Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863) è il primo grande poeta romanesco. Attento osservatore e sagace descrittore della vita romana del suo tempo, in più di 2200 sonetti ci presenta popolani, aristocratici, prelati di alto e basso rango, funzionari, dei quali sa cogliere e rappresentare in pochi tratti efficacissimi le caratteristiche salienti ed, ovviamente, soprattutto i difetti. La sua satira è più pungente verso i preti corrotti perché è animata da un senso di profonda autentica religiosità (non per niente verso la fine della vita si dedicò con zelo alle pratiche religiose e fu nominato poeta ufficiale della curia papale), una religiosità che gli impose il tema dell’aldilà, come appare chiaramente da questo sonetto:

Cqua non ze n'esce: o ssemo ggiacubini,
o ccredemo a la legge der Ziggnore.
Si cce credemo, o mminenti o ppaini,
la morte è un passo cche vve ggela er core.
Se curre a le commedie, a li festini,
se vva ppe l'ostarie, se fa l'amore,
se trafica, s'impozzeno quadrini,
se fa dd'ogni erba un fasscio... eppoi se more!
E doppo? doppo vienghieno li guai.
Doppo sc'è ll'antra vita, un antro monno,
che ddura sempre, e nun finissce mai!
E' un penziere quer mai, che tte squinterna!
Eppuro, o bbene o mmale, o a galla o a ffonno,
sta cana eternità ddev'esse eterna!


Traduzione
(Da qui non si scappa: o siamo giacobini o crediamo alla legge di Dio. Se ci crediamo, o poveri o ricchi che siamo, il passo della morte ci agghiaccia il cuore. Si va a teatro, alle feste, all'osteria, si fa l’amore, si traffica, si ammassano quattrini, si mescola un po' di tutto... ma poi si muore! E dopo? Dopo vengono i guai, viene la resa dei conti. Dopo c’è un’altra vita, un altro mondo che dura in eterno, non finisce mai! E quel mai ti sgomenta. Eppure, nel bene o nel male, in Paradiso o all’Inferno, questa cagna di eternità deve essere eterna!).