| Martedì 13 Maggio 2003 - 18:44 | di Francesco Moricca |
Le analisi che Massimo Fini propone nel suo ultimo saggio, IL VIZIO OSCURO DELL’OCCIDENTE, sono talmente radicali - in senso tutto positivo - che ci si può domandare perché l’Autore abbia definito il mondialismo come il “ vizio” della nostra cosiddetta civiltà anziché il “male”, con un termine più consono allo spirito del libro. Tanto più che nell’intervista rilasciata a “Rinascita” il 19 aprile Fini sosteneva non essere la globalizzazione economica l’ideologia di cui il mondialismo sarebbe lo strumento, prendendo così le distanze da una eventuale riduzione del suo pensiero ai parametri del marxismo. L’ideologia è secondo lui il mondialismo stesso e la globalizzazione ne è lo strumento. Anzi uno dei suoi strumenti e nemmeno il più decisivo, si potrebbe aggiungere. Come dire che, quand’anche il mondialismo riuscisse ad assumere connotati culturalmente più “liberali”, non per ciò cesserebbe di essere portatore della sua connaturata funzione omologante e violenta. Essa anzi risulterebbe alla fine più sottile e quindi esponenzialmente moltiplicata.
Fini esclude che il “terrorismo” possa essere la strategia vincente contro il mondialismo. Non si può non concordare quando si tratti dei Paesi “progrediti”, e tuttavia al loro interno vi sono minoranze per le quali la risposta “terroristica” è obbligata ed è un fenomeno di massa: per gli Irlandesi dell’Ulster, ad esempio, per i Baschi, per i Ceceni che versano in situazioni paragonabili a quelle del Vicino Oriente e in genere del Terzo Mondo.
Collegandosi alla scuola anti-mondialista francese, Fini vede nel localismo la strategia vincente essendo in esso “insito implicitamente antimodernismo, antiprogressismo, antiglobalismo”, cioè quanto basterebbe a mettere in crisi il neocapitalismo se riuscisse ad affermarsi su vasta scala negli stati “civilizzati”, secondo un modello economico anticonsumistico e tendenzialmente autarchico. In tal modo sarebbe possibile contrastare, sia pure fra difficoltà da non sottovalutarsi, il fenomeno di riduzione in termini di mercato del bisogno diffuso di recupero delle “radici e tradizioni”, sintomo del disagio della civiltà nell’attuale frangente storico. Serge Letouche ha definito il fenomeno per cui il sistema neutralizza e mercifica le medesime tendenze ad esso più visceralmente antagoniste , “glocalismo”, vale a dire localismo globalizzato. Occorre averne sempre presenti gli effetti subdoli e perciò tanto più pericolosi.
Il limite della soluzione “localistica” sta nel fatto di poter alla fine risultare una mera strategia difensiva. Nei tempi lunghi (ma poi non tanto lunghi dato che il “progresso” ha effettivamente ristretto la dimensione del tempo), risulterà perdente se non accompagnata da una strategia offensiva che occorre elaborare al più presto sicché, agendo sui meccanismi del sistema mediante le sue stesse tecnologie, si possa più incisivamente colpirlo nei gangli vitali.
Va detto a questo punto che la Sinistra Nazionale e “Rinascita” che ne è lo strumento ideologico, sta lavorando da tempo non solo per costruire la strategia offensiva in parola ma anche per farne comprendere l’impellente necessità alla cosiddetta area. Al riguardo i risultati non possono dirsi incoraggianti se il suo lavoro ha potuto essere da taluni scambiato con uno sterile esercizio accademico “per dimostrare la legittimità della nostra decisa collocazione a sinistra”, esercizio di cui si è approfittato a volte per “far sfoggio di cultura”. Quand’anche ci si fosse limitati al mero “discorso culturale”, ciò avrebbe il suo peso politico per demolire il luogo comune della “sinistra che conta” circa l’”ignoranza e inconsistenza intellettuale” dei fascisti. Poco importa che il nostro giornale abbia scarsa diffusione rispetto ai suoi giornali. L’essenziale è che lo leggano gli intellettuali della “sinistra che conta”. E a quanto risulta lo leggono, con interesse pari alla preoccupazione.
Chiusa la parentesi, torniamo alle tesi di Fini. Egli afferma di giudicare positivamente i fenomeni di “localismo politico” che in Italia sono rappresentati dalla Lega e da Ausonia, e lamenta la loro mancanza di adeguata collaborazione.
Essa dipende, crediamo, dal fatto che l’indipendentismo del Nord ha finalità inconciliabili con quello del Sud. E gli esponenti di quest’ultimo se ne sono resi ben conto. Per tale ragione il dialogo è impossibile, sebbene esistano fra i due movimenti analogie non di poco momento.
L’indipendentismo della Lega ricorda parecchio, come spiegheremo fra poco, il separatismo siciliano di Finocchiaro Aprile, ma questo non è paragonabile, per l’assoluta mancanza di motivazioni ideali e di radicamento popolare, all’indipendentismo di Carlo Alianello, di Antonino di Stefano, della stessa Ausonia. Per questo comunque nobile anche se poco avveduto localismo, la nazione napoletana è inconcepibile senza la Sicilia. Persino senza la Sardegna secondo il gruppo di intellettuali prevalentemente di ispirazione marxista che si raccolse attorno alla rivista “Quaderni del Mezzogiorno e delle Isole”, pubblicata a Vibo Valentia, in Calabria, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta e vissuta per oltre un ventennio.
L’attività lodevole del particolare meridionalismo a cui si può connettere l’origine di Ausonia, ha fatto piazza pulita dei luoghi comuni della storiografia ufficiale ponendo in evidenza e documentando gli aspetti indiscutibilmente progressivi del governo borbonico. Ha dimostrato che le Due Sicilie avevano anche titoli maggiori di quelli del Piemonte per realizzare l’unificazione della Penisola. Cosa di cui peraltro erano persuasi i fratelli Bandiera, mazziniani e veneziani di nascita, ed è da ricordare che precursore di queste tesi era stato il crociano Edmondo Cione, uno dei non molti intellettuali che ebbero il coraggio di aderire alla RSI (le espose in un articolo apparso sul n.78 di “Historia” nel lontano 1964).
Il Sud dovette subire la conquista e le spoliazioni dei “Piemontesi” con quanto ne derivò col secondo “brigantaggio” e con la successiva biblica emigrazione, per una congiuntura politica internazionale dove fu determinante il ruolo dell’Inghilterra e della massoneria a cui erano affiliati la maggior parte dei Padri del Risorgimento, da Cavour a Mazzini, a Garibaldi.
Fu la coraggiosa messa in discussione del monopolio inglese dello zolfo siciliano da parte di Ferdinando II e il mancato sostegno della Francia di Luigi Filippo in un primo momento assicurato, ciò che con qualche decennio di anticipo segnò la fine dei Borboni e costrinse Ferdinando a stringere legami sempre più condizionanti con l’Austria e con lo Stato pontificio. L’Inghilterra che già aveva sottratto a Napoli Malta a seguito delle decisioni del Congresso di Vienna, avrebbe a maggior ragione gradito impossessarsi della Sicilia. Che non per caso insorse manifestando intenzioni separatiste subito dopo il moto costituzionale napoletano del 1820, intenzioni che furono immediatamente soffocate dal governo provvisorio manu militari e che si riproporranno nel ‘48 e dopo.
Questa prima manifestazione del separatismo siciliano nell’età contemporanea ha origini lontane già emerse chiaramente con la Guerra del Vespro.
In buona sostanza, la classe dirigente isolana volle sempre mercanteggiare sulla felice posizione geografica della Sicilia: nel medioevo consegnandola in mano agli Aragonesi, nell’Ottocento riproponendo l’identico tentativo con gli Inglesi, dopo la II Guerra mondiale facendone di fatto il luogo privilegiato della dominazione statunitense sull’intera Penisola: si ricordino le oscure vicende dello sbarco degli Alleati in Sicilia e il progetto dei separatisti di fare dell’isola uno “State” della federazione americana, progetto caldeggiato dalla mafia e dal bandito Giuliano ma in realtà ispirato dalle forze sociali che si riconoscevano nelle “teorizzazioni politiche” di Finocchiaro Aprile e che daranno licenza di uccidere agli assassini di Portella delle Ginestre.
Tali forze erano allora costituite dalla borghesia emergente siciliana, che era tutt’uno con la mafia, e dalla vecchia aristocrazia terriera, che della mafia si era in passato servita come di una polizia privata e dopo la guerra ne era diventata del tutto succube.
Le colpe dei baroni siciliani sono inescusabili e Tomasi di Lampedusa ci offre nella persona del principe di Salina un quadro “idealizzato” della decadenza che effettivamente inizia con l’Unità.
Ma questo quadro, che fu tanto apprezzato ma non compreso da Licata e in genere dalla critica marxista, è volutamente falso. Il principe non è in effetti un idealista ma un rinunciatario e non fa testo per la storia. Il vero rappresentante dell’aristocrazia siciliana è Tancredi. Che non è un eroe per natura, ma viene indotto ad assecondare la sua natura proprio dai consigli del principe di Salina suo zio. Questi così rivela il suo vero volto di opportunista che la critica marxista non riuscì a cogliere confondendolo con quello di un personaggio tolstojano che riscatta le sue “colpe di classe” con l’idealismo del disincanto. Il principe rifiuta di collaborare coi Piemontesi non per lealismo verso lo sfortunato Francesco II di Borbone e nemmeno per lo scetticismo storico proprio al “cultore di astronomia”, ma perché del tutto insensibile alla sorte della sua gente. La disquisizione sulla “sicilianità” che propina all’inviato del governo piemontese non è che l’attribuzione al suo popolo dei connotati di qualsiasi cultura decaduta, sostanzialmente per colpa di coloro che ne costituiscono la classe dirigente, a un livello di “primitività” quanto mai contrastante con le vere “origini”. Non ha alcun fondamento scientifico e il principe è assai abile a convincere del contrario l’ingenuo piemontese mascherando dietro una spagnolesca signorilità la consapevolezza di colpe anche sue e delle quali non ha nessuna intenzione di emendarsi.
E’ evidente il contrasto fra questa veritiera rappresentazione dell’aristocrazia siciliana che troviamo ne IL GATTOPARDO e quella dell’aristocrazia napoletana che ci offre Alianello ne L’EREDITA’ DELLA PRIORA e ne L’ALFIERE specialmente. La quale ha un valore storico in senso superiore proprio quando artisticamente enfatizza situazioni e sentimenti che nella realtà furono più complessi e meno eroici.
Abbiamo dato tanto spazio all’analisi del separatismo siciliano perché esso - come si accennava prima - presenta somiglianze non marginali col secessionismo leghista, un “localismo indipendentista “ che nessuna riforma federalista della Costituzione riuscirà forse ad imbrigliare allo stato in cui si sono sviluppati gli eventi dall’Unità ad oggi. Se l’unificazione della Penisola si fosse avuta subito in forma federalista come accadde per gli Stati germanici nel 1870, il futuro potrebbe sembrarci meno cupo.
Ciò va detto non per alimentare il pessimismo ma perché si abbia una visione realistica della situazione senza la quale sarebbe impensabile elaborare strategie di contrasto di una qualche efficacia.
Quanto al fenomeno della Lega, non è che la conseguenza dell’espansione economica che il Settentrione ha conosciuto a partire dagli anni Sessanta anche grazie alla massiccia emigrazione meridionale. Essa ha trasformato larghi settori del proletariato in un ceto di piccoli imprenditori con mentalità e interessi sempre più coincidenti con quelli del grande capitale. Il quale, da parte sua, in quarant’anni ha sempre più perduto i suoi connotati nazionali originari e sembra ultimamente volerli recuperare, ma secondo modalità e strategie dubbie se non controproducenti.
Gran parte della base della Lega, pertanto, risulta composta prevalentemente da persone che un tempo votavano per il PCI e in misura minore per la DC. Il suo “localismo indipendentistico” ha avuto ed ha una valenza spiccatamente anti-meridionale denunciata inequivocabilmente dalle mai rinnegate, se non strumentalmente in particolari tornate elettorali, intenzioni secessionistiche. Il Sud infatti, nell’ottica economicistica che caratterizza sia la base che il vertice della Lega, non è ormai che una gravosa “palla al piede” per lo sviluppo del Nord.
Si dimentica, soprattutto per colpa di una certa ben individuata storiografia di regime e di un corrispondente “meridionalismo” di marca catto-comunista, che il sistema industriale italiano si è concentrato nelle regioni settentrionali subito dopo l’Unità per scelte strategiche comprensibili e anche condivisibili alla luce di un esame spassionato delle reali opportunità politico-economiche di allora.
Controparte di queste scelte obbligate è stata comunque la distruzione di impianti industriali preesistenti nelle Due Sicilie, il saccheggio del suo erario, la sistematica spoliazione delle risorse finanziarie ancora esistenti da investire nell’industrializzazione del Nord e per ampliare l’insufficiente rete ferroviaria. La consistenza della gigantesca ristrutturazione dell’economia italiana post-unitaria è stata analiticamente descritta in studi anche più recenti di quelli del Di Stefano e smentisce vistosamente la leggenda di un Sud da sempre arretrato, magari per cause che si vorrebbero far risalire alle devastazioni subite al tempo della Guerra greco-gotica (VI sec.d.C.) se non addirittura alla II Guerra punica (III sec.a.C.).
Il Sud è stato effettivamente “sacrificato agli interessi del Piemonte conquistatore”. Ma bisogna ben intendersi perché una simile formula non serva a coprire e ad alimentare il vittimismo spesso di comodo che ha imperversato dopo la II Guerra mondiale e che prima non esisteva affatto, se si vuole prestar fede a quanto è detto sulla “questione meridionale” in un’indagine riservata sull’Italia fascista che i nazisti effettuarono fra il 1935 e il 1941 (cfr. “Storia illustrata” nn.270-271, maggio-giugno1980).
Questo vittimismo è il volto meno nobile di un atteggiamento mentale preesistente, di ascendenza prevalentemente sanfedista, che ritorna nel nostalgismo borbonico di Alianello e che a vari livelli di intensità si ritrova anche nell’ indipendentismo di ispirazione marxista.
Si dovrebbe meglio affermare che il Sud “si è sacrificato per l’Unità d’Italia” con l’avallo indiretto ma ideologicamente ben fondato dei suoi figli migliori, da Vincenzo Cuoco a Carlo Pisacane.
Nel PLATONE IN ITALIA, per esempio, il Cuoco sostiene le origini italico-meridionali della cultura greca e quindi di quella romana e italiana riprendendo le tesi che il suo maestro Giambattista Vico aveva affermato nel DE ANTIQUISSIMA ITALORUM SAPIENTIA e che il Pisacane avrebbe sviluppato nelle loro implicazioni politico-militari in una serie di scritti fra cui spicca il saggio su LA GUERRA COMBATTUTA IN ITALIA NEGLI ANNI 1848-49.
Gli indipendentisti meridionali seri dovrebbero prendere atto di quanto segue.
1. Il Regno delle Due Sicilie, nonostante i progressi conseguiti senza soluzione di continuità da Carlo III fino a Ferdinando II che lo avevano portato ad essere il più ricco e militarmente potente degli stati preunitari, non avrebbe avuto comunque vita lunga se non si fosse federato con essi. La parte più consistente delle sue entrate proveniva dal commercio coi Paesi dell’Impero ottomano che, precipitato in una crisi irreversibile nella seconda metà del Settecento, era diventato oggetto delle mire imperialistiche di potenze del calibro dell’ Inghilterra, della Francia e della Russia contro le quali Napoli da sola non poteva che soccombere. Lo dimostrano le vicende del periodo napoleonico durante il quale al Sud come al Nord cominciavano a diffondersi i primi progetti unitari mentre tutta l’Italia e Napoli in particolare erano diventate le pedine più importanti della partita che Francia e Inghilterra giocavano per il dominio d’Europa e del mondo.
2. Della sostanziale debolezza politica del Regno erano pienamente consapevoli sia i liberali che i più avveduti esponenti del governo come il generale Filangieri, e lo stesso Ferdinando II che continuò a non essere contrario al progetto federalista anche dopo che le vicende del ‘48 avevano provato l’impraticabilità della versione giobertiana di tale progetto. Benché gravemente malato e prossimo alla morte, il re aveva mostrato vivo interesse per i fortunati sviluppi della II Guerra di Indipendenza: delle sue conversazioni in merito col Filangieri ci informa abbastanza dettagliatamente De Cesare ne LA FINE DI UN REGNO.
3. Quand’anche Ferdinando non fosse morto e fosse riuscito a realizzare la federazione con l’ampliato Regno di Sardegna evitando la Spedizione dei Mille, resta il fatto che il Sud sarebbe stato in ogni modo penalizzato per un cinquantennio. L’economia dell’Italia unita potrà infatti proiettarsi verso i mercati del Mediterraneo orientale soltanto dopo la vittoriosa guerra con l’Impero ottomano che ci fruttò la conquista della Libia e l’occupazione del Dodecanneso. E ciò fu attuabile soltanto dopo l’accelerato processo di industrializzazione che implicò, per l’insufficienza delle ferrovie, che le fabbriche si concentrassero al Nord, il più vicino possibile ai mercati dell’Europa settentrionale e alle fonti di approvvigionamento delle materie prime. Si sarebbe potuta evitare la terribile guerra civile che va sotto il nome di “Secondo Brigantaggio”, ma non si sarebbe potuta evitare la biblica emigrazione nelle Americhe.
La politica di espansione mediterranea fu continuata dall’Italia anche dopo la caduta del fascismo e nella misura in cui la contrapposizione USA-URSS consentì margini di iniziativa relativamente autonoma.
A partire dagli anni Novanta, però, gli spazi concessi alla colonia Italia sono andati sempre più riducendosi.
E’ dunque a questo punto evidente l’interesse degli Atlantici per un’eventuale frantumazione di ciò che resta della nostra unità nazionale e che annienterebbe il nostro residuo peso politico in Europa e nel mondo.
Da considerare ancora i vantaggi che potrebbero venirne alla Francia e alla Germania che oggi ha preso nella cosiddetta Mitteleuropea il posto che nell’Ottocento occupava l’Austria asburgica.
Da aggiungere, infine, che la Chiesa potrebbe cogliere l’occasione per concretizzare il sogno, mai effettivamente messo da parte, di ricostituzione del suo “dominio temporale” addirittura secondo i confini ottocenteschi stabiliti dal Congresso di Vienna.
Circa la eventuale formazione di uno stato indipendente nel Nord della Penisola, è da ricordare che le origini più prossime del leghismo sono da ricercarsi, come ha sostenuto il Miglio, nel pensiero federalista “risorgimentale” di Cattaneo e Ferrari. Il primo aveva prospettato, come punto di riferimento economico-politico della possibile nuova entità statale “democratica” del Settentrione, l’Impero austriaco; il secondo, che era un “repubblicano rivoluzionario” ma certamente non interessato a recepire le istanze mazziniane, invece la Francia. Sia l’uno che l’altro, come Bossi del resto, avevano a cuore le sorti degli Italiani del Sud solo formalmente e per “dovere d’ufficio”.
Quanto a Bossi in particolare, se i suoi disegni secessionistici dovessero attuarsi, si troverebbe a dover risolvere i problemi, già sorti e al momento “congelati”, degli opposti interessi della Lega lombarda e della “Liga” veneta con cui riemerge la diatriba Cattaneo-Ferrari, diatriba di natura bassamente economica che sarebbe difficile superare data la perdurante mentalità degli ex comunisti ora “padroncini delle Leghe”, perfino se l’asse Parigi-Berlino dovesse un giorno approdare a una vera e propria federazione politica.
E’ dimostrato dunque che l’indipendentismo della Lega somiglia nella sostanza al separatismo siciliano. Che peraltro può considerarsi già risorto, e non solo virtualmente, in seno all’indipendentismo meridionale.
Ausonia, pertanto, dovrebbe limitarsi ad approfondire e diffondere il discorso sulle nobili tradizioni del regno che unificò il Meridione d’Italia al tempo dei Normanni e di cui Federico II di Svevia fece il modello del moderno stato centralizzato in pieno medioevo, quando i tanto decantati Comuni del Nord perseguivano, appoggiati dal guelfismo di una Chiesa già allora notevolmente mondanizzata, piani “autonomistici” simili a quelli dell’attuale Lega. Ausonia dovrebbe riprendere le tradizioni anticurialiste e giurisdizionalistiche che furono di Pietro Giannone, di Carlo III di Borbone, perfino del cristianissimo Ferdinando II; dovrebbe rinunciare alle suicide seduzioni indipendentistiche.
Politicamente separato dal resto d’Italia e magari anche dalla Sicilia, il Meridione cadrebbe totalmente in mano alla malavita che, con l’avallo statunitense mai venuto meno dal 1943, lo ridurrebbe alla stregua di una qualsiasi “repubblichetta” centro-americana.
Altro che avere “una marcia in più per i suoi rapporti nell’area mediterranea”! In senso geografico li ha sempre avuti e sempre li avrà. Ma in senso geopolitico, che è quello che veramente conta, valgono ben altre considerazioni.
I Borboni e specialmente Ferdinando II le ebbero ben presenti. Coloro che ad essi in vario modo si richiamano non possono ignorarle.
Rinascita




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