendiamo i paesi capitalisti, esistono laggiù fra i deputati e gli elettori delle relazioni originali, direi persino alquanto strane. Finché dura la campagna elettorale i deputati civettano con gli elettori, strisciano davanti ad essi, giurano loro fedeltà, promettono mari e monti. Si direbbe che vi è dipendenza assoluta dei deputati dagli elettori. Appena finite le elezioni e i candidati diventati deputati, le relazioni cambiano radicalmente. Invece della dipendenza dei deputati dagli elettori si ha la loro indipendenza completa. Durante quattro o cinque anni, cioè sino a nuove elezioni, il deputato si sente completamente libero, indipendente dal popolo, dai suoi elettori. Può passare da un campo all'altro, può deviare dal giusto cammino nel cammino falso, può persino impegolarsi in macchinazioni poco pulite, può far capriole a piacimento: egli è indipendente.
    Si possono ritenere normali tali relazioni? Assolutamente no, compagni. La nostra Costituzione ha tenuto conto di questa circostanza; essa contiene una legge in forza della quale gli elettori hanno il diritto di richiamare prima del termine i loro deputati se questi incominciano a barcamenarsi, se deviano dal giusto cammino, se dimenticano la loro dipendenza dal popolo, dagli elettori.
    E' una legge magnifica, compagni. Il deputato deve sapere che egli è il servitore del popolo, il suo delegato al Soviet Supremo e che deve seguire la linea che il popolo, col suo mandato, gli ha tracciato. Se devia dal cammino gli elettori hanno il diritto di esigere nuove elezioni e il deputato che ha deviato, hanno il diritto di sbalzarlo senza cerimonie. (Risa, applausi). E' una legge magnifica. Il mio consiglio, il consiglio di un candidato ai suoi elettori E' di non dimenticarvi di questo diritto, del diritto di richiamare i deputati prima del termine, di sorvegliarli, di controllarli e, se salta loro il ticchio di deviare dal giusto cammino, di sbarazzarvene e di esigere nuove elezioni. Il governo ha il dovere di indire nuove elezioni. Il mio consiglio è di ricordarvi di questa legge e di servirvene quando occorra.
    Infine ancora un consiglio di candidato ai suoi elettori. Che cosa occorre esigere in generale, dai propri deputati, se prendiamo fra tutte le esigenze possibili le più elementari?
    Gli elettori, il popolo devono esigere dai propri deputati che essi siano all'altezza dei loro compiti; che nel loro lavoro non cadano al livello di filistei politici; che rimangano al posto di uomini politici di tipo leninista; che essi siano uomini politici cristallini e integri, come lo era Lenin (applausi); che essi siano così intrepidi nella lotta e implacabili verso i nemici del popolo come lo era Lenin (applausi); che essi siano esenti da ogni panico, da ogni ombra di panico, quando le cose si complicano e sull'orizzonte si delinea un pericolo qualsiasi; che essi siano esenti da ogni ombra di panico come lo era Lenin (applausi); che essi siano così saggi e lontani da ogni precipitazione, quando si presentano problemi complicati la cui soluzione richiede la capacità di saper abbracciare vasti orizzonti e di tener conto largamente di tutti i vantaggi e gli svantaggi, come lo era Lenin (applausi); che essi siano così veritieri e onesti, come lo era Lenin (applausi); che essi amino il loro popolo, come lo amava Lenin. (Applausi).
    Possiamo noi dire che tutti i candidati siano uomini politici di tal genere? Non potrei dirlo. Sotto il sole vivono persone di ogni fatta, uomini politici di ogni fatta. Vi sono uomini sui quali non puoi pronunciarti: sono essi buoni o cattivi, coraggiosi o pusillanimi, tutti dediti al popolo o per i nemici del popolo. Vi sono persone di tal fatta e uomini politici di tal fatta. Ve ne sono anche da noi, fra i bolscevichi. Voi lo sapete, compagni, non v'è famiglia senza magagna: (Risa, applausi). A proposito di gente di tipo indefinito, di gente che ricorda piuttosto dei filistei politici che degli uomini politici, a proposito di gente di un tipo indefinito, indenterminato, il grande scrittore russo Gogol ha detto con un'espressione felice: "Gente indefinita, né così né cosà: impossibile comprendere che sono, né Bogdan in città, né Selifan al villaggio''. (Risa, applausi). Queste persone e questi uomini politici indefiniti sono, come bene si dice da noi fra il popolo, "della gente così così, né carne né pesce'' (risa generali, applausi), "né un cero per la Madonna, né una forca pel diavolo''. (Risa generali, applausi).
    Non potrei affermare con piena sicurezza che fra i candidati a deputati (porgo loro, naturalmente, tutte le mie scuse) e fra i nostri uomini politici non si trovino persone che ricordano piuttosto dei filistei politici e che, per il loro carattere e la loro fisionomia, ricordano persone di tal fatta, delle quali il nostro popolo dice: "né un cero per la Madonna, né una forca pel diavolo''. (Risa, applausi).
    Vorrei, compagni, che voi esercitaste un'influenza sistematica sui vostri deputati, che infondeste in loro la convinzione che devono tener presente la figura del grande Lenin e seguirne l'esempio di tutto. (Applausi).
    Il dovere degli elettori non finisce con le elezioni, ma continua durante tutta la legislatura del Soviet Supremo. Ho già parlato della legge che dà agli elettori il diritto di richiamare i deputati prima del termine della legislatura se questi deviano dal giusto cammino. Il dovere e il diritto degli elettori è dunque di controllare incessantemente i loro deputati, di infondere loro l'idea che non devono in nessun caso discendere al livello di filistei politici; gli elettori devono infondere ai propri deputati l'idea che essi devono essere tali, quale fu il grande Lenin. (Applausi).
    Questo è, compagni, il secondo cosiglio che volevo darvi, il consiglio di un candidato ai suoi elettori. (Applausi fragorosi e prolungati che si trasformano in ovazione. Tutti si alzano e rivolgono i loro sguardi al palco del governo dov'è entrato il compagno Stalin. Risuonano acclamazioni: "Al grande Stalin, urrà!'', "Al compagno Stalin, urrà!'', "Evviva il compagno Stalin, urrà!'', "Evviva il primo discepolo di Lenin, candidato al Soviet dell'Unione, compagno Stalin! Urrà!'').

  8. #8
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    Predefinito Rif: Le intuizioni essenziali di Josif Stalin

    URSS - 19 ottobre 1928, Discorso all'assemblea plenaria di Mosca
    Josif Stalin


    .. Esiste nel nostro partito un pericolo di destra, un pericolo opportunista? Esistono delle condizioni oggettive che favoriscono questo pericolo? Come lottare contro questo pericolo? Ecco quali problemi stanno ora davanti a noi. Ma non risolveremo questa questione se non la libereremo di tutte le piccolezze e degli elementi alluvionali che si sono ammonticchiati attorno ad essa e ci impediscono di comprenderne la sostanza. Ha torto Sapolski quando pensa che la questione della deviazione di destra è una questione fortuita. Egli afferma che tutto si riduce non già a una deviazione di destra, ma a un litigio, a intrighi personali, ecc. Ammettiamo per un istante che il litigio e gli intrighi personali abbiano qui una certa parte, come in ogni lotta. Ma spiegare tutto con i litigi e non vedere al di là dei litigi la sostanza della questione, significa uscire dalla strada giusta, marxista. Non è possibile che gli sforzi di alcuni attaccabrighe o di alcuni intriganti abbiano potuto sconvolgere da cima a fondo e mettere in subbuglio una organizzazione così grande, vecchia e coesa, com'è, incontestabilmente, l'organizzazione di Mosca. No, compagni, tali miracoli non avvengono nel mondo. Senza contare che non si può sottovalutare a tal punto la forza e la potenza dell'organizzazione di Mosca. E' evidente che hanno agito qui delle cause più profonde, che non hanno niente a che vedere né con i litigi né con gli intrighi.
    Ha torto Fruntov, il quale, benché riconosca l'esistenza del pericolo di destra, non lo ritiene però cosa degna che degli uomini seri, i quali hanno delle serie occupazioni, se ne occupino seriamente. Secondo lui la questione della deviazione di destra è roba di cui possono occuparsi degli schiamazzatori e non coloro che hanno da fare un lavoro serio. Comprendo perfettamente Fruntov, uomo così assorbito dal lavoro pratico quotidiano, che non trova più il modo di pensare alle prospettive del nostro sviluppo. Ma questo non significa ancora che dobbiamo fare del gretto praticismo di alcuni militanti del partito un dogma della nostra opera costruttiva. Un sano spirito pratico è una buona cosa, ma se esso nel lavoro perde le prospettive, se non subordina il lavoro alla linea fondamentale del partito, diventa un difetto. Ora, non è difficile capire che la questione della deviazione di destra è la questione della linea fondamentale del nostro partito, è la questione della giustezza o falsità della prospettiva di sviluppo fissata dal nostro partito al Quindicesimo Congresso.
    Hanno torto pure quei compagni che, nell'esaminare il problema della deviazione di destra, non vedono altro che gli uomini che rappresentano questa deviazione. Indicateci i destri o i conciliatori, dicono essi, fate i loro nomi, affinché possiamo metterli a posto. E’ un modo errato di porre il problema. Le persone, si capisce, hanno una certa importanza. Qui però non si tratta delle persone, ma delle condizioni, delle circostanze che generano il pericolo di destra nel partito. Si possono allontanare le persone, ma questo non significa ancora aver estirpato le radici del pericolo di destra nel nostro partito. Perciò la questione delle persone non è decisiva, benché sia di un interesse indiscutibile. Non si può non rammentare, a questo proposito, un fatto avvenuto a Odessa, alla fine del 1919 e al principio del 1920, quando le nostre truppe, cacciato Denikin dall'Ucraina, stavano liquidando gli ultimi residui del suo esercito nella regione di Odessa. Un distaccamento di soldati rossi incominciò allora a cercare accanitamente, a Odessa, l'Intesa, convinti che se fossero riusciti a prenderla — l'Intesa— la guerra sarebbe finita (ilarità generale). Si può immaginare che i soldati rossi potessero riuscire a prendere, a Odessa, un rappresentante qualunque dell'Intesa. Ma è evidente che ciò non avrebbe risolto la questione dell'Intesa, perché le radici dell'Intesa non erano a Odessa, per quanto questa città fosse allora l'ultimo rifugio di Denikin, ma in seno al capitalismo mondiale. Lo stesso si può dire di certi nostri compagni che nella questione della deviazione di destra non vedono altro che le persone che rappresentano la deviazione di destra, dimenticando le condizioni che la generano. Perciò dobbiamo chiarire qui, innanzi tutto, le condizioni da cui sorgono tanto la deviazione di destra, quanto la deviazione di « sinistra » (trotskista), dalla linea leninista.
    La deviazione di destra nel comunismo, in regime di capitalismo, significa la tendenza, l'inclinazione di una parte dei comunisti, tendenza, è vero, non ancora ben determinata e, se volete, non ancora cosciente, ma pur sempre tendenza ad abbandonare la linea rivoluzionaria del marxismo per andare verso la socialdemocrazia. Quando certi gruppi di comunisti negano l'opportunità della parola d'ordine « classe contro classe » nella lotta elettorale (Francia), oppure sono contrari a che il partito comunista (Inghilterra) presenti i suoi propri candidati nelle elezioni, oppure non vogliono porre in modo acuto il problema della lotta contro la socialdemocrazia di « sinistra » (Germania) ecc., ciò significa che in seno ai partiti comunisti vi è della gente che si sforza di adattare il comunismo al socialdemocratismo. La vittoria della deviazione di destra nei partiti comunisti dei paesi capitalistici significherebbe la loro disfatta ideologica e un rafforzamento enorme del socialdemocratismo. E cosa vuol dire un enorme rafforzamento del socialdemocratismo? Vuol dire rafforzamento e consolidamento del capitalismo, essendo la socialdemocrazia il sostegno principale del capitalismo in seno alla classe operaia. La vittoria della deviazione di destra nei partiti comunisti dei paesi capitalistici porterebbe dunque a uno sviluppo delle condizioni necessarie alla conservazione del capitalismo. La deviazione di destra nel comunismo, nelle condizioni dello sviluppo sovietico, in cui il capitalismo è già stato abbattuto, ma non ne sono ancora state strappate le radici, significa la tendenza, l'inclinazione di una parte dei comunisti, tendenza, è vero, non ancora ben determinata e, se volete, non ancora cosciente, ma pur sempre tendenza ad abbandonare la linea generale del nostro partito per andare verso l'ideologia borghese. Quando alcuni gruppi dei nostri comunisti tentano di far camminare il partito a ritroso delle decisioni del Quindicesimo Congresso, negando la necessità dell'offensiva contro gli elementi capitalistici nella campagna, oppure chiedono che venga frenato lo sviluppo della nostra industria, considerando rovinoso per il paese il ritmo attuale del suo sviluppo; oppure negano l'opportunità di fare degli stanziamenti per i colcos e i sovcos, considerando questi stanziamenti come soldi buttati dalla finestra; oppure negano l'opportunità della lotta contro la burocrazia sulla base dell'autocritica, pensando che l'autocritica sconvolge il nostro apparato; oppure esigono venga attenuato il monopolio del commercio estero, ecc. ecc., questo significa che nelle file del nostro partito vi è della gente che, forse senza accorgersene, tenta di adattare la nostra edificazione socialista ai gusti e alle esigenze della borghesia « sovietica ». La vittoria della deviazione di destra nel nostro partito significherebbe un enorme rafforzamento degli elementi capitalistici nel nostro paese. E cosa significherebbe il rafforzamento degli elementi capitalistici nel nostro paese? Significherebbe indebolimento della dittatura proletaria e aumento delle probabilità di restaurazione del capitalismo. La vittoria della deviazione di destra nel nostro partito, dunque, porterebbe a uno sviluppo delle condizioni necessarie alla restaurazione del capitalismo nel nostro paese.
    Esistono da noi, nel nostro paese dei Soviet, delle condizioni che rendano possibile la restaurazione del capitalismo? Sì, esistono. Forse ciò sembrerà strano, ma è un fatto, compagni. Abbiamo abbattuto il capitalismo, abbiamo instaurato la dittatura del proletariato e sviluppiamo, a ritmo accelerato, la nostra industria socialista, legando ad essa l'economia contadina. Ma non abbiamo ancora estirpato le radici del capitalismo. Dove si celano dunque queste radici? Si celano nella produzione mercantile, nella piccola produzione urbana e particolarmente rurale. La forza del capitalismo risiede, come dice Lenin, « nella forza della piccola produzione; poiché, per disgrazia, la piccola produzione esiste tuttora in misura molto, molto grande, e la piccola produzione genera il capitalismo e la borghesia di continuo, ogni giorno, ogni ora, in modo spontaneo e in vaste proporzioni ». (« La malattia infantile », vol. XXV, p. 173, ed. russa). E' chiaro che, nella misura in cui la piccola produzione ha, da noi, un carattere di massa e persino una posizione predominante, e nella misura in cui essa, particolarmente nelle condizioni create dalla Nep, genera il capitalismo e la borghesia di continuo e in vaste proporzioni, esistono da noi le condizioni che rendono possibile la restaurazione del capitalismo.
    Esistono da noi, nel nostro paese dei Soviet, i mezzi e le forze necessarie per distruggere, per liquidare le possibilità di restaurazione del capitalismo? Sì, esistono. Di qui appunto proviene la giustezza della tesi di Lenin circa la possibilità di edificare nell'U.R.S.S. una società socialista integrale. A questo scopo è necessario consolidare la dittatura proletaria, rafforzare l'alleanza della classe operaia e dei contadini, sviluppare le nostre posizioni di comando avendo in vista l'industrializzazione del paese, imprimere un rapido ritmo di sviluppo all'industria, elettrificare il paese, dare a tutta l'economia nazionale una nuova base tecnica, raggruppare nelle cooperative le masse contadine e aumentare il rendimento delle loro aziende, riunire gradualmente le aziende contadine individuali in aziende collettive, sviluppare i sovcos, limitare e debellare gli elementi capitalistici della città e dalla campagna, ecc.
    Ecco che cosa dice Lenin a questo proposito: « Fino a quando vivremo in un paese di piccoli contadini, esisterà in Russia, per il capitalismo, una base economica più solida che per il comunismo. E’ necessario ricordarlo. Chiunque osserva attentamente la vita della campagna e la confronta con quella della città, sa che le radici del capitalismo non le abbiamo estirpate e che le fondamenta, le basi del nemico interno non le abbiamo scalzate. Questi si appoggia sulla piccola azienda, e per poterlo scalzare c'è un solo mezzo: dare all'economia del paese, agricoltura compresa, una nuova base tecnica, la base tecnica della grande produzione moderna. Solo l'elettricità fornisce tale base. Il comunismo è il potere sovietico più l'elettrificazione di tutto il paese. Altrimenti il paese resterà un paese di piccoli contadini, e bisogna che ce ne rendiamo conto chiaramente. Siamo più deboli del capitalismo, non solo su scala mondiale, ma anche all'interno del paese. Ciò è noto a tutti. Ce ne siamo resi conto e faremo in modo che la base economica di piccola produzione contadina diventi una base economica di grande industria. Solo quando il paese sarà elettrificato, quando avremo dato all'industria, all'agricoltura e ai trasporti la base tecnica della grande industria moderna, solo allora vinceremo definitivamente ». (« Rapporto sull'attività del Consiglio dei Commissari del popolo all'Ottavo Congresso dei Soviet ». vol. XXVI, pp. 46-47, ed. russa).
    Ne risulta, in primo luogo, che fino a che viviamo in un paese di piccoli contadini, fino a che non abbiamo estirpato le radici del capitalismo, esiste per il capitalismo una base economica più solida che per il comunismo. Avviene che si abbatta un albero e non se ne estirpino le radici, per mancanza di forze. E’ di qui che deriva la possibilità di restaurazione del capitalismo nel nostro paese.
    Ne risulta, in secondo luogo, che, oltre alla possibilità di restaurazione del capitalismo, esiste anche la possibilità di vittoria del socialismo, perché possiamo distruggere la possibilità di restaurazione del capitalismo, possiamo estirpare le radici del capitalismo e ottenere su di esso una vittoria definitiva, se intensifichiamo il lavoro per l'elettrificazione del paese, se diamo all'industria, all'agricoltura, ai trasporti la base tecnica della grande industria moderna. E’ di qui che deriva la possibilità della vittoria del socialismo nel nostro paese.
    Ne risulta, infine, che non si può edificare il socialismo solo nell'industria, abbandonando l'agricoltura all'arbitrio di uno sviluppo spontaneo, partendo dall'affermazione che la campagna « terrà dietro da sé » alla città. L'esistenza dell'industria socialista nella città costituisce il fattore fondamentale per la trasformazione socialista della campagna. Ma ciò non significa ancora che questo fattore sia assolutamente sufficiente. Affinché la città socialista possa condurre al suo seguito, sino all'ultimo, la campagna contadina, è indispensabile, come dice Lenin, « dare all'economia del paese, compresa anche l'agricoltura, (il corsivo è mio. G. St.) una nuova base tecnica, la base tecnica della grande produzione moderna ».
    Non è questo passo di Lenin in contraddizione con un altro suo passo, ov'egli dice che « la Nep ci garantisce pienamente la possibilità di costruire le fondamenta dell'economia socialista »? No, non è in contraddizione. Anzi, i due passi si accordano perfettamente l'uno con l'altro. Lenin non dice affatto che la Nep ci dia il socialismo già bello e pronto. Lenin dice soltanto che la Nep ci garantisce la possibilità di costruire le fondamenta dell'economia socialista. Tra la possibilità di edificare il socialismo e la sua edificazione effettiva c'è una grande differenza. Non si può confondere la possibilità con la realtà. Appunto per trasformare questa possibilità in realtà, appunto per questo Lenin propone di elettrificare il paese e di dare all'industria, all'agricoltura, ai trasporti, la base tecnica della grande industria moderna, come condizione per la vittoria definitiva del socialismo.
    Ma realizzare questa condizione dell'edificazione del socialismo in un anno o due non è possibile. Non è possibile in un anno o due industrializzare il paese, creare un'industria potente, far aderire alle cooperative milioni di contadini, dare una nuova base tecnica all'agricoltura, riunire le aziende contadine individuali in grandi aziende collettive, sviluppare i sovcos, limitare e debellare gli elementi capitalistici delle città e delle campagne. Per questo occorrono alla dittatura proletaria anni ed anni di intenso lavoro costruttivo. E fino a che non avremo fatto ciò, e non lo si farà di colpo, continueremo a essere un paese di piccoli contadini, in cui la piccola produzione genera di continuo e in vaste proporzioni il capitalismo e la borghesia, e in cui il pericolo di restaurazione del capitalismo continua a sussistere. E siccome il proletariato non vive nel vuoto, ma nel più effettivo e reale dei mondi, con tutte le sue particolarità, gli elementi borghesi, sorti sulla base della piccola produzione, « circondano il proletariato, da ogni parte, d'un ambiente piccolo-borghese, lo penetrano di questo ambiente, lo corrompono, spingono continuamente il proletariato a ricadere nella mancanza di carattere, nella dispersione, nell'individualismo, nelle alternative di entusiasmo e di abbattimento che sono proprie della piccola borghesia ». (Lenin: « La malattia infantile », vol. XXV, p. 189, ed. russa) e così portano nel proletariato e nel suo partito certi ondeggiamenti, certe esitazioni.
    Ecco qual è la radice, la base di ogni sorta di esitazioni e di deviazioni dalla linea leninista nelle file del nostro partito. Ecco perché il problema della deviazione di destra o di « sinistra » nel nostro partito non può essere considerato come un'inezia. In che cosa consiste il pericolo della deviazione di destra, chiaramente opportunista, nel nostro partito? Nel fatto che essa sottovaluta la forza dei nostri nemici, la forza del capitalismo, non vede il pericolo di una restaurazione del capitalismo, non comprende la meccanica della lotta di classe nelle condizioni esistenti sotto la dittatura del proletariato e fa perciò tanto facilmente delle concessioni al capitalismo, esigendo una riduzione del ritmo di sviluppo della nostra industria, esigendo facilitazioni per gli elementi capitalistici della campagna e della città, esigendo che sia messa in secondo piano la questione dei colcos e dei sovcos, esigendo un'attenuazione del monopolio del commercio estero, ecc.
    È certo che la vittoria della deviazione di destra nel nostro partito darebbe libero corso alle forze del capitalismo, scalzerebbe le posizioni rivoluzionarie del proletariato e accrescerebbe le probabilità di restaurazione del capitalismo nel nostro paese. In che cosa consiste il pericolo della deviazione di « sinistra » (trotskista) nel nostro partito? Nel fatto che essa sopravvaluta la forza dei nostri nemici, la forza del capitalismo, non vede che la possibilità di restaurazione del capitalismo, mentre non vede la possibilità di edificare il socialismo con le forze del nostro paese, cade nella disperazione ed è costretta a consolarsi cianciando di tendenze termidoriane del nostro partito. Dalle parole di Lenin che « fino a quando vivremo in un paese di piccoli contadini, esisterà in Russia, per il capitalismo, una base economica più solida che per il comunismo », da queste parole di Lenin la deviazione di « sinistra » trae la conclusione errata che nell'U.R.S.S. è impossibile, in generale, edificare il socialismo, che coi contadini non si verrà a capo di nulla, che l'idea dell'alleanza della classe operaia coi contadini ha fatto il suo tempo, che se non arriva a tempo l'aiuto della rivoluzione vittoriosa in Occidente la dittatura del proletariato nell'U.R.S.S. dovrà cedere o degenerare, che se non si approva un piano fantastico di superindustrializzazione, da attuarsi anche a costo della scissione coi contadini, bisogna considerare la causa del socialismo nell'U.R.S.S. come perduta. Di qui lo spirito d'avventura nella politica delle deviazioni di « sinistra ». Di qui i salti « sovrumani » in politica. È certo che la vittoria della deviazione di « sinistra » nel nostro partito porterebbe a staccare la classe operaia dalla sua base contadina, a staccare l'avanguardia della classe operaia dal resto della massa operaia, Porterebbe, di conseguenza, alla disfatta del proletariato e alla creazione di condizioni favorevoli alla restaurazione del capitalismo.
    Come vedete, tutti e due questi pericoli, e quello di « sinistra » e quello di destra, tutte e due queste deviazioni dalla linea leninista, e quella di destra e quella di « sinistra », conducono a uno stesso risultato, Pur partendo da punti opposti. Quale di questi pericoli è il peggiore? Penso che tutti e due sono peggiori. La differenza tra queste deviazioni, dal punto di vista della lotta efficace contro di esse, è che la deviazione di « sinistra », nel momento attuale, è più chiara per il partito che la deviazione di destra. Il fatto che già da parecchi anni lottiamo vigorosamente contro la deviazione di « sinistra », questo fatto, si capisce, non può non essere stato in qualche modo utile al partito. È evidente che il partito, negli anni della lotta contro la deviazione trotskista, di « sinistra », ha imparato molto e non è più facile ingannarlo con frasi di « sinistra ». In quanto al pericolo di destra, che esisteva anche prima e adesso si presenta con maggior rilievo, dato il rafforzamento degli elementi piccolo-borghesi in relazione alla crisi dell'anno scorso nella compera del grano, esso, io penso, non è ancora tanto chiaro per certi ambienti del nostro partito. Perciò, senza indebolire per niente la lotta contro il pericolo trotskista, di « sinistra », il nostro compito consiste nel mettere l'accento sulla lotta contro la deviazione di destra e nel prendere tutte le misure affinché il pericolo di questa deviazione diventi per il partito altrettanto evidente quanto il pericolo trotskista. La questione della deviazione di destra probabilmente non ci si porrebbe in modo così acuto come oggi si pone, se non fosse legata alla questione delle difficoltà del nostro sviluppo. Ma avviene proprio che l'esistenza della deviazione di destra complica le difficoltà del nostro sviluppo e frena gli sforzi per superarle. E precisamente perché il pericolo di destra rende più difficile la lotta per superare le difficoltà, appunto per questo il problema di superare il pericolo di destra assume per noi un'importanza particolarmente grande.
    Due parole sul carattere delle nostre difficoltà. Bisogna tener presente che le nostre difficoltà non sono difficoltà di stasi o di declino. Vi sono delle difficoltà che sopravvengono in periodo di declino o di stasi della produzione; allora si cerca di rendere la stasi meno dolorosa, o il declino meno profondo. Le nostre difficoltà non hanno niente a che fare con le difficoltà di questo genere. Il tratto caratteristico delle nostre difficoltà è che esse sono difficoltà di ascesa, difficoltà di sviluppo. Quando da noi si parla di difficoltà, si tratta di solito della percentuale di sviluppo dell'industria, della percentuale di aumento delle superfici seminate, dell'incremento in pudi del rendimento della terra, ecc.
    E appunto perché le nostre difficoltà sono difficoltà di sviluppo e non di declino o di stasi, appunto per questo esse non devono rappresentare per il partito niente di particolarmente pericoloso. Ma le difficoltà sono pur sempre difficoltà. E siccome per superare le difficoltà occorre una tensione di tutte le forze, sono necessarie fermezza e padronanza di se stessi, qualità che non tutti posseggono in misura sufficiente, forse per stanchezza ed esaurimento, o perché si preferisce vivere più tranquilli, senza lotte e tribolazioni, ecco che incominciano gli ondeggiamenti e le esitazioni, le svolte verso la linea della minor resistenza, i discorsi sulla riduzione del ritmo di sviluppo dell'industria, sulle facilitazioni da dare agli elementi capitalistici, sulla negazione dell'utilità dei colcos e dei sovcos e, in generale, di tutto ciò che esce dal quadro consueto e calmo del lavoro quotidiano. Ma non possiamo andare avanti senza superare le difficoltà che ci si presentano. E per superarle bisogna prima di tutto vincere il pericolo di destra, bisogna prima di tutto superare la deviazione di destra, che frena la lotta contro le difficoltà, che tenta di spezzare la volontà del nostro partito nella lotta per superare le difficoltà. Naturalmente si tratta di una lotta effettiva contro la deviazione di destra, e non di una lotta a parole e sulla carta. V'è della gente nel nostro partito che, per scaricarsi la coscienza, è disposta a dichiarare battaglia al pericolo di destra così come i preti cantano, a volte, « alleluia, alleluia », ma non prende nessuna, assolutamente nessuna misura pratica per organizzare effettivamente la lotta contro la deviazione di destra superarla in realtà. Questa corrente si chiama, da noi, corrente conciliatrice verso la deviazione chiaramente opportunista, di destra. Non è difficile comprendere che la lotta contro questo genere di corrente conciliatrice è parte integrante della lotta generale contro la deviazione di destra, contro il pericolo di destra. Infatti è impossibile superare la deviazione di destra, la deviazione opportunista, senza una lotta sistematica contro la tendenza conciliatrice, che copre gli opportunisti sotto le sue ali.
    La questione degli esponenti della deviazione di destra presenta un interesse indiscutibile, sebbene non decisivo. Abbiamo avuto occasione di incontrarci con degli esponenti del pericolo di destra nelle organizzazioni di base del nostro partito, l'anno scorso, durante la crisi della compera del grano, allorché una serie di comunisti, nei mandamenti e nei villaggi, attaccavano la politica del partito, dirigendosi nel senso di una alleanza con gli elementi kulak. Sapete che i comunisti di questi genere sono stati espulsi dal partito, nella primavera di quest'anno, del che si fa cenno in modo speciale in un noto documento del Comitato Centrale del nostro partito, nel mese di febbraio di quest'anno. Ma sarebbe errato dire che elementi di questo genere non ne siano rimasi nel partito. Se si sale più in alto, alle organizzazioni di partito provinciali e distrettuali, e si cerca bene nell'apparato sovietico e cooperativo, si possono trovare senza fatica degli esponenti del pericolo di destra e della tendenza conciliatrice con esso. Sono note le « lettere », le « dichiarazioni » e altri documenti di parecchi militanti del nostro apparato di partito e sovietico, in cui la tendenza alla deviazione di destra è apparsa nel modo più preciso. Sapete che di queste lettere e di questi documenti si fa menzione nello stenogramma dell'Assemblea plenaria del Comitato Centrale del mese di luglio. Se si sale ancora più in alto e si pone la questione relativamente al Comitato Centrale, bisogna riconoscere che anche nel Comitato Centrale vi sono alcuni elementi, in numero, è vero molto ridotto, che hanno una posizione conciliatrice verso il pericolo di destra. Lo stenogramma dell'Assemblea plenaria di luglio del Comitato Centrale ne fornisce una prova diretta. E nell'Ufficio politico? Vi sono nell'Ufficio politico delle deviazioni? Nell'Ufficio politico non vi soni: né destri, né sinistri, né conciliatori verso di essi. Questo bisogna dirlo qui, nel modo più categorico. E’ ora di finirla con i pettegolezzi diffusi dai nemici del partito e da ogni sorta di oppositori, circa l'esistenza di una deviazione di destra o di una posizione conciliatrice verso di essa nell'Ufficio politico del nostro Comitato Centrale [...] Alcuni compagni sono malcontenti perché le organizzazioni rionali sono intervenute in questa faccenda, chiedendo la liquidazione degli errori e delle esitazioni di questi o di quei dirigenti dell'organizzazione di Mosca. Non so come si possa giustificare questo malcontento. Cosa può esserci di male nel fatto che le assemblee rionali dei militanti dell'organizzazione di Mosca hanno levato la loro voce, per esigere la liquidazione degli errori e delle esitazioni? Non si svolge il nostro lavoro sotto l'insegna dell'autocritica dal basso? Non è un fatto che l'autocritica stimola l'attività della base del partito e della base proletaria in generale? Cosa c'è di male o di pericoloso se le assemblee rionali dei militanti si sono mostrate all'altezza della situazione? Ha agito giustamente il Comitato Centrale intervenendo in questa questione? Penso che il Comitato Centrale abbia agito giustamente. Bersin pensa che il Comitato Centrale agisca in modo troppo severo quando propone la destituzione di uno dei dirigenti di rione contro il quale è insorta l'organizzazione rionale. È completamente falso. Potrei ricordare a Bersin qualche episodio del 1919-1920, quando alcuni membri del Comitato Centrale che avevano commesso degli errori non molto gravi, penso, nei riguardi della linea del partito, su proposta di Lenin furono puniti in modo esemplare. Uno di essi fu mandato nel Turkestan e il secondo per un pelo non pagò l'errore con l'esclusione dal Comitato Centrale. Aveva ragione Lenin di agire in questo modo? Penso che avesse pienamente ragione. Allora la situazione nel Comitato Centrale non era come quella di oggi. Allora la metà del Comitato Centrale seguiva Trotski e nel Comitato Centrale stesso non c'era una situazione stabile. Oggi il Comitato Centrale agisce in modo incomparabilmente più mite. Perché? Forse perché vogliamo essere più buoni di Lenin? No, non si tratta di questo. È che oggi la situazione del Comitato Centrale è molto più stabile di allora e che oggi il Comitato Centrale può agire in modo più mite. Ha torto anche Sakharov quando afferma che il Comitato Centrale ha tardato a intervenire. Ha torto, perché ignora, evidentemente, che l'intervento del Comitato Centrale è incominciato, a propriamente parlare, nel mese di febbraio di quest'anno. Sakharov può convincersene, se lo desidera. E’ vero, l'intervento del Comitato Centrale non ha dato subito dei risultati positivi. Ma sarebbe strano darne la colpa al Comitato Centrale.
    Conclusioni: 1) il pericolo di destra rappresenta un pericolo serio nel nostro partito, perché ha le sue radici nella situazione economica e sociale del nostro paese; 2) il pericolo della deviazione di destra si aggrava per la presenza di difficoltà che è impossibile superare senza superare la deviazione di destra e la tendenza conciliatrice verso di essa; 3) nell'organizzazione di Mosca ci sono state delle esitazioni e degli ondeggiamenti, ci sono stati degli elementi di instabilità; 4) il nucleo del Comitato di Mosca, con l'aiuto del Comitato Centrale e delle assemblee rionali dei militanti, ha preso tutte le misure affinché le esitazioni fossero liquidate; 5) non vi può essere dubbio che il Comitato di Mosca riuscirà a superare gli errori che si erano manifestati prima; 6) il nostro compito consiste nel liquidare la lotta interna, nel cementare l'unità dell'organizzazione di Mosca e nel condurre a termine con successo le nuove elezioni nelle cellule sulla base dell'autocritica più larga. (Lunghi e prolungati applausi dei presenti).

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    Predefinito Rif: Le intuizioni essenziali di Josif Stalin

    DISCORSO
    PRONUNCIATO ALLA RIVISTA MILITARE
    IL 7 NOVEMBRE 1941
    SULLA PIAZZA ROSSA A MOSCA

    Compagni soldati rossi e marinai rossi, comandanti e dirigenti politici, operai e operaie, colcosiani e colcosiane, lavoratori intellettuali, fratelli e sorelle nelle retrovie del nostro nemico, temporaneamente caduti sotto il giogo dei briganti tedeschi, nostri valorosi partigiani e partigiane che distruggete le retrovie degli invasori tedeschi!
    A nome del Governo sovietico e del nostro partito bolscevico vi saluto e mi felicito con voi per il ventiquattresimo anniversario della Grande Rivoluzione socialista d'Ottobre.
    Compagni, oggi dobbiamo celebrare il ventiquattresimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre in condizioni difficili. La perfida aggressione dei briganti tedeschi e la guerra impostaci hanno creato una minaccia per il nostro paese. Abbiamo temporaneamente perduto una serie di regioni; il nemico si trova alle porte di Leningrado e di Mosca. Il nemico calcolava che sin dal primo urto il nostro esercito sarebbe stato disperso e il nostro paese sarebbe stato messo in ginocchio. Ma il nemico ha grossolanamente sbagliato i suoi calcoli. Malgrado gli insuccessi temporanei, il nostro esercito e la nostra marina respingono eroicamente gli attacchi del nemico su tutto il fronte e gli infliggono gravi perdite; e il nostro paese, tutto il nostro paese, si è organizzato in un unico campo di combattimento, per sconfiggere, assieme al nostro esercito ed alla nostra marina, gli invasori tedeschi.
    Vi furono giorni in cui il nostro paese si trovò in una situazione ancor più grave. Ricordate il 1918, anno in cui celebrammo il primo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre. I tre quarti del nostro paese si trovavano allora nelle mani degli invasori stranieri. L'Ucraina, il Caucaso, l'Asia Centrale, gli Urali, la Siberia, l'Estremo Oriente furono temporaneamente persi. Non avevamo alleati, non avevamo l'Esercito rosso, — se ne iniziava appena la formazione, — mancava il grano, mancavano gli armamenti, mancavano i corredi. 14 Stati assalirono allora il nostro paese. Ma non ci scoraggiammo, non ci perdemmo d'animo. Nel fuoco della guerra formammo allora l'Esercito rosso e trasformammo il nostro paese in un campo trincerato. Lo spirito del grande Lenin ci animava allora alla guerra contro gli invasori. Ebbene? Infliggemmo una disfatta agli invasori, ci facemmo restituire tutti i territori perduti e riportammo la vittoria.
    La situazione attuale del nostro paese è incomparabilmente migliore di 23 anni fa. Il nostro paese ora è molto più ricco di industrie, di derrate alimentari e di materie prime di 23 anni fa. Abbiamo ora degli alleati che formano, insieme a noi, un fronte unico contro i conquistatori tedeschi. Abbiamo ora la simpatia e l'appoggio di tutti i popoli d'Europa caduti sotto il giogo della tirannide hitleriana. Ora disponiamo di un magnifico esercito e di una magnifica marina che difendono col loro petto la libertà e l'indipendenza della nostra Patria. Ora non abbiamo una mancanza seria né di prodotti alimentari, né di armamenti, né di corredi. Tutto il nostro paese, tutti i popoli del nostro paese appoggiano il nostro esercito, la nostra flotta e li aiutano a sconfiggere le orde conquistatrici dei fascisti tedeschi. Le nostre riserve umane sono inesauribili. Lo spirito del grande Lenin e la sua vittoriosa bandiera ci animano oggi, come 23 anni fa, alla guerra per la difesa della Patria.
    Si può forse dubitare che possiamo e dobbiamo vincere gli invasori tedeschi?
    Il nemico non è così forte come lo dipingono alcuni intellettualucci spaventati. Il diavolo non è così terribile come lo si dipinge. Chi può negare che il nostro Esercito rosso ha più volte messo in fuga disordinata le vantate truppe tedesche in preda al panico? Se si giudica non dalle fanfaronate dei propagandisti tedeschi, ma dalla vera situazione della Germania, sarà facile comprendere che gli invasori fascisti tedeschi sono davanti ad una catastrofe. In Germania oggi regnano la fame e la miseria. In quattro mesi di guerra la Germania ha perduto 4 milioni e mezzo di soldati. La Germania si dissangua, le sue riserve umane si esauriscono. Lo spirito di indignazione invade non solo i popoli d'Europa, caduti sotto il giogo degli invasori tedeschi, ma lo stesso popolo tedesco che non vede la fine della guerra. Gli invasori tedeschi tendono le ultime forze. Non vi è dubbio che la Germania non può sostenere a lungo una tale tensione. Ancora alcuni mesi, ancora mezz'anno, forse un annetto e la Germania hitleriana dovrà crollare sotto il peso dei suoi misfatti.
    Compagni soldati rossi e marinai rossi, comandanti e dirigenti politici, partigiani e partigiane! Tutto il mondo vi guarda come ad una forza capace di annientare le orde brigantesche degli invasori tedeschi. I popoli asserviti d'Europa, caduti sotto il giogo degli invasori tedeschi, vi guardano come loro liberatori. Una grande missione liberatrice spetta a voi. Siate, dunque, degni di questa missione! La guerra che voi conducete è una guerra di liberazione, una guerra giusta. Che le figure ardimentose dei nostri grandi antenati — Alessandro Nevski, Demetrio Donskoi, Cosimo Minin, Demetrio Pogiarski, Alessandro Suvorov, Michele Kutusov vi ispirino in questa guerra!
    Che la vittoriosa bandiera del grande Lenin sia il segno che vi guidi!
    Per la completa disfatta dei conquistatori tedeschi!
    Morte agli invasori tedeschi!
    Evviva la nostra gloriosa Patria, la sua libertà, la sua indipendenza!
    Sotto la bandiera di Lenin, avanti, alla vittoria!

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    Predefinito Rif: Le intuizioni essenziali di Josif Stalin

    LA CONCEZIONE MARXISTICA DELL'EGUAGLIANZA - tratto dal resoconto al XVII Congresso - 1934


    ... In secondo luogo, è noto ad ogni leninista, purché sia un vero leninista, che il livellamento nel campo dei bisogni e delle condizioni di vita private è un'assurdità reazionaria da piccoli borghesi, degna di una qualche setta primitiva di asceti, ma non di una società socialistica organizzata marxisticamente, poiché non si può esigere che tutti gli uomini abbiano bisogni e gusti perfettamente uguali, che tutti gli uomini quanto al loro tenore di vita privata vivano secondo un unico modello E finalmente: forse che in mezzo agli operai non si conserva la differenza tanto nei bisogni quanto anche nel loro tenore di vita privato? Significa questo forse che gli operai si trovino più lontani dal socialismo, che i membri delle comunità rurali?
    Quella gente evidentemente crede che il socialismo richieda l'egalitarismo e il livellamento dei bisogni o del tenore di vita privato dei membri della società. Non occorre neanche dire che una simile supposizione non ha niente in comune col marxismo, col leninismo. Il marxismo intende l'eguaglianza non come il livellamento nel campo dei bisogni e della vita privata, ma come distruzione delle classi, cioè: a) come liberazione eguale di tutti i lavoratori dallo sfruttamento, dopo che i capitalisti siano stati spodestati ed espropriati; b) abolizione eguale per tutti della proprietà privata dei mezzi di produzione, dopo che questi ultimi sono passati a diventare proprietà di tutta la società; c) obbligo eguale per tutti di lavorare secondo le proprie capacità e diritto eguale per tutti i lavoratori di essere ricompensati di ciò secondo il loro lavoro (società socialistica) ; d) obbligo eguale per tutti di lavorare secondo le proprie capacità e diritto eguale per tutti i lavoratori di essere ricompensati di ciò secondo i loro bisogni (società comunistica). In tale questione il marxismo parte dal concetto che i gusti e i bisogni degli uomini non sono e non possono essere omogenei e eguali quanto alla qualità o quanto alla quantità, né nel periodo del socialismo né nel periodo del comunismo.
    Eccovi dunque la concezione marxistica dell'eguaglianza.
    Nessun'altra eguaglianza il marxismo né ha riconosciuto né riconosce.
    Arrivare da ciò alla deduzione, che il socialismo esiga l'egalitarismo e il livellamento dei bisogni dei membri della società, il livellamento dei loro gusti e del tenore di vita privato; che secondo il marxismo tutti dovrebbero andare vestiti nella stessa maniera, mangiare gli stessi cibi, nella stessa quantità, - significa dire delle insulsaggini e calunniare il marxismo.
    E’ tempo ormai di persuadersi che il marxismo è nemico dell'egalitarismo. Già nel «Manifesto del Partito Comunista » Marx ed Engels sferzarono il socialismo utopistico primitivo, chiamandolo reazionario per la sua propaganda di
    un “ascetismo generale e di un egalitarismo grossolano”.
    Engels nel suo <anti Duhring> consacrò un intero capitolo alla critica mordace del «socialismo radicale ugualitario », sostenuto dal Duhring come contrappeso al socialismo marxistico.
    “Il contenuto reale dell'esigenza proletaria dell'eguaglianza, diceva Engels, si riduce all'esigenza della distruzione delle classi. Qualsiasi esigenza di eguaglianza, che vada più in là di questo punto, inevitabilmente conduce all'assurdità”.
    La stessa cosa disse Lenin:
    “Engels aveva mille volte ragione, quando scrisse: Il concetto di eguaglianza al di là della distruzione delle classi è un pregiudizio stupidissimo e assurdo. I professori borghesi a proposito del concetto di eguaglianza hanno tentato di accusarci, come se noi volessimo rendere un uomo uguale all'altro. Di questa assurdità, che essi stessi hanno inventata, hanno cercato di accusare i socialisti. Ma essi non sapevano nella loro ignoranza, che i socialisti - e precisamente i fondatori del moderno socialismo scientifico, Marx e Engels - dicevano: L'eguaglianza è una frase vuota, se per eguaglianza non si comprende la distruzione delle classi. Le classi, le vogliamo distruggere, - sotto questo rapporto noi stiamo per l'eguaglianza. Ma pretendere per questo, che noi renderemo tutti gli uomini eguali tra di loro, è una frase
    assolutamente vuota di senso e una stupida escogitazione degli intellettuali”. (Discorso di Lenin <intorno all'inganno del popolo mediante le parole d'ordine Libertà e Eguaglianza>).
    Mi pare che sia chiaro.
    Gli scrittori borghesi volentieri immaginano il socialismo marxistico come una vecchia caserma zarista, nella quale tutto è subordinato al principio del livellamento. Ma i marxisti non possono essere responsabili della ignoranza e della ottusità mentale degli scrittori borghesi. ...

 

 
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