Palestina Un solo popolo, un solo Stato
Cinquantacinque anni fa le bande sioniste si autoproclamarono “Stato di Israele”. Alle stragi dell’Irgun e della Stern, premiate poi con il “Nobel per la pace”, seguì l’espulsioni di milioni di palestinesi e ben cinque guerre hanno finora afflitto quella martoriata terra del Mediterraneo. Da allora, il 15 maggio di ogni anno è ricordato dal popolo autoctono della Palestina, profugo nel mondo, profugo nella sua stessa terra, come una “catastrofe”, la nakba.
In tempi come gli attuali, di pulizia etnica, di guerre d’aggressione non dichiarate a Stati sovrani, la tragedia palestinese è stata volutamente relegata negli angoli oscuri dell’informazione drogata occidentale. Anche perché la congiura israelo-americana aveva programmato una “soluzione finale” per la questione palestinese. Il governo provvisorio di Arafat doveva essere decapitato, e così è stato. I vertici più rappresentativi di quel popolo dovevano essere assassinati uno per uno, e così è stato. Tutti i negoziati di pace dovevano essere stracciati, e così è stato. Fatta completa terra bruciata attorno ai sopravvissuti, imposto loro un premier “malleabile”, Abu Mazen (Mahmud Abbas), confinato Arafat nel suo bunker di Ramallah, il capo dell’entità sionista Ariel Sharon ha comunicato le nuove condizioni: per raggiungere l'accordo di pace pone come condizione la rinuncia dei palestinesi alla richiesta del ritorno dei profughi palestinesi in Israele. Posto per i palestinesi, in Israele, non esiste. E’ disponibile solo quello, limitato, delle “riserve”, dei nuovi ghetti per la manodopera a basso costo utile agli israeliani. Questa è la democrazia israelo-americana.




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