LAVORO POLITICO
Art.18: i migranti, il voto
CARLA CASALINI

C'è chi celebra l'anniversario della nascita dello Statuto dei lavoratori, come il Comitato promotore del referendum per l'estensione dell'art.18, che spegne simbolicamente candeline davanti al ministero del lavoro, e vi appone una targa. E chi spera che questo referendum sia l'atto di morte di quelle norme dello Statuto «sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro...», che titolarono 33 anni fa la legge 300, varata il 20 maggio del 1970. Fu Giacomo Brodolini, allora ministro del lavoro, a insediare nel 1969 la commissione presieduta da Gino Giugni che mise a punto il testo dello Statuto, e alla morte di Brodolini, a luglio di quell'anno, fu il successivo ministro del lavoro Carlo Donat Cattin a confermare la commissione e il suo operato. Oggi, quelle norme sulla «libertà e dignità» paiono avere naturale prosecuzione e inveramento nell'ispirazione del referendum del 15 giugno per estendere una tutela piena a difesa dei licenziamenti individuali arbitrari, illegittimi, anche nelle aziende minori.

Da lontananze siderali sembra perciò parlare Tiziano Treu, della Margherita, che lancia anatemi contro una eventuale, seppure a suo dire «irrealistica», vittoria del sì al referendum, per la quale la coalizione di centrosinistra «si taglierebbe fuori dalla possibilità di essere presentabile come forza di governo». Presentabile a chi, vien da chiedersi, se ritiene di non attribuire alcuna rilevanza alla «libertà e dignità» di donne e uomini, in questo caso nei luoghi di lavoro?

Treu si preoccupa perché la «coalizione verrebbe ad avere un'immagine deleteria, di estremismo barricadiero» che la collocherebbe «fuori dell'Europa». E anche qui viene da stupirsi, giacché proprio la Carta dei diritti dei cittadini europei, approvata al vertice di Nizza, prescrive una tutela «effettiva» dai licenziamenti ingiustificati. A dar retta a simili affermazioni c'è da augurarsi che la «coalizione» non approdi più al «governo» sinché non muta pensiero e pratiche.

Ma non basta difendersi da simili sortite, senza introdurre nuove riflessioni, e conflitti anche da parte di chi si batte per i «diritti fondamentali di cittadinanza», in vista di inaugurare nuove pratiche politiche. Di quale «cittadinanza» si può infatti parlare, se non possono pronunciarsi in proposito, neppure con il voto al referendum, non ché alle elezioni, le migliaia e migliaia di migranti che in questo paese vivono e lavorano, che vi risiedono?

Domenica si sono riuniti a Roma con la Cgil il Tavolo dei migranti del Social forum, il Comitato degli immigrati in Italia, insieme a molti coordinamenti e associazioni: hanno discusso della costruzione di una rete nazionale per vigilare e contrastare i soprusi derivanti dalla legge Bossi-Fini, soprattutto riguardo ai ricongiungimenti familiari e al rinnovo dei permessi di soggiorno; e hanno rivendicato «il diritto al voto, alle elezioni, per chi è qui da 5 anni, ci lavora, e paga le tasse», non che il «voto al referendum per l'estensione dell'articolo 18, che come lavoratori ci riguarda, eppure non possiamo prendervi parola, voto».

E' qui che viene in luce una delle contraddizioni della «cittadinanza», questa volta nelle parole dei migranti, come altre volte da parte dei «gruppi» che si sono trovati a esserne esclusi. Una contraddizione che non si cancella laddove e quando la «discriminazione» sia superata,giacché resta la questione che i nuovi arrivati, via via «inclusi» devono comunque accettare le regole di un patto sociale già concordato da altri, e che non si rimette in discussione perché anche loro siano coinvolti nella decisione comune di una sua riedizione aggiornata.

L'Europa potrebbe essere l'occasione per rimescolare le carte onde costituire una nuova «cittadinanza», ma a questo non soccorre neppure la Carta di Nizza così come è attualmente scritta, giacché i migranti, ancorché residenti nel territorio, si vedono preclusa, ad esempio, la facoltà di muoversi liberamente nel territorio dell'Unione: automatica per altri cittadini, per loro invece subordinata alle autorizzazioni previste dalle singole leggi nazionali.

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