di Antonio Duva.

Articolo pubblicato su “la Rinascita della sinistra” (16 maggio 2003)

Gli storici più avvertiti considerano quasi una sciagura gli appuntamenti imposti dal calendario: ricordare la nascita o la morte di una personalità in coincidenza con un decennale o con un centenario spinge, infatti, non di rado, a ricostruzioni superficiali o a formulare interpretazioni di maniera o faziose.
Ma quello che è vero in campo scientifico, lo è meno – o non lo è per niente – per quanto riguarda gli orientamenti dell’opinione pubblica e il clima politico e morale di un Paese.
In questo caso, al contrario, una ricorrenza si rivela spesso un’utile occasione per tracciare il bilancio di una vita e per capire in che misura la sua lezione ideale sia ancora attuale.
Il centenario della nascita di Ugo La Malfa, che cade il 16 maggio, offre, in questo senso, spunti di riflessione preziosi.
Colpisce, prima di tutto, che l’avvenimento abbia visto accomunate le voci più diverse del mondo politico e giornalistico in un coro di rimpianti e consensi quasi privo di dissonanze.
E questo, di per sé, già costituisce una rivincita postuma per La Malfa, uomo che tenne quasi sempre posizioni di assoluta minoranza e fu spesso oggetto di feroci polemiche e di appellativi sarcastici, a cominciare da quello, ricorrente, di Cassandra.
Del resto già al suo funerale, in una Roma uggiosa del marzo ’79, la straordinaria partecipazione popolare aveva testimoniato che, nella coscienza collettiva, la figura di La Malfa era assai più radicata di quanto si potesse comprendere dai voti, sempre pochi, ottenuti dalla forza politica che contribuì a fondare – il Partito d’Azione – o da quella di cui, più tardi, fu a lungo a capo, il Pri.
Si tratta di una percezione che, negli anni a seguire, si è evidentemente rafforzata.
Si può insomma dire che La Malfa, con il trascorrere del tempo, appare con sempre più diffusa evidenza come un protagonista di una stagione politica della quale molti riconoscono qualità la cui mancanza, oggi , risulta un elemento grave di fragilità per il Paese.
Senso dello Stato, capacità di guardare con lungimiranza agli interessi di fondo dell’Italia, moralità personale, sono i tratti distintivi che, anche a distanza di tempo, si colgono nel personaggio La Malfa, lungo l’arco di un ininterrotto impegno pubblico, durato più di mezzo secolo.
Una vita straordinaria che, dalla dura lotta clandestina al fascismo sino alla battaglia per l’adesione dell’Italia al Sistema monetario europeo (cioè a quell’idea di Europa che è un cardine del suo pensiero), portò un giovane intellettuale siciliano a diventare uno dei “padri” della nostra Repubblica.
Proprio ripercorrendo la vita di La Malfa persino il berlusconiano “Foglio” – in un sussulto di sincerità – deve ammettere che, nella tanto vituperata prima Repubblica, “si fosse capaci di un senso delle istituzioni che oggi è vano cercare”. Parole alle quali le recenti, deplorevoli esibizioni del presidente del Consiglio nelle aule dei Tribunali conferiscono un sapore del tutto particolare.
Tuttavia c’è il rischio che una così estesa messe di consensi, in chiave pigramente nostalgica per una, ahimè quanto distante, “età dell’oro” della democrazia, faccia da velo a una considerazione critica, più attenta alla sostanza dell’eredità politica di La Malfa.
Un’eredità che è quella di un serio intellettuale della politica ma anche di un vigoroso combattente.
Un’eredità che non va – come proprio a lui toccò di osservare a proposito della antica tradizione del suo partito – contemplata, come fanno le beghine davanti alle immagini nelle chiese, ma piuttosto raccolta e calata nel vivo del conflitto politico.
In questo senso due sono le lezioni che, guardando alla vita di La Malfa, a me sembra utile trarre per dare nuova linfa alle prospettive democratiche del Paese, oggi esposte a nuovi e inquietanti rischi.
La prima consiste nel rigore con cui egli seppe tenere ben distinte le formule di schieramento, alle quali l’evoluzione degli equilibri parlamentari lo indussero ad aderire, dai contenuti del suo progetto politico: mentre quelle infatti dovettero via via mutare in base agli orientamenti popolari, questo si mantenne costante.
Sempre fu basato, infatti, sulle scelte da compiere per tenere aperta una via allo sviluppo reale del Paese, per assecondarne la modernizzazione e l’equilibrio sociale.
Sono i temi che lanciò, sin dagli anni Sessanta, nei memorabili confronti con Giorgio Amendola e con Pietro Ingrao.
Parlare di contenuti, per La Malfa, non fu mai cedere a un empirismo senza principi, a quella deriva cioè che tanto negativamente ha pesato sull’estrema stagione del centro-sinistra ed ha ripreso a intorbidare molte delle scelte di oggi.
Con il termine “contenuti” il leader repubblicano intendeva invece riferirsi a ciò che avrebbe dato concreta attuazione, nella situazione storica data, a quell’idea democratica – sintesi di libertà politica e di giustizia sociale – nella quale ebbe sempre fede.
E’ questo approccio, a me pare, che ha consentito a La Malfa di sottrarsi alla schiavitù delle formule politiche e di impersonare l’anima critica degli schieramenti di cui si trovava a far parte: quel “consenso ribelle”, come lo definì Gennaro Sasso, che lo ha fatto sempre andare “oltre”.
Imponendo, contro la destra industriale, la liberalizzazione degli scambi negli anni del centrismo; difendendo, con la “Nota aggiuntiva” scritta da ministro del Bilancio nella fase di avvio del Centro-sinistra, il destino del Mezzogiorno e il coinvolgimento dei sindacati; promuovendo, con il compromesso storico, l’intesa con i comunisti, considerati essenziali per rafforzare l’equilibrio democratico nella drammatica stagione del terrorismo.
Sarebbe forse utile, per un Ulivo troppo spesso vanamente litigioso, ripensare a questa lezione politica, in cui idealità e realismo seppero trovare un punto di sintesi efficace.
La seconda lezione è quella della tenacia.
Nei suoi lunghi anni di impegno pubblico La Malfa conobbe cocenti delusioni e ripetute sconfitte: ma nessuna riuscì a spegnere in lui l’ambizione della rivincita e la determinazione in una lotta che, sino all’ultimo giorno della sua vita, condusse per l’obiettivo di un’Italia davvero europea, più moderna e più giusta.
Quell’Italia oggi appare terribilmente lontana. Eppure proprio la lezione di uomini come Ugo La Malfa - animati di intransigenza ma senza chiusure, dotati di moralità ma senza sterili moralismi – può contribuire a renderla più vicina.