Risultati da 1 a 8 di 8
  1. #1
    Giacobino 1799
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    Predefinito Psicopatologia del "salto del fosso"...

    I transfughi, dalla sinistra alla destra, in Italia sono numerosi. Ricordiamone solo qualcuno: Giuliano Ferrara, Sandro Bondi, Fabrizio Cicchitto, Ferdinando Adornato, Renzo Foa, Paolo Guzzanti, Forattini... C'è una spiegazione psicologica a questa loro scelta? Vediamo l'illustre psicoterapeuta, Prof. Luigi Cancrini, cosa ci dice.

    GLI EX, NARCISISTI E IMMATURI
    di Daniela Preziosi, dal settimanale "Avvenimenti" del 9 maggio 2003

    Il forte numero di ex comunisti passati a destra può indicare una patologia specifica, chiamiamola "del salto del fosso"? E magari una sindrome, un complesso di sintomi che svelino non vogliamo dire una malattia, ma qualche disturbo psicologico? Abbiamo rivolto la domanda a Luigi Cancrini, uno dei più autorevoli psichiatri e psicoterapeuti italiani. E' stato anche assessore alla Sanità del Lazio, ha conosciuto molti politici e percorso gli ambienti della politica.

    D.: Professor Cancrini, si può parlare di una psicologia del transfuga politico?

    R.: Possiamo dire che molti di questi personaggi che sono passati da una parte all'altra vivono l'esperienza politica come uno spazio di espansione del sè. In genere queste persone sono state molto a sinistra, e dimostravano una certa insofferenza per la disciplina, per esempio quella di partito, verso la quale erano molto critici. Penso ad esempio all'Adornato responsabile delle pagine culturali dell'Unità, che ora viene definito insopportabile e pieno di sè. Ora, queste persone, di fronte a una delusione, al non riconoscimento del loro valore, di fronte a quello che si definisce "uno scacco narcisistico", cercano altri luoghi dove far riconoscere la loro importanza. Altra vicenda esemplare, quella di Renzo Foa.

    D.: Siamo di fronte a personalità narcisistiche, dunque, non a un travaglio ideologico?

    R.: Non escludo che in queste vicende ci siano anche delle crisi di idee. Ma non credo che sia l'aspetto determinante del fenomeno. Si tratta spesso di personalità narcisistiche rispetto alle quali un'idea vale l'altra. Siamo di fronte a una personalità narcisistica immatura, che fa fatica ad accettare che il proprio parere vale quanto quello dell'altro, che crede di dover essere sempre e ovunque riconosciuta e resta amareggiata di fronte a un limite del sè, non lo tollera. Limite che può essere costituito dalla disciplina di partito, ad esempio, e dal fatto del tutto naturale di trovarsi, talvolta, in minoranza.

    D.: E allora si buttano a destra?

    R.: E allora debbono sostituire i propri nemici, debbono trovare nemici nuovi. Ne conosco molti: dalla propria vicenda personale traggono rabbia e livore. Penso ad esempio all'esperienza sconcertante di Forattini. E' chiaro che queste persone trovano a destra un tipo di accoglienza particolare, dalla quale traggono un vantaggio narcisistico.

    D.: E anche economico, a volte. Come è successo a molti ex socialisti, non crede?

    R.: Credo che in questi casi non c'è da scomodare alcun meccanismo psicologico: gli ex socialisti passati a Forza Italia possono essere ascritti nella categoria dell'opportunismo, alla quale peraltro erano spesso già riconducibili prima. A parte loro, la maggior parte di quelli che passano da sinistra a destra sono ex estremisti. E non è un caso: non hanno tollerato la frustrazione. E infatti se non sono passati a destra, si sono ritirati del tutto, con un movimento depressivo, oppure si sono dimenticati dell'esperienza e sono diventati manager.

  2. #2
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    Il Vecchio vizio della sinistra illiberale e antidemocratica
    semplicemente nauseante, come sempre del resto...
    Non funziona solo per i regimi totalitari, ma anche per chi è portatore di un'ideologia intollerante e totalitaria, come il comunismo in tutte le sue espressioni moderne, comunque mascherate e annacquate...e per gli intellettuali "compagni di strada" ...come al solito al loro servizio. L'odio ideologico verso l'apostata e il transfuga ha per altro radici molto antiche ed è tipico di visioni magico-religiose o delle religioni secolarizzate: le ideologie antidemocratiche moderne appunto: nazismo, fascismo, comunismo.


    da http://www.ausl.re.it

    Dissidenza da manuale psichiatrico
    Nella seconda metà del XX secolo la psichiatria ha conosciuto in alcuni Paesi europei una deriva politica, con abiette forme di deviazioni deontologiche dalla pratica medica, dove è stata sostituita l'attività di servizio al paziente con la deliberata accettazione o la sottomissione dello psichiatra alla ragion di Stato. Lo scopo era soprattutto diretto a reprimere i sostenitori di idee politiche non subordinate all'ideologia dominante e perciò diagnosticati malati di mente. Per affrontare questa inquietante tematica è d'obbligo fare ricorso a Sidney Bloch e, in ambiti più generali riguardanti le modalità di svolgimento della professione psichiatrica, a Walter Reich nel fondamentale Psychiatric Ethics a cura di Sidney Bloch e Paul Chodoff. I paesi che si macchiarano di questa infame forma di repressione psichiatrica per schiacciare il dissenso politico furono soprattutto quelli del socialismo reale: Bulgaria, Romania, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Ungheria, Cuba, a cui dobbiamo aggiungere la Turchia che aveva già conosciuto all'inizio del secolo la partecipazione diretta dei medici al genocidio del popolo armeno. Ma lo Stato dove questo fenomeno assunse la forma più pervasiva e organizzata fu l'Unione Sovietica, nel periodo compreso tra il 1950 e il 1985. In quegli anni nell'Urss un consistente numero di dissidenti politici sani di mente fu diagnosticato affetto da malattie mentali gravi come la schizofrenia e il disturbo paranoideo di personalità. Una volta diagnosticata la malattia essi venivano poi coattivamente spediti in ospedali psichiatrici "civili" o criminali. Lì rimanevano reclusi per periodi variabili da alcune settimane a molti anni, costretti ad assumere psicofarmaci senza alcuna necessità. Cosicché uomini e donne, che avevano scelto l'impegno sociale per liberalizzare uno Stato totalitario, erano nella condizione di non sapere neanche quando sarebbero stati liberati: impossibilitati a guarire in quanto sani. Per questi "malati" la sola guarigione possibile consisteva nell'abiura delle proprie idee frutto di convinzioni profonde. Per riconquistare la libertà, il regime richiedeva, infatti, che il dissenziente, negando i propri convincimenti, esercitasse il massimo di violenza su se stesso. Il primo passo che porteva il dissidente ad essere considerato malato di mente era costituito dalla sua identificazione e classificazione come trasgressore di norme politico-sociali e convenzioni che lo Stato considerava inviolabili (non tutte erano codificate) potendo così esercitare il massimo dell'arbitrio. Per tacitare i dissidenti il regime aveva fatto ricorso, fin dai primi anni successivi alla rivoluzione d'Ottobre, al Gulag e all'assassinio di Stato. Perché, allora, il regime comunista nel secondo dopoguerra pensò di ricorrere alla repressione psichiatrica contro i dissidenti? La risposta va cercata nella svolta impressa al regime da Nikita Kruscev, dopo che egli denunciò con chiarezza nel 1956 al XX Congresso del partito comunista i metodi dispotici/terroristici di Stalin del quale disse: "Diede origine al concetto di nemico del popolo. Questo termine autonomamente rese non necessario che fossero provati gli errori ideologici dell'uomo o degli uomini implicati in una controversia; questo termine rese possibile l'uso della repressione più crudele, la violazione di tutte le norme della legalità rivoluzionaria, contro chiunque in qualche modo era in disaccordo con Stalin". Infatti, Kruscev introdusse lo "stato di fermo" nell'intento di far apparire l'Urss uno Stato di diritto che avesse superato la staliniana fase liberticida. Non solo, il dissidente nei tribunali avrebbe potuto ora denunciare gli abusi del regime e proclamare la sua innocenza. Per questa ragione i processi politici diventavano pericolosi, al punto tale che il regime preferiva non celebrarli, perché avrebbero potuto trasformarsi in cassa di risonanza del dissenso. Pradossalmente è proprio la svolta pseudodemocratica di Kruscev - in un regime rimasto sostanzialmente totalitario e con tanto di polizia segreta ancora viva e vegeta - che abbassa la psichiatria al ruolo di "asettico" strumento di repressione. La psichiatria diventa alleata del potere e, negando i principi basilari della deontologia medica, arriva ad arrecare nocumento a un cittadino per il solo fatto che a richiederlo é una liberticida ideologia dominante: qui sta la radice dell'abuso psichiatrico. In specifico, diagnosticando il dissenziente come malato di mente lo si deprivava contemporaneamente della possibilità di difesa, la sua voce di protesta veniva tacitata e confinata nell'oscuro silenzio di un manicomio. Una volta finito in un ospedale psichiatrico, il dissenziente dell'ordine costituito in molti casi poteva ottenere la liberazione solo con l'ammissione che il suo comportamento trasgressivo era conseguenza della sua mente malata e con l'impegno di non ricadere più in comportamenti deviati. Inoltre, il regime, con l'ausilio della psichiatria, poteva ottenere un altro importante risultato facendo ricorso surrettiziamente alla proprietà transitiva: se il portatore di idee trasgressive era un matto, anche le sue idee erano folli e quindi indegne di qualsiasi credito. Cosicché l'opera di diffamazione del dissenziente raggiungeva il suo scopo con la complicità della psichiatria. Il regime volle una società conformista e, in larga misura, vi riuscì. Anche coloro che non accettavano questa prospettiva, per sopravvivere dovevano apparire dei conformisti al punto tale che Bukovsky e Gluzman nel loro Manual on Psychiatry for Dissidents suggerivano al dissidente - durante il colloquio con lo psichiatra - il seguente comportamento: "A meno che i tuoi studi o la tua professione non lo richiedano, non mostrare interesse per i problemi filosofici (forieri di 'intossicazione metafisica'), per la psichiatria, la parapsicologia o la matematica"; e aggiungevano: "non mostrare interesse verso l'arte moderna e specialmente non mostrare di comprenderla". Le diagnosi di malattia mentale per reprimere il dissenso aumentarono notevolmente quando la psichiatria sovietica passò sotto il monopolio dello psichiatra Andrei V. Snezhnevskij. La storia di questo avventuriero della pschiatria sovietica è emblematica. Egli fu protagonista di una fulminea carriera: nel 1928, a soli 28 anni, diventava direttore di un ospedale psichiatrico; nel 1938 era già vice-direttore del prestigioso Istituto Gannushkin. Nel 1950, in una sessione congiunta dell'Accademia delle scienze mediche e dell'Accademia delle scienze scoppiò un'accesa battaglia tra i sostenitori e i detrattori della tesi secondo cui la teoria pavloviana doveva costituire il fulcro della pratica psichiatrica. In questo conflitto Snezhnevskij, a quel tempo già capo dell'Istituto Serbskij, guidò la fazione vincente dei sostenitori di Pavlov. Subito dopo lo scontro su Pavlov scattò una dogmatica epurazione tra le file dei perdenti obbligati al pensionamento o degradati a incarichi minori dentro la tetra atmosfera di un rifiorente antisemitismo. All'ambizioso Snezhnevskij, vincente sul piano scientifico e prono servitore del regime, la carriera politico-professionale non fece che aggiungere soddisfazioni a soddisfazioni: poco dopo ottenne la cattedra di psichiatria presso l'Istituto centrale superiore medico di Mosca; nel 1962 divenne membro a vita dell'Accademia delle scienze mediche; successivamente prese anche la direzione dell'Istituto di psichiatria dell'Accademia delle scienze mediche dell'Urss, rinominato nel 1983 Centro unito per la psichiatria e la salute mentale: il più importante centro di ricerca psichiatrica del Paese. Snezhnevskij era la reificazione della centralizzazione del potere professionale, del dominio del Partito e con ciò della politicizzazione della psichiatria sovietica. Snezhnevskij, nel mentre accentrava tutto il potere nelle sue mani e appena uscito vittorioso nello scontro su Pavlov, riuscì a imporre anche le sue teorie sulla schizofrenia il cui concetto veniva ampliato sino a comprendere anche mutamenti del comportamento relativamente minori come evidenza di tale condizione. La schizofrenia è dalla Scuola psichiatrica di Snezhnevskij considerata di origine genetica con espressione clinica variabile che porta all'inevitabile deterioramento della personalità. Perciò, una volta che un paziente viene diagnosticato come schizofrenico sarà considerato vittima del disturbo per tutta la vita e tale sarà considerato anche se non mostra segni della malattia. La Scuola di Snezhnevskij postulava tre forme, con relativi sottotipi, di schizofrenia: 1) Continua: quando il decorso della malattia precipita progressivamente senza presentare momenti di remissione. Essa si può presentare con i sottotipi di maligna (grave), paranoide (moderata) e lenta (lieve) che sono individuabili dalle modalità di progressione della malattia; 2) Periodica: si caratterizza con attacchi di malattia seguiti da fasi di remissione nei quali il paziente recupera la salute; 3) Mutevole: si pone a cavallo tra queste due forme. Come nella forma periodica, anche in questo caso sono presenti attacchi acuti ognuno dei quali lascia il paziente più malato di quanto non lo fosse prima, cosicché la malattie progredisce inesorabilmente nel corso della vita. In tutti i sottotipi, per la apparente normalità, l'insorgenza può essere così graduale da non rendere affatto ovvia la malattia se non molto in avanti nel tempo. La varietà di schizofrenia definita lenta, capace di etichettare anche i cambiamenti di comportamento più sottili sotto una delle più gravi forme di disturbo mentale, è quella che maggiormente si presta per la strumentalizzazione politica della psichiatria. Non a caso la diagnosi di schizofrenia lenta è stata diffusamente appiccicata odosso ai dissidenti diventati vittime di una pschiatria repressiva. Per la Scuola di Mosca chi veniva colpito dalla sindrome lenta di schizofrenia sopravvalutava la propria importanza e poteva quindi sviluppare piani irrealistici per riformare la società. La diagnostica della dissidenza coniò così tutta una serie di criteri che, conservati nel suo magazzino degli orrori, erano sempre pronti all'uopo per sedare ogni possibile disturbatore del sonno della ragione-Partito. Vediamoli questi criteri che popolavano i rapporti diagnostici e servivano a rinchiudere i dissidenti dentro i manicomi: "sopravvalutazione della personalità", "cattivo adattamentio alla società", "manie riformistiche", "mania paranoica di riformare la società o di riorganizzare lo Stato o di revisionare il marxismo-leninismo". Ora, di fronte a una persona che dichiara di essere la sola capace di attuare grandiosi piani di riorganizzazione della società, la maggior parte degli psichiatri si troverebbero daccordo nel considerarla in preda a un disturbo psicotico. Ma i dissidenti sovietici appartenevano a questa categoria di persone? Gli elementi di cui si dispone ci fanno dire sicuramente no. Infatti, famosi dissidenti, etichettati schizofrenici in Urss, una volta emigrati in Occidente non hanno mai avuto una ricaduta in oltre vent'anni. Essi, infatti - come scrive Bloch - "non credevano che le loro azioni avrebbero automaticamente dato frutto o che il regime avrebbe necessariamente tenuto conto delle loro proteste e nessuno di loro dispensava messaggi messianici. Essi riconobbero la natura frustante e soprattutto l'azzardo della loro lotta. Il passaggio nel territorio della dissidenza era costellato di pericoli: rimozione dall'incarico o perdita del posto di lavoro, espulsione dal Partito, ricovero in ospedale psichiatrico, internamento in una prigione o in un campo di lavoro, l'esilio; quindi le pene erano evidenti e ben note. Tuttavia, i dissidenti considerarono che valesse la pena rischiare, in virtù dell'importanza dei loro obiettivi". Più semplicemente, ma molto drammaticamente, dobbiamo dire che la Scuola psichiatrica di Mosca aveva ampliato, per finalità politiche, la rete dei criteri della schizofrenia per imbrigliarvi i trasgressori dell'ordine costituito. Sull'estensione dei criteri della schizofrenia attuato dalla Scuola di Mosca non ci sono dubbi, dopo che ciò è stato dimostrato dallo Studio Pilota Internazionale sulla Schizofrenia (Ipss) condotto dall'Oms tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta. In nove centri, tra cui quello di Mosca, si valutarono i pazienti relativamente alla schizofrenia e si raccolsero i dati su di loro. Il centro di Mosca era proprio l'Istituto di Psichiatria diretto da Snezhnevskij. John K. Wing programmò un computer per ri-diagnosticare i pazienti originariamente diagnosticati schizofrenici nei vari centri. Ebbene, solo relativamente al centro di Mosca, un'alta percentuale di pazienti colà diagnosticati schizofrenici venne riassegnata dal programma del computer non alle categorie psicotiche, bensì a quelle depressive e nevrotiche. Il ricovero coatto in manicomio dei dissidenti politici continuò tranquillamente almeno fino al 1985. Nell'era della perestroika avviata da Gorbacev, la critica agli aspetti più odiosi del regime comunista investe anche la psichiatria. Nel 1987 i rilievi alla pessima gestione psichiatrica finiscono sulle pagine della Isvestia. Il 5 gennaio 1988, con decreto del Presidium del Soviet Supremo dell'Urss, viene introdotta la riforma della legislazione sulla salute mentale. Vengono così trasferite le competenze degli ospedali psichiatrici criminali dal ministero degli interni al ministero della sanità, a ciò si aggiunge il piano di istituire una commissione indipendente formata di psichiatri, avvocati e assistenti sociali col compito di monitorare i casi di abuso psichiatrico. Inoltre, agli internati in ospedale psichiatrico viene attribuito il diritto "di appellarsi al primario psichiatra dell'autorità sanitaria" dove fu eseguita la diagnosi. Dopo di che lo psichiatra è obbligato a chiedere un secondo parere ad una nuova commissione psichiatrica. Nel 1989 i medici compromessi nella strumentalizzazione politica della psichiatria cominciarono a essere rimossi dai loro incarichi. W. Reich osserva che questa esperienza sovietica mostra emblematicamente come la diagnosi psichiatrica sia un atto sociale influenzato da quelle che lo psichiatra considera le norme delle società. La diagnosi ha infatti il potere di ri-classificare intere categorie di comportamento considerate, dal regime al potere, socialmente inaccettabili come conseguenza diretta di condizioni diagnosticabili psichicamente. Applicate dagli psichiatri, le diagnosi hanno il potere di rendere una persona totalmente "altro da sé" e che necessita l'esclusione dal corpo sociale. Questa possibilità di disumanizzazione diagnostica permette ai sistemi totalitari di coprire la loro politica repressiva sfruttando il vantaggio della neutralità scientifica offerto dall'espediente diagnostico. Con la diagnosi, uno psichiatra può procedere senza considerarsi un trasgressore della libertà e dignità umana: "può, con buona coscienza, permettersi di fare al paziente quello che non vorrebbe che gli altri facessero a lui".


    Saluti liberali

  3. #3
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    Come volevasi dimostrare... La coda di paglia di PFB subito si è fatta sentire...

  4. #4
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    AI TEMPI DELLA RAI DELL'ULIVO LA PROTESTA VEEMENTE DEI COMUNISTI PIU' "PURI"...

    " Lerner, nuovo direttore del Tg1
    DA FALSO RIVOLUZIONARIO A PORTAVOCE DEL REGIME CAPITALISTA E NEOFASCISTA

    Una solare conferma che gli "ultrasinistri'' sono dei destri mascherati da sinistra
    Dal 16 giugno Gad Lerner è il nuovo direttore del Tg1. A nominarlo, al posto del dimissionato Giulio Borrelli alla guida del più importante telegiornale del regime neofascista, è stato il Consiglio di amministrazione della Rai, nel quadro di un giro di poltrone deciso per rafforzare il controllo dell'Ulivo sull'ente radiotelevisivo e attrezzarlo per reggere il confronto con la sempre più agguerrita Mediaset di Berlusconi, nella lunga campagna elettorale che si prospetta di qui a 10 mesi.
    E così questo ex falso rivoluzionario ha avuto alla fine il premio che corona la sua fulminante carriera di pennivendolo e megafono della borghesia, cominciata all'ombra di "Lotta continua'' (LC) e dell'"ultra-sinistrismo'', proseguita al soldo di Agnelli, De Benedetti e Scalfari, e culminata sulla dorata poltrona di comando del Tg1. E non si può certo dire che quella poltrona di portavoce del regime capitalista e neofascista Lerner non se la sia guadagnata, come dimostra la sua "brillante'' carriera, che si intreccia con quelle di tutta una serie di ex "ultrasinistri'' che come lui, guarda caso, oggi occupano posti importanti nell'informazione di regime controllata da entrambi i poli.
    Nato a Beirut nel 1954 da una antica famiglia ebraica poi emigrata a Milano, Lerner compie gli studi al ginnasio Parini e poi al liceo Berchet. La sua iniziazione politica avviene nel gruppo Gramsci, per poi proseguire dal '73 in "Lotta continua''. Dal '76 al '79 è vicedirettore del quotidiano "Lotta continua'', diretto da Enrico Deaglio (altro ex falso rivoluzionario approdato alla Rai, dopo aver diretto il quotidiano "Reporter'' finanziato da Martelli e Craxi), dove si fa le ossa come giornalista e specialista di inchieste.
    In questo periodo i suoi "maestri'', o "fratelli maggiori'', come ama definirli, oltre a Deaglio e, naturalmente, Adriano Sofri, sono: Claudio Rinaldi, che poi dirigerà "L'Espresso''; Andrea Marcenaro, oggi corsivista de "Il Foglio'' del rinnegato e berlusconiano Giuliano Ferrara; Erri De Luca, traduttore della Bibbia e oggi giornalista dell'organo della reazionaria Cei, "L'avvenire''; Luigi Manconi, che poi si riciclerà nel movimento ambientalista fino a diventare il segretario dei Verdi; Lucia Annunziata, giornalista de "il manifesto'', poi diventata direttrice del Tg3 e che occupa tuttora un'importante carica nella Rai; Nini Briglia, oggi importante dirigente Mediaset; Paolo Liguori, diventato direttore di "Studio aperto'' al soldo di Berlusconi. E poi Paolo Mieli, Pierre Carniti, Goffredo Fofi, Giuseppe De Rita, Rossana Rossanda, e compagnia bella.
    Dopo "Lotta continua'' Lerner collabora come giornalista al quotidiano di area PSI "Il Lavoro'' di Genova, diretto da Giuliano Zincone, a "Radio popolare'' e a "il manifesto''. Nell'83 lo ritroviamo a "L'Espresso'' di De Benedetti e Scalfari. Nell'88 pubblica da Feltrinelli il libro "Operai'', ambientato tra i lavoratori della Fiat, dal quale traspare chiaramente il veleno antioperaio in cui da tempo ha cominciato a intingere la penna, dopo aver smesso i panni di "ultrasinistro''. La tesi che vuol dimostrare è quella della "fine della classe operaia'', diventata di moda nell'Italia del Caf: "Io non credo assolutamente più alla classe operaia'', confesserà in un'intervista a "la Repubblica'' del 4/11/92. Particolare significativo: il libro guadagna una lusinghiera prefazione del giornalista Furio Colombo, che tra le sue cariche è anche presidente della Fiat Usa; inoltre alla presentazione del libro a Torino presenzia Maurizio Magnabosco, direttore del personale della Fiat, mentre a quella di Milano interviene Cesare Annibaldi, responsabile delle relazioni esterne dell'azienda di Agnelli. Un ottimo viatico per l'ex LC, che gli frutterà qualche anno dopo il posto di vicedirettore de "La Stampa'', offertogli da Agnelli in persona.
    Prima di approdare alla prestigiosa poltrona del quotidiano della Fiat diretto da Ezio Mauro, che occuperà dal '93 al '96, Lerner fa però la sua prima esperienza in televisione, conducendo per Rai3 di Guglielmi le trasmissioni "Passo falso'', "Profondo Nord'' e "Milano Italia''. Già allora si parla di lui come possibile direttore del Tg3, nel progetto di Guglielmi di trasferire la sede di quel telegiornale a Milano. è di quel periodo la lettera ossequiosa che egli scrive a un Craxi già inquisito invitandolo a partecipare a "Milano Italia'' per "tenere viva la fiammella socialista'': quello di Craxi, dichiara per nulla imbarazzato Lerner in un'intervista a Sette del "Corriere della Sera'' confessando la sua simpatia per l'allora neoduce, è stato "un tentativo coraggioso di abbattere la cultura comunista che ingabbiava la sinistra''. Del resto l'ex LC non nasconde la sua amicizia con gente come De Michelis e Giuliano Ferrara. Segno che con il PSI del neoduce c'è stato più di un punto di contatto.
    Dopo l'esperienza a "La Stampa'' Lerner torna in televisione, occupata nel frattempo dagli uomini dell'Ulivo, per condurre la trasmissione "Pinocchio'', e dal gennaio '99 diventa editorialista de "la Repubblica''. Per poi fare oggi il grande salto a direttore del Tg1: un telegiornale da sempre rigidamente asservito al governo e al Vaticano; del Vaticano d'altronde, ultimamente Lerner si era assai tempestivamente guadagnato la fiducia con l'intervista al cardinale Ruini, le cronache e i commenti sui viaggi di Wojtyla in Palestina e a Fatima, ecc.
    La sua parabola, che è quella di molti altri falsi rivoluzionari, sessantottini pentiti, imbroglioni e venduti che come lui hanno fatto carriera nei mass media di entrambi i poli del regime neofascista, come Liguori, Rinaldi, Annunziata, Santoro, Mieli, Mughini, Protti, e chi più ne ha più ne metta, è idealmente compresa tra due immagini estremamente eloquenti: comincia con la sua foto in divisa da "katanghese'' tra i "duri'' del servizio d'ordine studentesco nel '70 (lui che si vanta di "non rinnegare niente del suo passato'', perché fu sempre contrario alla violenza e al terrorismo), e finisce in giacca e cravatta sui teleschermi del Tg1 nel 20• anniversario della strage di Ustica, dove ha esordito da padrone di casa con un'intervista ad Andreotti su tutt'altro argomento.
    Ora si può comprendere meglio la funzione che avevano già allora questi falsi rivoluzionari, che attaccavano i marxisti-leninisti da posizioni "ultrasinistre'', se non addirittura filo terroriste: impedire l'affermazione tra i giovani rivoluzionari del marxismo-leninismo e del vero Partito del proletariato. Finito il loro infame compito, ognuno di essi rifluisce da dove è venuto, nel capitalismo e nel regime neofascista, a ricevere dai propri padroni lo sporco premio che si sono guadagnati.
    "
    c'è sempre qualcuno più di sinistra che di da dell'apostata e del traditore, e se sei ebreo..... l'antisemitismo mai sopito di certa sinistra stalinista.....
    il tutto lo potete leggera all'indirizzo:
    http://pmli.dadacasa.supereva.it/vol...nalerner.htm?p

    Shalom!!!

  5. #5
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    ELOGIO DEL VOLTAGABBANA

    " voltagabbana della democrazia

    Elogio del voltagabbana: è il provocatorio, inequivocabile titolo del saggio scritto da Pia Luisa Bianco per i tipi di Marsilio e presentato ieri a Roma (al Palazzo de Carolis) con Francesco Cossiga, Antonio Martino, Cesare Romiti, Ernesto Galli della Loggia e Pierluigi Battista.
    Il pamphlet sui più celebri voltagabbana della storia (tre nomi su tutti: Talleyrand, Churchill, Mussolini) e sul diritto di cambiare opinione nell’Italia di oggi riprende un dibattito culturale in corso da mesi, sul quale sono interventi fra gli altri Paolo Mieli e Sergio Romano. Nel suo libro, la giornalista capovolge la prospettiva e il giudizio su chi cambia casacca (ma non per opportunismo), per concludere che «il voltagabbana non esiste», almeno nella sua accezione negativa. Cambiare idea - dice Pia Luisa Bianco - è un diritto assoluto. Non ha aggettivi». Non c’è, insomma il voltagabbana buono e quello cattivo, se non nei totalitarismi. Nei regimi democratici «questo tabù non può sopravvivere, ci sono le libere elezioni e il diritto di cambiare idea». Il problema , semmai, è quello di «trovare il coraggio di mettere nero su bianco soluzioni politiche, istituti che garantiscano la tenuta del governo, l’identità della maggioranza e la tutela degli elettori».
    Soluzioni prospettate: il sistema inglese, ad esempio, dove il primo ministro scioglie le Camere se perde la maggioranza. Oppure quello americano, dove è netta la distinzione tra assemblea parlamentare ed esecutivo.
    Tanto il ministro Antonio Martino quanto il presidente di Rcs Cesare Romiti convengono sul fatto che si può cambiare idea nella vita e meritare rispetto. Ma è ben diverso, sostengono entrambi, se a cambiare idea è l’eletto. «Sarebbe il sale della democrazia che nella passata legislatura duecento deputati abbiano mutato opinione?», chiede Romiti, per concludere: «Per me questa è degenerazione della democrazia e se cambia opinione chi è eletto ha il dovere di dimettersi». Anche per il ministro della Difesa «l’essenza di una democrazia è la coincidenza tra la maggioranza elettorale e quella parlamentare» e «il vero voltagabbana è chi tradisce comunque la sua coscienza». Per Francesco Cossiga «non è voltagabbana chi muta idea perché sono mutate le condizioni, così come fece Saragat, o Stalin con il Patto Molotov-Ribbentrop».
    Ma il libro di Pia Luisa Bianco ha un incipit tanto provocatorio quanto chiaro: « Finché ci saranno dei voltagabbana saremo sicuri di vivere in una democrazia. Finché si potrà cambiare partito, saremo sicuri d’averne a disposizione più d’uno. Finché si potrà fare una scelta di campo, e anche tornare indietro, saremo sicuri di non aver scelto un campo di concentramento ».


    N. A.
    " da : http://www.unionesarda.it/unione/200...CLT01/A04.html

    Saluti liberali

  6. #6
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    Predefinito Satira preventiva: angoscia e depressione di un intellettuale di destra...

    Il rum cubano arma letale
    Poveri intellettuali di destra. Con l'arrivo di An al potere, credevano che fosse il loro momento. Non avevano fatto i conti con gli ex marxisti riciclati...

    di Michele Serra

    Dal diario di un intellettuale di destra.

    Lunedì. Sono andato al convegno anticastrista di Chianciano. Avevo preparato un lungo intervento: sono anticastrista da quando andavo alle medie, ero l’unico che invece della foto di Che Guevara teneva nel diario quella di papa Pacelli. Beh, niente da fare. Al mio posto ha parlato Valerio Riva, uno che da giovane era così castrista che quando Fidel pescava i barracuda gli faceva volentieri da esca. Ha tuonato per due ore contro Castro e il comunismo, poi ha detto che i sigari cubani sanno di tappo. Me ne sono andato perplesso: dopo una vita di onorato anticomunismo, come ho fatto a farmi sorpassare a destra da un vecchio rottame del bolscevismo?

    Martedì. Ho proposto al mio direttore di scrivere un editoriale contro la sinistra. Mi ha risposto che non è possibile: gli editoriali contro la sinistra sono ormai monopolio di Ferdinando Adornato, ex leader dei giovani comunisti. Siamo alle solite, ho pensato. E ho cortesemente fatto presente che sono stufo di scrivere da 22 anni la rubrica di giardinaggio a pagina 28. Il direttore mi ha rassicurato: farà scrivere anche quella ad Adornato.

    Mercoledì. Sto scrivendo un libro contro la magistratura di sinistra. Quando gli autonomi bruciarono la mia sezione del Msi, nel ’74, i giudici di Magistratura Democratica mi condannarono per porto abusivo di estintore. L’editore, però, mi ha chiesto di pazientare: contro le toghe rosse ha già in stampa un libro di Tiziana Maiolo, quella che sul “Manifesto”, 25 anni fa, scrisse che ero stato proprio io ad azionare l’estintore. Dice che adesso è garantista, e propone di depenalizzare un sacco di reati. In un certo senso è coerente: dalle sue parti politiche, quando eravamo tutti più giovani, si diceva che “uccidere un fascista non è reato”. Per depenalizzare, Maiolo depenalizzava anche allora.

    Giovedì. Devo scrivere un dossier su Piazza Fontana. Ho conservato dei vecchi appunti: una mia intervista all’avvocato Gaetano Pecorella, difensore delle vittime della strage, avvocato della sinistra extraparlamentare e sostenitore della colpevolezza dei fascisti. Per completezza di informazione, ho deciso di intervistare l’attuale difensore degli imputati fascisti: è l’avvocato Gaetano Pecorella. Non può essere la stessa persona. Non è possibile. Forse scriverò un testo esoterico sulle omonimie, dopotutto anche l’esoterismo è di destra: e dovrò pure riciclarmi in qualche settore…

    Venerdì. Non so più che fare. Sono di destra da una vita, ho sempre dovuto arrangiarmi a pubblicare per editori dal nome assurdo, tipo “La voce della fogna” o addirittura “Edilio Rusconi”. Non c’era un giornale serio disposto ad assumerci, noi intellettuali di destra. Per anni abbiamo dovuto campare impaginando le foto di donnine nude sul “Borghese” o facendo la comparsa cannibale nei film di Gualtiero Jacopetti. Quando siamo andati finalmente al governo, mi sono detto: adesso conteremo un po’ di più, accidenti… Macché, i pochi posti da ministro, da editorialista, da direttore lasciati liberi dagli avvocati di Berlusconi e dai suoi amici di infanzia, se li sono presi tutti gli ex comunisti riciclati. E noi seri, coerenti, sfigati intellettuali di destra, anticomunisti da una vita, che dobbiamo fare per lavorare?

    Sabato. Cara mamma, ho sempre cercato di onorare i valori della destra. Ho perfino difeso “Berretti verdi” pur sapendo che era una cagata spaventosa, perché, come mi avete insegnato tu e papà, “right or wrong, it’s my movie”. Ma adesso, ho dei dubbi molto seri: noi di destra non ce la faremo mai, contro gli ex comunisti non c’è partita. Accettano anche i lavori sporchi: rivalutano i film di Zeffirelli, dicono che la Fallaci è una grande scrittrice. Uno come me non potrà mai farcela: sono cresciuto a pane e Céline, e la Fallaci, quando scrive le parolacce, non mi fa pensare a Céline ma a Funari.

    Domenica. Che dici, mamma? Accetto di scrivere a quattro mani con Valerio Riva il saggio “Armi di distruzione di massa: il rum cubano”, oppure rimango povero e onesto?


    da www.espressonline.it

  7. #7
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    Predefinito

    " Quando un dio fallisce e si dimostra un demone, quelli fra i suoi seguaci che sono onesti nell'intelletto e puri nel cuore, lo rinnegano e denunciano il suo culto come un delitto "

    F. Furet

  8. #8
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    Predefinito Dal dio al demone, dal demone al pagliaccio...

    Originally posted by patatrac
    E si rifà un nuovo dio...
    Ovvero: quando la tragedia si trasforma in farsa...

 

 

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