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Discussione: comunisti

  1. #81
    SENATORE di POL
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    Sulle colonne del quotidiano post(?)comunista L'Unità di Furio Colombo/IMI, il compagno Gad Lerner è stato ufficialmente scomunicato con critiche in perfetto stile cominformista per aver auspicato la nascita di un soggetto politico unitario della sinsitra riformista italiana con chiare posizioni ANTICOMUNISTE.
    Il signor Lerner si è affrettato a giustificarsi affermando che l'anticomunismo a cui si riferisce lui non è di certo "alla Socci", criticando "la passione" dei liberali democratici per gli ossari delle vittime del comunsimo internazionale. Lerner ha poi omaggiato il comunismo italico......(italiani brava gente!!) del servo di Stalin Palmiro Togliatti e di Francesco Moranino Gemisto (dubito che ne sappia qualcosa di serio, come di tutto il resto).
    L'ebreo Lerner, e parlo da filo-semita "sfegatato", dovrebbe evitare di usare questi argomenti sui morti degli altri, giacchè sono troppe volte usate proprio dagli antisemiti per i morti del suo popolo martire.....
    A prescindere da questo....Socci oggi risponde in modo ineccepibile dalle colonne de IL GIORNALE, dando a Lerner una vera lezione di storia, di stile, di democrazia.
    La panzana sul "comunismo italiano" innocente dei crimini del comunismo se la bevano pure nei salotti radicalchic fra una tartina col caviale e l'altra, con lo champagne (ovviamente francese ) di Chirac e Jospin.

    Saluti liberali

  2. #82
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    Predefinito antifascismo=menzogna / anticomunismo=verità

    Che cos'e' l'antifascismo?
    di Gianni Baget Bozzo

    Mentre il fascismo fu al potere , l'antifascismo fu una lotta per la libertà politica. Quando il fascismo divenne uno strumento del nazismo, la Resistenza al fascismo prese la qualità spirituale della Resistenza al nazismo.

    Dopo la fine del fascismo, l'antifascismo fu una discriminazione politica contro gli italiani che si riconoscevano nell'eredità del fascismo (Msi)trattati come minoranza antidemocratica nonostante la loro adesione alla democrazia ed all'Occidente.

    L'antifascismo fu la menzogna comunista per vincolare a sé i democratici cristiani.

    L'anticomunismo, che è una verità sempre necessaria, divenne per la cultura italiana una sciocchezza, l'antifascismo una nobiltà legittimante. Questo è il trionfo della menzogna comunista che rimane ancora fortissima.

    Gianni Baget Bozzo
    bagetbozzo@ragionpolitica.it

  3. #83
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    Sandro Fontana

    La grande menzogna
    recensione di Andrea Cacciuttolo - 13/7/2001

    L'Italia del secondo dopoguerra è forse l'unico caso al mondo nel quale la narrazione delle vicende storiche sia stata affidata per circa mezzo secolo non ai vincitori, bensì a coloro che fin dalle prime elezioni politiche del '46 hanno ripetutamente perso ogni confronto politico ed elettorale e sono stati tenuti tranquillamente all'opposizione.Le cause storiche di questa anomalia tutta italiana sono molteplici e sono al centro della ricerca qui dedicata alla"lunga marcia"intrapresa in Italia dal partito comunista, il grande sconfitto, per la conquista del potere.Il fatto è che il marxismo-leninismo ha sempre assegnato un ruolo centrale e determinante all'uso sapiente della doppiezza e della menzogna.Quando a Ignazio Silone veniva chiesto che cosa l'avesse maggiormente colpito nei comunisti che aveva a lungo frequentato ai vertici del partito rispondeva: "La loro capacità di menzogna e l'abitudine a non dormire di notte".Coloro che credono all'esistenza del demonio sanno che le due attitudini non sono in contrasto in quanto il "maligno"è definito al tempo stesso "re della menzogna"e "principe delle tenebre".Egli teme la luce della verità, e secondo la Bibbia, consuma le sue trame delittuose solo di notte.Ma il demonio nel Vangelo è chiamato anche "signore del mondo"perché riesce a estendere il proprio dominio in maniera tanto più convincente e pericolosa quanto più la sua menzogna racchiude frammenti di verità e fa leva su nobili passioni umane e mondane.Le donne e gli uomini che in numero impressionante hanno militato sotto le bandiere del comunismo, non avrebbero mai sopportato certe sofferenze e in alcuni casi persino il martirio, se non avessero nutrito la certezza di obbedire a un'ideologia che scaturiva da un impulso di solidarietà e di fratellanza verso le categorie sociali più deboli e indifese.Ma in Italia, purtroppo, il movimento comunista non ha conosciuto la sua Bad Godesberg, cioè non ha mai ripudiato il marxismo-leninismo e, in seguito al crollo del muro, s'è collegato con grande disinvoltura al socialismo europeo dopo aver odiato e combattuto per oltre settant'anni il riformismo e la socialdemocrazia.Solo dopo l'avvento dei post-comunisti al governo, la luce della verità ha cominciato gradualmente a imporsi anche presso coloro che l'hanno sempre oscurata: e ciò non solo perché con la menzogna se è facile distruggere l'avversario politico e anche conquistare il potere, non è possibile governare un paese complesso come il nostro, ma anche perché dopo aver rovistato per oltre cinque anni negli archivi dei ministeri degli Interni e della Difesa e dei Servizi segreti, i nuovi governanti non sono riusciti a trovare, come sostiene da anni Galli della Loggia, una sola prova circa la responsabilità politica e penale dei partiti democratici al potere dal 1945 nelle stragi e negli atti di violenza che hanno insanguinato la nostra società.Per nostra fortuna oggi possiamo disporre di intellettuali e di giornalisti di prim'ordine che, da Gianni Baget Bozzo a Paolo Mieli, da Pierluigi Battista e Paolo Guzzanti, da Valerio Riva ad Arturo Gismondi, da Sergio Romano ad Angelo Panebianco, sono seriamente impegnati nella battaglia quotidiana per il ripristino in ogni settore della vita pubblica di una diversa lettura della realtà storico-politica. Così pure possiamo contare su un nucleo sempre più folto e agguerrito di storici raccolti intorno alla rivista di Perfetti.Tutto ciò, per non citare strumenti efficaci e documentati di lotta politico-culturale come il quotidiano Il Foglio di Giuliano Ferrara, le riviste Ideazione di Domenico Mennitti e Liberal di Ferdinando Adornato. Insomma,esistono oggi tutte le condizioni morali e materiali per compiere un lavoro serio e di lunga durata che non riguarda solo le vittime della "grande menzogna"ma anche tutti coloro che, spesso in buona fede, l'hanno sempre sostenuta e propagandata.

    Andrea Cacciuttolo

  4. #84
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    Predefinito italiani vittime del comunismo...

    Hanno un nome e un volto le vittime italiane dei lager sovietici
    Così i comunisti russi tradirono i compagni

    di Andrea Accorsi

    Scambiarono l’Unione sovietica per la nuova America. E pagarono questo errore con la vita. Sono centinaia le vite di italiani finite in quel gorgo di sangue passato alla storia come il “terrore rosso”. Una pagina tremenda della storia dell’umanità, ma a lungo taciuta, nascosta, perfino negata. A costo, talvolta, di altre vite. A ricostruire il triste destino di centinaia di italiani vittime della repressione leninista prima e staliniana poi è stata la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano, in collaborazione con il Centro studi “Memorial” di Mosca. Insieme hanno setacciato decine di archivi russi, sfogliato migliaia di elenchi, fascicoli, schede. E ieri hanno presentato il frutto di tanto lavoro in un affollato convegno, al quale hanno preso parte anche i parenti di alcune vittime dell’orrore comunista. In un sito internet, www.gulag-italia.it, per la prima volta viene raccontata la sorte degli italiani finiti a marcire nei lager sovietici o precipitosamente fucilati dopo processi-farsa. Ma nel sito c’è molto altro: la storia dei gulag, la biografia dei loro carnefici, la mappa dei 386 campi e per ciascuno di essi una scheda con le date di apertura e chiusura, la sede della direzione, il numero dei detenuti e perfino le attività cui erano costretti. E ancora gli archivi consultati, l’elenco dei martirologi in cui sono state trovate notizie di italiani, fotografie inedite, una bibliografia ragionata, una spiegazione di sigle e termini russi. Insomma, www.gulag-ita lia.it è uno straordinario archivio della memoria, ricchissimo di notizie in gran parte inedite, chiaro e pratico da utilizzare, accuratissimo in ogni dettaglio. Quasi un modello di come raccontare la storia sulla Rete. La storia è quella, tristissima, degli italiani vittime delle periodiche repressioni ordite dal potere sovietico. Di loro, fino ad oggi, si sapeva poco o nulla. Ancora adesso, dopo l’apertura degli archivi russi seguita al collasso dell’impero sovietico, non si sa neppure quanti siano stati. Per Nikita Ochotin, del Centro studi “Memorial”, sarebbero 500; il doppio per Elena Dundovich, docente di Storia delle relazioni internazionali alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Firenze. Fra di loro ci furono operai, artigiani, marinai che lasciarono l’Italia per il “paradiso dei lavoratori”; ma anche militanti comunisti, perseguitati politici, gente che nel comunismo ci credeva e finì vittima di quella stessa ideologia. Un fatto assurdo, che rende surreale anche una tragedia come questa. Come ha osservato una delle autrici della ricerca, Francesca Gori, un’altra delle assurdità delle “purghe” sovietiche fu che anche quando queste finirono, quando cioè i gulag chiusero e lo stesso regime riabilitò molte delle sue vittime, nessuno fra gli stranieri poté tornare a casa, diversamente da quanto avvenne fra gli scampati ai campi di concentramento nazisti. «Le vittime italiane appaiono poche di fronte ai milioni di morti del “terrore rosso” - ha detto la professoressa Dundovich -. Eppure le loro vicende rimandano ad alcuni temi fondamentali della storia dell’Urss, dell’intero Novecento e della stessa storia d’Italia. Fra questi, i legami tra il terrore sovietico e la politica estera di Stalin; i gulag come elemento fondante dello stalinismo e delle sue scelte economiche; il legame di ferro instauratosi negli anni Trenta tra il Partito comunista italiano e la Terza Internazionale, rimasto tale anche dopo la seconda guerra mondiale». Al punto che gli stessi dirigenti del Pci in Russia (Togliatti, ma anche Roasio, Robotti, Ciufoli...) prima firmarono la condanna dei loro stessi “compagni” e poi si opposero al rientro in patria dei sopravvissuti, per impedire che propagandassero all’estero la vera natura dell’Unione sovietica. Più realisti del re, i dirigenti comunisti italiani ammisero la sola esistenza dei gulag nel 1961, quando da cinque anni Krusciov aveva già riabilitato la maggior parte delle loro vittime. La Dundovich ha distinto la persecuzione degli stranieri, e quindi anche degli italiani, in Urss in tre fasi. Fin dai primi anni Venti essi persero i loro diritti civili perché “socialmente alieni” e divennero gli ostaggi di Lenin per ricattare le altre nazioni europee. In seguito, l’avvento di Hitler al potere in Germania e l’occupazione della Manciuria ad opera del Giappone concretizzarono l’ossessione di Stalin per l’“accerchiamento internazionale”: ne seguì una vera persecuzione dei cittadini stranieri che si trovavano in territorio sovietico per le ragioni più varie (dal personale diplomatico ai dipendenti delle aziende) e che come membri di “nazionalità della diaspora” erano visti come la quinta colonna di una potenza nemica all’interno dell’Urss. Di qui la cattura e le condanne di massa: a decine per volta artisti, lavoratori, intellettuali italiani furono arrestati e spediti in gulag o al confino. Ma il peggio doveva ancora venire: dal 1935 l’Nkvd individuò tutti i lavoratori stranieri nelle fabbriche ritenute strategiche, per deportarli; e tra il 1937 e il ’38, in nome della “purezza” dell’élite politica russa, furono deportati o fucilati tutti quanti erano sospettati di “trotzkysmo” o di essere “bordighiani”. Fino al ’39 i “nemici del regime” ritenuti più pericolosi furono passati per le armi, gli altri condannati a scontare da 8 a 10 anni nei lager rossi.

  5. #85
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    www.gulash-italia.it non esiste! bugiardi!

    e dire che pensavo giá di aver trovato un sito dove mi insegnassero un nuovo modo di cucinare i bambini!

  6. #86
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    Originally posted by Aeroplanino

    e dire che pensavo giá di aver trovato un sito dove mi insegnassero un nuovo modo di cucinare i bambini!
    piacerebbe eh, di la verità!

    komunisti...

  7. #87
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    Predefinito il criminale togliatti...

    La maschera del boia

    “Ma se son loro…”: così, nell’agosto 1940, uno spietato funzionario della polizia politica sovietica (Nvkd) replicò alla comunista Felicita Ferrero, che evocava, per difendersi dalle accuse di “deviazione”, le benemerenze dei suoi compagni, dirigenti del Pci presso il Komintern. Già, ad accusarla era stato proprio Antonio Roasio, uno dei componenti di quell’Ufficio quadri – coordinato direttamente da Togliatti – a cui si devono le delazioni contro centinaia di emigrati politici italiani, che perirono nei gulag o fucilati per tradimento.
    A tradire non furono però questi militanti, per lo più giovani e di origini modeste, ma piuttosto i capi del Pci che, non contenti di averli ingannati propinando loro menzogne sul paradiso in terra dei lavoratori, non esitarono a gettarli nelle mani dei carnefici.
    La tragedia dei comunisti italiani rievoca vicende per troppo tempo occultate e lo fa avvalendosi di una ricca documentazione, che Giancarlo Lehner ha avuto il merito di inserire all’interno di una narrazione, che ingenera nel lettore una viva commozione per la sorte di questi nostri sventurati connazionali.
    Scorrono vite di uomini e donne, straziate dalla violenza di un regime fondato sul sospetto e sulla paura. Paradossalmente, i perseguitati erano sovente tra i più tenaci sostenitori dell’ideale comunista, com’è il caso di Emilio Guarnaschelli che – giunto a Mosca nell’aprile 1933 – ci metterà un anno prima di rendersi conto dell’ “atroce verità”. Lo prelevarono prima dell’alba del 2 gennaio 1935, poche ore dopo aver lasciato l’amata Nella. E Nella Masutti lo seguì di lì a non molto nell’esilio siberiano, per vivere di stenti ma al suo fianco, a formare “davvero una, una sola mela” (p. 37) fino al giugno 1936, quando la polizia sovietica incarcerò Emilio: sarà fucilato due anni più tardi, ma la sua Nella lo saprà con certezza solo nel 1991. Invano sperò per cinquant’anni di poterlo riabbracciare.
    Quella di Emilio e di Nella, è solo una delle storie delle vittime del Pci in Unione Sovietica, raccontate da Giancarlo Lehner. Non mancano figure eroiche, come quella di Sergio De Martino, prigioniero 1799 del lager Beregovoj, capace di cucirsi la bocca con ago e filo per non rispondere all’inquisitore che vuole fargli confessare colpe inesistenti. De Martino è tra i pochi superstiti della colonia di duemila pugliesi di Kerc, pressoché sterminata per aver reso “efficiente e produttivo il kolchoz tutto italiano, denominato Sacco e Vanzetti” (p. 46). A darsi da fare nel favorire la “purga” gli emissari del Partito comunista italiano: sono loro ad affiancare con solerzia gli accusatori.
    Il dato che accomuna i destini di questi condannati innocenti è l’essere stati travolti dal cinismo di un potere assoluto e spregiudicato, che ammanta di “giustizia” la sua azione devastante contro l’umanità. La vera tragedia del comunismo mondiale sta proprio in questa “spaventosa forbice tra il dire e il fare, tra la propaganda e gli esiti di una rivoluzione comunista in effetti, ma solo nel senso di esser vocata a distribuire in maniera egualitaria carcere, lager, fucilazioni, fame, disperazione, lutto e a sradicare l’uomo da se stesso, dalla propria cultura, se possibile dalla propria ‘anima’” (p. 130). Un espianto che conduce a vere e proprie mostruosità, come quella incarnata dal “bambino comunista realizzato” Pavlik Morozov, che non esitò a denunciare i propri genitori d’essere “due maledetti mormoratori antisovietici”. Il dodicenne Morozov è il figlio di “tipo nuovo”, portato a esempio di tutti i bambini sovietici esortati a imitarlo, così da guadagnarsi la “riconoscenza del proletariato mondiale” (p. 17).
    A ben rifletterci, nei “guardiani” dell’ideologia comunista è possibile riconoscere i tratti di una vera e propria mutazione genetica, che li ha in qualche modo alienati dalla vita normale. Non valgono per loro gli affetti o le verità semplici per cui il sì è sì ed il no è no. Su tutto prevale e domina il potere: una volta conquistato, ciò che conta più di ogni altra cosa è conservarlo sempre e comunque, con ogni mezzo. Se qualcosa rischia di pregiudicarlo, va spazzato via: siano pure i compagni ai quali si è stati uniti sino a ieri o – addirittura – genitori, coniugi, figli e fratelli. Si tratta di una forma mentis che Palmiro Togliatti, ha non solo condiviso, ma perfettamente introiettato. Dietro la maschera del sagace intellettuale Togliatti, il volto del funzionario di partito Ercoli, pronto a siglare con gelida determinazione l’ordine di deportazione per un compagno. Della doppiezza – politica ed esistenziale – il segretario del Pci può dirsi quasi l’emblema: sia quando contribuisce ad emarginare sempre di più il fondatore del partito, Antonio Gramsci, perché pericolosamente incline a contestare nel 1926 l’attacco contro le minoranze trotzkiste, salvo poi proporsi come suo esclusivo interprete pubblicando un’edizione riveduta e corretta dei Quaderni dal carcere; sia quando “mentre in Italia intona il ritornello della ‘via italiana’ al socialismo, nello stesso tempo preme sui sovietici perché… provvedano a bloccare la ‘via ungherese’” (p. 175), come difatti avvenne con le sanguinose repressioni del 1956.
    La fine dell’espressione manifesta del comunismo in Europa, vale a dire dell’URSS e degli Stati satelliti sovietizzati, non ha coinciso con la fine di questo tipo di rappresentazione. Le doppie verità di comodo, l’adozione di due pesi e due misure nella lotta politica persistono, in primo luogo in Italia. Forse perché nel nostro Paese, più che altrove, quella che Lehner definisce l’ “industria della menzogna” è permanentemente in attività: i suoi ‘quadri’ li ritroviamo certamente nella categoria degli intellettuali, quegli stessi che un po’ ovunque nel mondo si sono distinti nel porsi a guardia contro la verità. L’elenco è quanto mai variegato: da Shaw a Neruda, da Brecht a Sartre sino al formidabile Juan Benet che, ancora nel 1976, “sconvolto dall’overdose di verità sull’arcipelago Gulag… dichiarò: ‘Credo fermamente che fino a quando esisteranno persone come Solzenicyn, i campi di concentramento dovranno continuare a esistere. Possibilmente dovranno anche essere sorvegliati un po’ meglio, in modo che persone come Solzenicyn non ne possano uscire’” (p. 126).
    Sconfitti dalla storia, in Italia gli intellettuali più o meno organici non demordono, cosicché a dieci anni dalla caduta del Muro – nel 1999 – possono ancora permettersi di censurare la prefazione ai Racconti di Kolyma scritta da Gustav Herling, uno dei sopravvissuti del Gulag, adducendo patetiche scuse com’è accaduto a Mauro Bersani dell’Einaudi. Mentre, a loro volta, gli eredi del Pci – altrettanto battuti, ma alleati proteiformi delle élites al potere – mantengono in vita intolleranza e sopraffazione ricorrendo alla “mai dismessa risorsa comunista dei processi sommari, delle demonizzazioni, del lancio di fango, della distruzione sistematica dell’avversario” (p. 198). Perché, al fondo, per quanto ci si dichiari “democratici”, democrazia e libertà sono svuotate di significato nella prassi politica e strumentali soltanto alla propaganda di partito.

    Luigi O. Rintallo

 

 
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