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Marcia Globale contro il Lavoro Infantile
CAGLIARI - 17 MAGGIO 2003 | 16,30 - PIAZZA YENNE
Faremo una marcia. Di solidarietà, di consapevolezza. Coi nostri bambini per i loro bambini. Massacrati dalle guerre, dall'ingiustizia, dalla povertà. Sfruttati. Bambini schiavi. Senza sorriso, senza infanzia.
Consapevoli di come anche le guerre nascano dall'ingiustizia, e col pretesto dell'ingiustizia, lavoriamo insieme per farla conoscere, per prevenirla.
E la peggiore delle ingiustizie è quella che si consuma sui deboli, sugli innocenti, sull'infanzia.
Partirà dalla Piazza Yenne, arriverà ai Giardini Pubblici, e tornerà alla Piazza Yenne, attraversando le vie di Castello, scendendo i gradini del Bastione.
Vogliamo che i bambini di tutto il mondo abbiamo un'infanzia di gioco, spensieratezza e istruzione. Anziché di sfruttamento.
Perciò vi invitiamo.
Adulti e bambini.
Bambini, a cui daremo allegri palloncini colorati, e che invitiamo a preparare cartelli, striscioni, disegni, che esprimano la solidarietà coi bambini sfruttati di tutto il mondo.
Perché un giorno non ci siano più né ingiustizie né sfruttamento né guerre.
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Nel mondo, sono almeno 860 milioni gli adulti analfabeti. I due terzi sono donne!
Nel 2000, la Comunità Internazionale riunitasi a Dakar nel Forum Mondiale per l’Istruzione, si è posta un obiettivo ambizioso, ma raggiungibile: il superamento, entro il 2005, delle discriminazioni di genere nell’istruzione primaria e secondaria.
Sono ancora molte, però, le barriere da abbattere affinché tutte le bambine del mondo abbiano accesso all’istruzione: dalla povertà allo sfruttamento, dalle discriminazioni culturali ai conflitti armati ed all’incidenza sempre più drammatica dall’AIDS.
E’ necessaria, in generale, una volontà politica più forte, mirata a destinare più risorse a livello nazionale e nella cooperazione internazionale per permettere l’accesso universale all’istruzione, a partire proprio dalle bambine.
A questo proposito, la Commissione per lo Sviluppo e la Cooperazione del Parlamento Europeo sta per stilare una risoluzione ed un rapporto che richiede un significativo aumento nella percentuale dei fondi di cooperazione allo sviluppo dell’Unione Europea, da devolversi all‘istruzione primaria. Questa risoluzione verrà presto discussa dal Parlamento Europeo ed è molto importante che venga adottata.
IL 17 MAGGIO 2003 IN 50 CITTA’ ITALIANE cittadini, associazioni e gruppi, Enti Locali, studenti ed insegnanti di scuole elementari, medie e superiori marceranno insieme per chiedere che alle bambine siano garantiti eguali diritti nell’accesso all’istruzione.
Secondo le stime ufficiali dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), nel mondo ci sono 186 milioni di bambini sfruttati, tra i 5 e i 14 anni, costretti a lavorare fino a 15 ore al giorno. Nella maggioranza dei casi questi bambini non hanno accesso nemmeno all’istruzione primaria. Le vittime dello sfruttamento sono soprattutto le bambine.
Per richiamare l’attenzione su questo problema, riprendendo la tradizione delle grandi marce pacifiche di Gandhi, nel 1998 nasce in India la Global March against Child Labour, la più vasta campagna mai lanciata dalla società civile per combattere lo sfruttamento dell’infanzia e per chiedere istruzione gratuita e di qualità per tutte le bambine e i bambini del mondo. Il Movimento della Global March è presente in 140 Paesi e raccoglie migliaia di associazioni in tutto il mondo.
La Global March against Child Labour ha portato ad una mobilitazione senza precedenti di tutti gli attori sociali contro lo sfruttamento del lavoro minorile, contribuendo anche a promuovere l'adozione della Convenzione OIL n° 182, contro le forme peggiori di sfruttamento dei bambini. Dal 2000 Mani Tese è coordinatore europeo della Global March. Quest’anno, Mani Tese e la Global March lanciano la campagna "Dallo sfruttamento all’istruzione!", per richiamare l'attenzione sulle discriminazioni di genere che ancora permeano il sistema educativo mondiale e che costituiscono una delle cause fondamentali dello sfruttamento del lavoro minorile.
IL 17 MAGGIO contribuisci anche tu a far sì che le bambine di tutto il mondo possano andare a scuola:
Firma e fai firmare la petizione-
Partecipa alla giornata di mobilitazione nazionale del 17 MAGGIO 2003 ed alle iniziative promosse in quest’occasione.
Se sei un insegnante promuovi questi temi nella tua classe, aderisci singolarmente o con i tuoi studenti alla marcia ed alle attività previste dalla campagna. Puoi chiedere la consulenza di Mani Tese per eventuali materiali didattici dedicati al problema dello sfruttamento del lavoro minorile.
Sostieni, singolarmente o insieme ad amici, un progetto di Mani Tese per l’eliminazione dello sfruttamento infantile e per la promozione dell’accesso all’istruzione.
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Nel 2000, la Comunità Internazionale riunitasi a Dakar nel World Education Forum, si è impegnata a garantire il superamento delle discriminazioni di genere nell’accesso all’istruzione entro il 2005, come passo fondamentale per raggiungere l’obiettivo dell’istruzione per tutti entro il 2015.
La situazione attuale dell’istruzione per le bambine dimostra, tuttavia, come sia necessaria una volontà politica più forte ed un incremento nella destinazione dei fondi per garantire l’accesso all’istruzione.
Mancano solo due anni al 2005, ed almeno 70 milioni di bambine non vanno a scuola! Inoltre, degli 860 milioni di adulti analfabeti, i due terzi sono donne. Solo 1 Paese su 5 in Africa ed in Asia Meridionale e 3 Paesi su 5 in America Latina, hanno raggiunto l’obiettivo anche per l’istruzione elementare. Senza un’azione immediata, almeno 67 Paesi non riusciranno a raggiungere l’obiettivo del superamento delle discriminazioni di genere entro il 2005: senza l’accesso all’istruzione per la popolazione femminile si rischia di rendere inefficaci i programmi di sviluppo e di lotta alla povertà .
L’importanza dell’istruzione per le bambine
L’istruzione delle bambine dà origine a un "circolo virtuoso": bambine istruite saranno donne istruite con migliori condizioni sanitarie, un più elevato livello di nutrizione e di cure prenatali, e la possibilità di avere accesso a redditi adeguati. I loro figli avranno un ‘indice di sopravvivenza e di accesso all’istruzione più elevato, nonché migliori condizioni di vita in generale.
Si può dire che, per una bambina, ogni anno in più di scuola dopo il quarto anno di scuola primaria porta benefici pari al 10% in meno di mortalità infantile e ad un incremento del 10 - 20% in più negli stipendi.Per fare un confronto interessante sui benefici dell’istruzione, basti pensare che nello Stato Indiano del Kerala - un felice esempio in India - dove l’86% delle donne è alfabetizzato, l’aspettativa di vita è 73 anni, mentre nello stato dell’Uttar Pradesh dove il livello di alfabetizzazione è inferiore al 25%, l’aspettativa di vita è di 45 anni.
Le donne alfabetizzate hanno una maggiore possibilità di avere accesso ai servizi sanitari pubblici (anche se scarsi...), rispetto alle donne non istruite ed hanno meno possibilità di contrarre il virus dell’AIDS.
La scolarizzazione delle bambine, accelera la crescita economica. Ad esempio, se i Paesi dell’Asia Meridionale, il PIL sarebbe cresciuto di circa il 3% all’anno, al posto dell’attuale 1,8%.
Un altro dato interessante: i figli di madri che hanno completato la scuola primaria hanno, in media, la possibilità di frequentare la scuola per 2-3 anni in più rispetto ai bambini di mamme che non hanno frequentato la scuola.
Perché le bambine non vanno a scuola
Nei PVS, ma non solo, esistono una molteplicità di cause sociali, culturali ed economiche che impediscono alle bambine di avere accesso all’istruzione.
I genitori sono spesso molte restii a mandare le bambine a scuola perché pensano che i benefici dell’istruzione non possano compensare le entrate economiche, seppur minime, che le bambine possono dare lavorando: in molti casi, infatti, le bambine lavorano più duramente e più a lungo dei bambini e, frequentemente, con il proprio lavoro pagano l’istruzione dei fratelli.
All’interno delle famiglie, inoltre, assistono o sostituisco le madri in molte attività. In molti casi la divisione all’interno delle famiglie, sulla base di genere, inizia già quando le bambine hanno 4 anni ed incominciano ad occuparsi dei fratelli più piccoli, a lavare i panni, a preparare pasti o a procurare acqua e legna.
I lavori pesanti delle bambine, invisibili all’interno delle mura domestiche, rispecchiano ed anticipano le condizioni di emarginazione in cui esse vivranno da adulte, spesso non considerate come esseri umani, trattate come oggetti, sfruttate ed abusate.
Le lacune dei sistemi educativi
Anche quando le bambine hanno la possibilità di andare a scuola, l’ambiente scolastico in generale e gli insegnanti rafforzano gli stereotipi, non lasciando alle bambine la possibilità di sviluppare le proprie potenzialità e portandole spesso ad abbandonare la scuola completamente.
A ciò si aggiungono le violenze cui costantemente le bambine sono sottoposte nell’ambiente scolastico, costringendole ad abbreviare il tempo di permanenza nella scuola.Le strutture scolastiche inadeguate aumentano il grado di abbandono scolastico da parte delle bambine: in molti Paesi, ad esempio, la mancanza di servizi igienici separati per maschi e femmine fa un’enorme differenza nel momento in cui i genitori devono valutare se mandare le proprie figlie a scuola.
I genitori sono, inoltre, più restii a mandare le bambine a scuola se non vi sono insegnanti donne.
Sistemi educativi scarsamente o per nulla "a misura di bambina" contribuiscono, dunque, a tenere lontano dalle scuole le bambine, perpetrando la discriminazione su base di genere e lo sfruttamento.
e strategie per superare le discriminazioni di genere nell’istruzione
L’obiettivo fissato a Dakar, nell’ambito del World Education Forum, di eliminare le discriminazioni di genere nell’accesso all’istruzione entro il 2005, come passo fondamentale per raggiungere l’obiettivo dell’istruzione universale entro il 2015, è un obbiettivo ambizioso ma raggiungibile in presenza soprattutto di una volontà politica diretta ad investire più risorse nell’istruzione.
Infatti, basterebbero pochi ma mirati provvedimenti ad aumentare in maniera considerevole l’accesso all’istruzione delle bambine:
L’aumento degli investimenti a livello nazionale e nelle risorse di cooperazione internazionale per poter permettere l’accesso all’istruzione a partire dalle bambine;
L’istruzione primaria gratuita, fornendo i libri di testo, le uniformi scolastiche ed i pasti;
Una migliore qualità delle strutture e dei servizi scolastici, adeguando gli edifici scolastici e promuovendo la formazione e l’impiego di insegnanti donne;
L’elaborazione e realizzazione di progetti mirati a promuovere la condizione economica delle famiglie per permettere loro di mandare le bambine a scuola, sensibilizzando i genitori sull’importanza e sui benefici dell’istruzione.
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"L’aspirazione di tutti gli uomini dopo quella alla sopravvivenza e al rispetto dei più elementari diritti umani è quella ad un lavoro degno. La strada da percorrere perché a tutti sia garantita questa possibilità passa necessariamente per una visione integrata dello sviluppo: non esiste sviluppo economico senza sviluppo sociale; non esiste sviluppo senza equità. E’ precisamente questo che significa dare un volto umano all’economia globale". Le parole di Juan Somavia, Direttore Generale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro mettono a fuoco quella che deve essere la rotta per il futuro. L’economia globale apre enormi possibilità all’umanità, ma oggi a goderne è solo una parte minoritaria del pianeta. Per milioni di bambini, donne e uomini l’economia globale ha solo il volto dello sfruttamento, della povertà, della fatica. Dire che la dimensione sociale dell’economia è un aspetto centrale della modernità, non è uno slogan, ma un imperativo a cui rispondere, è la domanda di milioni di bambini lavoratori che in ogni angolo del mondo, ogni giorno sono sfruttati ed esposti a pericoli di ogni sorta, privati del diritto fondamentale all’istruzione.
Schiavitù, agricoltura, piantagioni, cave, miniere, fornaci, vetrerie, lavoro domestico, industrie, raccolta di rifiuti; e in fondo a tutto, il crimine dello sfruttamento sessuale: ecco tuttora il destino - nient’affatto ineluttabile - di un bambino su quattro nei paesi poveri. Ma anche nei Paesi cosiddetti del Nord del mondo e negli ex Paesi socialisti i bambini sono sottoposti a gravi forme di sfruttamento. Basti pensare alla situazione dell’Italia, con migliaia di bambini sfruttati, spesso prigionieri, ridotti in schiavitù, coinvolti in attività criminali.
La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia protegge i minori dallo sfruttamento economico e da ogni lavoro che possa loro nuocere. Inoltre il lavoro dipendente è vietato ai minori di anni 15 (14 nei paesi con un’economia e strutture scolastiche insufficientemente sviluppate) dalla convenzione n.138 dell’Organizzazione internazionale del Lavoro adottata nel 1973, oltre che da moltissime leggi statali. Ma nel mare magnum del lavoro nero e informale tutto sfugge.
La povertà delle famiglie, delle comunità e dei Paesi e l’analfabetismo stanno alla radice della tragedia, dando origine ad un circolo vizioso fatto di fatica, analfabetismo, malattie e malnutrizione. Lo sfruttamento infantile riassume tutte le miserie ed è uno dei termometri della condizione sociale di un Paese.
E’ tempo di rompere questa spirale, a cominciare dalle sue forme peggiori, che richiedono uno sforzo speciale. La Global March against Child Labour, movimento coordinato per l’Europa da Mani Tese, propone una grande offensiva di civiltà, che coinvolge Organizzazioni Internazionali, Governi, Enti locali, lavoratori, cittadini, famiglie e gli stessi bambini.
Occorre un impegno di tutti a tutti i livelli affinché la lotta contro lo sfruttamento infantile sia condotta con modalità tali da assicurare ai bambini i diritti fondamentali: istruzione, alimentazione, salute.
L’impegno deve focalizzarsi sull’eliminazione immediata delle forme peggiori di sfruttamento del lavoro minorile, e per un’istruzione gratuita e di qualità per tutti.
MANI TESE
1. Chi, come, dove, quanti
La fatica infantile, lo sfruttamento e l’abbandono scolastico attraversano frontiere e secoli.
Nella Francia di più di un secolo fa, Emile Zola, dopo una approfondita indagine sul campo - anzi nel sottosuolo - pubblica "Germinal", libro denuncia che descrive il lavoro spaventoso di uomini e bambini minatori costretti ad arrampicarsi in cunicoli senz’aria. Lydie, dieci anni, lo stupisce per la sua forza di magra formichina in lotta contro un peso troppo grosso. "Un lavoro da galere, ci si lasciava la pelle talvolta, e per che cosa? Si mangiava, ma poco, quanto bastava per soffrire senza crepare, schiacciati dai debiti, perseguitati come se il pane lo si fosse rubato". Il 28 marzo 1882 in Francia l'istruzione primaria diventa obbligatoria e gratuita e questo, insieme alle conquiste dei lavoratori adulti, si rivela il miglior rimedio contro lo sfruttamento dei bambini. Il quale, però, in tutto il mondo persiste.
Secondo le più recenti stime dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro - contenute in "A future without child labour", il Rapporto Globale elaborato sull’applicazione della Dichiarazione dei principi fondamentali e dei diritti del lavoro - nel mondo circa 246 milioni di minori sfruttati: essi si concentrano per lo più in Asia (il 60%), Africa (il 29%) e America Latina (l’8%), ma bambini lavoratori si trovano anche nei paesi ad economia in via di transizione ed in quelli industrializzati (in entrambi i casi si tratta dell’1%)!
Negli anni '80 e '90 la situazione della maggior parte dei Paesi poveri si è deteriorata: così, l'aumento della disoccupazione e sottoccupazione adulta e la contrazione dei servizi sociali hanno contribuito a gonfiare il numero di bambini lavoratori per necessità di famiglia, negli stessi Paesi industrializzati.
Lo spartiacque legale è fissato ai 15 anni, età minima di ammissione al lavoro stabilita dalla convenzione dell'OIL n. 138 del 1973. Nei Paesi in via di sviluppo il limite è abbassato a 14, e il lavoro leggero è consentito a 12 o 13 anni; mentre quello pericoloso è vietato fino ai 18. Ma naturalmente, il lavoro infantile prospera al di fuori del settore formale dell'economia e lontano dai riflettori, che periodicamente si accendono solo a illuminare una minoranza: i bambini che producono per l'export, e che non arrivano nemmeno al 5% del totale!Differenze importanti: ‘forme peggiori di sfruttamento del lavoro minorile’, ‘sfruttamento minorile’ e ‘lavoro dei bambini’
La lingua inglese distingue tra ‘worst forms of child labour’, ‘child labour’ e ‘children’s work’; ovvero, rispettivamente, ‘forme peggiori di sfruttamento del lavoro minorile’, ‘sfruttamento minorile’ e ‘lavoro dei bambini’.
Differenze non solo di forma, ma di sostanza, la cui conoscenza è indispensabile per mettere a fuoco il problema in modo corretto e cercare le possibili soluzioni.1) Le "forme peggiori di sfruttamento del lavoro minorile" corrispondono - secondo quanto afferma la Convenzione n. 182 dell’OIL, adottata a Ginevra il 17 giugno 1999 - a tutte le forme di schiavitù e pratiche analoghe quali la servitù per debiti, il lavoro forzato, il reclutamento di minori nelle forze armate e il loro impiego nei conflitti; l’ingaggio di minori a fini di prostituzione e di produzione di materiale pornografico; l’impiego dei minori in attività illecite; qualsiasi lavoro che per sua natura o per le circostanze in cui viene svolto rischi di compromettere la salute, la sicurezza o la moralità del bambino.2) "Sfruttamento infantile" è, secondo una tipologia elaborata dalla Unicef, quel lavoro che implica: occupazione a tempo pieno in età precoce, elevato numero di attività lavorative, indebita pressione fisica, sociale o psicologica, vita per le strade in cattive condizioni, paga inadeguata, eccessive responsabilità; oppure che: impedisce di ricevere un'istruzione, compromette la dignità del bambino, ne pregiudica lo sviluppo fisico, sociale, psicologico.
Secondo il rapporto OIL "A future without child labour", attualmente sui 211 bambini tra i 5 ed i 14 anni che lavorano nel mondo, ben 186 milioni sono vittime dello "sfruttamento infantile", comprese le sue "forme peggiori"; per quanto riguarda i minori tra i 15 e i 17 anni, sui 141 milioni di adolescenti che lavorano ben 59 milioni sono sfruttati!
8,4 milioni di minori sono vittime delle forme peggiori di sfruttamento del lavoro infantile, da abolirsi immediatamente in base alla Convenzione OIL n.182.
3) Sia l’UNICEF sia le strutture del commercio equo e solidale accettano una categoria di bambini lavoratori: quelli che aiutano all'interno della famiglia contadina o artigiana che lavora in proprio, purché per poche ore e purché si tratti di attività lievi e non pericolose per la crescita; purché, soprattutto, sia possibile andare a scuola.
Un lavoro auto-organizzato o in famiglia, che non interferisca con l'istruzione scolastica, con i momenti di divertimento o di riposo, che favorisca lo sviluppo fisico, mentale e sociale del bambino è, sottolineano l'UNICEF e ancor più le organizzazioni dei bambini lavoratori, positivo. In una situazione di ingiusta distribuzione internazionale e interna della ricchezza, infatti, la paga permette al bambino di mantenersi agli studi. Fra i due poli estremi - il lavoro positivo e quello negativo - si collocano vasti ambiti di attività, non tutti necessariamente di impatto negativo per il bambino.
L'UNICEF non è contro il lavoro dei bambini per poche ore, o in aiuto alle famiglie nei campi o nel commercio, purché possano andare a scuola, ottenere cure mediche e servizi: in molti paesi, il lavoro è un fatto di vita o di morte per i bambini. Purtroppo, però, in base ai dati OIL, sui 352 milioni di bambini e ragazzi che lavorano nel mondo, solo 107 milioni svolgono questo tipo di lavoro "accettabile": tutti gli altri bambini sono coinvolti nel "child labour", da abolirsi al più presto, a cominciare dalle sue forme peggiori.Piccoli Continenti
L'Asia è il continente dove il lavoro infantile non solo è numericamente maggiore, ma rappresenta un vero e proprio modello produttivo. Senza considerare il lavoro agricolo svolto dai bambini nell'ambito di un'economia familiare di sussistenza, i bambini asiatici si dedicano a ogni tipo di produzione, in genere nel settore cosiddetto informale, cioè del lavoro nero e di subappalto: piantagioni, concerie, cave, miniere, laboratori tessili e di giocattoli, fornaci, edilizia, commercio, lavoro domestico e selezione dei rifiuti. Contribuisce non poco a questo fenomeno la delocalizzazione operata dalle multinazionali occidentali in vari settori produttivi, in particolare nel settore tessile.
Drammatica è anche l'incidenza delle forme peggiori di sfruttamento infantile: si va dalla vera e propria schavitù per debiti, molto diffusa, ad esempio in India, che si trasmette per intere generazioni, alla servitù domestica. Si pensi, ad esempio, agli almeno 700.000 piccoli schiavi domestici di Jakarta ed ai milioni di altri piccoli schiavi nascosti tra le mura domestiche e sottoposti ad ogni tipo di violenza fisica e psicologica, oltre che a lavori estenuanti, in tutta la regione.
Secondo l'UNICEF, in Asia ci sono almeno 1.000.000 di prostitute, con l'incidenza più alta di prostituzione infantile in India, Tailandia, Taiwan e Filippine.
In Asia, infine, è in aumento allarmante il fenomeno dei bambini soldato, con decine di migliaia di bambini reclutati, spesso forzatamente, da truppe governative e non, e da gruppi paramilitari: il reclutamento di minori nelle forze armate è particolarmente elevato in Afghanistan, Myanmar, Sri Lanka e Cambogia. Negli anni '80, durante la guerra tra Iran ed Iraq, migliaia di bambini iraniani, in molti casi tolti dalle scuole con la violenza, venivano usati dalle forze popolari negli attacchi contro le milizie irachene.
Essendo così popolata, l'India ha il maggior numero assoluto di lavoratori fra i 4 e i 14 anni. Il Governo parla di 17 milioni, l'OIL di 44, le ONG ed i Movimenti di almeno 100.000.000.
Una legge del 1986 proibisce ai minori di 14 anni le attività più pericolose o nocive e regolamenta le altre. Ma la scarsità di mezzi, la polverizzazione delle unità produttive informali e la corruzione ostacolano i controlli; la miseria familiare fa il resto. L'Asian Labour Monitor ha calcolato che i bambini, appartenenti in genere a famiglie di rurali senzaterra, producono circa un quinto del prodotto interno lordo indiano in agricoltura, miniere, cave, fornaci, concerie, fabbriche tessili, seterie, telai per tappeti, laboratori di fiammiferi, sigarette e fuochi d'artificio, vetrerie, e nel gigantesco settore informale urbano, con la raccolta dei rifiuti, il trasporto di pesi e il piccolissimo commercio. Almeno 5 milioni sarebbero anche schiavi - forzati cioè a non lasciare il posto di lavoro, e non pagati - per debiti contratti dalle famiglie oppure perché ai genitori è stato pagato un anticipo sul loro lavoro. La Corte Suprema indiana considera ormai schiavistico tutto il lavoro sotto padrone dei bambini, non solo perché sono impossibilitati a scegliere, ma perché non percepiscono il salario minimo stabilito per legge. L'India è anche accusata, come altri paesi, di praticare nelle sue produzioni per l'esportazione una concorrenza sleale basata sullo sfruttamento. Ma dal 1994 il Governo indiano, anche su pressioni internazionali, sta mostrando buona volontà.In Africa lavora un bambino su tre, prevalentemente nell'agricoltura familiare, nell'approvvigionamento di beni essenziali e nel piccolissimo commercio. Il degrado dell'economia - con l'aumento del debito estero, la caduta dei prezzi dei prodotti di base e la riduzione delle spese sociali - ha favorito il lavoro infantile nel settore informale.
In tempi recenti l'Africa è venuta alla ribalta per il traffico, sia internazionale sia interno, di minori. A partire dalla metà degli anni '90, il traffico di minori dall'Africa Occidentale - in particolare da Ghana e Nigeria - soprattutto verso l'Italia e i Paesi Bassi, è diventato sempre più rilevante.
Per quanto riguarda il traffico interno, il traffico di piccoli lavoratori domestici e di bambini destinati alle piantagioni sta diventando un’attività molto redditizia per persone senza scrupoli, nell'Africa Centrale ed Occidentale. Nella gran parte dei paesi di quest'area, il traffico di minori dalle aree rurali a quelle urbane è in continuo aumento: il traffico oltreconfine, inoltre, è particolarmente diffuso dal Benin, Ghana, Nigeria e Togo verso il Congo, la Costa d'Avorio, la Guinea Equatoriale ed il Gabon.
L'Africa, infine, è tristemente famosa per i bambini soldato: la Coalizione "Stop all'uso dei bambini soldato", stima che più di 120.000 bambini siano attualmente coinvolti nei conflitti armati che colpiscono il continente: molti di questi non hanno più di 7 o 8 anni.
I Paesi africani più colpiti dal fenomeno sono sicuramente l'Angola, il Burundi, il Congo - Brazzaville, la Repubblica Democratica del Congo, l'Etiopia, la Liberia, il Rwanda, la Sierra Leone, il Sudan e l'Uganda. In America Latina lavora il 17% dei bambini al di sotto dei 15 anni e non pochi di loro sono anche ragazzi di strada. In agricoltura - per l'autoconsumo o nelle piantagioni - ma anche nelle miniere e nelle fabbriche d'abbigliamento delle zone franche, le cosiddette maquiladoras, del Centroamerica.
Un caso anche più paradossale è il ricco e non molto popolato Brasile: esempio di come si può essere l'ottava potenza del mondo, avere un reddito medio pro capite di 4.951 dollari, un serbatoio immenso di risorse e... 34 milioni di poveri.
Quel grande Paese è un "principe" delle ingiustizie sociali: ricchissimo di terra e risorse, condanna milioni di famiglie a non avere nemmeno un pezzetto di terra, mentre 50mila proprietari hanno più di 1.000 ettari a testa e 30 milioni di ettari sono posseduti da società multinazionali. Il 2% degli abitanti controllano il 60% delle terre e i braccianti lavorano per dieci ore al giorno per sette giorni la settimana.
In 30 anni l'ingiustizia nelle campagne ha spinto quasi 30 milioni di braccianti senzaterra a spostarsi nelle città, dove sopravvivono a stento.
Solo il 32% dei brasiliani mangia a sufficienza e l'analfabetismo rurale supera il 40%.
Così il Brasile ha non solo milioni di bambini di strada, ma, secondo l'Istituto brasiliano di geostatistica (IBGE), nelle dieci principali città vede lavorare il 35% dei bambini fra 5 e 9 anni membri di famiglie con reddito inferiore al minimo. Teatro sono le strade, o negozi, o piccoli e medi laboratori industriali.
Nelle zone rurali faticano milioni di bambini e ragazzi al di sotto dei 17 anni. La Confederazione dei lavoratori agricoli (Contag) ha denunciato, inoltre, dal 1994, l'esistenza di decine di migliaia di bambini schiavi per debiti familiari. Una parte di questi lavora con la famiglia nelle terribili fabbriche di carbonella del Carajas. Chi scappa prima di aver pagato un debito - che peraltro non si estingue mai - viene ucciso.
Nel campo dell'agricoltura, bambini braccianti lavorano nelle piantagioni di canna da zucchero, caffè, agrumi, sisal, cotone, cacao, soja, tabacco, frutta e cereali. Ed ecco le miniere con babylavoratori: sale, carbone, stagno, cave, oro. E le industrie: calzature, abbigliamento, officine meccaniche. Si calcola poi che nella sola Rio de Janeiro 3mila bambini fra i 9 e i 15 anni siano coinvolti nel narcotraffico.
Un occhio particolare è riservato all'impiego di bambini nella produzione di merci esportate. Ecco alcuni esempi. Migliaia di bambini dai 3 (!) ai 14 anni lavorano nelle industrie del sisal del Nord-Est; guadagnano da 1 a 5 dollari la settimana lavorando da 16 a 50 ore. 54mila bambini fra i 7 e i 13 anni lavorano nelle piantagioni di canna da zucchero e 40mila nelle fabbriche di trasformazione, solo nello Stato nordestino di Pernambuco. La giornata lavorativa arriva a 44 ore la settimana e quasi il 60% dei bambini sono vittime di lesioni gravi. Calzature (di cui il Brasile è il sesto esportatore mondiale): decine di migliaia di ragazzini fra i 12 e i 14 anni, forse il 30% della manodopera. Produzione metallurgica: migliaia di bambini vicino a forni a una temperatura che arriva a 60°.
In America Latina, più di 2.000.000 di bambini sono oggetto di sfruttamento sessuale: in particolare, il numero di turisti del sesso che si dirige verso il Centroamerica è in aumento, a causa delle restrizioni e dei provvedimenti contro lo sfruttamento sessuale dei minori intrapresi in alcuni Paesi asiatici.
Benché, infine, l'incidenza del reclutamento di minori nelle forze armate sia in diminuzione, migliaia di minori di 18 anni continuano a combattere in eserciti governativi e non, e con le forze paramilitari. I Paesi più colpiti sono la Colombia ed il Perù, anche se un alto numero di bambini sono presenti nelle forze armate del Paraguay ed in Messico.Negli Stati Uniti, dati diffusi dal governo federale nel 1997 indicano che già allora si potevano contare almeno 290.000 minori impiegati illegalmente.
Le associazioni statunitensi impegnate sul campo denunciano che sono almeno 300.000 i bambini impiegati nelle attività agricole commerciali, prevalentemente ai confini con il Messico, in condizioni spesso molto pericolose mentre almeno 14.000 bambini, a partire dai 9 anni, lavorano nelle manifatture tessili del Paese.
Si stima che il traffico internazionale ogni anno coinvolga tra le 45.000 e le 50.000 vittime tra donne e bambini: secondo uno studio dell'OSCE del settembre 2001, bambine e ragazze dal Costa Rica sono continuamente oggetto di traffico internazionale e poi di prostituzione negli Stati Uniti ed in Europa.
A questo proposito, secondo le stime del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, il numero dei minori sfruttati a scopi sessuali arriverebbe sino a 3.000.000! Queste cifre riguardano i bambini coinvolti nella prostituzione, nella pornografia e nel traffico internazionale a scopo di prostituzione.In Europa
Gli ultimi anni di crisi, con la riduzione dell'occupazione e quindi del reddito degli adulti, hanno portato a una ripresa del fenomeno anche nella stessa Gran Bretagna, che fu il primo Paese a regolare il lavoro infantile nel 1833. In Portogallo lavora il 5% dei ragazzi fra i 12 e i 14 anni, e nel 1993 una legge ("vergogna nazionale" per i sindacati) ha preso atto della realtà permettendo il lavoro infantile purché "leggero". In seguito l'Unione Europea ha emanato una direttiva che permette il lavoro infantile stagionale e nell'ambito dell'attività familiare. In Francia non sono pochi i piccoli turchi o indiani tamil che dormono sui tessuti che taglieranno il giorno dopo. L'Italia è sempre più un caso patologico, tanto da essere stata addirittura condannata a livello europeo.
In Europa sono, comunque, in drammatico aumento anche le forme peggiori di sfruttamento del lavoro infantile, soprattutto il traffico internazionale, la prostituzione infantile, l'accattonaggio, l'uso di minori in attività criminali.
E…i minori nelle forze armate. Infatti, unica, tra gli Stati dell'UE, la Gran Bretagna manda minori al fronte: minori delle forze armate inglesi sono stati uccisi nella Guerra del Golfo e nel conflitto delle Falkland, e circa 50 minori hanno fatto parte dei contingenti britannici nelle forze di peacekeeping in Kossovo (benché le Nazioni Unite vietino l'impiego di minori di 18 anni nelle stesse forze di peacekeeping!!).
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L'Italia, membro dei sette "grandi" , e i suoi piccoli
Ma che vuol dire "babylavoratori" secondo la normativa italiana? Al di sotto di quale età lo si è? Per sgombrare il campo da equivoci, che risultano a volte paradossali, citiamo la legge. La 977 del 1967 ha fissato l'età minima di ammissione al lavoro a 15 anni, 14 per il lavoro agricolo e i servizi familiari. Fra i 15 anni e la maggiore età si può lavorare, ma non in attività pericolose, faticose e insalubri.
E' dunque proibito dalla legge 977 il "lavoro dei fanciulli", mentre il "lavoro degli adolescenti" è regolamentato, non proibito.
Secondo i recenti dati dell’ISTAT, circa 144.285 bambini tra 7 e 14 anni, sarebbero economicamente attivi in Italia. Di questi, almeno 31.500 sono da considerarsi come bambini sfruttati.
Il lavoro dei minori in Italia è presente sia a Sud sia a Nord. Tra le cause alla base del fenomeno, sicuramente la povertà economica delle famiglie ma anche la povertà culturale e l'inadeguatezza del sistema scolastico: la scuola italiana viene vista dai minori che lavorano come incapace di offrire delle prospettive concrete per la formazione e per una preparazione professionale atta a permettere l'ingresso nel mondo del lavoro. Ciò si traduce, in pratica, in livelli molto bassi di rendimento scolastico, nella perdita di interesse da parte dei ragazzi e, infine, nell'abbandono della scuola.
Riguardo alle forme peggiori di sfruttamento del lavoro minorile, i dati raccolti sull'Italia dalla Global March against Child Labour - contenuti nel rapporto "Out of the shadows. Global Report on the Worst Forms of Child Labour for 2002" - evidenziano che migliaia di bambini sono sfruttati in queste forme nel nostro Paese. Molti di questi sono bambini stranieri provenienti dal Nord Africa, dall'Albania, dalla Cina e dalle Filippine.
In particolare:
l'accattonaggio nelle città italiane, molto diffuso anche nelle comunità nomadi, coinvolgerebbe almeno 3.000 bambini albanesi, oggetto di traffico internazionale e ridotti in stato di schiavitù;
il traffico internazionale: è in drammatico aumento il traffico internazionale di bambine e ragazze a scopo di prostituzione: esse provengono principalmente dall'Albania, dalla Nigeria dalla Russia e dall'Europa dell'Est. Secondo le statistiche del Censis, nel 2000 erano circa 900 le bambine albanesi prostitute nelle città italiane. Inoltre, in base ai dati raccolti dal Consiglio d’Europa, bambini Rom sono oggetto di traffico internazionale dall'ex Jugoslavia, per venire poi sfruttati in Italia soprattutto nelle attività criminali;
per quanto riguarda i minori coinvolti nelle attività criminali, essi vengono usati soprattutto dalle organizzazioni criminali; nella campagna siciliana, a questo proposito, ci sono vere e proprie scuole di criminalità dove ai bambini viene insegnato come usare, smistare le armi e come trafficare stupefacenti.. Secondo la Procura di Caltanissetta, in queste scuole i ragazzi verrebbero trasformati in vere e proprie macchine di morte dopo un addestramento che inizia sin da età molto precoci;
in generale, vi sono migliaia di bambini coinvolti in attività pericolose e nocive: basti pensare che più di 30.000 bambini cinesi sarebbero sfruttati solamente nell'area intorno a Firenze.
Convenzioni, leggi e conferenze
"Ogni lavoro serio nella legislazione sociale comincia sempre con la protezione dei bambini" (Albert Thomas, primo direttore dell'OIL)
LA CONVENZIONE ONU SUI DIRITTI DELL'INFANZIA (1989)
La Convenzione ingloba, considerandoli interdipendenti e indivisibili, tutti i diritti civili, politici, economici, sociali e culturali dei bambini, fondamentali per la loro sopravvivenza, il loro sviluppo, la loro tutela e partecipazione alla vita sociale. In virtù dello stretto legame tra questi elementi, praticamente tutti gli articoli della Convenzione affrontano temi - come l'istruzione, la salute, l'alimentazione, il riposo e lo svago, la previdenza sociale e le responsabilità dei genitori - collegati al lavoro infantile e ai suoi effetti.
L'art. 32, in particolare, obbliga i Governi a tutelare il bambino contro lo sfruttamento economico e qualsiasi lavoro che comporti rischi o sia suscettibile di porre a repentaglio la sua educazione o di nuocere alla sua salute e al suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale.
La Convenzione, ratificata da 191 Stati con l’eccezione di USA e Somalia, è lo strumento giuridico internazionale che vanta il maggior numero di ratifiche: essa rappresenta, tuttavia, uno degli esempio più eclatanti di mancata applicazione del diritto internazionale!
LA CONVENZIONE 138 DELL'OIL SULL'ETA’ MINIMA DI AMMISSIONE AL LAVORO (1973)
(stralci)
(...) L'età minima di ammissione al lavoro non può essere inferiore all'età prevista per il completamento della scuola dell'obbligo e in ogni caso non deve essere inferiore ai 15 anni. In deroga, i Paesi con un'economia e strutture scolastiche insufficientemente sviluppate, possono fissare l'età minima di avvio al lavoro a 14 anni, previa consultazione con le organizzazioni dei lavoratori e degli imprenditori.
L'età minima per l'ammissione a qualunque tipo di impiego o lavoro che per sua natura o per le circostanze in cui è svolto può danneggiare la salute, l'incolumità o la morale dei giovani non deve essere inferiore ai 18 anni. In deroga, le autorità nazionali possono abbassare a 16 anni l'età di svolgimento del lavoro a rischio a condizione che la salute, l'incolumità e la morale dei giovani siano pienamente protette. (...)
Le leggi e i regolamenti nazionali possono consentire l'impiego di persone di età compresa fra i 13 e i 15 anni, in lavori leggeri, a condizione che non siano pericolosi per la salute e la crescita, non pregiudichino la frequenza della scuola o la partecipazione a corsi di orientamento professionale e non pregiudichino la capacità di apprendimento. (...)
Ad oggi la Convenzione è stata ratificata da 119 Stati
GLI IMPEGNI DELLA CONFERENZA DI OSLO
Le conclusioni della Conferenza di Oslo sul lavoro infantile - svoltasi nell’ottobre 1997 - adottate dagli oltre 40 Stati partecipanti, costituiscono un importante riferimento per le nuove politiche sul lavoro infantile e contro lo sfruttamento dei bambini sul lavoro.
Ecco alcuni passaggi. Si noti che il termine ufficiale inglese "child labour" indica un'attività più grave del semplice "lavoro infantile" e lo tradurremo pertanto con "sfruttamento del lavoro infantile".
Lo sfruttamento del lavoro infantile è al tempo stesso conseguenza e causa della povertà. Le strategie volte alla riduzione e alla eliminazione della povertà devono, dunque, necessariamente occuparsi di questo problema. Il ricorso allo sfruttamento del lavoro infantile rallenta la crescita economica e lo sviluppo sociale e rappresenta una grave violazione dei diritti umani fondamentali. L'interconnessione fra sfruttamento del lavoro infantile e condizioni sociali del bambino e della sua famiglia dovrebbe essere al centro delle politiche di sviluppo sociale. La "proposta 20/20" - che propone ai Paesi sviluppati e in via di sviluppo interessati di investire in media il 20% rispettivamente dei propri fondi di aiuto pubblico allo sviluppo e dei propri bilanci nazionali, in programmi sociali di base quali l'istruzione obbligatoria e l'assistenza sanitaria - può contribuire efficacemente alla battaglia contro lo sfruttamento del lavoro infantile. I dati parlano chiaro: l'investimento in capitale umano sin dalla prima infanzia, tramite l'istruzione e la salute, garantisce a una società maggiori potenzialità di sviluppo economico e sociale.(...)
Un'azione efficace contro lo sfruttamento del lavoro infantile richiede impegno politico e la creazione di un'ampia alleanza che includa i Governi e tutti i settori della società e preveda l'impiego di risorse adeguate. I Governi hanno l'obbligo di sviluppare politiche, leggi, strategie e misure per l'eliminazione del fenomeno. Le misure preventive dovrebbero essere riconosciute come le più efficaci in questo senso.
L'istruzione è uno dei sistemi principali per la prevenzione e l'eliminazione dello sfruttamento del lavoro infantile. I bambini che si trovano fuori dal sistema scolastico sono soggetti a diverse forme di sfruttamento, soprattutto allo sfruttamento economico del loro lavoro. Il flusso dei bambini verso il lavoro può essere contrastato predisponendo un sistema di istruzione universale accessibile, obbligatoria e gratuita per tutti.
La cooperazione internazionale può contribuire alla definizione di standard, alla generale riduzione della povertà, a una migliore valutazione dell'impatto di misure contro lo sfruttamento infantile, in favore dei bambini e delle loro famiglie (...)
I Paesi sviluppati devono adoperarsi con credibilità per raggiungere quanto prima l'obiettivo di stanziare lo 0,7% del PIL all'aiuto pubblico allo sviluppo e devono ugualmente attivarsi per un utilizzo più sensato delle risorse esistenti, in stretta cooperazione con i Paesi in via di sviluppo. (...)
Il principale obiettivo è proteggere l'infanzia da ogni sfruttamento economico e dall'esercizio di qualunque lavoro che rischi di essere pericoloso e di interferire con l'istruzione del bambino, o che sia dannoso alla sua salute, nonché al suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale.
Priorità fondamentale è quella del riscatto immediato dalle forme più intollerabili (estreme) di lavoro infantile, e della riabilitazione fisica e psicologica dei soggetti coinvolti. In linea con questo approccio, devono essere garantite adeguate alternative a questi bambini e alle loro famiglie.
I Paesi dovrebbero attivarsi per la progressiva eliminazione di tutte le forme di lavoro infantile per i bambini in età scolare (...).
LA CONVENZIONE OIL N.182 RELATIVA ALLA PROIBIZIONE DELLE FORME PEGGIORI DI LAVORO MINORILE ED ALL’AZIONE IMMEDIATA PER LA LORO ELIMINAZIONE
Il 17 giugno 1999 è stata adottata a Ginevra una nuova convenzione relativa alle forme peggiori di lavoro minorile. Un documento importante perché oltre a definire chiaramente quali debbano essere considerate le forme peggiori e perciò inaccettabili di lavoro minorile impegna i Governi che ratificheranno la convenzione a porre in essere misure in grado di contrastare immediatamente ed efficacemente almeno queste forme di sfruttamento.
Tali forme comprendono:
tutte le forme di schiavitù o pratiche analoghe, compreso il reclutamento forzato o obbligatorio di minori per l’impiego nei conflitti armati;
l’impiego, l’ingaggio o l’offerta di minori ai fini di prostituzione, di produzione di materiale pornografico o di spettacoli pornografici;
l’impiego, l’ingaggio o l’offerta di minori in attività illecite, quali la produzione e il traffico di stupefacenti;
qualsiasi altro tipo di lavoro che, per sua natura o per le circostanze in cui viene svolto rischi di compromettere la salute, la sicurezza o la moralità del minore.
Ad oggi la Convenzione è stata ratificata da 131 Stati.
L’IMPEGNO DELLA CONFERENZA DI DAKAR:
ISTRUZIONE PER TUTTI
L’istruzione universale come arma fondamentale per combattere lo sfruttamento: il Forum mondiale sull’istruzione, svoltosi a Dakar tra il 26 ed il 28 aprile 2000, si è concluso con l’adozione del documento "Education For All: Meeting our Collective Commitments", con cui 181 Stati si sono impegnati a garantire educazione di base e di qualità a tutti i bambini, con particolare attenzione alle bambine. Nonostante i progressi registrati in diversi paesi, i 1500 partecipanti al Forum hanno denunciato che più di 113 milioni (secondo le Ong almeno 130 milioni) di bambini non hanno accesso all’istruzione primaria, 880 milioni di adulti sono analfabeti, e le discriminazioni di genere continuano a permeare il sistema educativo.
Dopo aver definito il diritto all’istruzione un diritto umano fondamentale nonché la chiave dello sviluppo sostenibile e della pace, la Conferenza di Dakar ha evidenziato 6 obiettivi specifici:
ampliare e migliorare la cura e l’istruzione della prima infanzia, soprattutto per i bambini più vulnerabili e svantaggiati;
assicurare che entro il 2015 tutti i bambini, con particolare enfasi per le bambine e i bambini provenienti da contesti difficili o da minoranze etniche, abbiano accesso gratuito ed obbligatorio all’istruzione primaria di qualità;
assicurare che le esigenze di formazione di giovani e adulti siano soddisfatte attraverso l’accesso equo ad appropriati programmi educativi;
raggiungere, sempre entro il 2015, un aumento del 50% del tasso di alfabetizzazione degli adulti, soprattutto delle donne, e garantire a tutti gli adulti l’accesso all’istruzione di base;
eliminare le discriminazioni di genere nell’istruzione primaria e secondaria entro il 2005;
migliorare tutti gli aspetti della qualità dell’istruzione in modo tale da ottimizzare il rendimento scolastico.
Per raggiungere questi obiettivi, gli Stati si sono impegnati a: sviluppare o rafforzare appositi Piani d’azione nazionali al più tardi entro il 2002; integrare questi Piani d’azione in un quadro di intervento che tenga conto anche dell’eliminazione della povertà e delle strategie di sviluppo, e realizzarli attraverso processi più trasparenti e democratici che coinvolgano attivisti, leader di comunità, genitori, insegnanti, ONG e società civile. Ancora, realizzare con urgenza programmi educativi ed azioni volte a combattere l’HIV/AIDS. Particolare enfasi è stata data all’aspetto della mancanza di finanziamenti per assicurare l’accesso all’istruzione: gli Stati si sono impegnati a stabilire priorità di budget che riflettano l’impegno a raggiungere, al più presto e comunque entro il 2015, gli obiettivi dell’istruzione per tutti.
LA SESSIONE SPECIALE DELLE NAZIONI UNITE SUI DIRITTI DELL'INFANZIA (UNGASS)
Dall'8 al 10 maggio 2002 si è tenuta a New York la Sessione Speciale dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGASS) sui diritti dell'Infanzia, il cui compito è stato quello di adottare un documento "A World fit for children" che costituirà la piattaforma per tutte le politiche che a livello internazionale e nazionale riguarderanno la promozione dei diritti dell'infanzia nei prossimi dieci anni.
In vista dell'UNGASS, i negoziati riguardanti a "World fit for children" si sono svolti tramite Comitati Preparatori per circa 2 anni ed il contributo dato dalle ONG al testo è stato rilevante, in particolare grazie al Child Rights Caucus, un gruppo composto da più di 100 ONG - di cui ha fatto parte anche la Global March against Child Labour- che aveva il compito di far confluire le posizioni delle ONG nel documento finale.
Purtroppo questo documento si caratterizza in molti punti per la sua debolezza: una delle sezioni che sicuramente avrebbe meritato più incisività negli impegni richiesti agli Stati è proprio quella sulla lotta allo sfruttamento del lavoro infantile.
Evidentemente, una volontà politica forte per far fronte a questa situazione drammatica per milioni di bambini non si è ancora "consolidata" e di ciò ne è indubbiamente prova la formulazione finale dell'Outcome Document che, al Paragrafo 3 intitolato "Protezione dall'abuso, dallo sfruttamento e dalla violenza", non parla di eliminazione dello sfruttamento del lavoro infantile - come richiesto dalle ONG, e da altri attori quali i sindacati - ma si limita a parlare di "combattere lo sfruttamento del lavoro infantile".
Di proibizione ed eliminazione si parla solo per le forme peggiori di sfruttamento secondo la Convenzione OIL n° 182 (punto 33).
Che dire, dunque, dei bambini non coinvolti nelle forme peggiori, ma comunque oggetto di sfruttamento? L'Outcome Document si limita a richiedere l’elaborazione e la realizzazione di "strategie per proteggere i bambini dallo sfruttamento economico e da qualsiasi impiego pericoloso, che possa interferire con l'istruzione del bambino, o che possa essere pericoloso per la salute o per lo sviluppo fisico, mentale, spirituale, sociale o morale del bambino" (punto 35).
Una formulazione di questo tipo può costituire ancora una volta una facile scappatoia ai Governi che non hanno posto in essere provvedimenti per eliminare lo sfruttamento del lavoro infantile e rischia di lasciare milioni di bambini sfruttati ed analfabeti senza una speranza.
Il risultato dell'UNGASS, dunque, rende ancor più necessaria l'azione della società civile impegnata nella tutela dei diritti dell'infanzia, in particolare contro lo sfruttamento dei minori.
I prodotti e i servizi dei bambiniLo sfruttamento dei bambini trova il suo ambiente favorevole nell'economia informale, nel lavoro in nero, che in molti Paesi costituisce una realtà rilevantissima (nella stessa Italia, potenza economica mondiale). In effetti, pressoché ovunque le leggi vietano l'impiego degli under 14 in attività di lavoro dipendente, salvo eccezioni per attività leggere.
Ma nelle case, nelle campagne, nelle bidonville…succede di tutto. Ecco una carrellata, non certo esaustiva, dei beni e servizi prodotti dalle mani e dalle spalle dei bambini. Capiremo così che non di soli palloni e tappeti è fatto lo sfruttamento infantile.
MINI-BRACCIANTI
Quasi la metà dei bambini tra i 5 ed i 14 anni attivi economicamente è impiegata nell’agricoltura, uno dei settori dell’economia in cui il lavoro è meno considerato e retribuito. Secondo un recente rapporto dell'OIL, in alcuni Paesi in via di sviluppo quasi un terzo della forza lavoro agricola è composto da bambini. In particolare, in Brasile, Kenya e Messico i bambini sotto i 15 anni costituiscono il 25-30% della forza lavorativa totale del settore agricolo. Il fenomeno dello sfruttamento del lavoro infantile assume proporzioni considerevoli nell’ambito dell’agricoltura commerciale, associata alla produzione di cacao, caffè, cotone, gomma sisal e tè. Si prenda, ad esempio, la Costa d’Avorio, principale produttore mondiale del cacao: circa 15.000 minori tra i 9 e i 12 anni, per la maggioranza bambine, provenienti da Burkina Faso, Mali, Benin e Togo lavorerebbero nelle piantagioni di cacao del Nord del paese.
Ma il lavoro nelle piantagioni non è un’esclusiva dell’Africa: in Bangladesh l'80% dei 6 milioni di bambini economicamente attivi è occupato nel settore agricolo, spesso sotto padrone.
Si tratta di un fenomeno diffuso, dunque, e complesso. Spesso esso è collegato alla pratica dell’affidamento a parenti, presso i quali i minori vengono mandati per ricevere un’istruzione; altrettanto spesso il lavoro nelle piantagioni è presentato come un’esperienza di socializzazione, che impartisce ai bambini importanti abilità per il futuro. La realtà è ben diversa: in molti casi i bambini sono venduti come bestiame e lavorano come schiavi, senza salari né protezione sociale. Secondo un rapporto congiunto UNICEF-OIL del febbraio 2000, i datori di lavoro comprano i bambini lavoratori dagli intermediari per circa 50 dollari l’uno; questi bambini restano, poi, legati agli stessi datori per almeno un anno.
Tutto ciò per quanto riguarda i Paesi in via di sviluppo; ma il coinvolgimento dei bambini nell’agricoltura è drammaticamente aumentato anche in molti paesi ad economia in via di transizione e nei paesi industrializzati, in concomitanza con il frazionamento di fattorie collettive in imprese private medio-piccole, in cui la necessità da far lavorare i membri familiari è più alta.
IN MINIERE, CAVE, VETRERIE E FORNACI
In molti paesi, in Africa, America Latina ed Asia, ci sono migliaia di bambini che lavorano in cave e miniere. Benché il loro numero non sia altissimo, la frequenza di incidenti e malattie è molto elevata: cave e miniere costituiscono uno dei settori più pericolosi per i bambini lavoratori.
Nelle cave raramente ci sono limiti alla durata della giornata lavorativa, ed i regolamenti sulla sicurezza e sulla salute, ove esistono, sono a malapena applicati. I bambini lavorano senza addestramento, protezione e abiti adeguati, fino a 12 ore al giorno, con pause di appena 30-60 minuti; non è raro che alcuni di essi muoiano a causa di esplosioni o crolli, e costante è la minaccia di malattie respiratorie e di avvelenamento da gas o polvere.
Per fare qualche esempio concreto della vita di questi piccoli minatori, si pensi che in Africa bambini di 8 o 9 nove anni scendono fino a 30 metri di profondità nel suolo e trascorrono 7 od 8 ore al giorno scavando tra stretti passaggi senza ventilazione o sufficiente illuminazione, e con frequenti crolli della roccia. Nelle miniere di gemme della Tanzania, spesso i ragazzini si nascondono nei tunnel delle miniere durante le esplosioni per essere i primi a trovare le gemme: i "bonus" che ricevono per queste scoperte rappresentano la loro unica speranza di ricevere la paga. Lo stesso avviene, ad esempio, in Guatemala. In Colombia, poi, i bambini rischiano di entrare nel mondo dell’estrazione dell’oro, degli smeraldi, del carbone e dell’argilla fin dai 5 anni, ed il loro coinvolgimento cresce quando ne compiono appena 7. Nonostante la quantità di ore lavorative sostenute (dalle 14 alle 27 ore settimanali), il 60 % di questi bambini non è retribuito.
SCHIAVI PER DEBITI
Spesso i bambini sono schiavi per debiti: con il loro lavoro, cioè, sono il mezzo per ripagare i soldi dati alle famiglie. Essi lavorano percependo paghe irrisorie, se non addirittura nulle, e finiscono per trovarsi in una situazione di lavoro forzato senza via d’uscita. Il cosiddetto "debt bondage" è una forma di schiavitù, riconosciuta e condannata come tale anche dalla Convenzione OIL n.182.
La schiavitù per debiti, indipendentemente dal fatto che i genitori abbiano contratto un debito con l’accordo di ripagarlo in prima persona o con il lavoro dei propri figli, pone in ultima istanza sempre i bambini alla mercé dei creditori: molto spesso, infatti, la condizione di schiavitù si tramanda di padre in figlio, sicché i bambini si trovano sulle spalle, senza averne alcuna responsabilità, ingenti somme da pagare.
La schiavitù per debiti è presente in tutto il mondo (non solo in Asia, dove è maggiormente diffusa, ma anche in America Latina ed Africa), ed in tutti i settori produttivi. Il fenomeno molto spesso è collegato al lavoro agricolo: le famiglie povere, senza terra o con risorse troppo scarse per accedere ai sussidi statali, cadono facilmente nella trappola del debito nei confronti dei proprietari terrieri o di terzi, e in questo caso non possono fare altro che mettere i propri figli a disposizione degli stessi per svolgere lavoro agricolo o domestico finché il debito non viene ripagato. Altrettanto spesso i piccoli schiavi per debiti sono impiegati nel lavoro nelle miniere (ciò accade ad esempio nelle miniere d’oro in Perù) e nelle attività connesse (in Sud Asia i bambini lavorano forzatamente nella produzione di mattoni). In Pakistan si stima che siano 8 milioni i bambini in schiavitù. In generale, le Nazioni Unite parlano di 20 milioni di bambini ridotti in schiavitù nel mondo
Infine, va sottolineato che la schiavitù per debiti è sempre più collegata al traffico dei minori finalizzato al loro sfruttamento.
LO SFRUTTAMENTO PER SCOPI SESSUALI
Ogni anno circa un milione di bambini entra nel mondo del commercio sessuale. Nonostante sia difficile raccogliere dati accurati sul fenomeno, si sa che il commercio sessuale è un settore nel quale sono in gioco cifre altissime. Le ricerche mostrano che l’età dei bambini che vi sono coinvolti sta diminuendo: la maggior parte sono bambini poveri tra i 13 e i 18 anni, ma è provato che anche bambini molto piccoli, persino neonati, cadono nella trappola di questo orribile commercio.
Purtroppo è difficile frenare un fenomeno, così diffuso e "redditizio". La mancanza di educazione e di opportunità economiche da parte delle famiglie fa sì che queste, attratte dalla prospettiva di alti guadagni, affidino i figli al mondo della prostituzione, e spesso gli stessi figli si sentono moralmente obbligati a supportare economicamente i genitori facendo ogni genere di lavoro. Sull’altro versante c’è la forte domanda, che alimenta senza fine il mercato dello sfruttamento sessuale. I clienti del turismo sessuale sono sia uomini sia donne, e lo stesso vale per le loro vittime, anche se di recente si è registrato un aumento dello sfruttamento sessuale dei maschi soprattutto in paesi come Sri Lanka e Pakistan.
SFRUTTATI TRA LE MURA DOMESTICHE NELLE FAMIGLIE MEDIO-RICCHE
Non li vede nessuno, ma sono milioni i bambini che lavorano come domestici nelle famiglie medio-ricche del mondo. La maggior parte dei piccoli domestici, soprattutto bambine, ha un’età compresa tra i 12 ed i 17 anni, ma nelle famiglie sono impiegati anche bambini di appena 5 o 6 anni. Centinaia di migliaia di bambine, approssimativamente il 10% della forza lavoro minorile, lavorano per molte ore al giorno in ambienti in cui le percosse, gli insulti e le molestie sessuali sono all’ordine del giorno. Ad Haiti sono 250.000 i figli di famiglie disagiate mandati a servizio presso le famiglie ricche - i cosiddetti "restaveck", che significa "resta con".
In Nepal, ad esempio, più della metà dei bambini presi a servizio domestico è costituito da maschi; in Bangladesh, almeno il 17%. In India questi bambini lavorano in media 15 ore al giorno, per tutti i giorni della settimana, e devono essere pronti a soddisfare le richieste dei padroni giorno e notte. Le mansioni più comuni comprendono cucinare, stirare, pulire, fare la spesa ed occuparsi dei figli dei loro padroni, anche accompagnarli a scuola e portare loro lo zaino! Questi bambini, spesso isolati e lontani dalle loro famiglie, sono sotto controllo totale dei padroni e vivono privati di ogni supporto emotivo, di un’alimentazione adeguata e dell’istruzione: spesso essi dormono nei bagni o nei sottoscala e mangiano gli avanzi dei padroni. Il monitoraggio di questo fenomeno è difficile: le famiglie di destinazione di questi bambini affermano di aver adottato i piccoli o di averli presi in affidamento. Dietro questa facciata il rapporto sfocia facilmente in puro sfruttamento! A sconcertare vi è un ulteriore dato: spesso questi piccoli servitori vengono portati verso i paesi occidentali, come è stato rilevato nel 1994 dall'associazione AntiSlavery International, che ha denunciato famiglie di diplomatici di stanza in Svizzera e Francia.
I BAMBINI SULLA STRADA
I bambini che lavorano sulla strada sono probabilmente la faccia più evidente dello sfruttamento del lavoro infantile. Le loro attività sono diverse: vendere cibo o beni di piccolo consumo, lustrare le scarpe dei passanti, lavare i vetri e riparare i pneumatici delle auto, spazzare le strade e raccogliere i rifiuti, fare il facchino e tante altre ancora. Oltre a soffrire dei pericoli insiti nelle singole attività, questi bambini sono quotidianamente esposti all’inquinamento, ai fumi di scarico, alle molestie e violenze di strada.
80.000.000 di bambini lavorano per strada, anche se i più hanno una "casa". Alla periferia di Manila sono in decine di migliaia a scalare le montagne "fumanete" (di rifiuti) per selezionare il minimo residuo utile. Lo stesso avviene nelle vie e nelle discariche di tutte le città dei Paesi poveri del mondo. Un lavoro ad estremo rischio, che attira il disprezzo su chi lo svolge come nel caso degli "asini": bambini gracili che trasportano esseri umani e merci, sfruttati dai proprietari dei rickshaws, le biciclette con "carretto" così diffuse in Asia.
Milioni, infine, sono i bambini che si aggirano per le strade chiedendo l’elemosina. Il fenomeno dell’accattonaggio non è più solo una questione dei Paesi poveri: anche nelle nostre città è cresciuto il numero di bambini mandati ad elemosinare ai semafori con addosso pochi stracci. Bambini stranieri preda di organizzazioni criminali: i piccoli schiavi del nostro continente, che passano ore sulla strada e se non riescono a "guadagnare" abbastanza vengono picchiati dai loro aguzzini. E tutto avviene alla luce del sole. I bambini di strada, visibili in tutte le metropoli latino-americane, africane ed, oramai, anche in Europa, sono il facile bersaglio di azioni repressive.
CONCIATI PER LE FESTE
Nelle concerie lavora una parte dell'1,4 milioni di piccoli egiziani fra i 6 e i 14 anni. Le condizioni di lavoro sono le stesse da sempre: ma si sono aggiunti molti prodotti chimici e i bambini continuano a lavorare a mani e piedi nudi. In India, Brasile o nel SudEst asiatico lo spettacolo è più o meno lo stesso.
ABITI, SETA E SCARPE PER CONSUMATORI LONTANI
Sono i prodotti di bassa tecnologia e largo consumo quelli con la cui produzione per l'esportazione di Paesi come Thailandia, Cina, Indonesia e India stanno tentando la scalata dello sviluppo industriale. Di mezzo ci sono le multinazionali che in genere appaltano il lavoro a ditte locali, le quali a loro volta lo subappaltano a ditte più piccole. In questo "giro" si annida il lavoro dei bambini, difficilissimo da scovare. In Indonesia il lavoro minorile è legalizzato (ma solo per 4 ore al giorno) e le piccole tute blu dell'industria manifatturiera sono almeno 300.000. Per salari bassissimi bambini e bambine lavoratori di 10-12 anni, assunti al posto dei genitori, vivono lontano dalle famiglie, poverissime e rurali.
PALLONI E TAPPETI
Un milione di bambini tessono tappeti su decine di migliaia di telai sparsi fra il Pakistan, l'India e il Nepal. Antiche ditte di esportazione si rivolgono a intermediari locali che a loro volta girano l'ordine ai proprietari di telai. Questi affidano il compito a tessitori che producono con l'aiuto di salariati, spesso bambini: preferiti non solo per via delle piccole dita molto adatte al lavoro, ma anche perché gli adulti non sono disposti a farsi sfruttare proprio fino all'osso. Non di rado i piccoli tessitori sono "ostaggi", perché schiavi per debiti.
L’India ed il Pakistan sono, poi, tra i produttori principali di articoli sportivi: secondo un recente studio dell’associazione "Indian Committee for the Netherlands", migliaia di bambini in Pakistan e India sono sfruttati nella produzione di palloni. In particolare, il problema riguarda la regione di Sialkot in Pakistan, dove si concentra l'80% della produzione, e nel Punjab indiano, dove vi sono bambini di meno di 10 anni che cuciono palloni in condizioni proibitive. La gran parte di questi bambini è costretta a lavorare per aiutare le famiglie a sopravvivere. Talvolta essi aiutano la famiglia a cucire a cottimo per poche rupie, oppure sono direttamente impiegati in laboratori semiclandestini nei villaggi. Mentre aiutano le famiglie, i bambini perdono le opportunità educative essenziali, creando un circolo vizioso di povertà ed analfabetismo.
Nel 1998 la FIFA ha adottato un codice di condotta per proibire lo sfruttamento del lavoro minorile e per richiedere condizioni lavorative adeguate per i lavoratori adulti impiegati nella fabbricazione di tutti i prodotti a marchio FIFA. Tuttavia, i fatti evidenziano che ci sono continue violazioni di suddette condizioni da parte dei produttori degli articoli sportivi: in India, ad esempio, anche se esiste un sistema di monitoraggio delle imprese, manca trasparenza e non ci sono informazioni pubbliche sul suo funzionamento e sui risultati. Inoltre, in altri Paesi dove si producono palloni ed articoli sportivi, come in Cina, non esiste un sistema di monitoraggio credibile.
BAMBINI IN DIVISA
Il Global Report on child soldiers 2001, lanciato dalla Coalizione Internazionale "Stop all'uso dei bambini soldato!", denuncia il reclutamento, in più di 87 Paesi, di almeno mezzo milione di bambini sia nelle forze armate governative che nei gruppi armati d’opposizione; essi sono esposti ai pericoli degli scontri armati, trattati brutalmente e puniti in modo estremamente severo in caso di errore. Una tentata diserzione può portare agli arresti e, in qualche caso, ad una esecuzione sommaria. Dei minori reclutati, la maggioranza ha tra i 15 e i18 anni, ma ci sono anche reclute di 10 anni e la tendenza è verso un abbassamento della soglia di età. Anche le ragazze, sebbene in misura minore, sono reclutate e soggette soprattutto a violenze sessuali. Alcuni sono soldati a tutti gli effetti, altri sono usati come portatori di munizioni, vettovaglie ecc. L’uso di armi leggere ha contribuito ad accrescere il problema perché ha reso più facile l’uso di minori, i quali non chiedono paghe e sono più controllabili ed influenzabili di un adulto. Il problema è più grave in Africa dove i bambini soldato con meno di 18 anni sono circa 120.000. Una situazione inaccettabile se si pensa che l’esperienza della guerra è, per coloro che sopravvivono, psicologicamente devastante.
2. Povertà - Sfruttamento - Povertà: una spirale da rompere
Una spirale da rompere
Dice bene la Conferenza di Oslo: "Lo sfruttamento infantile è al tempo stesso causa e conseguenza della povertà".
Spiega il sociologo pakistano Nazar Ali Salal: "è un problema che si morde la coda. Più una popolazione è povera e più ha tendenza ad avere molti figli e a rimanere analfabeta in quanto i bambini non vanno a scuola ma piuttosto al lavoro per aiutare il bilancio familiare. E più una popolazione è analfabeta più rimane nel sottosviluppo, quindi nella povertà".
Non s'è mai visto un bambino benestante lavorare: l'intreccio fra povertà della famiglia e lavoro dei bambini è evidente, come la necessità di dare alle famiglie i mezzi per non far lavorare i bambini senza per questo morire di fame.
La Coalizione Sud-Asiatica contro la Schiavitù Infantile sostiene che il lavoro dipendente dei bambini - manodopera a buon mercato, remissiva e vulnerabile - è anche causa, e non solo conseguenza, di povertà sociale e individuale. Un bambino, un futuro adulto, la sua famiglia e il suo Paese vengono svenduti per 5 Euro al mese.
Insomma: non bisogna aspettare la fine della povertà per togliere i bambini almeno da quei lavori che ne pregiudicano la crescita fisica e intellettiva.
La povertà (presente e futura) come conseguenza
Analfabetismo a vita. Se gli rimane tempo e non è troppo stanco, mentre lavora il bambino potrà frequentare qualche scuola informale, ma non avrà nemmeno un diploma elementare. Analfabeta, non potrà difendere i propri diritti, anche da lavoratore adulto.
Salute minata. Riassume Narain Singh Rao, attivista indiano per i diritti dei minori: "Se io che ho trent'anni avessi iniziato a lavorare a 8, adesso sarei ridotto come i miei amici d'infanzia che l'hanno fatto. Sarei curvo e stanco, magari con la Tbc; circa l'80% dei pazienti tubercolotici degli ospedali indiani sono stati bambini lavoratori. L'esposizione continua a polveri, prodotti chimici, alte temperature e magari scarsa luce (o troppa) danneggia gli organi respiratori, gli occhi, il fegato, i reni".
Portare pesi o assumere posture forzate molto a lungo può pregiudicare lo sviluppo osseo e la crescita. I rumori eccessivi causano sordità parziali. L'esposizione alle sostanze tossiche può avere gravi conseguenze. In India sono stati seguiti gruppi di scolari e di babylavoratori nell'agricoltura e nella piccola industria per sette anni: ne è risultato che i bambini lavoratori hanno un deficit ponderale e restano tutta la vita più piccoli.
Danni psicologici. L'assenza di gioco e riposo, l'eventuale lontananza dalla famiglia non possono che avere ripercussioni negative sulla psiche infantile. Devastanti e senza ritorno sono poi gli effetti delle forme peggiori di sfruttamento quali la prostituzione infantile.
Adulti "minacciati". L'OIL ricorda che il ricorso a bambini lavoratori sottopagati va di pari passo con una distribuzione ineguale della ricchezza e con la disoccupazione o sottoccupazione degli adulti.
Senza bambini a disposizione per le piantagioni e le fabbriche, il lavoro dovrebbe essere dato agli adulti i quali, eliminata quella concorrenza imbattibile, avrebbero anche un maggior potere di rivendicazione salariale e sociale. Non a caso il lavoro infantile è diffuso soprattutto presso quelle comunità dove gli adulti riescono a lavorare solo saltuariamente o comunque nel settore informale, con salari inferiori al minimo sindacale.
Va evitata tuttavia una troppo facile conclusione: "proibendo il lavoro dei figli saranno assunti i genitori". La realtà è purtroppo più sfumata: in genere gli stessi genitori già lavorano, ma sfruttati anch'essi, o in attività marginali dal reddito insufficiente.
Società impoverite per sempre. L'equazione "bambini=braccia da lavoro", abbinata all'alto tasso di mortalità infantile, incentiva le nascite numerose rinnovando la spirale di povertà: le nazioni erediteranno un'altra generazione di lavoratori a basso reddito, senza professionalità specifiche, analfabeti, magari debilitati o addirittura invalidi. Altro che alleviare la povertà.
Un bambino produce ricchezza quasi quanto un adulto ma viene remunerato molto meno, in genere un terzo. Far lavorare adulti sindacalizzati significherebbe invece aumentare il potere d'acquisto delle famiglie e dare chances a uno sviluppo endogeno, trainato dal mercato interno.
E la povertà come causa
Quando la famiglia non ha alternative. Con il lavoro dei bambini certo una famiglia non esce dalla povertà. Ma in molte situazioni si vive realmente sul filo del rasoio: quando il reddito percepito serve a malapena a nutrirsi, le poche lire guadagnate dai bambini sono vitali! E’ così che si perpetua un circolo vizioso fatto di famiglie numerose, bambini visti come braccia, analfabetismo.
Tuttavia, proprio perché si tratta di cifre irrisorie, la soluzione si può trovare. Anche senza parlare dei casi in cui alla famiglia viene corrisposto solo un anticipo e poi il bambino lavora gratis, è difficile che un baby lavoratore sotto padrone guadagni più dell'equivalente di qualche chilo di riso alla settimana. Eppure, ogni intervento anti-lavoro infantile che non dia alla famiglia povera la possibilità di acquisire questo "qualche chilo", oggi stesso, è ipocrita e dannoso.
Povertà di Stato e stato sociale. E’ vero che solo i bambini di famiglie povere lavorano, in situazioni sociopolitiche prive di meccanismi di salvaguardia sociale. Non c'entra troppo invece il livello di povertà globale di una nazione, come dimostrano il brutto esempio del ricco Brasile e il bell'esempio del modesto Stato indiano del Kerala, felice eccezione nel subcontinente. A partire dalle prime elezioni del 1957 fino ad alcuni anni fa, il Kerala ha avuto un Governo "speciale", sensibile verso i temi sociali e impegnato a garantire a tutti il soddisfacimento dei bisogni fondamentali. Realizzando la riforma agraria, aumentando il salario minimo e investendo nell'istruzione obbligatoria e nella sanità, ha portato a una situazione incoraggiante, capovolta rispetto al resto dell'India. Anche l'esempio dell'isola di Cuba è indicativo: nonostante le difficilissime condizioni economiche, sono state mantenute le conquiste sociali.
Lo sfruttamento infantile è in stretta correlazione con le ingiustizie distributive e aumenta quando la gente è lasciata sola ad affrontare la sua povertà. Senza scuola e sanità gratuite, senza sicurezza sociale, per soddisfare i bisogni di base le famiglie devono chiedere a tutti i componenti di darsi da fare per sopravvivere. Non per nulla quando una situazione economica si degrada e aumenta la disoccupazione adulta, viene in soccorso il reddito sia pure limitato derivante dal lavoro dei bambini.
La molla del profitto. Le imprese nelle catene del subappalto preferiscono i bambini perché si possono sfruttare meglio. La quasi totalità dei conciai del Cairo ammette candidamente che cercherebbe di far lavorare bambini anziché adulti anche in presenza di leggi più restrittive.
I Governi sono spesso complici diretti o indiretti: è loro responsabilità, se i lavoratori adulti percepiscono salari insufficienti a mantenere la famiglia (il salario minimo legale, nella maggior parte dei Paesi, garantisce un potere d'acquisto infimo); se esistono decine di milioni di contadini capifamiglia senzaterra che al mattino si alzano senza sapere bene come rimediare la minestra del giorno; se i poveri sono tre miliardi.
Alcuni Governi dei Paesi in via di sviluppo sostengono che il lavoro dei bambini è appunto una malattia infantile delle società povere e credono che i paesi occidentali siano diventati ricchi grazie a questo sfruttamento. E’ invece vero il contrario.
Meccanismi internazionali. Il debito estero è un grande colpevole. A tutti i popoli sudditi di Governi indebitati del Sud, i cosiddetti programmi di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale chiedono di lavorare molto, vendere molto e consumare poco, per accumulare un grande avanzo necessario a ripagare il debito. Ciò significa un aumento dei livelli di sfruttamento dei lavoratori e del territorio, per produrre a costi minori rincorrendo i mercati internazionali. E significa anche dare un taglio a quelle spese sociali - per la scuola, la sanità - che permetterebbero alle famiglie di sopravvivere pur con un reddito limitato.
Imprese sulla pelle (anche) dei bambini. La bibbia della competitività internazionale si basa sulla delocalizzazione, nuovo fenomeno nella lotta del capitale contro il lavoro. Se per risparmiare sui costi le imprese di alcuni settori sostituiscono i lavoratori con le macchine, in altri è più conveniente spostare la produzione laddove il costo del lavoro è nettamente minore per ragioni macroeconomiche, perché i lavoratori sono meno esigenti e i Governi più condiscendenti.
Purtroppo le multinazionali vanno a inserirsi in realtà molto povere dove è facile trovare persone che, pur di uscire dal settore di sussistenza e dal lavoro informale che non riesce a sfamarli, volentieri accettano di lavorare per 80 ore la settimana e per un pugno di centesimi di dollaro all'ora. Lo scandalo è che le stesse multinazionali, considerandosi benefattrici perché direttamente o attraverso il subappalto pagano ai lavoratori qualcosa in più di quanto otterrebbero in attività per il mercato locale, poi spendono cifre enormi in pubblicità per contendersi un mercato limitato di consumatori - non più di un miliardo e mezzo - dato che per certi prodotti l'immagine fa vendere più del prezzo basso.
Oltre alle tradizionali produzioni tropicali, i comparti industriali più semplici - tessili, cuoio, giocattoli ed elettronica soprattutto - prendono il volo lasciando vuote le fabbriche europee per trasferirsi verso Paesi asiatici, latino-americani e nordafricani. Gli strumenti sono vari: le zone franche che offrono alle multinazionali condizioni molto vantaggiose e piena libertà di manovra, gli appalti ad aziende locali, i subappalti e i subappalti dei subappalti, per i quali aziende sempre più piccole e alla fine lavoratori a domicilio producono per la grande committente. E' in questa catena che si annida il lavoro infantile.
E' vero, solo una piccola minoranza dei bambini al lavoro si trova alle dipendenze dirette o indirette di una multinazionale; ma la vergogna sta nello scarto siderale fra i profitti della compagnia (e i prezzi di vendita dei prodotti) da un lato e la remunerazione dei lavoratori dall'altro. Infatti, gli stessi adulti nelle catene del subappalto ricevono trattamenti miserrimi, che li costringono a chiedere ai loro figli anche piccoli di contribuire al reddito familiare, lavorando nello stesso settore o in altri.
La componente HIV/AIDS
Ulteriore, drammatica causa dello sfruttamento del lavoro infantile è la diffusione del virus HIV: i collegamenti tra questa infezione e lo sfruttamento minorile sono molteplici e complessi, e non ancora del tutto definiti, e sono stati evidenziati soprattutto dal programma IPEC/OIL. Certo è che, a livello macro-economico, il virus mina la crescita e la produttività di un paese ed altera drasticamente la composizione di età e di genere, ponendo l’onere produttivo a carico di determinate fasce d’età.
Considerando in concreto come HIV/AIDS influisca sullo sfruttamento del lavoro minorile, si pensi alla situazione dei bambini rimasti orfani a causa della malattia: attualmente, sono almeno 13 milioni i bambini al di sotto dei 15 anni che hanno perso i genitori, e questo numero è destinato a crescere negli anni a venire. Questi bambini sono, in primo luogo, esposti a discriminazioni, a malattie e alla perdita di opportunità di ricevere un’istruzione; in secondo luogo, sono direttamente caricati delle responsabilità che prima ricadevano sui genitori. Prolungati periodi di malattia ed eventuali decessi all’interno della famiglia causano ingenti riduzioni delle entrate economiche, e molto spesso i bambini, soprattutto le bambine, devono assumersi un carico di lavoro maggiore in casa: pulire e cucinare, prendersi cura dei fratelli minori e dei parenti malati. È ovvio che ciò compromette la loro scolarità e la loro crescita.
Altrettanto spesso i bambini sono costretti a cercare lavoro fuori casa per supplire alla perdita di reddito dei genitori e per pagare le cure mediche necessarie: ciò si traduce in forti migrazioni dalle campagne alle città, dove i minori finiscono per riempire le sacche dell’economia informale. La presenza dei bambini sulla strada ed il loro bisogno di ricevere denaro, cibo, cure e affetto aumentano le opportunità di incappare nello sfruttamento sessuale: in questo modo aumenta il rischio di contrarre il virus, e il circolo vizioso si alimenta senza fine.
A questo proposito, un ulteriore collegamento tra HIV/AIDS e sfruttamento del lavoro minorile si trova nel commercio sessuale. Si è visto che la paura di contrarre il virus induce i clienti a chiedere bambine sempre più giovani: anche in questo caso, l’aumento della domanda conduce inevitabilmente all’aumento dell’offerta.
In generale, la scolarità dei bambini è minacciata dalla decimazione degli insegnanti nei paesi con alto tasso di infezione. In Zambia, per esempio, nel 1998 i decessi degli insegnanti sono stati pari ai due terzi delle persone appena diplomate in scuole di abilitazione all’insegnamento: i decessi per malattie connesse all’AIDS privano le scuole delle loro risorse più importanti! Le assenze per malattia degli insegnanti, infine, nonché le assenze dovute alla necessità di prendersi cura di parenti malati, conducono alla disgregazione delle classi e ad un abbassamento del livello educativo, con conseguente incremento degli abbandoni scolastici e riduzione della convinzione, da parte di adulti e bambini, dell’importanza dell’istruzione. Dubbiosi dell’utilità di mandare i figli a scuola, i genitori mandano i figli a lavorare privandoli della possibilità di essere educati e di apprendere professioni qualificanti - compresa quella dell’insegnante!
Infine, si pensi allo shock provato dai bambini che vedono morire di questa terribile malattia genitori, parenti ed insegnanti: un’esperienza dolorosa che ne accresce la vulnerabilità, rendendoli ancora più inermi di fronte alla vita, e ancora più esposti alla minaccia dello sfruttamento del lavoro infantile.
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TESTIMONIANZA
Kavitha a 12 anni è costretta ad abbandonare la scuola per contribuire alle spese della famiglia. Inizia a lavorare come serva nella casa di un facoltoso signore di Kodaikanal in Tamil Nadu, India.
Lavora dalle 5.30 del mattino alle 10.00 di sera senza sosta. Una mattina, come d’abitudine, mentre accende il fuoco, le fiamme divampano. Kavitha rimane gravemente ustionata, viene portata d’urgenza in ospedale dove resterà 32 giorni.
Quando torna a casa le ferite provocate dalle ustioni le impediscono di lavorare come prima. Ella cade in depressione perché pensa che non sarà più in grado di contribuire alle già magre entrate della famiglia. Il suo datore di lavoro si rifiuta di pagare le spese per le cure e la degenza in ospedale, lamentando il fatto che egli ha già buttato via i suoi soldi visto che Kavitha è stata assente per un intero mese. Il padre della bambina non ha né la forza né i soldi per opporsi all’arroganza del padrone, e così è costretto a sottostare ai suoi soprusi.
3. Interventi possibili
Ogni provvedimento riguardante i bambini dovrebbe garantire il loro massimo interesse. Ecco perché offrire a ogni singolo bambino sfruttato, impegnato in un lavoro nocivo o a tempo pieno, una via d'uscita immediata.
Coordinare gli interventi
Intervenire sul lavoro infantile, a cominciare dalle sue forme peggiori (lavori pericolosi, a tempo pieno e sotto padrone), significa costruire uno zoccolo minimo di difesa dei diritti sociali per bambini e adulti di oggi e di domani. Non è facile convogliare in una stessa direzione l'impegno, necessario, di soggetti diversi: Stati, Organizzazioni internazionali, sindacati, consumatori e perfino imprenditori e multinazionali.
Ci ha provato la Global March against Child Labour, partita da Manila nel gennaio 1998 per arrivare a Ginevra nel giugno dello stesso anno attraversando vari continenti. Le sette proposte della Marcia Globale dovrebbero mettere tutti d'accordo. Sono in grado di superare le diverse alternative: divieto totale subito o regolamentazione? I sostenitori della prima ipotesi accusano gli altri di eccessivo pragmatismo (perché "lo sfruttamento dei bambini va abolito e basta, così si ridurrà lo stesso sfruttamento degli adulti"); i secondi accusano i primi di utopismo (perché "la questione vera è porre fine allo sfruttamento da parte di nazioni e classi sociali; nel frattempo meglio un bambino che lavora e mangia che uno affamato"). C'è una logica in entrambe le posizioni; l'ipotesi "divieto totale", accompagnata però da interventi che migliorino il reddito dei genitori, ben si attaglia ai casi di lavoro sotto padrone in condizioni di rischio e nocività. La seconda (abolizione come risultato di un cammino di sviluppo) si adatta alla grande percentuale di bambini che lavorano aiutando i genitori in un'economia povera, che sia agricola o artigianale. Dove in effetti non servono leggi e ingiuste punizioni, ma interventi di riforma agraria, piccola meccanizzazione collettiva, garanzia dei prezzi al produttore, pensioni e sanità di base, infrastrutture, acqua potabile ed energia vicino ai villaggi, e naturalmente istruzione di base gratuita ed accessibile.
Abolire subito le forme peggiori: la Convenzione OIL n. 182
Il 17 giugno 1999 l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha adottato a Ginevra la Convenzione n. 182 relativa alla proibizione delle forme peggiori di lavoro minorile. Tale convenzione, risultato anche dell’attività di pressione esercitata dal movimento Global March, rappresenta un importante passo in avanti nella messa in opera di strumenti che possano efficacemente contrastare la piaga dello sfruttamento del lavoro minorile.
Quelle che la Convenzione chiama ‘forme peggiori di sfruttamento del lavoro minorile’ sono identificate con quelle attività che più di altre risultano nocive per la salute fisica e mentale del bambino; in particolare la Convenzione include "tutte le forme di schiavitù o pratiche analoghe alla schiavitù, compreso il reclutamento forzato o obbligatorio di minori ai fini di un loro impiego nei conflitti armati", "l’impiego, l’ingaggio o l’offerta del minore a fini di prostituzione", "l’impiego, l’ingaggio o l’offerta del minore a fini di attività illecite", "qualsiasi tipo di lavoro che per sua natura o per le circostanze in cui viene svolto, rischi di compromettere la salute, la sicurezza o la moralità del minore".
Gli Stati che ratificheranno la Convenzione saranno tenuti ad adoperarsi in modo attivo contro tali forme di sfruttamento definendo programmi d’azione in collaborazione con le organizzazioni dei datori di lavoro e con i sindacati. Accanto alle istituzioni, viene anche segnalato all’articolo 6 la necessità di coinvolgere nei programmi d’azione per l’eliminazione delle forme peggiori di lavoro minorile altri "gruppi interessati". Un riconoscimento delle capacità e dell’apporto che le organizzazioni come Mani Tese, grazie al loro lavoro sul campo, possono dare nell’affrontare questo problema.
Viene sottolineato all’articolo 7 la funzione primaria dell’educazione per contrastare lo sfruttamento del lavoro minorile e come opportunità di sviluppo. A questo fine i Governi dovranno impegnarsi nel garantire a tutti l’accesso all’istruzione di base gratutita.
Altro aspetto significativo è messo in luce all’articolo 8, che sottolinea la necessità che i Governi si impegnino a rafforzare la cooperazione internazionale prevedendo misure di sostegno allo sviluppo economico e sociale e programmi per l’eliminazione della povertà e per l’istruzione universale.
Impegni importanti quindi che aspettano da parte dei Governi che vi aderiranno risposte forti e significative, che dimostrino nei fatti una presa di coscienza dell’intollerabilità di una situazione che coinvolge milioni di bambini nel mondo.
Responsabilità
Le responsabilità del Sud: ingiustizie interne
Gli investimenti sociali sembrano passati di moda... Ma spendendo in dieci anni poco più di 25 miliardi di dollari si potrebbero dotare tutte le comunità di acqua potabile, sanità e istruzione di base: un "pacchetto" che ridurrebbe la fatica dei bambini che si occupano dell'acqua e della legna, o procurano quel piccolo reddito indispensabile a coprire ad esempio le spese sanitarie.
Sì a interventi di giustizia, chiedono le campagne contro il lavoro infantile: garantire adeguate condizioni di vita e potere d'acquisto alle famiglie fornendo sicurezza sociale, attuando la riforma agraria, aumentando le possibilità di occupazione per gli adulti, garantendo il diritto alla casa.
Diverse organizzazioni popolari hanno progetti di liberazione di comunità, soprattutto rurali, da situazioni di povertà estrema che causano fatica infantile e abbandono scolastico. Progetti generatori di reddito, acquisizione di terre, infrastrutture igienico-sanitarie, scuole, sviluppo dell'economia rurale.
Le responsabilità del Nord: ingiustizie internazionali, debito e sprechi
"I paesi ricchi azionano direttamente i meccanismi che permettono lo sfruttamento dei bambini" (Michel Bonnet, attivista francese ed ex consulente OIL).
Se questo non cambia, i Governi del Sud, spesso restii a modificare lo status quo e a investire nel sociale, avranno buon gioco nel sostenere di non poter fare nulla perché stretti fra l'incudine del debito con relativa penuria di risorse e il martello della competitività internazionale. Potranno dire che con l'aggiustamento strutturale sono stati obbligati a tagliare le spese sociali e a permettere la corrosione dei già magri salari di operai e braccianti.
L'opinione pubblica e le organizzazioni sociali e politiche del Nord del mondo hanno quindi il compito di influenzare le politiche internazionali - commerciali e di cooperazione - dei rispettivi Governi:
- per la cancellazione del debito estero (non pagabile se non a elevati costi sociali e ambientali) e per la sostituzione delle condizioni monetariste dei programmi di aggiustamento strutturale (Pas) con l’incoraggiamento agli investimenti sociali;
- per una cooperazione Nord-Sud fondata sugli investimenti sociali anziché sugli affari delle imprese occidentali e sulle connivenze con le élites dei Paesi poveri. Al Vertice Sociale di Copenaghen (marzo 1995) è stata adottata la proposta cosiddetta "20:20", per la quale il 20% dei fondi spesi dal Nord per la cooperazione dovrebbe essere destinato a progetti sociali. Da parte loro, i Governi del Sud dovrebbero investire il 20% del proprio bilancio nella stessa direzione, come confermato anche dal Vertice di Copenhagen + 5 del 2000.
- per cambiare le politiche commerciali. Richiederà tempi lunghi la stipula di accordi internazionali che prodotto per prodotto regolamentino le quantità e il livello dei prezzi, cosi da garantire un reddito adeguato anche ai produttori dei Paesi poveri;
- per costringere le multinazionali a far giungere fino all'ultimo lavoratore una quota della ricchezza prodotta ben maggiore delle briciole di oggi.
Anche nel caso dei paesi del Nord afflitti dalla piaga del babylavoro è indispensabile ripartire più equamente le risorse e il lavoro disponibile, non smantellare lo stato sociale, conoscere, capire e agire sui problemi delle famiglie a basso o bassissimo reddito.
Aumenti salariali e organizzazione dei lavoratori adulti per l'emersione dal settore informale: ma come?
"Per evitare al tempo stesso la fame e il lavoro dei bambini bisogna aumentare le paghe dei genitori" sostiene fra gli altri Rosaline Costa della Commissione Giustizia e Pace del Bangladesh. Questa posizione accomuna tutti, sindacati e movimenti del Sud e del Nord del mondo, divisi invece sull'opportunità di promuovere azioni di pressione,"ricatti" commerciali o iniziative di boicottaggio nei confronti dei paesi colpevoli. Insomma, il divieto di lavorare al di sotto di una certa età non può diventare operativo se agli adulti viene corrisposto un salario indegno o una paga a cottimo risibile; se il salario minimo legale non viene rivisto verso l'alto - per esempio il sindacato indiano Citu ne chiede un aumento del 50% - e in assenza totale di politiche di tutela sociali.
Nel Sud del mondo il lavoro adulto è "nero" per il 70-80%; quindi, se anche la libertà sindacale è garantita in teoria, il sindacato non esiste nella pratica.
Ciò suggerisce che la teorica approvazione delle Convenzioni fondamentali dell'OIL a tutela dei lavoratori (libertà sindacale e diritto di negoziazione collettiva, divieto di discriminazioni, divieto di lavoro forzato, divieto di lavoro infantile) non risponde a sufficienza alle necessità della maggioranza dei lavoratori. In attesa dell'emersione del lavoro nero, difficile nella stessa Italia, occorrerà quindi favorire forme di autorganizzazione dei lavoratori "informali", come il "sindacato" Sewa in India, che rivendica i diritti delle donne autoimpiegate in settori spesso marginali; o le banche per il microcredito, come la Grameen Bank in Bangladesh; o i meccanismi per la creazione di cooperative e gruppi produttivi.
Scuola universale con incentivi: ricetta vincente
La scolarità obbligatoria fino ai 14-16 anni è condizione necessaria e tappa obbligata per l'abolizione o la stessa riduzione del lavoro infantile. Innanzitutto, quando un bambino è a scuola non lavora, e se l'insegnamento è di buona qualità, riesce a garantirsi un futuro. Se poi l’istruzione è accompagnata dall’adeguata sensibilizzazione dei genitori, la riabilitazione dei bambini lavoratori e la prevenzione dello sfruttamento del lavoro infantile sono sicuramente più efficaci!
Il problema è che ancora molti bambini, secondo l’Unesco 113 milioni - secondo le ONG almeno 130 milioni! - non vanno a scuola. Il 97% di questi bambini si trova nei paesi meno sviluppati (42 milioni sono solo nell’Africa Sub-Sahariana), ed il 60% di loro è costituito da bambine.
Per garantire l’istruzione primaria a tutti i bambini è necessario destinare una buona parte delle risorse pubbliche all’istruzione, cosa che ancora non accade: nonostante gli sforzi compiuti dagli Stati, la percentuale del PIL diretta all’istruzione non supera l’1,7%. Per quanto riguarda le risorse umane destinate all’istruzione, l’Unesco ha rilevato che il numero di bambini per insegnanti varia da 9:1 a 72:1. I Paesi più preoccupanti da questo punto di vista sono l’Africa, l’Asia Meridionale e Occidentale. Solo il 75% degli insegnanti ha un diploma che abilita all’insegnamento.
Altrettanto sconfortanti sono i dati sull’analfabetismo degli adulti: oggi 1/6 della popolazione mondiale è analfabeta, 2/3 sono donne, particolarmente penalizzate. India, Bangladesh e Pakistan rappresentano il 45% della popolazione analfabeta del mondo. Non a caso è emerso che questi Stati spendono insieme 13,6 miliardi di dollari per gli armamenti e solo 1,6 miliardi per l’istruzione! La situazione non è molto diversa in Mali, Burkina Faso, Zambia e Senegal.
Tutti questi dati mostrano come sia necessaria una svolta nella destinazione di fondi all’istruzione. Non si può più invocare la scusa secondo la quale finché c’è povertà ci sarà analfabetismo: è l’analfabetismo che causa la povertà, non il contrario. E' ovviamente necessario ridurre la povertà delle famiglie e delle comunità, creare posti di lavoro, infrastrutture, una migliore distribuzione del reddito, ma la promozione dell’istruzione e la conseguente prevenzione e riduzione dello sfruttamento del lavoro infantile devono essere realizzate di pari passo con le misure dirette alla riduzione della povertà.
Questo è quanto è emerso dalla Conferenza di Dakar del 2000: 181 Stati si sono impegnati ad adottare Piani d’azione che mostrino precisamente le quote della spesa pubblica da destinare a specifiche azioni correlate all’istruzione. Ciò dovrebbe essere fatto entro il 2002; alcuni Stati hanno redatto ed approvato i Piani d’azione, ma la maggior parte degli Stati, tra cui l’Italia, non ha ancora provveduto: staremo a vedere.
Progetti congiunti Governi/OIL/IPEC
Nel 1992 l'Organizzazione Internazionale del Lavoro ha lanciato il programma IPEC - International Programme for the Elimination of Child Labour, che ha l'obiettivo di eliminare il lavoro dei bambini al di sotto dei dodici anni e quello in condizioni di schiavitù e di nocività, migliorando le condizioni degli altri ragazzi lavoratori al di sotto dei 15 anni, e cercando comunque di realizzare l'uscita dalla produzione anche per questi ultimi.
Il programma IPEC chiede la collaborazione di Governi, sindacati, associazioni non governative, famiglie e imprenditori ed è ormai operativo in 51 Stati, inclusi quelli più "a rischio": India, Brasile, Filippine, Thailandia, Egitto, Bangladesh, Filippine, Indonesia, Kenya, Turchia e via dicendo.
In sintesi l’IPEC, i cui progetti variano da Paese a Paese a seconda della realtà specifica del lavoro infantile, prevede: pressione sugli Stati affinché adottino strumenti legislativi efficaci nel campo del divieto del lavoro infantile e parallelamente dell'applicazione dell'obbligo scolastico; sensibilizzazione delle famiglie sui danni del lavoro infantile, quando possibile fornendo incentivi monetari; interventi di riabilitazione sanitaria ed educativa di ex bambini lavoratori, miglioramento delle condizioni di coloro che tuttora producono.
Ma l’IPEC non ha davvero sufficienti risorse per fornire istruzione a lungo termine, misure di assistenza sociale, creazione di reddito per le famiglie, eccetera. Le risorse scarseggiano per lo stesso progetto IPEC così com'è: i Governi occidentali non si sono dimostrati affatto generosi!
Unione Europea e incentivi commerciali
Sollecitata anche dal Parlamento europeo - in particolare dalla risoluzione del 9 febbraio 1994 che chiede la messa a punto di meccanismi di controllo nella fabbricazione dei prodotti e nella loro commercializzazione internazionale, di accordi fra imprese produttrici per creare marchi di garanzia sociale e di un aiuto allo sviluppo economico e sociale che freni i fenomeni di sfruttamento anche dei bambini nei paesi terzi - l'Unione Europea ha introdotto nel 1994 uno sprone ai suoi partner commerciali in via di sviluppo, associati all'Unione nel cosiddetto "Sistema delle preferenze generalizzate". A partire dal 1998 speciali incentivi, cioè ulteriori riduzioni tariffarie rispetto a quelle già in vigore, saranno applicati a quei paesi che ne faranno richiesta documentando - attraverso un sistema di certificazioni seguite da controlli - il rispetto delle Convenzioni fondamentali dell'OIL. Non è ancora chiaro se il meccanismo guardi al solo rispetto formale - nelle leggi interne - oppure anche all sostanza, alla cruda realtà dei fatti, che troverebbe tutti inadempienti... compresi gli stessi paesi del Nord.
Né è chiaro se il Paese postulante debba dimostrare il rispetto della clausola sociale anche nelle produzioni per il solo mercato interno.
Campagna sindacale
Il sindacato internazionale ICFTU (Confederazione dei sindacati liberi), che ormai riunisce la maggior parte dei rappresentanti dei lavoratori dipendenti di tutto il mondo, fra cui le italiane CGIL-CISL-UIL, ha lanciato nel 1994 una campagna contro il lavoro infantile che propone tre assi di intervento: prevenire, scoraggiare, recuperare. Chiedendo quindi ai paesi sviluppati di assistere anche economicamente le azioni di miglioramento delle condizioni di vita e lavoro dei cittadini dei paesi in via di sviluppo. Proponendo programmi di aiuto alle famiglie per rimuovere subito gli under 12 dai luoghi di lavoro ed evitare altri "reclutamenti".
Ma anche chiedendo alla Comunità internazionale di far pressione sugli imprenditori e sui Governi con denunce, minacce di sanzioni e di perdita dei privilegi commerciali, boicottaggi - a cominciare dai prodotti realizzati dai bambini in condizioni di schiavitù.
La campagna dell'ICFTU "Stop al lavoro infantile" rientra in quella per l'applicazione generalizzata della "clausola sociale", al fine di garantire il rispetto di alcune Convenzioni dell'OIL (fra cui la 138, e poi la 87 e la 98 sulla libertà sindacale) legandolo agli stessi rapporti commerciali internazionali. Questi ultimi sono ora così intessuti di competitività spinta (abbattimento dei costi sociali e ambientali, il cosiddetto dumping sociale ed ecologico) da seguire un indegno cammino a ritroso nel rispetto dei lavoratori e dell'ambiente.
Il meccanismo della clausola sociale collegata agli scambi internazionali prevederebbe che l'OIL e l’Organizzazione mondiale del Commercio (OMC) controllino le violazioni da parte dei Governi e delle imprese, comminando inizialmente la sospensione di benefici non tariffari attribuiti ai paesi in oggetto, e imponendo poi, in caso di violazione reiterata, una tariffa doganale maggiorata come disincentivo. Con questo meccanismo non si giustificherebbero più sanzioni unilaterali. L'opportunità e i meccanismi stessi di una simile clausola sono ancora da identificare appieno.
Si può davvero parlare di "clausola della discordia", fautrice di strane alleanze (fra paesi e parti sociali) e di strane divisioni.
Incoraggiare i prodotti "equo-solidali" e i marchi per la dignità del lavoro.
In molte realtà depresse del Sud del mondo esistono ormai forme di autorganizzazione produttiva, grazie alle quali piccoli produttori agricoli e artigianali prendono in mano il proprio destino, fissano la propria remunerazione e si liberano della miseria, commerciando direttamente con cooperative del Nord del mondo a condizioni eque. In questo contesto non esiste sfruttamento infantile. Le regole del commercio equo permettono che i bambini diano una mano alla famiglia o apprendano il lavoro, ma naturalmente a tempo parziale, in modo lieve e con l'obbligo di andare a scuola. Simili produzioni familiari o comunitarie vanno tutelate prevedendo per queste trattamenti commerciali di favore, naturalmente con i controlli del caso.
Un altro approccio positivo sono i marchi di qualità sociale, da utilizzare nel commercio interno e internazionale. Essi non possono limitarsi a stabilire che un prodotto non contiene lavoro infantile: potrebbero infatti contenere sfruttamento di lavoro adulto con quel che ne consegue per il benessere dei bambini. I marchi quindi devono contenere anche altri requisiti, quali l'assicurazione che i lavoratori hanno ricevuto salari stabiliti dai sindacati; o, nel caso del lavoro a domicilio (non certo eliminabile dall'oggi al domani, e infatti disciplinato da una apposita convenzione OIL), che abbiano ottenuto remunerazioni a cottimo tali da garantire il soddisfacimento dei bisogni fondamentali della famiglia.
A partire dal 1991 alcune associazioni della Germania e degli Stati Uniti (i due principali importatori di tappeti da quell'area) recepirono l'appello della Coalizione Sud-Asiatica contro la Schiavitù Infantile e chiesero ai consumatori di comunicare agli importatori che non avrebbero più comprato tappeti indiani finché non avessero ottenuto la garanzia che erano stati tessuti senza lavoro di bambini. Le esportazioni di tappeti dall'India calarono, i produttori si allarmarono e un buon numero di loro accettò di unirsi nell'associazione Produttori di tappeti senza lavoro infantile e a dotarsi di marchi - come Rug-Mark o Step - con i relativi rigorosi controlli, attuati da una società di certificazione con la collaborazione di organizzazioni locali e l'aiuto dell'UNICEF e dell'OIL. Il marchio prevede eque remunerazioni per gli adulti e la possibilità di lavorare per i bambini membri del nucleo familiare.
I marchi etici
Oggi non esiste una legge che obblighi le imprese alla trasparenza riguardo alle condizioni sociali ed ambientali della loro produzione. Di conseguenza tutti noi rischiamo di essere complici inconsapevoli delle peggiori forme di sfruttamento ed inquinamento: sfruttamento del lavoro infantile, lavoro forzato, orari di lavoro massacranti, salari indegni, negazione delle liberta' sindacali, maltrattamenti nel luogo di lavoro, assenza delle piu' elementari norme di sicurezza. Tutte queste sono cose che quotidianamente milioni di lavoratori in tutto il mondo devono affrontare, molto spesso i lavoratori che producono le merci che poi noi inconsapevolmente acquisteremo. Analogamente, non e' possibile sapere quanta energia viene impiegata durante la produzione, quanti e quali rifiuti vengono prodotti, come vengono trattate le sostanze inquinanti, come vengono controllati gli ambienti di lavoro.
E’ da questa constatazione che nasce l’idea dei marchi etici; un modo per responsabilizzare i consumatori e costringere le imprese a misurare la propria competitività con le esigenze dello sviluppo e del rispetto delle condizioni di lavoro e dell’ambiente. In un’economia globalizzata, in cui l’impresa assurge a protagonista dei processi economici internazionali, condizionare la produzione al rispetto di regole e codici di comportamento significa cogliere un’opportunità e fare in modo che la ricerca del profitto si sposi con la salvaguardia dell’ambiente e la promozione dello sviluppo nelle aree più povere del mondo.
La discussione è ancora aperta e molte sono le cose da fare. Un'ipotesi è quella del cosiddetto "marchio sociale globale", una sorta di "timbro di garanzia" sul rispetto dei diritti umani e sindacali per i paesi che rispettano tutte le convenzioni OIL e che si sottoporranno volontariamente ai relativi accertamenti. Quanto invece ai codici di condotta e ai "marchi di qualità sociale", da una ricerca condotta da un gruppo di lavoro dell'OIL risulta che ancora non ci siamo: i codici (oltre 200 quelli esaminati) sono ancora in gran parte gestiti in modo unilaterale dalle aziende, senza la partecipazione e il controllo di lavoratori, sindacati e consumatori. Inoltre sono largamente incompleti: solo il 15% prevede la libertà di associazione sindacale e solo il 40% dei minimi salariali (mentre, sottolinea Franco Gesualdi del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, la garanzia di un salario decente è un diritto fondamentale e la prima arma contro il lavoro minorile). E i problemi non finiscono qui. L’OIL segnala una serie di rischi: quello della discriminazione delle aziende che non possono permettersi gli accertamenti e, molto più grave, il pericolo che si crei un "doppio mercato" tra i produttori per l'esportazione e quelli per l'interno, liberi di sfruttare i lavoratori a volontà. Ma, soprattutto, le regole non servono a nulla se non si accompagnano a politiche sociali adeguate; anzi, rischiano di aumentare il lavoro sommerso e schiavizzato.
La responsabilità sociale delle imprese
L’impresa "socialmente responsabile" è quell’impresa che cerca di esercitare la propria attività nel rispetto della realtà in cui opera: quando essa, cioè, sviluppa investimenti sostenibili e decisioni societarie che perseguono, oltre al profitto economico, anche obiettivi sociali ed ambientali,
si può dire che operi in conformità ad un principio di responsabilità sociale.
I primi tentativi di definire i contorni di questo concetto risalgono a qualche anno fa, quando l’OIL (con la Dichiarazione tripartita sulle imprese multinazionali e la politica sociale, 1997-2000), l’ONU (con il Global Compact del 2000), e l’OCSE (con i Principi direttivi destinati alle imprese multinazionali del 2000), hanno cercato di delineare il profilo ideale dell’impresa responsabile: essenzialmente, un’impresa che rispetta i diritti umani e quelli dei lavoratori, negli orari e nelle retribuzioni, abolendo il lavoro minorile ed il lavoro forzato; che rispetta l’ambiente, facendo un uso efficiente e insieme ecologico delle risorse naturali; che si integra nel tessuto sociale ed economico delle comunità dove ha sede la sua produzione e dove si svolgono i suoi commerci, promuovendone lo sviluppo. Soprattutto le linee guida dell’OCSE costituiscono un insieme esauriente di norme approvate su scala internazionale con riguardo all’attività delle multinazionali: le raccomandazioni contenute nel documento OCSE impongono alle imprese che operano nei PVS di dare prova della loro adesione ai principi di responsabilità sociale, informandone in merito l’opinione pubblica.
Di recente, è stato fatto un ulteriore passo avanti. Nel luglio del 2001, la Commissione Europea ha presentato il Libro verde "Promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale delle imprese", finalizzato in primo luogo a rilanciare il dibattito sul concetto di responsabilità sociale e, in secondo luogo, a definire le modalità di costituzione di un partenariato inteso a favorire lo sviluppo di una struttura europea di promozione di tale tematica.
Dopo aver definito la responsabilità sociale delle imprese come "l'integrazione su base volontaria dei problemi sociali ed ambientali delle imprese nelle loro attività commerciali e nelle loro relazioni con le altre parti", la Commissione ha rilevato che benché un numero crescente di imprese riconosca la propria responsabilità sociale, molte devono ancora adottare appropriate procedure di gestione. Da qui l’invito a impegnarsi in una nuova dimensione, rivolto alle aziende, ma anche ai loro dipendenti, ai consumatori e agli investitori, riconoscendo l’importanza di una più stretta partecipazione dei lavoratori e dei loro rappresentanti, confermando il dialogo sociale come sistema centrale nelle relazioni tra impresa e lavoratori. Solo tramite un impegno congiunto, dunque, sarà possibile sviluppare e applicare la strategia europea di promozione della responsabilità sociale delle imprese, che potrà costituire uno strumento in più contro lo sfruttamento del lavoro minorile.
Lo standard di responsabilità sociale SA 8000
L’SA 8000 è uno standard di responsabilità sociale elaborato e pubblicato ufficialmente il 15 ottobre 1997 dal CEP (Council of Economic Priorities), organismo cui aderiscono enti non governativi di vari Paesi, sindacati e imprese, con l’intenzione di fornire alcuni criteri attraverso cui misurare e documentare il comportamento sociale delle imprese. Le prescrizioni della norma SA 8000 riguardano i seguenti aspetti principali: lavoro minorile; lavoro forzato; la salute e la sicurezza sul lavoro; le libertà sindacali; la discriminazione dei lavoratori; le procedure disciplinari; l’orario di lavoro; i criteri retributivi; il sistema di gestione della responsabilità sociale.
L’SA 8000 rappresenta una forma di autocontrollo, utilizzabile in tutti i settori produttivi e verificabile da una terza parte indipendente (organismo di certificazione) attraverso attività di auditing.
Il monitoraggio di tutte le fasi dell’attività produttiva dell’impresa produce un certificato di conformità agli standard fissati e un ‘Rapporto sociale annuale’ che comunica alle parti interessate (clienti, fornitori, consumatori, investitori) le modalità di attuazione all’interno e all’esterno dell’impresa dei requisiti SA 8000.
Questo Sistema di Gestione della Responsabilità Sociale si fonda sui medesimi concetti comuni ai Sistema di Gestione della Qualità ( ISO 9000) e al Sistemi di Gestione Ambientale (ISO 14000), già in uso, coi quali può essere agevolmente integrato.
Riabilitazione, un dovere
Organismi internazionali, Governi e Organizzazioni non governative sono impegnati in alcuni - troppo pochi! - programmi di riabilitazione di bambini assoggettati in precedenza a situazioni inaccettabili (schiavitù, prostituzione, lavori nocivi). Essi hanno bisogno di essere prima liberati, applicando le leggi anche penali che esistono in ogni Paese, poi recuperati e reinseriti nel contesto sociale e scolastico.
Si tratta di attività che non costano molto e che "rendono" tantissimo.
Progetti di, e con, i bambini lavoratori
L'approccio di organizzazioni come il Mantoc in America Latina, Enda in Africa o il Club dei bambini lavoratori di Bangkok è questo: il lavoro è un diritto anche dei bambini, finché ce n'è bisogno perché strutture ingiuste e povertà non offrono alternative; non di rado una qualche forma di lavoro è condizione necessaria per pagarsi gli studi. Naturalmente non si parla di lavoro in miniera, prostituzione o schiavitù. I bambini e ragazzini lavoratori organizzati da questi movimenti (che in Italia trovano una eco nella rivista NATs) sono per lo più venditori di strada, spesso anche bambini di strada.
Ecco perché, al di là delle definizioni (diritto dei bambini a non lavorare contro diritto dei bambini a lavorare!), non si può dire che vi sia una grande differenza fra questi movimenti e l'opera di quanti, organizzazioni internazionali e non governative, lavorano per l'eliminazione dello sfruttamento del lavoro dei bambini ma hanno a che fare con la necessità di tutelare intanto le forme accettabili, inserendole in un contesto di scolarizzazione e cure. Anche i progetti che i sindacati e l'OIL attuano sul campo fanno i conti con questa gradualità di approccio.
In America Latina come in Africa e Asia, i movimenti di bambini e adolescenti lavoratori si organizzano per accompagnare l'attività remunerata con una serie di corollari: formazione professionale, cooperative di risparmio, cure sanitarie, scuole di recupero, centri di gioco e case di accoglienza nel caso dei senzafamiglia.
Quali codici di condotta imprese-sindacato-Governi?
I processi di globalizzazione economica hanno accresciuto il ruolo delle imprese come forza trainante della crescita economica. Questo nuovo ruolo impone che le imprese rispondano anche alle sfide sociali poste dalla globalizzazione.
Mai come oggi l’immagine pubblica di un’impresa può essere il fattore discriminante per l’acquisto dei suoi prodotti. I consumatori e le loro organizzazioni sono infatti sempre più attenti non solo al "cosa" viene prodotto (qualità e prezzo), ma anche al "come" viene prodotto. Questo significa che rispondere a certi criteri e standard etici, sociali e ambientali diventa per le imprese sempre più importante.
Ormai molte imprese si sono autodotate di cosiddetti "codici di condotta" con i quali si impegnano a far rispettare anche nella catena del subappalto - in Italia e all'estero - alcune Convenzioni fondamentali dell'OIL fra cui il divieto di manodopera infantile; legalmente, infatti, esse non hanno responsabilità per quel che succede "a casa" dei fornitori.
Questo non basta. Non solo perché monitorare il rispetto del codice è molto difficile, in una condizione di produzione frammentata qual è quella attuale in diversi settori (un problema che appare insuperabile, a meno di coinvolgere nel processo partners in loco: sindacati, movimenti popolari), ma anche perché il generico rispetto delle convenzioni non include, ad esempio, l'impegno a una remunerazione sufficiente degli adulti.
Altre imprese del Nord del mondo hanno concordato codici di condotta con le parti sindacali; a seconda dei casi è previsto l'impegno al pagamento del salario minimo legale del Paese (sovente troppo basso...) o di un salario sufficiente.
4. L’impegno di Mani Tese
Di lavoro infantile Mani Tese si è sempre occupata... senza occuparsene! Il lungo lavoro sul campo in stretta collaborazione con le associazioni popolari e i movimenti di base ci ha insegnato che garantire l'autosufficienza dei nuclei familiari, a partire dal mondo rurale, è condizione indispensabile perché, fra l'altro, i bambini possano andare a scuola anziché dover lavorare.
Un solo esempio: a Warangal, nello Stato indiano dell'Andhra Pradesh, il lavoro infantile stava dilagando a causa di un peggioramento delle condizioni di vita e di reddito dei braccianti. Con la collaborazione di una Ong locale è stato allora avviato un programma agricolo che coinvolge 6.000 famiglie: grazie a esso i capifamiglia sono stati messi in condizione di mantenere i loro figli e questi sono ritornati a scuola.
Lo stesso succede nei progetti con i nostri partner africani; ad esempio portando l'acqua ai villaggi per evitare lunghe maratone alle bambine. E in Brasile è centrale per noi la collaborazione con il Movimento Sem Terra (senzaterra), grazie al quale molti braccianti diseredati, prima costretti a vendere per poche lire le loro braccia e quelle dei figli, trovano uno strumento autonomo di sussistenza - la terra - con il corredo dell'assistenza tecnica e legale e di reti di commercializzazione dei prodotti.
Tuttavia lo sviluppo della giustizia come antidoto al lavoro infantile - e a tutte le altre forme di sfruttamento degli esseri umani e della natura - è un piano a lunghissima scadenza. E i bambini che lavorano in certe condizioni si rovinano oggi, subito e per sempre.
Da qui l'elaborazione di un programma "urgente", con varie componenti aperte alla collaborazione di tutti.
Progetti ad hoc di prevenzione e recupero
Restituire l'infanzia ai bambini sfruttati: quest’obiettivo è perseguito dai progetti di Mani Tese con strategie integrate modellate a seconda delle realtà specifiche, e su ispirazione dei partners locali con cui Mani Tese collabora in Asia, Africa ed America Latina.
Si pensi all’India, per esempio. Qui la manodopera costa talmente poco, e i salari degli adulti sono così bassi che i genitori si trovano spesso costretti a mandare i figli a lavorare, in molti casi in stato di schiavitù, in attività quali la produzione di fiammiferi e fuochi d’artificio, le industrie tessili e le concerie. Qui Mani Tese interviene sostenendo parallelamente diverse misure quali:
attività di recupero e di scolarizzazione dei bambini lavoratori, attraverso l’organizzazione di centri di istruzione non formale, la riabilititazione dei bambini sfruttati e l’iscrizione a scuole regolari, si cerca di prevenire l’abbandono degli studi e di aumentare il livello d’istruzione dei minori;
promozione dell’autosufficienza economica delle famiglie. Non è sufficiente prevenire l’abbandono scolastico e reinserire i bambini a scuola, se non si risolve il problema della povertà dei genitori: è allora necessario innalzare lo standard economico delle famiglie attraverso i) la motivazione e la formazione professionale degli adulti: ii) la previsione di misure quali schemi di credito a tasso agevolato per consentire agli adulti di avviare attività generatrici di reddito;
conduzione di massicce campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, volte a far comprendere alla collettività l’importanza dell’istruzione dei bambini e ad esercitare pressione sulle autorità.
In Africa mancano, ancora in molte zone, le infrastrutture scolastiche, sicché i bambini non hanno nemmeno la possibilità "materiale" di accedere all’istruzione. Inoltre, sta dilagando il fenomeno del traffico dei minori, come in Benin dove Mani Tese interviene con diversi progetti.
Anche in questo caso, quindi, i partner locali di Mani Tese si muovono parallelamente in diverse direzioni:
promozione dell’accesso all’istruzione di base: molti progetti sostengono la costruzione delle stesse infrastrutture scolastiche, dove provvedere anche alla riabilitazione dei bambini sfruttati;
sensibilizzazione delle comunità rurali che cedono i propri bambini: molto spesso se i genitori sapessero a quale destino vanno incontro i figli, non li manderebbero fuori casa, ed i progetti promossi da Mani Tese mirano a rendere gli adulti consapevoli della realtà e di quelle che sono le loro responsabilità parentali;
organizzazione di comitati di villaggio volti a far sì che la popolazione sia unita nel combattere il fenomeno del traffico dei minori ai fini dello sfruttamento del lavoro infantile.
Anche in America Latina le azioni sviluppate dai partners locali di Mani Tese per lottare contro lo sfruttamento dell’infanzia sono molteplici. In Brasile, per esempio, milioni di bambini vivono, in strada o nelle discariche, di espedienti per guadagnare i soldi per mangiare, in un contesto in cui microcriminalità e violenza sono all’ordine del giorno. Qui, le associazioni ed i movimenti con cui Mani Tese collabora promuovono contemporaneamente:
la ricostituzione del tessuto sociale, reinserendo i bambini all’interno delle famiglie, delle scuole e della comunità. Si cerca cioè di ripristinare i luoghi naturali di educazione e crescita dei bambini;
il dialogo con le autorità scolastiche e le strutture pubbliche, in modo tale da creare le condizioni necessarie al recupero scolastico e sociale dei bambini altrimenti abbandonati a se stessi;
la sensibilizzazione delle famiglie al fine di renderle consapevoli dell’importanza di un ambiente sano e sicuro per una corretta crescita dei minori.
Informazione
Occorre capire le cause dello sfruttamento del lavoro infantile ed essere coscienti delle conseguenze, ossia del pericolo collettivo rappresentato dall'estendersi del lavoro salariato di ragazzini che dovrebbero andare a scuola e invece l'abbandonano - se mai ci sono andati.
La sensibilizzazione dei cittadini è propedeutica all'azione: sostegno a progetti, consumo critico, azioni nei confronti delle autorità per ottenere leggi e provvedimenti.
Il rapporto con le autorità - nazionali e locali - ha la funzione di ottenere interventi di prevenzione, disincentivo e recupero.
La sensibilizzazione dei giovani, soprattutto attraverso la scuola, ha un valore formativo per aiutare i ragazzi a riflettere sull'importanza di conoscere altre culture e altri modelli sociali in un mondo sempre più interdipendente e a vivere in prima persona un sentimento di solidarietà con i loro coetanei, vittime di un sistema ingiusto. La stessa proposta di solidarietà diretta e concreta Mani Tese la fa ai giovani, invitandoli a partecipare all'iniziativa dei campi estivi di lavoro e studio e all'attività di raccolta e riciclaggio svolta durante l'anno. Un'occasione per fare del lavoro manuale in uno spirito di giustizia e condivisione!
La campagna "Acquisti trasparenti"
E’ necessario responsabilizzare le imprese rispetto alle condizioni sociali ed ambientali della produzione. La campagna "Acquisti trasparenti", promossa da Mani Tese, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, CTM, Aifo ed Amnesty International, ha come obiettivo la realizzazione di una legge che obblighi le imprese alla trasparenza: il testo di legge elaborato dalla campagna si basa sul tentativo di dare ai consumatori tutte le informazioni di cui hanno bisogno per orientare il mercato e spingere le aziende ad un maggiore impegno sia riguardo ai diritti dei propri lavoratori sia nella scelta dei fornitori. Uno strumento importante sarebbe l’uso di un "marchio di qualità sociale" che attesti che ciò che stiamo comprando è stato prodotto senza il lavoro dei bambini o l’uso di sostanze nocive per l’ambiente; o ancora, vincolare le imprese ad obblighi di trasparenza attraverso la pubblicazione annuale di un rapporto sulle condizioni sociali ed ambientali della produzione e istituire un’Autorità di vigilanza sul rispetto della dignità del lavoro. Proposte che vanno nella direzione di una maggiore responsabilizzazione di imprese e consumatori, e che significherebbero porre un argine alla possibilità dei produttori di agire secondo una logica del ‘profitto a tutti i costi’.
La proposta di legge prevede anche che il sostegno statale sia rivolto solo a quelle imprese che hanno ottenuto il marchio, che esista un Comitato consultivo dell'Autorità col compito di stimolare la discussione tra le parti sociali, il governo e le associazioni dei consumatori e della cooperazione internazionale per formulare consigli all'Autorità. La legge è compatibile con tutti i trattati sul commercio internazionale a cui l'Italia aderisce perché non prevede alcuna restrizione al commercio, tutto è basato sul coinvolgimento dei consumatori. Inoltre non costituisce un vantaggio per le imprese straniere rispetto a quelle italiane perché riguarda tutti coloro che operano sul mercato italiano, siano questi italiani e stranieri e dovunque sia localizzata la produzione.
La scorsa legislatura è finita senza che venisse approvata alcuna legge, e nella nuova legislatura sono già stati presentati numerosi progetti di legge sui temi proposti dalla campagna Acquisti Trasparenti.
Ipotesi di gemellaggi "speciali"
Non pochi "poli industriali" italiani sono stati protagonisti di storie di trasferimento nel Terzo mondo di segmenti della produzione. Basti pensare alle lavorazioni di tessuti, sete, scarpe, cuoio, elettronica, artigianato e legno, perfino marmo.
Rimangono in Italia le ultime fasi della produzione, mentre il "semilavorato" viene importato dai paesi dove è stato delocalizzato.
Fra comunità locali di paesi diversi possono però esistere altre corrispondenze. Pensiamo che stabilire contatti umani, "politici", di cooperazione fra zone aventi una specifica vocazione produttiva in Italia e analoghe zone nel Sud del mondo, oggetto di delocalizzazione oppure no, potrebbe dar luogo a un impegno congiunto da parte di cittadini, consumatori, amministratori e perfino imprenditori per affrontare insieme i problemi.
Con le istituzioni e i sindacati, proposte politiche
I sindacati sono i principali protagonisti nella lotta per la dignità del lavoro. Ma le sinergie con altre forme di organizzazione dei cittadini - che oltre ad essere lavoratori, sono anche consumatori, studenti, volontari - sono indispensabili, soprattutto per un fenomeno come quello dello sfruttamento del lavoro infantile: un fenomeno causato da situazioni complesse che spesso si svolgono al di fuori del mercato regolare del lavoro e al di fuori, quindi, del raggio d’azione dei sindacati.
Ugualmente indispensabile è l'alleanza con partners popolari dei paesi dove il fenomeno si manifesta.
Mani Tese intende elaborare una linea comune ad associazioni e sindacati per proposte di interventi legislativi nei seguenti campi:
- per la regolamentazione delle attività delle multinazionali; per l'introduzione di marchi di garanzia sociale ed ecologica negli scambi internazionali; per l'incoraggiamento ai prodotti del commercio equo e solidale e ai paesi che mostrano di impegnarsi per riportare i bambini a scuola;
- cooperazione con il Sud del mondo: per il sostegno allo sviluppo di infrastrutture e servizi sociali, indispensabili al cambiamento delle condizioni familiari e collettive; per la cancellazione del debito estero; per una quota da riservare a progetti di Governi e parti sociali del Sud mirati direttamente a sradicare lo sfruttamento infantile.
- cooperazione decentrata: un modo di fare cooperazione che coinvolge gli Enti Locali, i quali possono destinare una parte dei propri bilanci per sostenere programmi di sviluppo e solidarietà internazionale. La cooperazione decentrata permette in questo modo di avvicinare i temi dello sviluppo ai cittadini e responsabilizza gli attori locali promuovendo veri e propri gemellaggi di comunità lontane in modo che possano avviare rapporti duraturi e di conoscenza reciproca.
Per i bambini al lavoro in Italia
Molti Comuni ed Enti Locali italiani colpiti dal fenomeno dello sfruttamento del lavoro infantile hanno ideato strategie di intervento preventivo e riabilitativo e avanzato proposte agli organi legislativi e al Governo.
Mani Tese, che in Italia promuove la creazione di cooperative di lavoro (ovviamente per adulti), cercherà di favorire i contatti e gli scambi di idee con realtà analoghe dei paesi del Sud del mondo.
5. La Global March against Child Labour
Il più forte grido mai lanciato dalla società civile contro lo sfruttamento del lavoro infantile!
La Global March against Child Labour nasce nel 1998, come una vera e propria marcia, che attraversa 90 Paesi, mobilitando milioni di persone, per richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica e delle Istituzioni sul problema dello sfruttamento del lavoro infantile e per chiedere istruzione gratuita e di qualità per tutti i bambini del mondo.
Dopo aver percorso 80.000 Km, la Marcia è arrivata Ginevra nel giugno 1998 ed ha molto contribuito all'adozione da parte dell'Organizzazione Internazionale del lavoro della Convenzione OIL N° 182 sulle forme peggiori di sfruttamento del lavoro minorile, attualmente ratificata da 129 Paesi.
La Campagna - coordinata per l'Europa da Mani Tese - oramai consolidatasi in un Movimento internazionale presente in 140 Paesi, continua ad esercitare un forte impatto sulla Comunità Internazionale, mobilitando tutti gli attori sociali (mondo dell'associazionismo, sindacati, Governi, datori di lavoro) nel proprio ambito d'azione specifico, per promuovere i diritti dell'infanzia, con un'azione sinergica nel Nord e Sud del mondo.
Queste le priorità della Global March against Child Labour:
- promuovere la ratifica universale delle Convenzioni OIL N° 182 sulle forme peggiori di sfruttamento del lavoro minorile e N° 138 sull'età minima di ammissione al lavoro;
- fare pressione sugli Stati per l'effettiva applicazione di queste convenzioni e della Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia;
- promuovere l'accesso all'istruzione gratuita e di qualità come priorità politica e sociale della Comunità Internazionale, facendo pressione affinché la cooperazione internazionale devolva più risorse per garantire questo diritto a tutte le bambine e bambini del mondo;
- richiamare l'attenzione sulle forme peggiori di sfruttamento del lavoro infantile, organizzando campagne ed iniziative specifiche;
- documentare le forme peggiori di sfruttamento del lavoro minorile in ogni Paese tramite il Rapporto annuale "Out of the Shadows - yearly Global report on the Worst Forms of Child labour " .* La Global Education Campaign
Affinché l’istruzione diventi un diritto reale per tutti, la Global March against Child Labour è, dal 1999, uno dei promotori della Global Campaign on Education, insieme ad altri promotori quali Oxfam ed Education International.
In particolare, la campagna richiede alla Comunità Internazionale la garanzia di:
- istruzione gratuita, obbligatoria e di qualità per tutti i bambini e le bambine almeno fino a otto anni, e corsi di alfabetizzazione per gli adulti;
-una migliore qualità nell’ istruzione e nella cura dei più piccoli;
-un incremento della spesa pubblica per l’istruzione e l’impiego di nuove risorse attraverso l’aiuto allo sviluppo e la riduzione del debito dei Paesi più poveri;
-eliminazione della piaga dello sfruttamento del lavoro infantile che nega ai bambini l’accesso all’istruzione;
-un maggior peso della società civile, attraverso l’inclusione degli insegnanti e delle organizzazioni che li rappresentano nelle decisioni prese a tutti i livelli sui temi dell’istruzione;
- la riforma delle politiche di aggiustamento strutturale decise dal Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, perché esse non compromettano il diritto ad un’istruzione gratuita e di qualità;
- qualità dell'insegnamento, strutture scolastiche adatte e testi di studio di qualità;
- accesso ai servizi scolastici per tutti, in modo non discriminatorio.
In particolare, la Global March chiede che vengano rispettati gli impegni assunti nel corso del World Education Forum di Dakar dell’aprile 2000, dove gli Stati si sono impegnati a:
- assicurare entro il 2015 l’accesso all’istruzione primaria, gratuita e di qualità per tutti i bambini del mondo, con priorità ai gruppi più emarginati ed ai bambini lavoratori;
- produrre piani d'azione nazionali entro il 2002, in applicazione del Dakar Framework of Action, che includano, tra l'altro, previsioni precise rispetto alle risorse da devolversi all'istruzione;
- eliminare le discriminazioni di genere entro il 2005, nell’istruzione primaria e secondaria.
C’è bisogno, dunque, di una svolta da parte della Comunità Internazionale nella garanzia dell’istruzione, soprattutto nella destinazione dei fondi a questo scopo.
In occasione della Sessione Speciale delle Nazioni Unite per i Diritti dell'Infanzia del maggio 2002, la Global March ha chiesto che nel documento finale "A World fit for Children" - alla cui preparazione ha attivamente partecipato tramite il Child Rights Caucus - venisse inserito l’impegno per gli Stati a devolvere almeno lo 0,1% delle risorse di cooperazione allo sviluppo a programmi esclusivamente diretti all’infanzia, soprattutto al fine di promuovere l’accesso all’istruzione per tutti i bambini del mondo.
6. Per saperne di più
APPROFONDIMENTI
Bambini nella rete
http://www.achpr.org
http://www.anppcan.org
http://www.antislavery.org
http://www.bambinisoldato.it
http://www.boes.org
http://www.casa-alianza.org
http://www.cejil.org
http://www.cgil.it
http://www.charitynet.org
http://www.child-soldiers.org
http://www.cidh.org
http://www.coe.int
http://www.crin.org
http://www.cwa.tnet.co.th
http://www.defence-for-children.org
http://www.ecpat.net
http://www.enda.sn/eja
http://www.focalpointngo.org
http://www.globalmarch.org
http://www.hrw.org
http://www.icftu.org
http://www.iftdh.org
http://www.ilo.org
http://www.manitese.it
http://www.minori.it
http://www.savethechildren.org
http://www.streetchildren.org.uk
http://www.un.org
http://www.unhchr.ch
http://www.unicef.org
http://www.workingchild.org
Per conoscere l’argomento
-AA.VV., Bambini e lavoro minorile nel mondo, Fratelli dell’uomo, Milano, 2000, pp. 95.
-Amnesty International, Diritti umani - La nuova sfida per le imprese, ECP, 2001, pp. 160.
-Bales K., I nuovi schiavi, Feltrinelli, Milano, 2000
-BOYCOTT! Bimestrale diffuso come supplemento a MANI TESE, rilancia campagne di controinformazione e boicottaggio invitando i lettori a parteciparvi attraverso lettere e petizioni.
-Calvani S., Melis M., Gli schiavi parlano e i padroni confermano, Piero Manni, 1999, pp. 200.
-Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano, "Guida al consumo critico", Ed. EMI, 1996, pp. 288.
-Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano, "Sulla pelle dei bambini", Ed. EMI, 1994, pp. 204.
-Commissione Giustizia e pace, I nuovi schiavi del lavoro, EMI, Bologna, 2000, pp. 190.
-D’Adamo Francesco, Storia di Iqbal, Edizioni EL. Trieste, 2001, 155 pp.
-Dimenstein, G., La prostituzione delle bambine in Brasile. Gruppo Abele, Torino, 1993.
-Fondazione Roberto Franceschi, Dei diritti dei bambini, Milano, 1999.
-ILO, International Labour Conference: 87° session, Geneva, June, 1999. Convention 182, Recommendation 190 in www.ilo.org.
-ILO/IPEC, Unbearable to the human heart - Child trafficking and action to eliminate it, 2002.
-Machado L., E. Pistelli, I figli della discarica, EMI, Bologna, 1994.
-Mani Tese, Ed. Gruppo Abele, "Lo zucchero amaro di Carlos Josè e altre storie".
-Movimento Sem Terra, "I senza Terra a scuola.
-O’Grady Ron, Schiavi o bambini. Storie di prostituzione infantile e turismo sessuale in Asia, Gruppo Abele, Torino, 1995.
-UNICEF, I bambini che lavorano, comitato italiano, Roma, 1999.
-UNICEF, la condizione dell’infanzia nel mondo, 2002, Leadership, Comitato italiano per l’Unicef, Roma, 2001.
Per informazioni:
MANI TESE
Piazza Gambara 7/9 20146 Milano
tel.02/4075165- fax 02/4046890
Internet: www.manitese.it e-mail: manitese@manitese.it




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