Corriere, 12.5.2003
VERSO LE ELEZIONI
E ora il Cavaliere ritira la patente agli avversari
di GIAN ANTONIO STELLA
Stimolato dal palazzetto in cui parlava, intitolato a Primo Carnera, Silvio Berlusconi le ha menate ieri a tutti i nemici: i comunisti, i comunisti e infine i comunisti. Con l’aggiunta dei giudici comunisti, dei quali ha spiritosamente invitato gli azzurri («siamo tombeur de femmes ...») a cuccare le mogli. Scherzava, ovvio... Tanto è vero che, nella lussureggiante esposizione di un’ora e mezza, ha snocciolato una serie di barzellette promettendo di farne un libro. Ma sui «rossi» no, non scherzava affatto. E ha severamente ammonito: «Non si può consentire a chi è stato comunista di andare al governo». Al che decine di «ex» della sua corte sono sobbalzati: «Sono forse io, Signore?». Macché: era solo un lapsus. Il Cavaliere, infatti, spiega e rispiega da giorni che a sinistra non ci sono «ex». Lo ha detto al New York Times motivando i sacrifici cui è costretto: «Altrimenti i comunisti si prenderebbero l’Italia. Altrimenti l’Italia avrebbe supportato Chirac contro gli Stati Uniti. Altrimenti non ci sarebbe libertà. Perché i comunisti non sono ancora democratici. Sono dei turisti della democrazia. Non hanno ancora imparato perché sono tuttora vicini ai dittatori: Milosevic, Castro, Saddam Hussein. Questa è la loro anima. Perché il più forte partito comunista dell’Occidente era ed è in Italia». E al giornalista americano che eccepiva che «i comunisti non esistono quasi più» ha ribattuto: «Non in Italia. Non in Italia. Questi sono veri comunisti. Sono gli stessi che per anni hanno supportato Pol Pot e tutti i dittatori e i regimi comunisti del mondo. E hanno sempre la stessa mentalità».
Polemiche istantanee. E ironie: quando ci sarebbe stato il referendum raccontato agli americani nel quale agli italiani «è stato chiesto se io dovessi o meno vendere» le televisioni «e loro hanno detto no»? Lui ha tirato diritto. E a Udine ha ribadito: «Ai comunisti non deve esser consentito di andare al potere» poiché hanno «un’attrazione fatale per i dittatori». Un allarme in linea con la discesa in campo raccontata a mamma Rosa: «Mi ha detto: mamma, i comunisti sono rimasti gli stessi. Disferanno l’Italia!». Coerente con l’angosciata domanda posta il 12 aprile 1996 contro la paventata vittoria dell’Ulivo di Prodi, Ciampi e Treu: «Se vince la sinistra siamo sicuri che voteremo ancora?». Fedele alla scelta di tenere «i toni bassi» manifestata dopo le elezioni del 2001 che avevano sloggiato il governo di Amato, Dini ed (Enrico) Letta: «Da quando l’umanità ha conosciuto la più feroce e disumana impresa che sia apparsa nella storia dell’uomo, l’ideologia folle che si chiama comunismo, non era mai successo che, una volta al potere, lo avesse lasciato con libere elezioni: è successo in Italia per la prima volta il 13 maggio».
Per carità: in guerra e in amore tutto è lecito. Quasi. Ma a forza di dire certe cose, come un giorno scrisse Paolo Franchi, uno rischia di crederci davvero. Vale per gli insulti a Berlusconi, assolutamente inaccettabili nei paragoni con Goebbels e Mussolini fatti negli anni non solo nei cortei ma anche avanzati da politici che dovrebbero pesare le parole come Romano Prodi. E vale per il Cavaliere, che con certi discorsi rischia di dimenticare che il dialogo con Saddam è stato tentato anche da esponenti cattolici tra cui Roberto Formigoni, che a Belgrado in soccorso di Milosevic e dei «fratelli serbi» (parole di Bossi) andarono, prima di Cossutta, i deputati leghisti guidati dall’attuale ministro Bobo Maroni e che con Fidel ha aperto una fitta e non ostile corrispondenza in latino anche Giulio Andreotti.
Certo, non solo l’aperta difesa ma anche le ambiguità su Castro e i suoi crimini sono inaccettabili. Così come certi convegni (minoritari) in difesa di Stalin o certe nostalgie che ancora sopravvivono intorno ad antichi miti fatti a pezzi dalla storia. E il Corriere non ha perso occasione per censurarlo con durezza. Senza ammiccamenti alle spiegazioni oblique quali quella avanzata, sul fronte opposto, dal senatore «nero» Valentino Martelli: «Il fascismo è un po’ come il mobilio della nonna. Quello buono non si butta mai via».
Ma un conto sono le parole, dice Roberto Castelli opponendosi al progetto di nuove leggi europee contro la xenofobia, un altro i fatti: «In democrazia un cittadino deve avere il diritto di dire le sciocchezze più grandi che crede». E sono dette da tutte le parti. Anche dal deputato di An Ettore Bucciero: «Quelli di Forza Nuova? Bravi ragazzi». Dal sindaco di Benevento Sandro D’Alessandro: «Confesso che ogni 25 aprile mi piace chiudermi in casa ad ascoltare i discorsi di Benito Mussolini incisi su disco». Da Ignazio La Russa, che ha celebrato alla Camera «tra i padri dell’Europa» Filippo Anfuso, indicato come mandante dell’omicidio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli. Dal ministro Gianni Alemanno che ben dopo la fondazione di An disse: «Quando sento parlare di storicizzazione del fascismo, metto mano alla pistola». Tutti fascisti rimasti fascisti da qui all’eternità? Forse è tutto un po’ più complicato.
Gian Antonio Stella
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