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    Estremista della libertà
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    Predefinito Il liberalismo come insorgenza

    Bellissimo articolo di Carlo Lottieri da Il Domenicale nel numero in edicola fino a venerdì.

    Liberali, e quindi “reazionari”

    di Carlo Lottieri

    Era il 1993. Grazie ad alcuni amici, ero riuscito ad organizzare nella mia città una conferenza con Reynald Secher, uno storico bretone che aveva studiato il ‘genocidio vandeano’ e cioè la violenta repressione giacobina abbattutasi sul Nord-Ovest francese all’indomani della guerra tra Parigi e la Vandea militare, tra l’esercito repubblicano e gli insorti cattolici, monarchici e contrari alla coscrizione di massa.
    Prima dell’incontro pubblico passammo una giornata insieme e dopo aver discusso di quanto era avvenuto due secoli prima nelle sue terre (dove un terzo della popolazione fu sterminata per un preciso disegno politico della Convenzione) finimmo per ragionare di diritti individuali e liberalismo, di pianificazione economica e strapotere della classe politica, di Hayek e della sua critica al costruttivismo.
    Scoprii, insomma, che il ‘revisionista’ Secher era un liberale classico. E come me, da liberale, non solo trovava ingiusta la damnatio memoriae che circondava gli insorgenti e quanti si erano battuti contro Robespierre ed il primo regime totalitario della storia. Oltre a ciò egli avvertiva l’inadeguatezza di quello schema interpretativo che vorrebbe identificare modernità e liberalismo, Stato e libertà individuale.
    Nel corso degli anni quella conversazione mi è ripetutamente tornato alla mente ogni volta che sono stato costretto a constatare come lo schema marxiano sia del tutto indifendibile. Sostenere che il capitalismo liberale sia più moderno del feudalesimo e meno moderno del socialismo è tanto banale quanto stupido. O ciò indica un’ovvietà cronologica (se per capitalismo ci si riferisce, in modo molto discutibile, alla Rivoluzione industriale), oppure intende offrire un’interpretazione della storia occidentale viziata da una profonda incomprensione di quanto è veramente accaduto. Finendo per negare, in particolare, come il Medio Evo sia stato la vera culla del dinamismo capitalistico e delle sue libertà.
    È del tutto evidente che numerosi equivoci in materia provengono dalla costellazioni di termini e concetti che sono normalmente associati al liberalismo ed alla società di mercato (basti pensare che nell’Ottocento l’aggettivo ‘liberale’ è stato perfino usato per indicare i movimenti nazionalisti ed anche taluni orientamenti progressisti del razionalismo teologico, soprattutto protestante). In questo articolo mi soffermerò invece sul liberalismo classico, focalizzando quindi l’attenzione sulla tradizione di pensiero che valorizza la persona contro la collettività, la società civile contro lo Stato, il diritto contro l’arbitrio della classe politica. Si tratta della tradizione di Locke e Jefferson, Constant e Bastiat, Lord Acton e Mises.
    Per quanti si riconoscono in questo filone di pensiero, allora, è liberale tutto quanto si oppone a quel processo di crescita illimitata del potere pubblico che ha segnato l’età moderna e ha trovato il proprio culmine nell’età dei totalitarismi e del Welfare State. Per tale motivo, il liberalismo esprime la ‘resistenza’ (l’insorgenza, se si preferisce) della società di fronte alla marcia trionfale di un potere sovrano che –lungo percorsi tutt’altro che lineari – ha progressivamente ridotto gli spazi di libertà dei singoli e delle comunità volontarie.
    Il liberalismo, è questa la tesi dell’articolo, va quindi considerato una concezione politica ‘reazionaria’ (in senso letterale), che ha incarnato l’opposizione di quell’universo di individui proprietari, culture locali, tradizioni religiose, antiche istituzioni ed altri ‘mondi vitali’ che l’esercito repubblicano guidato dal generale Westermann ha inteso sterminare in Vandea ed in Bretagna.
    A tale proposito, basta leggere On Revolution di Hannah Arendt per comprendere come la lotta per l’indipendenza che ebbe inizio in America nel 1776 segni la volontà di salvaguardare quelle antiche libertà, storiche e naturali, che le pretese di re Giorgio avrebbero voluto cancellare. Questo ci permette di comprendere come Edmund Burke non abbia esitato, da old whig, a schierarsi con i coloni.
    Il tema delle libertà già perdute o che si rischia di perdere, dunque, è in effetti al cuore della storia occidentale e della sua ricorrente ispirazione liberale. Quando i coloni americani si ribellano, la ‘rivoluzione’ è tale solo in senso etimologico (revolutio come ‘ritorno al punto di partenza’), perché contro i soprusi del governo londinese essi pretendono di difendere il passato al fine di riconquistare la condizione originaria di autogoverno, in cui per un secolo e mezzo erano stati lasciati in virtù delle ‘distrazioni’ di Londra, che per molto tempo non ebbe ragione di mostrare interesse per le piccole e povere comunità di emigranti insediatisi oltre Oceano.
    Secondo la Arendt, in America “il movimento che conduceva alla rivoluzione era rivoluzionario solo senza volerlo”, al punto che come rilevò Benjamin Franklyn nessun colono americano, all’inizio, pensò minimamente a staccarsi dalla Madrepatria. Fu il re inglese che tradì le antiche libertà e spinse i coloni ad esercitare quel diritto di resistenza difeso sia da San Tommaso che da John Locke. È significativo che perfino il radicale “Paine, non meno di Burke, sentisse come la novità assoluta avrebbe costituto un argomento contro, e non già a favore, dell’autenticità e della legittimità di tali diritti”.
    Del tutto diversa e sovversiva, determinata a costruire l’uomo nuovo, sarà invece la Rivoluzione francese, che non a caso culminerà nel Terrore giacobino e nell’imperialismo napoleonico.
    Nel condannare lo spirito del 1789 parigino la Arendt si colloca sulla scia di Alexis de Tocqueville, che ne L’ancien régime et la Révolution sottolinea che quando i moti iniziano il grosso della rivoluzione in effetti è già alle spalle, dato che i primi attori di quel processo sono stati i re di Francia. Nel corso dei secoli, infatti, essi hanno progressivamente accumulato immensi poteri e hanno cancellato ogni realtà intermedia, ogni autonomia locale, ogni libertà d’iniziativa. La Rivoluzione francese è quindi figlia di quel neo-paganesimo statuale in virtù del quale le istituzioni politiche erano riuscite progressivamente ad imporsi sull’intera società.
    A questo proposito, appare evidente che il liberalismo è coevo allo Stato moderno solo in quanto il primo contesta un potere che si pretende ‘sovrano’ e dunque superiore ad ogni altra realtà religiosa, sociale e culturale. Nel Medioevo non poteva esserci liberalismo perché, semplicemente, non vi era quello Stato contro cui il liberalismo si è definito quale forza antagonista.
    Non deve allora stupire che – in molti ambiti diversi – il liberalismo novecentesco abbia spesso cercato nel passato le forme istituzionali e le elaborazioni culturali in condizione di offrire un’alternativa alla realtà contemporanea. Esso si è orientato verso età lontane al fine di trovare, in contesti storici precedenti lo Stato, figure e modelli di un ordine sociale privo del monopolio legale della violenza.
    Il grande giurista libertario Bruno Leoni, così, ha invitato a riscoprire la logica policentrica dell’antica common law e del diritto spontaneo, sostenendo che l’Occidente – a seguito della legislazione – aveva conosciuto un processo involutivo che consegnato la società all’arbitrio ed all’incertezza normativa. La sua tesi è che quando la legge è la mera decisione del parlamento, nessun diritto è più al sicuro.
    In tema di libertà di lavoro, per giunta, la resistenza liberale di fronte a tutto ciò risale almeno al tredicesimo ed al quattordicesimo secolo, ma non vi è dubbio che la figura fondamentale – in questa vicenda – sia quella di Sir Edward Coke, il quale “difese la libertà economica non per proteggere il ricco ma per salvaguardare il povero, abbattendo ogni limitazione legale all’esercizio di quelle libertà che potevano dargli un’opportunità di lavorare per lasciare alle spalle la miseria” (come ha scritto Tymothy Sandefur).
    Leoni ha sottolineato a più riprese che Coke difese con argomenti liberali le antiche tradizioni giuridiche e si batté, in particolare, contro la pretesa sovrana di introdurre monopoli legali. È grazie al suo impegno che si deve l’approvazione dello Statute of Monopolies del 1624, il quale in nome della common law dichiarava illegittimo ogni impedimento a guadagnarsi onestamente da vivere. Già in precedenza (nel 1614), in qualità di Chief Justice del King’s Bench, Coke aveva sentenziato che “secondo l’autentica common law era legittimo per ogni uomo compiere qualsiasi lavoro che serve a mantenere se stesso e la sua famiglia”.
    Non solo. Sempre in Leoni c’è una rigorosa difesa della rappresentanza medievale ed un’altrettanto esplicita condanna della rappresentanza moderna, che consegna il potere a parlamentari ‘senza vincolo di mandato’. Leoni rileva come nei secoli che hanno preceduto il trionfo dello Stato moderno i rappresentanti fossero strettamente collegati ai rappresentati, al punto che quando nel 1295 Edoardo I chiamò i delegati eletti dai borghi, dalle contee e dalle città, “le persone convocate dal re a Westminster erano considerati veri e propri procuratori e mandatari delle loro comunità”. In origine, lo stesso principio no taxation without representation fu inteso nel senso che nessun prelievo potesse essere legittimo in assenza del diretto consenso dell’individuo tassato.
    Questa celebrazione liberale delle antiche istituzioni non deve far dimenticare, ad ogni modo, che il liberalismo non è mai stato, né lo è oggi, avverso alle novità. Bisogna sempre ricordare che il suo criterio primo è la libertà individuale, intesa come diritto naturale (sovrastorico) di ogni persona umana. In questo senso, il liberalismo è ed è stato reazionario (avversando ripetutamente la grande direttrice della storia moderna) solo perché modernità è stata prevalentemente illiberale. Perché essa ha visto trionfare quello che Herbert Spencer chiamò il ‘diritto divino’ delle maggioranze ed oltre a ciò i nuovi riti della ‘religione civile’, del repubblicanesimo, del nazionalismo, della tecnocrazia e del socialismo.
    D’altra parte, lo stesso Medio Evo è ripetutamente ripensato dai liberali non certo nella convinzione di trovare in esso un ideale compiuto e mai più superabile. Esiste una vera passione liberale (e ancor più libertarian) per l’età medievale: basti pensare a Murray N. Rothbard e David Friedman. Ma l’obiettivo costante è trovare un’ispirazione per difendere la verità e la giustizia. Anche perché ogni epoca ha avuto i suoi limiti e lo stesso Medio Evo in questo senso non fa eccezione.
    Può essere utile, al riguardo, soffermarsi sulla società del Basso Medioevo germanico quale ordine giuridico ‘faidale’ (in cui, cioè, era ammessa la faida). Come Otto Brunner ha spiegato molto bene in Terra e potere, fino al quindicesimo secolo nei territori germanici del Sud di fronte ad un’ingiustizia i soggetti erano autorizzati – se non riuscivano ad ottenere ragione in via pacifica – a prendere le armi per difendere i loro diritti. Se un grande feudatario si rifiutava di restituire i prestiti ricevuti, i piccoli feudatari creditori erano legittimati a dar vita a coalizioni affinché fosse restituito loro il maltolto. E non si trattava, si badi bene, di ‘ribellioni’, ma di ben regolate azioni giuridiche che erano lecite anche quando (e ciò avvenne più di una volta) condussero a ‘guerre private’ contro l’Imperatore.
    Di fronte a ciò, è comprensibile che un liberale contemporaneo resti ammirato. Abbiamo infatti un ordine senza centro, in cui nessun attore monopolizza la violenza ed in virtù del quale ognuno è chiamato a tenere comportamenti rispettosi dei diritti altrui e degli impegni liberamente sottoscritti.
    La libertà di autodifesa ed autorganizzazione che è al cuore del liberalismo più coerente può insomma trovare straordinari antecedenti storici in quell’età in cui non solo non vi erano leggi contro il diritto di portare armi, ma in cui la facoltà di ricorrere alla forza al fine ottenere giustizia era riconosciuta non solo al vertice dell’ordine sociale, ma a molti altri soggetti.
    Eppure non c’è dubbio che i liberali sono e sono sempre stati portatori di concezioni ‘universalistiche’, radicate nella tradizione del diritto naturale e soprattutto nella rilettura che esso ha conosciuto alla luce dell’esperienza cristiana. Così, quando Brunner mostra che il diritto di faida era riconosciuto ai feudatari ‘minori’ ma non al popolo, appare chiaro che in quella società vi è qualcosa che non può superare del tutto il criterio di legittimità adottato dal pensiero libertario.
    Per certi aspetti, tutto ciò ci aiuta a spiegare la stessa confusione culturale ed istituzionale entro la quale noi oggi ci troviamo. Il successo epocale della democrazia, in particolare, non sarebbe stato neppure pensabile se essa non fosse riuscita a sfruttare l’idea – prima cristiana e poi liberale – che ogni uomo meriti rispetto e abbia una dignità assoluta. Nella realtà dei fatti, sappiamo bene come l’ordine democratico finisca per istituzionalizzare il dominio operato dal ceto politico-burocratico e quindi conduca ad una situazione in cui ognuno cerca di prevalere sul prossimo avvalendosi del monopolio della violenza e della regola maggioritaria. Nonostante ciò, è ugualmente chiaro che uno dei punti fondanti la democrazia moderna sia l’uguale attribuzione ad ogni uomo del diritto di voto.
    Questo nucleo universalistico è pure al cuore del liberalismo e mostra come tale dottrina politica dipenda dalla propria origine cristiana. Accostando il liberalismo, in effetti, siamo chiamati a constatare come il cristianesimo sia stato, e sia ancora oggi, una vis a tergo che continua a condizionarne prospettive e valori.
    Il liberalismo, però, era alla ricerca di un altro universalismo, che poco ha a che fare con la il potere democratico. E questo non solo perché il liberalismo è anti-egualitario nel momento in cui difende la proprietà privata e le ineguaglianze che ne derivano; oltre a ciò, il liberalismo è per altri aspetti più egualitario dei sistemi oggi egemoni in quanto quando rigetta l’idea che attraverso procedure elettorali si possa costituire un ‘piccolo gruppo’ autorizzato a legiferare, espropriare, usare violenza.
    I liberali quindi non si limitano a denunciare la contraddittorietà di ordini democratici che consegnano intere società nelle mani di un presidente o comunque di un partito. Essi ritengono che lo Stato moderno ha edificato un mondo solo apparentemente rispettoso della nostra comune dignità di uomini, ma in cui – in realtà – taluni dispongono della vita e delle risorse altrui.
    I liberali avrebbero quindi voluto far emergere dal cuore stesso della tradizione occidentale quei cambiamenti volti ad allargare le libertà, e non già a restringerle. Avrebbero voluto universalizzare i diritti tutelando le prerogative dei proprietari, invece che moltiplicare l’oppressione statale con la creazione di un ‘sovrano collettivo’ che – al pari dell’antica Idra – ha innumerevoli teste e per questo difficilmente può essere sconfitto. Come scrisse Edmund Burke, d’altra parte, “la tirannia della moltitudine è una tirannia moltiplicata”.
    Quando insomma i liberali hanno guardato al presente da difendere e al passato da recuperare (entrambi minacciati dalla violenza della moderna statualità) l’hanno fatto per difendere le libertà naturali e proprio per questo con la costante aspirazione ad avere un futuro migliore. Appassionati della vita e del suo dinamismo.
    Nel momento in cui la storia ha preso talune pieghe, gli autentici liberali hanno ‘reagito’. Si sono posti di traverso e si sono ribellati, ma proprio per questo sono stati marginalizzati.


    Testi citati

    Hannah Arendt, Sulla rivoluzione, Milano, Edizioni di Comunità, 1983 (1965); Alexis de Tocqueville, L’antico regime e la Rivoluzione, Milano, Rizzoli, 1996 (1856); Edmund Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, Roma, Ideazione, 1998 (1790); Bruno Leoni, La libertà e la legge, Macerata, Liberilibri, 1995 (1961); Edward Coke, The Reports of Sir Edward Coke, Union (N.J.), Lawbook Exchange, 2002; Timothy Sandefur, “The Common Law Right to Earn a Living”, The Independent Review, vol. VII, n.1, estate 2002; Murray N. Rothbard, An Austrian Perspective on the History of Economic Thought: Economic Thought Before Adam Smith, Londra, Edward Elgar, 1995; David Friedman, “Private Creation and Enforcement of Law – A Historical Case”, Journal of Legal Studies, n.8, marzo 1979, pp.399-415 (una versione ridotta si trova in: L’ingranaggio della libertà. Guida a un capitalismo radicale, Macerata, Liberilibri, 1997 [1973; seconda edizione 1989], pp.282-292); Otto Brunner, Terra e potere. Strutture pre-statuali e pre-moderne nella storia costituzionale dell’Austria medievale, Milano, Giuffrè, 1983 (1939; quarta edizione ampliata,1965).

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  2. #2
    sacher.tonino
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    Che l'essere liberale abbia profonde radici con l'individualismo è innegabile.
    Ma io vedo nell'individualismo già un libertarismo in potenza, che portato all'accesso, si riduce a superindividualismo, disintegrando l'uomo da ogni rete sociale, e per portarlo, infine, pericolosamente, verso un nichilismo senza uscita.
    L'attuale tramonto degli stati nazionali deve indurci ad un ripensamento anche a livello globale.
    La società liberale in realtà è manchevole, perchè elude la domanda di ordine che un Stato strutturato deve assicurare.
    In questo vedo il limite del pensiero liberale.
    sacher.tonino

  3. #3
    Estremista della libertà
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    Originally posted by sacher.tonino
    Che l'essere liberale abbia profonde radici con l'individualismo è innegabile.
    Ma io vedo nell'individualismo già un libertarismo in potenza, che portato all'accesso, si riduce a superindividualismo, disintegrando l'uomo da ogni rete sociale, e per portarlo, infine, pericolosamente, verso un nichilismo senza uscita.
    L'attuale tramonto degli stati nazionali deve indurci ad un ripensamento anche a livello globale.
    La società liberale in realtà è manchevole, perchè elude la domanda di ordine che un Stato strutturato deve assicurare.
    In questo vedo il limite del pensiero liberale.
    Queste riflessioni, riconducibili in ultima analisi all'argomento dell'atomismo marxiano, oltre che essere assurde (i socialisti pensano di ottenere la coesione sociale favorendo un sistema di mutuo parassitismo) non rispecchiano assolutamente gli esiti storici. Prendiamo una delle società maggiormente liberali della storia: l'Inghilterra Vittoriana. Hai un'idea dell'importanza che in essa rivestivano la cultura (visto che parli di nichilismo) e la carità privata?
    Se l'ordine esclude la libertà va rifiutato con energia. L'uomo nasce libero, non schiavo.

  4. #4
    sacher.tonino
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    l'uomo nasce libero ma ha bisogno di modelli di riferimento, modelli di pensiero che mettino ordine nel caos delle cose esterne a lui.
    Ecco perchè il marxismo scientifico è un modello, a cui possono essere riferiti ordinamenti razionali e interpretazioni del sociale.
    Non è un caso che il marxismoleninismo non può certamente dirsi soltanto teorico, ma pecualiare alla rivoluzione bolscevica e peculiare alle applicabilità della storia.

    Tu poi parli di Inghilterra Vittoriana, che è una Monarchia dove in ultima analisi ogni movimento politico vedeva come ultimo riferimento la casa reale.E se non lo vedeva, cmq intimamente lo accettava e rispettava.

    Non si vogliono vedere i limiti della società liberale che gioca forza si trosforma in Capitalismo Imperialista, e Lei non vuole accettare che il socialismo rimane l'unico modello alternativo al di lettura, interpretazione e modificazione dei processi storico-economici che non sia il modello Capitalista.
    sacher.tonino

  5. #5
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    Originally posted by sacher.tonino
    Capitalismo Imperialista
    E' un ossimoro. I danni che imputi al capitalismo sono i danni dello stato. Che tu vorresti espandere, di modo che ne faccia di nuovi.

  6. #6
    sacher.tonino
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    Fai finta di non capire.
    Il Capitalismo globale, allora, questo termine è più attinente.

  7. #7
    Estremista della libertà
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    Originally posted by sacher.tonino
    Fai finta di non capire.
    Il Capitalismo globale, allora, questo termine è più attinente.
    Il capitalismo è per sua stessa natura globale.
    Lo stato per natura è parassitario e guerrafondaio. Chi fa le guerre, in altre parole, si identifica con chi ostacola la globalizzazione economica.

  8. #8
    Globalization Is Freedom
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    E' significativo che questo difensore attardato del marxismo-leninismo abbia scelto, come proprio avatar, lo stellone "sale e tabacchi". Affinità elettive?
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

  9. #9
    Estremista della libertà
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    Originally posted by Stonewall
    E' significativo che questo difensore attardato del marxismo-leninismo abbia scelto, come proprio avatar, lo stellone "sale e tabacchi". Affinità elettive?
    Pare di sì. Noi del resto lo sosteniamo da sempre, no?

  10. #10
    sacher.tonino
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    Il mio avatar è lo stemma della Repubblica Italiana.
    Ritornando a ragionare, il capitalismo è per sua stessa natura globale, ma mentre il capitalismo priva lo stato di ogni sua finzione pensante ed equilibratirice, perchè se la classe dominante capitalista detta le regole, allora lo stato si identifica con la classe dominante, il socialismo internazionalista esclude l'esistenza di una classe dominante e prevede che sia la democrazia espressione dei popoli a dettare tempi e ritmi della politica.
    Nelle forme più complete, cioè come la rivoluzione di Ottobre, il popolo prende il potere espropriando il plusvalore capitalista trasformandolo in valore reale del popolo stesso e quindi dello stato.
    Voi siete fermi a concezioni antiche del mondo, che forse non sono mai esistite.
    Il socialismo, per sua natura di modello filosofico e politico, è applicabile a qualsiasi contingenza storica.
    sacher.tonino

 

 
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