«Pronto?». «Salve mi chiamo Paolo Ferri, lavoro per la G. N. di Roma, una ditta che fa ricerche di mercato. Avrebbe cinque minuti da dedicarmi?»
Questa frase sono costretto a ripeterla circa 100 volte al giorno, 4 giorni a settimana, di fronte ad un computer che mi guida in un percorso fatto di domande ovvie e risposte preconfezionate. Naturalmente non mi chiamo Paolo Ferri ma, come ci hanno detto al colloquio di presentazione, «Qui dentro voi non avete nome e cognome vostri. Quando telefonate da qui voi siete la G. N…». Rapporti con i "colleghi"? Pochi, è difficile socializzare durante i dieci minuti di pausa o nei due secondi che separano una telefonata dall'altra. Diritti? Neanche a parlarne: lavori 4 ore al giorno (quando vieni chiamato), costantemente controllato da un "supervisore" che in qualsiasi momento può sollevarti dai tuoi incarichi dichiarando conclusa la "collaborazione".
La mia credo sia una storia simile a quella di tanti altri ragazzi e ragazze della mia età: 25 anni, studente che si avvia "lentamente" alla laurea, lavoretti che accetti quasi per caso, per andare avanti ancora un po'…già, ma quanto? E soprattutto per ottenere cosa?
Certo non un lavoro migliore, visto che ormai la maggior parte delle offerte sono a tempo determinato, di collaborazione coordinata e continuativa, o di lavoro a chiamata; insomma tutti lavori che, lungi dall'assicurare la continuità del rapporto di lavoro, garantiscono l'assenza di diritti e un salario spesso misero.
Il quadro, me ne rendo conto, è sconfortante, soprattutto se si pensa ai costanti e decisi attacchi che il governo e la Confindustria muovono ai diritti dei lavoratori sull'onda della necessità di "rendere più flessibile" il mercato del lavoro; necessità che non trova tanti oppositori nemmeno tra le fila del centrosinistra. Se oggi sono considerato precario io che lavoro "a chiamata" e senza diritti, domani, con l'attuazione delle leggi 848 e 848 bis, come sarà considerato un lavoratore "qualunque" senza diritti e costantemente a rischio di licenziamento? Qualcuno lo definirebbe "imprenditore di se stesso", io lo definisco più semplicemente precario e dipendente come non mai!
In questo contesto sconfortante c'è una speranza: il referendum per la difesa dell'articolo 18. Per quanto possa essere oscurato, sottovalutato o ignorato, questo referendum rappresenta l'unica arma con la quale tutti e tutte, precari e non, possiamo opporci, porre un freno, alla avanzata del governo verso la completa destrutturazione del mercato del lavoro e verso la cancellazione finanche dei minimi diritti di chi lavora. Votare Sì a questo referendum non solo vuol dire difendere ed estendere l'articolo 18, ma vuol dire affermare che "i diritti non si toccano"; che, se il governo si propone di infrangere anche l'estrema difesa dello Statuto dei Lavoratori e del diritto a non essere licenziati ingiustamente, noi siamo pronti a dar battaglia non solo per difendere i diritti esistenti, ma anche per ottenerne di nuovi. E' per questo che con altri studenti e studentesse, con altri lavoratrici e lavoratori precari, a partire dalla necessità di sostenere questo referendum ci siamo messi in Rete, formando un laboratorio contro la precarietà: un laboratorio che tenta di parlare a chi diritti ne ha ma li vede messi in discussione e a chi diritti non ne ha e deve lottare per ottenerne.
Questo referendum è un trampolino di lancio per le nostre lotte, per le nostre rivendicazioni, è un'occasione per creare percorsi permanenti e riportare a galla il tema dei diritti. Un'occasione per dire "Stop Precarietà".
Mandate le vostre storie di ordinaria precarietà a: storieprecarie@rifondazione. it




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