Apprezziamo l'onestà intellettuale e la chiarezza espressa dall'ex partigiano Giorgio Bocca in un suo intervento apparso su "L'Espresso" del 23 aprile 2003. Puntando il pensiero sulla vorace ricostruzione dell'Iraq, ambita preda di grandi cartelli e monopoli a stelle e strisce e denunciando l'ipercapitalismo, Bocca scrive:

«Alla fine della prima guerra mondiale i nostri socialisti, ma anche il nascente sindacalismo fascista, misero alla gogna i "pescecani", gli industriali che avevano fatto grandi fortune sulle forniture di guerra, fabbricanti di panni, di armi, di scarponi. Dei dilettanti, dei profittatori estemporanei rispetto ai Geo, i supermanager delle mega aziende americane che hanno finanziato le campagne elettorali dei repubblicani».

Bocca, molto probabilmente indirettamente, evoca lo spirito sociale ed antiplutocratico, le origini, della rivoluzione fascista. Spezza, molto probabilmente indirettamente, una lancia a favore della difficilissima battaglia condotta dalla rivoluzione delle camicie nere che ebbero a scardinare, spesso non riuscendoci, un intero mondo organico agli interessi del capitale cosmopolita: dai massoni agli Stati maggiori, dai borghesi alle burocrazie clericali, dai reazionari ai detentori del potere occulto, dalla casa Savoia ai liberali.

D'altro canto la «guerra» tra rossi e neri è un immane fratricidio. Continuarla oggi equivale ad impantanarsi in un permanente autogol: tanto vitale, articolata e delicata (vale più della Coppa dei Campioni o della salvezza del Modena come dell'Empoli in serie A) è la partita della contrapposizione per la libertà dei popoli all'oligarchia capitalistica.

Annichilire i contrasti dialettici e di piazza tra le autentiche opposizioni -rosse e nere- al neoliberismo, al supino servilismo agli Stati Uniti d'America e ad Israele, quanto meno sarebbe un atto di grande intelligenza politica, una sorta di archetipo per la costruzione d'una grande alternativa alla banda di mercenari che si spartisce il potere. Sarebbe anche un esempio di strategia tattica sopraffine. La fine della contrapposizione, la fine dello spararsi addosso accuse e legnate -ai tempi: da orbi- che, se ieri hanno arricchito e cementato il potere democristiano, oggi esaltano un esecutivo di centrodestra che fa della richiesta di norme liberticide e della elargizione di ampi poteri alla repressione poliziesca una prassi politica, costituirebbe sicuramente un inimmaginabile passo in avanti.

Nella prassi, il reale pericolo da affrontare e da sconfiggere è l'attuale modello di società e di sviluppo: il potere della grande finanza, delle speculazioni finanziarie multinazionali, il Mondialismo.

Questo potere appare forte, inattaccabile e imbattibile, strutturalmente articolato nei gangli vitali della società. Esso pervade e plasma ogni attimo della quotidianità.

Allo stesso modo però la società capitalistica, un gigante dalle basi di argilla così come l'Impero del Male sionista e statunitense, mostra il proprio «tallone d'Achille», il proprio lato debole, e crolla oggi sotto i colpi d'un nemico invisibile.

Il "virus della polmonite atipica" sta sconvolgendo, se non flagellando, l'assetto neoliberista che proprio in Asia e particolarmente in Cina ha permeato la sua ascesa. L'assetto economico e della divisione del lavoro neoliberisti avevano esordito in Asia con una prestazione d'opera a basso costo, con salari da fame e con ridottissime tutele sul lato sanitario, ambientale e sociale. L'Asia ha arricchito smisuratamente le grosse aziende multinazionali, spessissimo nordamericane, che con dei marginali investimenti diretti hanno accumulato dei profitti inimmaginabili.

I più grossi oligopoli, in diversi settori, hanno venduto in ogni angolo della Terra i loro prodotti assemblati, costruiti -spesso sfruttando manodopera minorile- nel subcontinente indiano, in Indocina, in Cina, nei Paesi poverissimi come il Bangladesh o la Birmania. L'assetto neoliberista ha delocalizzato le proprie industrie in queste aree povere per ridurre sensibilmente i costi della produzione. Allo sfruttamento condotto ai danni dei poveri del Terzo e Quarto mondo, adesso con un salario da fame in mano ma impossibilitati materialmente ad acquistare un minimo di sussistenza alimentare, a causa della lievitazione dei prezzi indotta dal regime liberista, è corrisposto una parallela, enorme, divaricazione del fenomeno disoccupazionale negli Stati Uniti e nell'Europa Occidentale.

In Occidente e nella sua appendice putrescente -i Paesi europei che ruotano attorno alla Unione Europea- il Sistema ha costruito la sua trappola mortale per i popoli, per i lavoratori e per le giovani generazioni, attraverso il precariato, gli ammortizzatori sociali etc. per contenere un fenomeno di disagio che se si divaricasse potrebbe condurre a dei sconvolgimenti micidiali per l'assetto delle vecchie e decrepite democrazie parlamentari borghesi. Questa istituzionalità pubblica ha deciso di servire, toto corde e contro la volontà popolare, fedelmente il capitale, preservando ad esaurimento dei risicati margini di socialità per poter disporre del popolo.

Nel momento in cui gli assetti del capitale vanno in crisi, quando c'è da rubare le risorse vitali che muovono la macchina capitalistica dei consumi e dei profitti, quando c'è da coprire divaricazioni economico-sociali latenti non rimane altro che promuovere guerre. Ed è quanto hanno fatto gli Stati Uniti ultimamente con le aggressioni armate all'Afghanistan e all'Iraq, attraverso i pretesti del terrorismo, di Osama bin Laden e di Saddam Hussein, attraverso un iper-supporto massmediatico e giornalistico che non ha precedenti.

«Ma il "business is business" attuale, frenetico, scoperto, aggressivo, gangsteristico, supera il marxismo da comizio, le invettive degli anarchici, le ire dei Savonarola, le maledizioni dei profeti, le indignazioni degli evangelici, la retorica di Brecht». Questo lo scrive ancora Giorgio Bocca; riferendosi alla cassaforte Iraq, egli aggiunge: «I numeri del bottino sono strabilianti: 10 miliardi di dollari l'anno per decine di anni e magari di più, dai 30 ai 60 secondo altre stime. Una golden war, una guerra coi suoi morti, ma coperti dall'oro come esige questo modello di vita che indora tutto: i cani da riporto, i cibi per i gatti, gli hamburger e che riporta tutto agli incassi, ai top ten che hanno guadagnato di più. Secondo la regola del mercato: chi investe di più e rischia di più passa all'incasso; dice alla brutta agli altri: giù le mani del banco. Il piano Bush è chiaro: tutto a noi, il meglio ai miei amici. [...] Gli appalti vanno alla Halliburton di cui è stato l'ad, l'amministratore delegato, Richard Cheney, il cervello del governo; una bella fetta andrà al Bechtel Group, dove sono cresciuti l'ex segretario di Stato George Shulz e l'ex ministro della Difesa Caspar Weinberger. Aziende private vicine all'amministrazione gestiranno i 270 ospedali, le scuole, i corsi di formazione per quattro milioni di bambini... Naturalmente c'eravamo anche noi, c'era anche Silvio amico di George, chi sa se il boss dei boss gli lascerà qualche briciola».

Adesso in Asia la strutturazione neoliberista sta vacillando sotto le sferzate mortali della "Sars".

Attenzione: teniamo in considerazione anche il fatto che la propagazione di tale virus possa essere anche un atto di guerra non dichiarata da parte statunitense nei confronti della Cina, per arrestarne il continuo processo di espansione economico-commerciale.

«In poche settimane il virus-killer ha già provocato all'economia mondiale danni più gravi del conflitto in Iraq, e siamo solo all'inizio», scriveva Federico Rampini su "la Repubblica" nell'edizione dello scorso 29 aprile.

Prosegue il quotidiano romano: «II primo domino a cadere sotto i colpi della Sars è stata quell'infrastruttura strategica della globalizzazione che è il traffico aereo, seguito dal business delle grandi fiere commerciali e dei viaggi d'affari. Negli aeroporti di Hong Kong e Singapore, due dei più importanti scali mondiali, l'anno scorso sono transitati 63 milioni di passeggeri: da settimane sono deserti. Le compagnie aeree Singapore Airlines, Cathay e Quantas hanno soppresso il 40% dei voli e alcune sono sull'orlo della bancarotta... Per l'industria del trasporto aereo è un disastro che rischia avvicinarsi a quello dell'11 settembre, che costò solo in America 100.000 posti di lavoro, 10 miliardi di dollari di fondi pubblici per gli aiuti alle compagnie, e due bancarotte (United, UsAirways) [...] A Hong Kong gli alberghi hanno fino al 90% di camere vuote [...] Nell'era di Internet e delle e-mail, dei fax e dei satelliti, delle videoconferenze e dei telefonini, l'economia mondiale si regge tuttavia sul trasporto fisico delle merci, sulle riunioni, sui contatti personali. La Nike ha 300mila dipendenti tra Cina, Vietnam, Indonesia e Thailandia, dove produce l'80% delle sue scarpe; ma prima che possano approdare nei negozi di tutto il mondo ha bisogno che i suoi ispettori possano fare controlli di qualità nelle sue fabbriche asiatiche, ora diventate improvvisamente inavvicinabili come fossero altrettante centrali nucleari di Chernobyl [...] Quello che la Sars sta colpendo al cuore, è tutto il nuovo sistema internazionale di divisione del lavoro. Il rischio è che ne esca prostrata l'unica zona del pianeta che ha continuato a crescere a ritmi sostenuti anche in questi ultimi anni. Dopo che l'America è entrata in recessione nel 2001, e mentre in Europa lo sviluppo continua ad essere "desaparecido" da oltre un decennio, l'ultima locomotiva a tirare era rimasta la Cina, che ha continuato ad aumentare il suo PIL a ritmi superiori al 6% annuo ... Se si ferma anche il motore asiatico, i rischi di una nuova recessione mondiale si fanno molto più elevati ...».

Il colosso dell'economia globale è quindi sull'orlo di una crisi di nervi, in astinenza; al momento non riesce ad accatastare profitti su profitti. Il sistema è tale che non ammette «tempi morti», pause: tutto è dettato dalla accelerazione, dalla velocità degli scambi, dagli spostamenti telematici di merci e di capitali. Le multinazionali, per lo più statunitensi (repetita juvant), Timberland e Nike, Coca cola e Nestlè, per evitare il contagio dei propri dirigenti (... già contagiati dal male incurabile del virus capitalistico) sono costrette a tornare indietro, a riprogettare l'impensabile: una retromarcia, dolorosa, dalla delocalizzazione, per riportare interi pezzi della loro produzione più vicini a casa, per esempio in Messico». [cfr. "la Repubblica" del 29 aprile 2003, pag. 7]

«Nei quartieri generali del capitalismo USA, dall'industria tecnologica della Silicon Valley alle grandi marche di abbigliamento, si stanno elaborando piani top secret per far fronte agli scenari più drammatici. Sarebbe un colpo senza precedenti alla globalizzazione». Cosa volete di più dalla vita?

Il mercato globale inizia a piangere, saltano i recinti del WTO, il capitalismo perde la «forza lavoro» cinese oltre ad un immenso mercato per i consumi; molto probabilmente la Cina conserverà ancora qualche suo tratto identitario, non affidandosi più a caterve di grattacieli di cristallo ed alluminio che d'un soffio han cancellato millenni di civiltà, di storia e di architettura. La corsa verso il modello occidentale ha soppresso i centri storici, le pagode, i tratti distintivi, di Pechino e di Shanghai, come quelli di Lhasa nel Tibet, di Wuhan e di Canton.

Inoltre coraggiose, sagge e come macigni, si rivelano le parole scritte da Umberto Galimberti [1] che punta il dito contro il delirio di onnipotenza dell'uomo sulla natura, incriminando la manipolazione condotta su di essa per il sopravanzare della tecnica. Egli scrive: «La natura l'abbiamo usata, anzi usurata, ma non domata. Nella sua vita sotterranea e segreta, la natura, che gli uomini hanno sempre conosciuta come benefica e malefica, conserva ancora la sua potenza, contro cui la potenza tecnica degli uomini troppo spesso, come in questo caso (il virus della "Sars" - NdR), annaspa».

Per principio e per rigorosa coerenza dottrinaria ogni critica al disagio sociale imposto dalla società moderna postcapitalista della globalizzazione (che in tutto il mondo molte componenti umane affrontano e palesano, incastrate sotto la precarietà e la sofferenza) non può che essere ricondotta nei confronti dell'imperialismo economico-finanziario e militare che si espande sotto l'ombrello protettivo degli USA.

È una realtà incontestabile e le sofferenze provate da interi popoli di tutti i continenti sono sotto gli occhi di tutti e chiedono giustizia.

La partita non è ancora chiusa.

I nuovi sceriffi al servizio degli intraprendenti bottegai di «alcool e di fucili Winchester» minacciano nuove aggressioni e nuove guerre.

Domani potrebbe, quasi sicuramente, toccare alla Siria ed alla Repubblica Islamica dell'Iran. L'egemonia dell'entità sionista, i cui arsenali sono pieni di armi di distruzione di massa, dal batteriologico, al chimico, al nucleare, deve continuare senza opposizioni, perché questa è la volontà dei dettami dell'Heretz Israel. Il popolo palestinese, di riflesso, può esser ancora martoriato: questo genocidio non rientra minimamente nelle riflessioni democratiche del governo USA.

Mentre, a gran velocità la tenaglia mondialista affonda concentricamente la sua morsa. L'Iran, stretto tra Turchia, Asia centrale, Afghanistan e Pakistan, è circondato; lo stesso si può dire per la Siria, stretta fra Turchia, Iraq e Israele.

Questa è la civiltà liberale e democratica che ha gettato il suo embrione nel nuovo continente. Peccato che i suoi abitanti (quanti?) tendono ad accaparrarsi tutte le risorse della terra e non tollerano né la povertà, né i poveri. È il pensiero che hanno esternato i coniugi Bob e Kate Mainville, affermando: «... La guerra e la crisi economica fanno parte della stessa strategia, cioè quella di eliminare un bel po' di gente. Bisogna riconoscere che siamo in troppi e le risorse naturali non bastano per tutti. Bisogna eliminare la povertà e i poveri». [2]

Leonardo Fonte-Avanguardia

Note:

1] cfr. "La globalizzazione del virus e il terrore del contagio", in "la Repubblica" del 18 aprile 2003, Pag. 17;

2] cfr. "Il Venerdì di Repubblica" dell'11 aprile 2003, pag. 35.